A rivederci Damini

Oggi L’ India piange per Te, Damini. Il Tuo corpo era troppo compromesso e non ha ascoltato la Tua preghiera “voglio vivere”.

Cercare  ogni mattina sul giornale Tue notizie era diventato un appuntamento quotidiano,  fino a stamattina. Mi ero affezionata a Te, donna senza volto che oggi, in quanto donna, mi lasci un vuoto.

Vorrei darTi una rosa per salutare Te che hai mosso l’India. Grazie Damini per il Tuo sacrificio che ha dato il coraggio a tutte le donne del mondo per combattere la loro battaglia.

Cercando le migliori parole che meriti, mutuo quelle, in poesia,  della nostra Alda MERINI, poesia che Lei ha dedicato a tutte le donne:

Il regno delle donne 

C’è un regno tutto tuo
che abito la notte
e le donne che stanno lì con te
son tante, amica mia,
sono enigmi di dolore
che noi uomini non scioglieremo mai.
Come bruciano le lacrime
come sembrano infinite
nessuno vede le ferite
che portate dentro voi.
Nella pioggia di Dio
qualche volta si annega
ma si puliscono i ricordi
prima che sia troppo tardi.

Guarda il sole quando scende
ed accende d’oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole.
E se passa il temporale
siete giunchi ed il vento vi piega
ancor più forti voi delle querce e poi
anche il male non può farvi del male.

Una stampella d’oro
per arrivare al cielo
le donne inseguono l’amore.
Qualche volta, amica mia,
ti sembra quasi di volare
ma gli uomini non sono angeli.
Voi piangete al loro posto
per questo vi hanno scelto
e nascondete il volto
perché il dolore splende.
Un mistero che mai
riusciremo a capire
se nella vita ci si perde
non finirà la musica.

Guarda il sole quando scende
ed accende d’oro e porpora il mare
lo splendore è in voi
non svanisce mai
perché sapete che può ritornare il sole
dopo il buio ancora il sole.
E se passa il temporale
siete prime a ritrovare la voce
sempre regine voi
luce e inferno e poi
anche il male non può farvi del male.

A rivederci, Damini.

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Sulle orme dei Beatles

Mussida in India sulle orme dei Beatles: «A lezione di sitar per cercare la libertà nella musica»

da IL SOLE 24ORE DEL 21.12.2012

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-12-21/mussida-india-orme-beatles-092042.shtml?uuid=AbBfF5DH

“Febbraio 1968. Quattro giovani musicisti inglesi, con un imponente seguito di familiari, amici e curiosi, atterrano in India per studiare meditazione trascendentale, yoga, sitar e tabla. Si chiamano John, Paul, George e Ringo. Gennaio 2013. Quaranta giovani musicisti per la maggior parte italiani atterreranno in India per incontrare tre guru che li inizieranno ai segreti della tradizione musicale del subcontinente himalayano.

A guidare la spedizione, uno che nel ’68 era il chitarrista del complesso beat dei «Quelli». E che di lì a poco avrebbe innescato la rivoluzione del progressive italiano fondando nientemeno che la Premiata Forneria Marconi.
Stiamo parlando di Franco Mussida che con il Cpm, la «sua» scuola di musica, dal 2 all’11 gennaio sarà in Rajasthan, impegnato nel workshop internazionale di musica indiana «The Raaga Taala Lab». Un progetto nato proprio sulle orme di quello che fu il leggendario viaggio a Rishikesh dei Beatles, cui fino a questo punto hanno aderito cinquanta ragazzi tra musicisti e accompagnatori, provenienti in alcuni casi anche dal di fuori dell’Italia. «Faremo base a Jodhpur, – spiega Mussida – ma per il resto le nostre giornate saranno articolate come quelle del viaggio indiano dei Beatles. I ragazzi potranno scegliere tra un corso di yoga e uno di meditazione trascendentale al mattino, poi avranno modo di avvicinarsi alla musica locale attraverso lezioni di sitar, tabla e canto. Lavorare sulla tecnica e suonare con musicisti del posto».

 Mussida, cosa trova un musicista europeo in un viaggio in India?

Un approccio alla musica sensibilmente diverso dal nostro. Sul piano formale, certo, perché la musica indiana non è organizzata secondo i modelli razionali di quella europea. Ma anche sul piano della spontaneità di chi suona. In India a impressionare è il rapporto diretto che si riesce ad avere con le intenzioni del fare musica. Esiste anche da noi, ma lo si trova confinato nel territorio della musica etnica e di quella popolare. Noi occidentali ci siamo lasciati un po’ troppo appiattire dalla cassa in quattro. Al contrario, affacciarsi sull’India significa concedersi una salutare boccata d’aria. Ci sono tre guru che ci aspettano. Uno per il sitar, uno per la tabla e uno per il canto. Sarà bello lasciarsi contaminare. Spero però soprattutto in un’esperienza umana importante.

L’approccio indiano alla musica è iniziatico, quasi religioso. Le reazioni popolari alla recente scomparsa di Ravi Shankar lo dimostrano. Nulla di più lontano dal modo d’intendere di noi occidentali.
Anche da noi, però, ci sono ambiti che conservano una certa «sacralità». Penso alla taranta, alla pizzica, ai canti sardi. Torno a dirlo: ambiti confinati al recinto della musica tradizionale. Eppure da questi generi ci arriva una grande lezione di libertà che dovremmo rivalutare.

Negli anni Sessanta lei era un protagonista del cosiddetto beat italiano. I Beatles erano considerati i caposcuola del genere. Come prendeste la loro svolta indiana?
A livello personale ero preparato: adoravo i Byrds e i loro assoli di chitarra 12 corde. E in un certo senso, in quel sound c’erano atmosfere da sitar. L’arrivo dell’India nella musica dei Beatles fu una svolta di profondità. Una profondità che non si avvertiva certo in «Please please me», per quanto quello resti un pezzo molto divertente. Tra «Please please me» e «Within you without you» ci passa in mezzo un mondo. L’esperienza della musica indiana ha lasciato molto in Harrison e Lennon, te ne accorgi in brani direttamente influenzati da quell’immaginario, ma anche in brani insospettabili. Pure in «Imagine» e in «Here comes the sun» c’è la spontaneità dell’India, per esempio. Meno in McCartney che resta il classico istintivo inglese. Capace di scrivere brani di rara eleganza, ma molto più legato al modo di sentire la musica proprio dei britannici.

Dopo i Beatles, quasi tutte le maggiori band del periodo vollero introdurre l’elemento sitar nella loro musica. Dai Rolling Stones di «Paint it black» agli Yardbirds di «Heart full of soul», fino all’Equipe 84 di «Ladro». Ma non era complicato procurarsene uno in Occidente?
Altroché: era complicatissmo. Era difficile acquistare un sitar autentico e ancora più difficile imparare a suonarlo. Ma l’industria andava in soccorso della domanda dei musicisti: si cominciarono a produrre le chitarre-sitar. Erano chitarre elettriche ma, grazie a un ponticello di gomma, producevano un suono molto simile a quello dello strumento indiano per eccellenza. Ne usammo una anche nelle session de «La Buona Novella» di Fabrizio De André: la suonava Andrea Sacchi. Oggi sono roba da collezionisti. Il mio amico Radius dovrebbe averne ancora una.

Le atmosfere indiane favoriscono la composizione. I Beatles laggiù scrissero il White album. È il caso d’aspettarsi che vi verrà concepito pure il prossimo disco della Pfm?
Non lo so ancora. Ho deciso di non prepararmi nulla. La chitarra me la porto, certo. Per il resto proverò il sitar che non ho mai suonato prima d’ora. Voglio lasciarmi meravigliare. E spero sarà lo stesso anche per i 40 studenti che accompagnerò.”.

da IL SOLE 24ORE DEL 21.12.2012

L’India difficile delle donne

L’India è la Terra dove sono nati Buddha, Mahavira, Guru Nanak, Swami Vivekanand e tanti altri maestri e santi che hanno insegnato una via di spitualità a tutto il mondo; è il Paese dove è nato Mahatma Gandhi che ha dato il suo insegnamento universale di non violenza. La sua cultura, le sue tradizioni e la sua spirtualità attraggono tutte le genti ma, nonostante tutto, rimane un Paese difficile per le donne; qui si prega davanti a Kali, Lakshmi, Durga, Saraswati, Parvati, Sita, che sono tutte rappresentazioni femminili dello spirito supremo. Eppure L’India è il Paese (come altri) della discriminazione sessuale.

Sul giornale, frequentemente, si parla di violenza su donne per ragioni di dote, di onore, di donne forzate all’ aborto di figlie femmine, di donne costrette a prostituirsi e di donne vendute per denaro. L’ecografia è vietata in India perchè la conoscenza prematura che quel figlio sarà femmina potrebbe essere causa di una scelta di aborto (anche se, pagando un caro prezzo, la si può ottenere illegalmente da qualche medico connivente). La donna è spesso considerata un fardello per tutta la famiglia perché fin da quando è piccola occorre cominciare a risparmiare (e indebitarsi) per costruirne la dote e alcune donne sono state uccise a causa di una dote insufficiente. Ci sono stati casi di  donne lasciate o uccise per non aver saputo partorire figli maschi. Donne espulse, picchiate o  uccise dalla famiglia perchè hanno scelto libramente un uomo da amare . Nelle famiglie povere la donna è talvolta costretta a vendere il suo corpo.

Secondo gli storici, le donne godevano della stessa dignità e diritti dell’uomo durante il primo periodo vedico.  Tuttavia, più tardi (circa 500 AC), la condizione delle donne cominciò a declinare con la Smriti, gli antichi libri sacri Induisti (Manusmriti o codice di Manu). In questo Codice (ma anche nei Purana)  la donna viene eletta al solo servizio degli altri ovvero la madre, il padre, il marito e i figli. Con l’invasione Islamica e l’impero Mughal e poi il Cristianesimo, la libertà e i diritti delle donne continuarono ad affievolirsi.

La posizione della donna indiana nella società si aggravò durante il periodo medievale quando la Sati (la donna, alla morte del marito, doveva immolarsi e bruciare con lui perché questo gesto avrebbe reso onore a tutta la famiglia – usanza abolita dagli inglesi),  i matrimoni tra bambini e il divieto di seconde nozze delle vedova entrarono a far parte della vita sociale tra alcune comunità in India.

Secondo la Costituzione Indiana invece la donna ha tutti i diritti uguali a quelli dell’ uomo.  Nella realtà ogni giorno le donne vengono molestate, violentate o uccise. E nei casi di stupro si tende a ritenerla responsabile di ciò che ha subito. Poi, ci sono le violenze domestiche, quelle tra quattro mura di casa che non verranno mai pubblicate sui giornali e resteranno per sempre inascoltate e impunite. Ovviamente non si può generalizzare ma questi casi sono frequenti.

Quello che è sucesso a Delhi, alle 21.30, il 16 Dicembre è orribile; una studentessa di 23 anni è stata picchiata e violentata brutalmente in autobus da almeno sei uomini che dopo l’hanno  buttata fuori come fosse un giocattolo. Ora lei sta ancora combattendo contro la morte.

Ma questa volta l’India non è stata a guardare. Sono scesi in piazza donne e uomini tra cui giovani studenti per chiedere giustizia, leggi più severe e misure di sicurezza per le donne.

Avremmo voluto leggere sul giornale che:

22 dicembre 2012, New Delhi: Migliaia di manifestanti si sono riuniti all’India Gate esigenti giustizia per la vittima dello stupro di gruppo chiedendo più sicurezza per le donne, si sono mossi verso il Palazzo della Presidenza  e sono entrati nella casa del Presidente che, insieme al Primo Ministro e ai membri di tutto il Gabinetto indiano, li ha accolti per ascoltarli. L’ Onorevole Presidente dell’India e il  Primo Ministro hanno  assicurato ai manifestanti l’adozione di provvedimenti per  garantire la rapidità di tutte le sentenze nei crimini contro le donne e misure concrete per migliorare i livelli di sicurezza e protezione per le donne. La protesta si è conclusa con l’ illuminazione di candele per tutte le vittime, alla presenza del Presidente dell’India e a tutto il Governo. Una vera democrazia ….Uno  Stato di persone per le persone.

Invece è successo che:

22 dicembre 2012, New Delhi:  migliaia di manifestanti si sono riuniti all’India Gate esigenti giustizia per la vittima dello stupro di gruppo chiedendo più sicurezza per le donne e sono stati raggiunti da proiettili di gas lacrimogeni, idranti e bastonate. 35 dimostranti e 37 agenti sono rimasti feritiUn agente è morto di infarto. Nel  cuore della protesta a Delhi sono stati violati ancora una volta i diritti delle donne picchiate dalle forze di polizia che dovrebbero garantirne l’incolumità. Ieri il Governo ha vietato le manifestazioni“.

Nell’anno 2012 ci sono stati 635 casi di stupro denunciati (572 nell’anno 2011) che, secondo le statistiche nazionali, rappresentano il solo 30% del  totale (di cui solo il 27% si conclude con una condanna) perché gli altri non sono stati denunciati  per paura (anche di emarginazione sociale e di non trovare marito), vergogna o mancanza di fiducia nelle istituzioni (ritenute corrotte e incompetenti). Negli ultimi venti anni i casi di volenza sessuale sono raddoppiati.

In India vige ancora la pena di morte in casi specifici previsti dalla legge e i manifestanti, bloccati dalla polizia, chiedono che venga applicata anche a questi casi di stupro per i quali normalmente  viene irrogata una pena detentiva limitata ad un numero di anni.

Quando si fermerà questo fuoco di violenza verso le donne?

L’opinione pubblica questa volta ha fatto sentire la sua voce. Speriamo, come invece sembra, che non resti inascoltata.

(testo by PASSOININDIA)

Una serata particolare

Una sera dopo aver lavorato uscii dal mio ufficio a Gurgaon che è a 30 chilometri a sud di Nuova Delhi.  Undici anni fa questo posto era un villaggio di contadini e poi fu scelto come uno dei siti per stabilirvi i call center delle multinazionali statunitesti, e oggi ospita uffici di multinazionali, call center, malls , nuovi palazzi moderni. E’ anche importante polo finanziario e di outsourcing e l’8% del Pil nazionale viene generato qui.

Lavoravo in una agenzia di viaggi e non capitava spesso di uscire presto dall’ ufficio come quella sera. Il mio ufficio era a due passi da IFFCO Chowk, la fermata che, durante la mattina e la  sera, sembrava un fiume di lavoratori e passeggeri che aspettavano l’autobus e mini van per andare avanti e indietro da Delhi a Gurgaon e viceversa.  Non c’era un orario fisso per l’autobus che a volte arrivava dopo dieci minuti e a volte neanche dopo mezz’ora e per questo, ad ogni autobus che arrivava, la gente correva come fosse l’ultimo; a volte arrivava già così pieno che nessuno riusciva a salire, a volte l’autista non si fermava per paura che l’autobus non potesse più muoversi a causa di tutta quella gente. Meno male che ora c’è la metropolitana.

Allora quella sera, mentre aspettavo l’autobus, guardavo le lunge code delle macchine, guardavo la gente che attraversava di corsa perché in India le macchine non si fermano per farti passare, guardavo i tuk tuk che partivano pieni di gente, ascoltavo i rumori delle macchine, la voce di poveri venditori che urlavano per vendere le loro piccolo cose come riviste, giocattoli, cocco etc., vedevo bancarelle che vendevano il tè, i burgers, le momos, le patatine e tante altre cose da mangiare.

Dopo avere aspettato quasi dieci minuti, mi venne un po’ di fame anche perché sapevo che con tutto questo traffico ci sarebbe voluta più  di un’ ora e mezza ad arrivare a casa, anche se l’autobus fosse arrivato subito.  Mi fermai ad una  bancarella per comprare qualcosa che mi togliesse la fame e ad un certo punto vidi un anziano cieco che camminava con il suo bastoncino. Pensai che dovesse attraversare la strada e non riuscisse tanta era la pioggia di traffico.

Gli chiesi dove dovesse andare. Mi rispose che doveva andare a Delhi e che  stava aspettando l’autobus  da quasi due ore ma ancora non era riuscito a salirvi   perché nessuno lo aveva aiutato. Gli dissi di non preoccuparsi perché anch’ io dovevo andare a Delhi. Dopo cinque minuti arrivò un bus quasi pieno e sarebbe stato necessario correre per salire ma decisi che non potevo lasciarlo lì da solo ancora una volta. Quindi dovetti aspettare il successivo che arrivò dopo quindici  minuti ma che si fermò lontano dalla nostra fermata tanto che solo poche persone riuscirono a salire. Questa volta volli almeno provare quindi presi la mano dell’uomo e cominciai a camminare veloce verso l’autobus ma purtroppo non ci aspettarono. Ci rimasi un po’ male e lui ancora più di me perché stava aspettando da ormai tanto tempo, così che comincio ad arrabbiarsi e con ragione.

Dopo più o meno 10 minuti arrivò l’ennesimo autobus ma ancora una volta si ripeté la stessa storia e l’autobus se ne andò senza neanche fermarsi. Io ero stufo perché stavo aspettando da mezz’ ora e lui da più di due. Dopo 10 minuti ne arrivò un altro e questa volta finalmente riuscimmo a prenderlo. Chiesi a qualcuno di lasciare il posto al vecchio cieco perché potesse riposare. Ora lui  si sentì più tranquillo e gli chiesi come mai fosse solo e se non avesse famiglia. Lui mi rispose di avere una famiglia ma che essendo troppo vecchio era considerato per tutti un peso, un vecchio vestito da buttare via. Disse che da tanto tempo voleva uscire da casa ma nessuno aveva mai tempo per portarlo fuori perché  tutti erano sempre molto occupati; così quel giorno decise di uscire da casa sua che era ormai come un carcere per lui. Altro non gli chiesi. E poi lo salutai e scesi dall”autobus. Allora capii quanto dura è la vita degli anziani e dei non vedenti mentre noi ci arrabbiamo, litighiamo per poco o niente  invece di ringraziare  Dio per quello che ci ha dato. Pensai che la mia India sta cambiando velocemente soprattutto nelle città e, con lo sviluppo dell’ economia, stiamo perdendo proprio la nostra cultura. Siamo sempre più impegnati, stressati , in competizione con gli altri e spesso non siamo più capaci di vedere cosa sta succedendo vicino a noi.

Questa è una semplice storia successa in un semplice giorno. E’ una storia comune, con parole comuni, ma di cui tanto abbiamo bisogno.

Il principio del vuoto di Joseph Newton

Le cose inutili (e non necessariamente quelle senza una funzione bensì quelle di cui potremo fare a meno) sono entrate nella mia casa a comprimere insicurezze, restano nella mia casa in sordina, ormai invisibili, spesso dimenticate,  se ne andranno dalla mia casa quando un giorno qualcuno di caro deciderà di trattenerne qualcuna (inutile) in mio ricordo, credendo che per me fosse importante. Buffo! Forse solo allora avranno davvero un ruolo… C’è un principio da seguire…… il principio del vuoto di Newton…..

https://www.youtube.com/watch?v=a82Upg5FTrQ

“Hai  l’abitudine di accumulare oggetti inutili, credendo che un giorno, chi sa quando, ne avrai bisogno?
Hai l‘abitudine di accumulare denaro , solo per non spenderlo perché pensi che nel futuro potrà mancarti?
Hai l’abitudine di conservare vestiti, scarpe, mobili, utensili domestici ed altre cose della casa che già non usi da fa molto tempo?
E dentro di te…? Hai l’abitudine di conservare rimproveri, risentimenti, tristezze, paure ed altro?
Non farlo, è necessario che lasci uno spazio, un vuoto, affinché cose nuove arrivino alla tua vita.
È necessario che ti disfi di tutte le cose inutili che sono in te e nella tua vita, affinché la prosperità arrivi.
La forza di questo vuoto è quella che assorbirà ed attrarrà tutto quello che desideri.
Finché stai, materialmente o emozionalmente, caricando sentimenti vecchi ed inutili, non avrai spazio per nuove opportunità.
I beni devono circolare… Pulisci i cassetti, gli armadi, la stanza di arnesi, il garage…
Dà quello che non usi più…
Non sono gli oggetti conservati quelli che stagnano la tua vita… bensì il significato dell’atteggiamento di conservare…
Quando si conserva, si considera la possibilità di mancanza, di carenza… si crede che domani potrà mancare, e che non avrai maniera di coprire quelle necessità…
Con quell’idea, stai inviando due messaggi al tuo cervello e la tua vita:che non ti fidi del domani e che pensi che il nuovo e il migliore non sono per te, per questo motivo ti rallegri conservando cose vecchie ed inutili.
Disfati di quello che perse già il colore e la lucentezza… lascia entrare il nuovo in casa tua… e dentro te stesso.
E che la prosperità e la pace ti raggiungano presto….(J.N)

(dedicato a Elinepal, la blogger che fu il nostro primo contatto all’esordio di questo blog. Lei sollevò allora la questione….).

Homeless

foto by Hindustantimes – Homeless boys | The homeless in Delhi | Photos India | – hindustantimes.com.

Everyone has the right to a standard of living adequate for the health and well-being of himself and of his family, including food, clothing, housing and medical care and necessary social services, and the right to security in the event of unemployment, sickness, disability, widowhood, old age or other lack of livelihood in circumstances beyond his control.” – Universal Declaration of Human Rights, article 25, par.1

“Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari, ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia , invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. “- Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, articolo 25, par. 1

La casa è un bisogno umano fondamentale che ancora oggi molti nel mondo non vedono soddisfatto. Sono grandi e bambini che vivono dove possono a causa della loro povertà. Spesso sula strada ci sono tre generazioni in cui nessun componente della famiglia ha evidentemente potuto cambiare la sua sorte. Si diventa (o si nasce homeless) per vari motivi tra cui il primo che viene ovvio pensare è la mancanza di un lavoro; eppure ci sono molte altre cause; le donne divorziate che si trovano in difficoltà economiche, i bambini (e quelle stesse donne) fuggiti da mani violente e abusi sessuali, i malati di mente de-istituzionalizzati e gli anziani diventati un peso per i figli. Anche le cause naturali (monsoni, tsunami ecc.) fanno la loro parte nel privare di un tetto le famiglie. L’esperienza dei senzatetto inibisce la forza fisica, emotiva, lo sviluppo cognitivo, sociale e comportamentale soprattutto dei bambini. Le difficoltà incontrate dai bambini di strada includono depressione, bassa autostima, la mancanza di sonno, denutrizione e sentimenti di vergogna e di imbarazzo. Costretti a lavorare per poche rupie come straccivendoli, venditori ambulanti, tintori, raccoglitori di legna, quando non sono costretti a prostituirsi. Un lavoro comune dei bambini di strada è il rag-picking, in cui ragazzi e ragazze giovanissimi si gettano tra la spazzatura, al fine di raccogliere materiale riciclabile.