Dimenticare la meta per capire il mondo

Mi sono spesso chiesta da dove derivi questa matta voglia di viaggiare. Mi do una risposta ogni volta che viaggio. Lungi da anelare a soggiorni preconfezionati e lussuosi, provo uno strano piacere a lasciare la casa e tutte le quotidiane sicurezze per accogliere a braccia aperte l’imprevisto in cui , come noti autori hanno scritto, sta l’opportunità. Provo un certo piacere a staccarmi da terra quando l’aereo lascia la pista perché è quasi un capodanno della vita dove, ad ogni ritorno, si riparte da zero.  Il viaggio alimenta la mia anima e la mia mente perché è come se il cuore, inaridito dall’abitudine,  pulsasse più forte e il cervello, atrofizzato da confezionate informazioni, ritrovasse la sua identità. In viaggio si perde la cognizione del tempo e si acquista la cognizione di se stessi. Io, non per ragioni pratiche di peso o di spazio,  viaggio poco carica  deliziandomi dell’odore della terra e della gente assorbito dalle mie vesti che, al ritorno, sprizza fuori dalla mia sacca. Il viaggio diventa quasi lo scopo stesso della vita, il filo conduttore dell’esistenza, mentre la quotidianità appare come semplice intervallo di riposo. Mi porto via esperienze, incontri, emozioni mettendo bandierine non sulla mappa ma dentro il mio cuore. (TESTO BY PASSOININDIA).

Riporto un bellissimo articolo di UMBERTO GALIMBERTI  pubblicato su “La Repubblica” il 30 luglio 2006 che, a mio parere, rende tutto il senso del viaggio.  Titolo: Dimenticare la meta per capire il mondo.

Quando, in procinto di iniziare un viaggio, vedo caricare le macchine fino all’inverosimile, in tutti quegli oggetti che riempiono il bagagliaio, i sedili posteriori e perfino il tetto delle vetture, scorgo solo la paura di abbandonare la casa, le proprie collaudate abitudini e l’incapacità di offrirsi all’insolito che è la vera promessa segreta di ogni viaggio. Certo se il viaggio è un pacchetto d’agenzia, allora, anche se la sua meta sono i confini del mondo, non c’è spaesamento che percorra l’anima come un brivido che la rende instabile. Ma quando viaggiare è offrirsi al rischio di non essere compresi e, al limite, neppure letti come uomini o come simili, allora è la terra a offrirsi senza nessun orizzonte, è il cielo a coprire una vastità senza riferimento, è la storia a inabissarsi nei secoli per evocare tutta quell’immaginazione che mai avremmo sospettato avesse riscontri di realtà. Il sole sorge insolito e la notte copre tutte le insidie che l’uomo primitivo temeva nascoste nel buio. Le facce delle persone appaiono nei loro lineamenti indecifrabili, dove l’intenzione non si traduce in linguaggio e la comprensione è affidata all’empatia dell’animale. Qui il viaggiatore incontra quella parte dell’anima che è la meno spirituale perché è la più istintiva. L’anima-animale appunto. E istinto qui vuol dire fondersi con gli odori, le variazioni di temperatura, i suoni, il vento, con il sole che cuoce sulla testa e porta i pensieri su vie associative inconsuete, dove ciò che alla fine si trova è la giusta dimensione di sé. Questa dimensione significa consapevolezza della propria spaesata e casuale esistenza su una terra, che quando non è tecnicamente organizzata come la nostra, dove ogni oggetto esprime nella sua funzionalità il suo senso, mostra, devastante nella sua vastità, la sua totale indifferenza alla sorte umana e soprattutto alla nostra sorte. Da questo disincanto e dall’instabilità che ne scaturisce nasce un paesaggio insolito, simile allo spaesamento, in cui si annuncia una libertà diversa, non più quella del padrone di casa che domina la sua abitazione, ma quella del viandante che al limite non domina neppure la sua via. Consegnato al nomadismo, l’uomo spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche queste parole nel viaggio si fanno nomadi, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso l’uomo viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine. Facendoci uscire dall’abituale e quindi dalle nostre abitudini, il viaggio ci espone all’insolito dove è possibile scoprire, ma solo per una notte o per un giorno, come il cielo si stende su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l’iscrizione fa storia, il fiume fa ansa, la terra fa solco, in quella rapida sequenza con cui si succedono le esperienze del mondo che sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e di disporle in successione ordinata, perché, al di là di ogni progetto orientato, il viaggiatore sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia. Ma chi sono i veri viaggiatori? Sono coloro che non trascurano l’intervallo tra l’inizio e la fine, che non viaggiano solo per arrivare perché per coloro che vogliono arrivare, per chi mira alle cose ultime, ma anche per chi mira alle mete prossime, del viaggio ne è nulla. Le terre che egli attraversa non esistono. Conta solo la meta. Egli viaggia per “arrivare”, non per “viaggiare”. Così il viaggio muore durante il viaggio, muore in ogni tappa che lo avvicina alla meta. E con il viaggio muore il viaggiatore stesso fissato sulla meta e cieco all’esperienza che la via dispiega al viandante che sa abitare il paesaggio e, insieme, al paesaggio sa dire addio. L’andare che salva se stesso cancellando la meta inaugura allora una visione del mondo che è radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare. Nel primo caso si aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede, nel secondo caso si aderisce al senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti che, non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo. Se siamo disposti a rinunciare alle nostre radicate abitudini, allora il viaggio ci offre un modello di cultura che educa perché non immobilizza, perché desitua, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le nostre costruzioni, perché l’apertura che chiede sfiora l’abisso dove non c’è nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata la monotonia della ripetizione dell’andare e riandare sulla stessa strada, con i soliti compagni di viaggio, con tutto il conforto delle nostre cose che, sotto la specie della sicurezza, sigillano solo la nostra chiusura al mondo.

FOTO BY PASSOININDIA

9 thoughts on “Dimenticare la meta per capire il mondo

  1. E’ questa la vera essenza del “viaggiatore”: la profonda scoperta di un nuovo mondo e di nuove emozioni …..
    Silvia

  2. miniminu90 scrive:

    Bellissimo post, ti capisco. Ogni volta che si esplora un posto nuovo per me vuol dire conoscere una nuova parte di me stessa.
    Giulia

  3. Mr. Incredible scrive:

    Bello il post. E Galimberti ti toglie il fiato con la sua capacità di condensare emozioni in parole che ti toccano nell’anima. Mentre leggevo ….. viaggiavo.
    http://separarsixamarsi.wordpress.com/2012/06/13/travelling-without-moving/

  4. Mr. Incredible scrive:

    Ed aggiungo… L’abitudine e la sicurezza sono la tomba della fantasia

  5. mfantuz scrive:

    Un articolo lunghissimo ma bellissimo, quello sì è viaggiare.

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