Incontro con l’Induismo (terza ed ultima parte)

 

di Matteo Tomasina (samsararoute.com)

(segue da parte 1– dove provo a farmi spiegare cos’è l’induismo – e parte 2 – dove mi chiedono se noi crediamo ancora a Zeus)

Anuradha indossa il chudi daar, un abito lungo e colorato, abbastanza formale ed elegante per essere adatto a recarsi al tempio. Prima di uscire, mentre io ed Elisa ci siamo opportunamente lavati e abbiamo indossato almeno dei vestiti puliti, lei si dipinge un puntino sulla fronte con cenere e tinta rossa, nel segno della devozione induista. Poi si butta sulle spalle un’ampia pashmina (sciarpa) verde ed oro, e con lei scendiamo in strada.

Su Hyderabad il sole è già tramontato da un pezzo, ma proprio per questa ragione le strade sembrano illuminarsi ancora di più. Le luci provengono dalle insegne dei negozi, da lanterne lungo la strada, dai mucchi di spazzatura accumulati agli incroci e a cui ogni tanto qualcuno da fuoco. C’è ancora molta gente in giro, e Anu ci spiega che il via vai in questa parte della città non termina mai. Si cominciano già a vedere alcuni ubriachi.

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Tempio di Sai Baba

La nostra amica indiana si reca al tempio tutte le sere, e l’edificio è solo a pochi isolati. E’ una struttura grande, colorata di rosso e oro, e all’interno si intravede la grande statua del dio a cui è dedicata: il santone e fachiro del XIX secolo Sai Baba, che ha speso la propria vita a predicare in povertà una propria versione di religione dell’amore, simile per certi versi alla carità cristiana. E’ molto venerato in questa parte dell’India, e il suo ritratto compare un po’ ovunque, nelle case, sulle auto, all’interno dei negozi.

Sulla base di quanto osservo, tutte i vari devoti dell’India hanno almeno un tratto in comune: il bisogno di mettere chiaramente in evidenza la propria appartenenza religiosa. Questo indipendentemente dal fatto di essere induisti, cristiani o islamici. A volte la religione traspare dall’abbigliamento: gli uomini mussulmani indossano la curta e hanno lunghe barbe, le donne sono sempre velate di nero. Ma in tutti i casi, basta entrare in un negozio per identificare subito un’icona, una statua un ninnolo o un quadretto che rappresenta una divinità indu o un simbolo cristiano, o che riporta dei versi del corano, o l’immagine della Mecca. La messa in mostra dei simboli religiosi vale anche per le auto, i camion; alle motociclette sono sempre legate delle sciarpe benedette e di buon augurio.

fuori dal tempio

Fuori dal tempio

Penso anche a queste cose mentre Anu ci conduce all’interno del tempio. Di fronte all’edificio ci togliamo le scarpe, e visto che si tratta di una struttura di una certa dimensione e importanza, ci sono delle donne fuori che si occupano di custodirle (fortunatamente, perchè mi chiedo sempre se capita mai che qualcuno le porti via). Ad un rubinetto ci laviamo anche le mani, oltre che i piedi: è un segno di rispetto, ma anche un accorgimento pratico, visto che nei templi induisti – stiamo per scoprirlo – viene offerto ai visitatori da bere e da mangiare.

In cima alla scalinata di ingresso, un sacerdote segna anche a me ed Elisa la fronte con cenere chiara (viboothi) e tinta rossa (kumkum). A volte alla mistura viene anche impastato un chicco di riso. Anu ci dice che la formula del composto è segreta, e cambia da tempio a tempio. Noi abbiamo acquistato da una venditrice dei fiori, e li lasciamo in omaggio.

tempio4Sai Baba

Il tempio è costituito da una serie di stanze collegate da un corridoio, che si sviluppano intorno alla sala centrale dove numerosi fedeli possono sedere per terra di fronte alla statua di Sai Baba. In ogni stanza ci sono invece diverse celle, in cui sono contenute statue di altre divinità. Entrati nel primo spazio del tempio seguiamo Anu. Ci inchiniamo in sequenza davanti ai piedi d’argento di un’icona. In realtà, siamo io ed Elisa a limitarci all’inchino, mentre la nostra amica indiana compie numerosi gesti piuttosto complessi. Entriamo in sequenza in numerose altre stanze, e in ognuna sono sempre presenti delle statue. Gli dei hanno fattezze umane, e sono vestiti con stoffe, ricoperti di fiori e adornati con collane vistose. Hanno volti sorridenti o minacciosi, e ognuno svolge una funzione particolare. Anu sottovoce ci parla di coraggio, fertilità, malattia, fortuna…Nella penultima stanza c’è il “dio della pace”, come recita una scritta che qualcuno ha aggiunto sotto un ritratto di Gesù Cristo: incluso anche lui, a dispetto dei suoi seguaci esclusivi, nel complesso pantheon di una religione che sembra non rifiutare nessuna forma al divino (Anu mi aveva già anticipato questa presenza).

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Anu ed Elisa

Quando giriamo dietro la statua di Sai Baba – che, come detto, troneggia nella sala centrale del tempio – ci viene offerto dai sacerdoti del latte, pescato con un mestolo da una pentola messa su un fornelletto. Ci viene versato in mano, nel palmo, per poi essere bevuto dall’incavo sopra il polso. Memore di brutte esperienze con i latticini, prima di portare la mano alla bocca ne faccio scivolare via tra le dita un po’, in modo il più possibile discreto. Dopo ci vengono versati in mano dei ceci bolliti e un po’ di riso, e ci mettiamo seduti a mangiarli davanti alla statua del santone. Altri fedeli mangiano, pregano e si inchinano, mentre i sacerdoti portano continuamente fiori e altri omaggi alla statua.

Al nostro ritorno, anche gli ultimi negozi rimasti aperti fino a tardi stanno ormai chiudendo. Di fronte a casa di Anu, che ci ospita anche per questa notte, c’è una farmacia ayurvedica. Vedo che, mentre i suoi autanti abbassano la saracinesca, il proprietario estrae da una borsa uno strano oggetto, che sembra come lo scafo di una piccola nave alberata. E’ una zucca tagliata a metà, con al centro una candela. L’uomo da fuoco allo stoppino del lume, e comincia a sollevarlo in aria nella zucca, facendole fare dei cerchi davanti al suo negozio. Anu mi dice di non guardare: è un rituale apotropaico, serve ad allontanare le maledizioni dal luogo. Se osservo, potrei diventare il nuovo bersaglio di qualche energia negativa. Così giro le spalle, ed entro con lei dalla porta.

Preghiera notturna

Preghiera notturna

 (post interamente tratto da SAMSARAROUTE.COM). Grazie Matteo.

Come te

Io, come te,
amo l’amore, la vita, il dolce incanto
delle cose, il paesaggio
celeste dei giorni di gennaio.

Anche il mio sangue freme
e rido con occhi
che hanno visto germogliare le lacrime.

Credo che il mondo sia bello,
che la poesia sia come il pane, di tutti.

E che le mie vene non si esauriscano in me
ma nel sangue unanime
di coloro che lottano per la vita,
l’amore,
le cose,
il paesaggio e il pane,
la poesia di tutti.

da “Il cielo per cappello” – Roque Dalton

 

(grazie a  GIOLIC per aver pubblicato questa perla).

 

per sapere chi era Roque Dalton: http://it.wikipedia.org/wiki/Roque_Dalton

 

Flash mob at the station

Flash mob (dall’inglese flash: lampo, inteso come cosa rapida, improvvisa, e mob: folla) è un termine coniato nel 2003 per indicare una riunione, che si dissolve nel giro di poco tempo, di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita. Il raduno viene generalmente organizzato via internet (email, social networks) o telefonia cellulare. Le regole dell’azione possono essere illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che questa abbia luogo o possono essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti di prepararsi adeguatamente. Generalmente la finalità dei flash mob è di intrattenimento o spettacolo; il termine non è usato per eventi e performance organizzate a fini politici, commerciali, di lucro o di protesta (definizione da WIKIPEDIA).

Qui proponiamo due esempi di flash mob organizzati in luoghi apparentemente distanti ma forse non così tanto. Li accomuna la stazione ma in un caso è Mumbay (India) e nell’altro caso è Londra. L’entusiasmo e lo stupore delle persone che guardano è lo stesso. La gioia di chi partecipa anche.

Incontro con l’induismo (parte 2)

Continua (da parte 1) il viaggio nell’ Induismo

 di Matteo Tomasina (SAMSARAROUTE.COM)

Mentre Anu mi elenca le molteplici divinità dell’Induismo, e tutte le loro avventurose e incredibile vicende (matrimoni, tradimenti, lotte, coinvolgimento più o meno frequente con gli affari degli uomini) molte domande mi frullano in testa. Vorrei chiederle, molto semplicemente, se lei a tutte queste storie crede davvero. E’ comunque una persona istruita, membra di un’associazione studentesca internazionale, per lo più mi ha detto che studia ingegneria. E ha in casa un pantheon del primo millennio avanti Cristo. So che queste cose succedono, ma questa volta mi sento al limite dell’assurdo. Non mi sento di fare una domanda troppo diretta, quindi punto per una più obliqua, apparentemente più ingenua. “Ma tutti questi dei, dove sono? Quando e dove hanno fatto le cose che hanno fatto?”. Ammetto che ho anche un pò di supponenza, perchè così mi sembra di mettermi più al suo livello.

Anu sorride, e credo abbia intuito il senso della mia domanda. Questi miti, queste leggende, esistono come esistono tutte le altre cose del mondo? Ci si può veramente credere al giorno d’oggi? Lei è una ragazza che vive in città, studia ed è aperta agli scambi con l’esterno, in fondo non può che non aderire a una visione dell’induismo più raffinata. Così, mi risponde: <<In realtà non ci sono veramente diversi dei, ma un unico Dio che è dappertutto, che si manifesta in molteplici forme per potere così apparire di fronte a noi e permetterci di vederlo e di adorarlo>>. Si può appena pensare a questo Dio, in ogni caso non lo si può rappresentare o descrivere. Come dire che il divino non può essere conosciuto, se non quando assume forme particolari, limitate. In fondo, il divino, senza potere essere visto o toccato, è dappertutto. <<Per provare ad avvicinarti a questa idea, puoi pensare all’aria, che è invisibile ma dappertutto. Ma non pensare che Dio sia neppure l’aria, o uno spirito che aleggia!>>. Mi chiedo se sono davanti a religione o filosofia, ma forse queste partizioni e categorie qui non reggono, un pò come la distinzione fra culto politeista e monoteista (culto di un’unico dio o di vari dei) mi è stata apparentemente appena smontata.

Questo messaggio ha in realtà importanti ricadute pratiche. Anu, dal suo punto di vista, può avere una visione distorta delle altre religioni, ma la sua prospettiva è molto tollerante. Mi dice che per lei pregare in una chiesa cristiana non è un problema, e neanche in una moschea, se la facessero entrare. Anche cristiani e mussulmani, come tutti gli altri religiosi, pregano Dio in forme diverse. Per lei, i cristiani lo pregano semplicemente come Gesù. Per di più, mi dice che ritratti di Gesù si trovano anche nei templi induisti. Non è un problema infatti accogliere immagini di altre religioni.

In tutti i casi, mi mostrerà anche questo alla sera, dopo che ci saremmo accuratamente lavati e vestiti per l’occasione che mi offre di visitare il tempio di Sai Baba che si trova vicino a casa sua. Lei svolge lì la sua puja giornaliera. Nel frattempo, con tutti questi discorsi, non mi stupisce troppo la domanda che mi fa suo fratello, che dopo averci sentito parlare per un pò di queste cose, mi chiede tranquillamente: <<Ma voi Zeus e Thor, là in Europa, li pregate ancora?>>.

P.s: in realtà la domanda del fratello di Anu, Hari, mi ha colpito, ma per il fatto che una cosa simile la riporta anche Terzani (lo racconta nell’introduzione al libro di Francesco D’Orazi Flavoni Rabari: gli ultimi nomadi). Link:http://www.tizianoterzani.com/index.php?option=com_content&view=article&id=23:rabari-gli-ultimi-nomadi&catid=19:prefazioni-di-terzani&Itemid=23

continua parte 3

Il governo buddista di Ashoka

Re Ashoka (che in sanscrito vuol dire “senza dolore”), il terzo monarca della dinastia indiana Mauryan (268-232 a.c.), nato intorno al 304 a.c., fu un re crudele e spietato che si convertì al buddismo e divenne così un re virtuoso. Il suo regno ha coperto la maggior parte dell’India e della Persia, l’Asia del Sud, il Bengala e Mysore. fino all’attuale Afghanistan. La sua ammirevole politica è testimoniata dagli editti che egli scrisse su rocce e colonne che nel XIX secolo furono trovati in India, Nepal, Pakistan e Afghanistan. Con questi editti Ashoka intendeva trasferire ai posteri i principi del suo governo e quindi, dalle incisioni sulla pietra, è stato possibile conoscere i suoi principi morali che informarono le sue riforme e guidarono la creazione di una società giusta e umana. Dagli studi di questi scritti emerge la figura di un sovrano potente e in grado di stabilire un impero fondato sulla giustizia e sul benessere morale e spirituale dei suoi sudditi. Egli assunse il titolo  di “Devanampiya Piyadassi” che significa “amato dagli dei, colui che guarda con affetto.”La sua conversione a questi principi ebbe origine da  due anni di guerra di successione in cui  fu  ucciso almeno uno dei suoi fratelli. Nel 262 a.c., infatti, otto anni dopo la sua incoronazione, l’esercito di Ashoka attaccò e conquistò Kalinga (territorio corrispondente all’attuale Orissa). L’enorme perdita di vite umane e la grande disperazione che ne derivò, determinò un cambiamento completo nella sua personalità. Così egli cominciò ad applicare i principi buddisti per la gestione del suo vasto impero che diffuse sia in India che all’estero tanto che, si ritiene, furono opera sua i primi  monumenti buddisti (stupa, nonasteri ecc.).

Nei suoi editti Ashoka fa spesso riferimento alle opere buone che ha fatto e dice ai suoi sudditi, che egli considerava come suoi figli, che il loro benessere è la sua principale preoccupazione; Ashoka si scusa per la guerra di Kalinga e rassicura la gente oltre i confini del suo impero di non avere intenti di conquista dei loro territori. Ashoka infatti  rinunciò alla politica estera predatoria che sino ad allora aveva dominato la politica del suo impero, sostituendolo con una politica di coesistenza pacifica. Egli sperava di infondere nei suoi sudditi la sua filosofia religiosa, pur divulgando principi di tolleranza, promozione e protezione, quale dovere di Stato,  verso le altre religioni da cui il suo popolo avrebbe dovuto mutuare i buoni insegnamenti. Egli parla della morale di Stato e della moralità individuale, entrambe ispirate  ai  valori buddisti della compassione, della moderazione, della tolleranza e del rispetto per ogni forma di vita.  Ashoka riformò il sistema giudiziario informandolo a principi di equità, sospendendo l’esecuzione ai condannati a morte e condonando le pene ai prigionieri; abolì la tortura e ogni forma di abuso. Egli, secondo gli insegnamenti del Buddha, bandì lo sperpero della spesa pubblica e utilizzò le risorse statali per utili opere pubbliche, tra cui l’importazione e la coltivazione di erbe mediche, la costruzione di case di riposo ed ospedali, lo scavo di pozzi lungo le strade principali e la coltivazione di frutta e alberi da ombra. Pose termine alle inutili cerimonie di buon auspicio  sancendo che fosse più importante trattare correttamente le persone. Ashoka si avvicinò alla sua gente per comprenderne i bisogni e diede la sua piena disponibilità all’ascolto del popolo, qualunque faccenda lo tenesse occupato in quel momento. Lo Stato aveva la responsabilità non solo di proteggere e promuovere il benessere del suo popolo, ma anche la sua fauna. Vietò così la caccia  di alcune specie di animali selvatici e la crudeltà verso tutti gli animali domestici e selvatici, bandendone il sacrificio nei rituali religiosi ed insegnando il rispetto per ogni forma di vita.

Con la moralità individuale Ashoka promosse il rispetto e la generosità verso i genitori, gli anziani, gli insegnanti, gli amici, i servi, gli asceti e i bramani,  secondo il consiglio dato a Sigala dal Buddha, nonché verso i funzionari e i dipendenti. Per lui, moralità individuale significava anche  cortesia, auto analisi, veridicità, gratitudine, purezza di cuore, entusiasmo, fedeltà, auto-controllo e amore per il Dharma. Promosse  i pellegrinaggi e lui stesso andò sino a Lumbini e Bodh Gaya e inviò i suoi monaci a diffondere il grande messaggio buddista. Non si sa molto delle conseguenze delle sue riforme ma quel che è certo è che egli le sentì doverose in ottemperanza alla filosofia  buddista che aveva pervaso la sua vita e che rappresentò un perenne esempio per tutti i monaci del mondo.

Così si legge in uno dei suoi editti_

Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo”.

E ancora…

In verità, ritengo che il benessere di tutti sia il mio dovere, e la radice di questo dovere sta nello sforzo e nella azione profusi per questo scopo. Non c’è lavoro migliore che promuovere il benessere di tutte le persone e intendo ripagare il debito nei confronti di tutti gli esseri umani per assicurare loro la felicità in questa vita e il raggiungimento del cielo nella prossima. Pertanto, questo editto Dhamma è stato scritto per durare a lungo affinché i miei figli, nipoti e pronipoti possano agire in conformità con esso per il bene del mondo.”.

Ashoka morì nel 232 a.C. nel trentottesimo anno del suo regno.

Ogni colonna riportante gli editti di Ashoka era stata originariamente ricoperto da un capitello, a volte un leone, un toro o un cavallo e quei pochi ancora rimasti  sono capolavori dell’arte indiana.

Una delle colonne di Ashoka più famose è quella di Sarnath dove si trova ancora oggi (Sarnath è a 20 kn da Varanasi, dove il Buddha tenne il suo primo discorso da illuminato). Sulla colonna è scritto “Nessuno deve provocare divisioni nell’ordine dei monaci”. Il capitello, che in origine lo sovrastava, formato da quattro leoni che si danno le spalle, si trova  attualmente  nel Museo di  Sarnath ed è stato adottato come emblema nazionale dell’India; il disegno della ruota a 24 raggi che, sul capitello, simboleggia il Chakra di Ashoka o ruota (o ciclo) della Giustizia (in sanscrito Dhamma o Dharma), dal 22 luglio 1947 è stato posto al centro della bandiera nazionale dell’India.

Gli editti di Ashoka vennero scritti in una lingua vicina al sanscrito  ma un editto in Afghanistan è bilingue (greco ed aramaico).

un sito interessante a proposito:

http://www.cs.colostate.edu/~malaiya/ashoka.html

Un testo intressante: “Gli editti di Ashoka” Ediz. Adelphi.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

A PASSOININDIA non poteva mancare un post sull’induismo. Sarebbe riduttivo definire l’Induismo come una religione rappresentando esso piuttosto un’intera cultura che condiziona le relazioni e i comportamenti quotidiani degli indiani. La parola deriva dal sanscrito sindhu, in latino indus, che significa fiume. Quando, alla fine del XII secolo, i turchi islamici si stabilirono nel Nord India, chiamarono la nuova terra conquistata Hind, da cui Hindi la lingua e Hindù coloro che la abitavano. Più tardi gli inglesi crearono il neologismo Hinduism da cui deriva oggi la parola che conosciamo. Abbiamo mutuato il post che segue da SAMSARAROUTE.WORDPRESS.COM che avvicina questo complesso argomento attraverso l’esperienza vissuta di un viaggio in India poiché il viaggio, secondo la filosofia di SAMSARAROUTE,  diventa “una catena di incontri memorabili, episodi apparentemente fortuiti ma che trasmettono il “senso del luogo” e noi, pienamente, condividiamo.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

di Matteo Tomasina

L’induismo è una delle più antiche religioni al mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, con la stesura dei primi testi sacri, i “Veda”, più di 3.500 anni fa. Una religione che sopravvive da più tempo del cristianesimo e la cui tradizione scritta è più antica di quella biblica. Leggere i Veda significa forse approcciarsi al più antico testo dell’umanità.

Che questa religione sia tutt’ora viva e vitale in India, che abbia centinaia di milioni di fedeli e sia sopravvisuta all’arrivo violento dell’Islam e delle altre religioni monoteiste (cristianesimo compreso) rappresenta uno dei fattori che culturalmente più mi affascinano. In India tutto si conserva, e non si è mai verificato quel “crepuscolo degli dei” che invece l’Occidente ha conosciuto con la fine dell’Impero romano e l’avvento del mono cristiano. Le analogie, o le risonanze, tra l’induismo e le antiche religioni del mondo greco e romano mi colpiscono, e mi sembra di assistere in prima pesona a discorsi e situazioni che provengono da un’altra dimensione, da un altro tempo, e che solitamente mi ritrovavo a studiare al liceo.

L’idea di religione “pagana”, politeista, non rigidamente codificata dai dogmi, priva di una chiesa (nel senso di una gerarchia e di un’organizazzione) a noi sembra museale, vaga, quasi mitica. Ma questi termini, tutti contrapposti a quelli del cristianesimo e dell’Islam, avvicinano allla realtà dell’induismo.                                                                                                                                                              

Ci sono sicuramente grandi differenze tra la religione storica dell’India e quelle antiche dell’Europa. Ma quando passo di fronte ai templi indù, alcuni completamente verniciati di bianco, altri colorati in modo sgargiante di rosso, arancione, verde, blu e giallo, con le statue policrome delle divinità collocate sopra l’ingresso e poi, per l’adorazione, al centro e in diverse celle laterali, mi torna in mente che anche le statua greche, e i templi (come il Partenone) erano all’origine coloratissimi e la loro “pulizia splendente” è un’invenzione della cultura moderna. Un tempio hinduista può anche apparire ai nostri occhi eccessivo, ingenuo, quasi pacchiano e un pò carnevalesco, ma collocato in questa luce mi rendo conto che la mia idea di sacro è molto viziata da certe visioni.

Tempio indu

Posso fare esperienza di come l’induismo viene vissuto dalle persone quando io ed Elisa siamo ospitati per due giorni da Anurdha, una ragazza di Hyderabad membra dello staff di AIESEC. Si tratta della nostra ultima sistemazione momentanea e improvvisata prima del nostro definitivo trasferimento all’Ong. E’ anche l’ultima volta che ci troviamo a vivere nel cuore di Hyderabad, perchè poi la nostra sede di “lavoro” sarà fuori città, nella campagna vicino a un quartiere chiamato Uppal, in ogni caso la zona “popolare”.

La zona in cui abita Anu con la famiglia (il padre e il fratello) è invece un quartiere vivace, fatto di palazzine dipinte a colori accesi, e immerse in quello che ai miei occhi sembra sempre un immenso bazar. Si passeggia fra una miriade di negozietti, chioschi e bancarelle più o meno improvvisati che vendono di tutto, dai vestiti al cibo, passando per ciabatte, bigiotteria, coperte, roba da ferramenta, pezzi di ricambio per auto e moto, cellulari, medicine, sigarette sfuse e spezie. Non ci sono orari di chiusura o di apertura, il viavai è continuo, al rumore dei clacson e dei motori (moto e autorisciò si buttano tranquillamente in mezzo alla marea di pedoni) si sovrappone il gran vociare delle persone che chiacchierano o che contrattano.

In casa si respira invece non a caso un certo clima di “spiritualità”. Siamo ospitati da una famiglia religiosa, almeno in senso indiano. Il padre della nostra amica fa l’insegnante di sanscrito (la lingua sacra in cui sono scritti i Veda, affine per molti versi al nostro greco), e ci tiene a conservare e osservare tutte le tradizioni della sua religione. E’ la versione contemporanea di un brahmano, la casta di uomini di lettere – sacerdoti un tempo al vertice della società indu. Mi colpisce che una piccola stanza della casa (di dimensioni piuttosto modeste), di fianco alla sala, è occupata semplicemente da un piccolo altare, su cui sono appoggiate le icone di diverse divinità. In un angolo, ci sono quelli che sembrano diversi libri di preghiere. Anu mi accompagna all’ interno, e mi spiega che è la stanza in cui suo padre tutte le mattine alle sette mette in atto la puja, quella che noi chiameremmo “adorazione”. Si tratta in realtà di un piccolo rituale di offerta, in cui ci si propizia le divinità portando cibo, soprattutto frutta, bruciando incenso o altre sostanze e compiendo gesti rituali. C’è la puja domestica, quella al tempio, come quella giornaliera e la puja per giorni speciali. Con tutte le sue varianti, assomiglia forse più a un rituale di sacrificio che alla nostra comune idea di preghiera. Davanti alle icone delle sue divinità il padre di Anu tiene infatti dei piattini con semi, arachidi, bacchette di incenso e piccoli cubetti di materiale combustibile.

Stanza della Puja

Le divinità le conosco poco, ma riconosco Shiva, col corpo blu, la posizione seduta e l’aspetto regale. Un’altra divinità ha sembianze femminili, mentre sulla destra c’è un ritratto di Sai Baba con la barba bianca e la mano aperta. Questo ultimo personaggio è molto interessante, e non deve essere confuso col più famoso Sathya Sai Baba, il controverso predicatore morto di recente e che aveva seguaci anche in Europa. Il Sai Baba storico (di cui Sathya pretendeva di essere la reincarnazion) era infatti un guru (maestro spirituale) vissuto alla fine dell’Ottocento, che è stato poi divinizzato dagli induisti (ma anche santificato dai mussulmani). E’ rappresentato insieme alle altre divinità induiste e ci sono templi a lui esclusivamente dedicati, nella cui zona centrale troneggia la sua statua (che è comunque quella di un povero mendicante, come in effetti aveva deciso di vivere, a differenza del suo emulo recente). Comunque, si tratta di una figura storica fra personaggi mitologici!

Shirdi Sai Baba (fonte saibaba.rw)

Tempio di Sai Baba

Anu si mette a raccontarmi la storia dei diversi dei, e faccio fatica a seguirle fra le innumerevoli vicende. Sono dei, come quelli greci romani, che si sposano, fanno figli, si alleano, si tradiscono, si combattono, giocano a intervenire nelle vicende degli uomini. A volte sembrano portatori di grandi verità filosofiche, altre sono in preda a passioni e capricci come i loro “fratelli minori”. Mi colpisce come Anu tratti a volte quelli che sono i “suoi” dei anche con leggerezza e ironia (forse perchè ha la percezione di annoiarmi): mi dice che Ganesh, il dio della testa di elefante, è in fondo una figura paffuta e simpatica, mentre Sai Baba assomiglia un pò a Babbo Natale..

In ogni caso, non sembra interessata a persuadermi di nulla, mi racconta le cose con tranquillità. L’induismo non conosce la conversione, è una religione etnica e tradizionale. E’ una fenomeno proprio dell’India e del popolo indiano, che è naturale abbia i suoi culti come altri popoli hanno i loro. Si trasmette di generazione in generazione, ma essendo legato spesso a pratiche e circostanze locali, non ha senso che esca fuori dai suoi confini. Per questa ragione, non avendo pretesa di universalità, l’induismo può essere declinato in chiave molto tollerante.

 (segue parte 2)

 

con Anuradha e suo padre

Madre

 Mia madre era disabile, aveva una gamba sola e camminava con le stampelle. La odiavo perché altri bambini mi prendevano in giro a causa della sua condizione che a me portava un grande imbarazzo. Quando camminavo accanto a lei tutti mi guardavano con occhi strani e questo non mi piaceva affatto. Non ho mai conosciuto mio padre e lei mi raccontava che lui l’ha lasciata presto sola e se ne è andato chissadove; altro di lui non ho mai chiesto perché non mi interessava sapere di più su qualcuno che non ho mai visto. A volte pensavo che fosse a causa di mia madre se lui adesso non era qui con noi.

Una volta, quando ancora andavo a scuola, dimenticai la gamella del pasto e mia madre venne a portamela in classe; fu un gesto gentile ma, invece di ringraziarla, mi arrabbiai moltissimo e le dissi di andarsene altrimenti gli altri avrebbero cominciato a prendermi in giro. Così fece, senza dirmi una parola.

La mia scuola era una delle più belle della città, frequentata da figli di ricchi signori; durante le riunioni di classe i loro genitori arrivavano su grandi macchine e indossavano vestiti moderni ed eleganti , mentre a mia madre, che invece vestiva ordinario, avevo detto di non venirci mai.

L’unica cosa bella è che ero bravo nello studio ed uno dei migliori studenti della classe, tanto che, dopo la scuola, ebbi l’opportunità di entrare in uno dei migliore istituti per Ingegneri di Nuova Delhi. Lì, quindi, mi trasferii, condividendo una camera dell’ostello con i miei compagni di classe. Solo una volta all’anno andavo a trovare mia madre perché preferivo trascorrere le vacanze scolastiche con i mie amici. Dopo la laurea venni assunto da un’ azienda molto conosciuta e mi trasferii a Mumbai; guadagnavo bene e quindi, in poco tempo, potei permettermi una casa tutta mia, mi sposai ed ebbi due figli.

In questi anni andai a trovare mia madre solo due volte essendo molto occupato con il mio lavoro. Ero felice per la mia carriera e con la mia famiglia, avevo benessere e comfort. Un giorno invitai i miei capi e alcuni colleghi ad una festa nella mia bella casa, considerando che tal cosa aiuta la carriera; mentre stavamo festeggiando, qualcuno bussò alla porta e, quando andai a vedere, scoprii che era mia madre; mi arrabbiai molto, perché era venuta senza avvisarmi. Ma lei aveva capito e, senza dire una parola, mi abbracciò, mi baciò sulla fronte e se ne andò.

Pochi giorni dopo ero in ufficio a lavorare sodo quando ricevetti una telefonata; mi dissero che Lei era in ospedale e che stava molto male. Io avevo un importante appuntamento d’affari cui non potevo mancare e, quindi, solo la sera, potei prendere un treno da Mumbai; la mattina, arrivato in ospedale, l’ infermiera mi comunicò che mia madre era morta e che aveva lasciato una lettera per me.

Mio carissimo figlio, pezzo del mio cuore, prima di morire vorrei vederti e abbracciarti, ma non so se riuscirò, quindi ti scrivo tutto ciò che avrei voluto dirti. Non mi hai mai chiesto di tuo padre e perciò non ti ho mai raccontato di lui ma voglio che tu sappia perché mi ha lasciato. La notizia che sarei diventata mamma fu la notizia più bella della mia vita. Per tuo padre, invece, non fu proprio così preferendo la carriera a tutto il resto e quindi mi ordinò di abortire. Ma questo per me era difficile e lo pregai di non farlo ma i sentimenti di una madre e l’amore per i figli non sono comprensibili a tutti; infatti lui non capii, mi lasciò e se ne andò in Australia. In quel brutto periodo in cui rimasi sola tu eri sempre con me, ti sentivo nella mia pancia. Quando sei nato, il tuo pianto e le tue risa mi hanno dato coraggio e la convinzione di non essere sola. Un giorno, quando tu avevi quasi 3 anni, andammo a comprare; mentre stavo comprando la frutta su una bancarella, ti eri spostato verso la strada, quando vidi che una macchina stava arrivando velocemente verso di te; mi buttai davanti all’auto per salvarti, spingendoti più in là. Così persi una gamba e diventai una disabile. Quando ti vedevo camminare, giocare e correre con gli altri bambini me ne dimenticavo ogni volta. Sono stata felice di averti salvato, regalandoti una vita normale. La povertà non mi permise di continuare a studiare perciò impiegai il denaro di una vita affinché, almeno tu, potessi frequentare una delle migliore scuole; oggi sono contenta della tua bravura e dell’ottimo lavoro che hai. Mi dispiace di essere venuta da te senza avvisarti; la notte avevo fatto un brutto sogno e la mattina sono andata nel tempio a pregare che Dio facesse morire prima me. Così sono partita subito per Mumbai e, quando ti ho visto, mi sono tranquillizzata. Sono contenta che Dio mi abbia ascoltato.

Tua Madre “.

TESTO BY PASSOININDIA

FOTO: STEVE MCCURRY

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