Il mondo come io lo vedo

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’.

Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’ inconveniente delle   persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla.”

(tratto da “Il mondo come io lo vedo”1931, Albert Einstein).

 

Il testo è stato scritto nel 1931, l’anno in cui tocca il picco in Europa la grande crisi del 1929 arrivata dall’America. Di lì a poco anche il Nazismo e la Seconda Guerra Mondiale.

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Maoisti e naxaliti

Proponiamo un interessante articolo di Francesco Brunello Zanitti è ricercatore associato dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e autore del libro Progetti di egemonia pubblicato su sito

http://www.geopolitica-rivista.org/17025/chi-sono-i-maoisti-indiani/

che spiega chi sono i maoisti e i naxaliti in India, scritto al tempo in cui nostri connazionali vennero rapiti in Orissa e proprio i maoisti ne rivendicarono il sequestro…

Da alcuni giorni l’attenzione dei giornali italiani è posta sui cosiddetti gruppi maoisti indiani, responsabili del rapimento di due nostri connazionali nello Stato indiano di Orissa. E’ bene comprendere le caratteristiche basilari di questi movimenti, dal momento che, sebbene sia una questione interna all’India, questa problematica si collega ai già delicati rapporti  tra Roma e Nuova Delhi per il caso legato ai due marò accusati dell’uccisione di due pescatori indiani al largo delle coste del Kerala. 

Questi gruppi sono eredi di quella che è stata definita storicamente come rivolta maoista o naxalita. Il primo ministro Manmohan Singh l’ha definita alcuni anni fa come la più grande minaccia per la sicurezza interna dell’India contemporanea. La sollevazione naxalita riguarda attualmente tutta la fascia nord-orientale e centro-orientale del paese, interessando, più o meno intensamente, ben 20 dei 28 Stati componenti la Federazione indiana. I territori maggiormente colpiti dalla rivolta sono le cosiddette “sette sorelle” del nord-est (Arunachal Pradesh, Assam, Meghalaya, Mizoram, Manipur, Nagaland, Tripura), Bengala occidentale, Bihar, Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand, Uttarkhand, Madhya Pradesh, Uttar Pradesh, Maharashtra, Andhra Pradesh, Karnataka, Tamil Nadu e Kerala. L’area attraversata dalle rivolte è definita anche come “corridoio rosso” dell’insurrezione maoista.

Il termine naxalita deriva dalla sommossa contadina e anti-governativa del 1967 scoppiata a Naxalbari, piccolo villaggio del Bengala occidentale. Dalla fine degli anni ’60 le rivolte contadine, aventi l’appoggio dell’ala estrema del partito comunista indiano e prendendo come modello di riferimento la sommossa di Naxalbari, si sono propagate in breve tempo nell’India nord-orientale, centrale e meridionale, diffondendosi, inoltre, in Nepal e Bangladesh. Negli ultimi anni il vuoto di potere causato dalle autorità centrali ha comportato l’ascesa del Communist Party of India (Maoist), nato dalla fusione tra Maoist Communist Center of IndiaCommunist Party of India (Marxist-Lenist) e People’s War Group nel 2004, dopo anni di lotte intestine tra gli stessi gruppi dell’estrema sinistra indiana. La fusione ha portato alla creazione di un’unica forza armata chiamata People’s Liberation Guerilla Army (PLGA), nonché la costituzione di un apparato ben organizzato il cui vertice è rappresentato da un Comitato Centrale dal quale provengono le direttive per i singoli comitati statali, regionali e distrettuali, con collegamenti anche con i partiti maoisti in Nepal e Bhutan.

L’ultimo anno è stato contraddistinto da un deciso calo degli incidenti, anche se nuove aree precedentemente non colpite dal fenomeno sono ora contraddistinte da questa problematica; le nuove regioni sono in particolare quelle del nord-est, dove il vuoto di potere lasciato dalle organizzazioni indipendentiste in base a motivi etno-linguistici, parzialmente sconfitte, è stato prontamente ricoperto da alcuni gruppi legati al CPI(M). Secondo South Asia Terrorism Portal nel 2011 i distretti colpiti dall’insurrezione erano 141, rispetto ai 194 del 2008. Tuttavia, il primo caso di rapimento di cittadini stranieri occidentali potrebbe dare nuova linfa e popolarità ai gruppi insurrezionali, i quali ora sono maggiormente conosciuti a livello statale e globale.

L’obiettivo dichiarato del gruppo maoista è quello di rovesciare i diversi governi presenti negli Stati indiani per consegnare il potere direttamente alle popolazioni locali. Ma le motivazioni non solo solamente di carattere ideologico. I naxaliti hanno rivendicato la propria azione insurrezionale e violenta, infatti, in difesa delle svariate popolazioni tribali presenti nell’area, solitamente definite come Adivasi e comprendenti un universo estremamente variegato di etnie e tribù molto diverse tra loro. Ogni Stato e regione ha inoltre delle problematiche diverse e spesso il malcontento viene generalmente etichettato per semplicità come maoista, senza comprendere le reali motivazioni interne che differiscono a seconda del contesto. La situazione interna dell’Orissa è molto differente rispetto alle aree del nord-est, dove, unitamente a questioni di carattere sociale, esistono movimenti per la separazione dall’India con potenziali riperscussioni geopolitiche, visto il coinvolgimento di attori esterni come Bangladesh, Myanmar, Bhutan e Cina, interessati alle ingenti risorse presenti nell’area. Nell’Andhra Pradesh l’insurrezione maoista era collegata, fino a pochi decenni fa, alle richieste d’autonomia statale della regione del Telangana. Oggi permangono problematiche sociali ed economiche legate in particolar modo al settore agricolo, ma i collegamenti con i movimenti naxaliti sembra siano stati parzialmente sradicati, data la loro sempre più scarsa presenza nei distretti della regione. In Orissa l’ultimo anno ha registrato un’accresciuta mancanza di potere da parte delle autorità centrali e delle forze di sicurezza; questo in parte spiega l’avvenuto rapimento di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo.

Nelle tredici condizioni poste dal gruppo maoista guidato da Sabyasachi Panda (segretario del Comitato organizzativo per il CPI-Maoist dell’Orissa) per il rilascio dei due italiani rapiti, è (leggi era) presente la richiesta di porre termine all’Operazione Caccia Verde (Operation Green Hunt), ossia l’azione militare predisposta da Nuova Delhi per sconfiggere il maoismo, e l’espulsione di tutto il personale paramilitare dall’Orissa. L’Operazione Caccia Verde è composta da corpi di polizia e gruppi paramilitari indiani, ma anche di appositi contingenti creati dalle multinazionali interessate alle risorse dell’area, nonché da guerriglieri tribali nemici dei maoisti ed ex guerriglieri naxaliti.

I maoisti giudicherebbero in maniera negativa i cosiddetti “safari umani” avvenuti nel passato in Orissa e di cui è stato accusato anche lo stesso Bosusco. Il governo dell’Orissa ha recentemente stabilito la restrizione dell’accesso di turisti e ricercatori nelle aree abitate da gruppi tribali particolarmente vulnerabili.

Il rapimento non avrebbe comportato una significativa presa di forza da parte dei gruppi maoisti né una chiara strategia preparatoria. Alcuni analisti sostengono che il rapimento non avrebbe avuto la benedezione del CPI (Maoist); si tratterebbe infatti di un’operazione locale, riguardante le ambizioni personali di Sabyasachi Panda. Inoltre, il caso dei “safari umani” non rappresenterebbe la primaria causa del rapimento, il quale sarebbe piuttosto collegato alle volontà egemoniche di Panda nell’area, una dimostrazione di poter ricoprire un ruolo di primo piano all’interno del Comitato Centrale e soprattutto di non subire il controllo di altri leader maoisti, in particolar modo quelli provenienti dalla vicina Andhra Pradesh a capo delle operazioni in Orissa. Si tratta dunque di un fattore che testimonia la scarsa unità dei gruppi maoisti. In ogni caso una loro significativa ripresa potrebbe comportare simili azioni in altre zone del paese, generando allo stesso tempo degli effetti negativi per l’arrivo di turisti stranieri in Orissa o negli altri Stati particolarmente colpiti dal fenomeno.

Una delle conseguenze negative della vorticosa ascesa economica dell’India degli ultimi vent’anni, con la contemporanea apertura del mercato indiano agli investimenti stranieri, è l’aver comportato degli effetti deleteri per il secolare sistema sociale delle popolazioni tribali dell’India. Il problema non è solamente legato a questioni di carattere ideologico o alla mancata volontà da parte dei naxaliti e delle popolazioni rurali dell’accettare un’idea di “progresso”. Molto spesso, infatti, la modernizzazione legata all’attuale crescita dell’India ha comportato lo sgretolamento di ataviche strutture sociali, difficili da sradicare con le sole promesse di “progresso”, unito alla degradazione ecologica d’intere regioni, vista la cospicua presenza di risorse minerarie, attiranti l’attenzione dei privati e delle multinazionali. L’intera fascia dell’India centro-settentrionale è attraversata da questa problematica, nella quale sono in gioco gli interessi d’importanti gruppi industriali mentre le preoccupazioni riguardanti la degradazione ambientale e il crollo di antichi sistemi sociali tribali e rurali sono messe in secondo piano. Le Special Economic Zones governative, se da una parte possono essere viste come l’emblema della positiva crescita economica indiana, da una diversa prospettiva, comportano la conversione d’intere regioni in nuovi spazi economici, causando lo spostamento di un gran numero di contadini, operai, pescatori, per lo più poveri, in altre zone. Allo stesso tempo anche i gruppi maoisti hanno assunto un potere locale sempre più forte, controllando intere regioni ricche di risorse. La rivolta naxalita s’inserisce in questo contesto e sovente “utilizza”, in chiave ideologica e per interesse personale dei propri leader, le rivendicazioni delle popolazioni rurali e tribali. E’ dunque una delle componenti negative della riconosciuta crescita economica dell’India contemporanea, una delle sfide per il futuro di Nuova Delhi.

Il supporto decisivo del mondo rurale indiano all’azione violenta dei maoisti, la quale costantemente colpisce gli stessi civili, è strettamente legata al carattere di estrema povertà delle regioni del “corridoio rosso”, unito alla totale assenza di un sistema governativo in grado di garantire dei servizi minimi. La soluzione del problema naxalita è dunque molto complicata, vista l’estensione dell’insurrezione e l’appoggio attivo di una parte della popolazione, avvenuto grazie alla capillare azione dei gruppi maoisti nelle zone rurali negli ultimi trent’anni. Secondo alcuni analisti la rivolta maoista, possibile ostacolo per la coesione interna del paese, sarà completamente superata una volta che l’India saprà sconfiggere efficacemente l’estesa povertà presente nelle regioni contraddistinte dalla rivolta naxalita, garantendo al contempo il mantenimento di un sistema sociale e culturale che non può essere totalmente sradicato.

Francesco Brunello Zanitti è ricercatore associato dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e autore del libro Progetti di egemonia.

I pellerossa: «Salvate Wounded Knee»

Parliamo di INDIANI D’AMERICA.

Bulldozer e cemento in un luogo considerato sacro per gli indiani d’America. Gli indigeni hanno lanciato un ultimo appello per salvare Wounded Knee, ma serve una cifra da capogiro. E non va meglio a Parigi, dove sono finite all’asta le maschere tribali degli indiani Hopi. Due episodi che hanno trasformato in denaro sonante la loro cultura. SERVONO 3,9 MILIONI DI DOLLARI. Il sito della battaglia finale tra ‘visi pallidi’ e ‘pellerossa’ in South Dakota è destinato a essere messo all’asta al migliore offerente se entro il primo maggio la poverissima tribù dei Sioux Oglala non riescirà a trovare i 3,9 milioni di dollari richiesti per acquistarlo. Una cifra giudicata eccessiva dai discendenti di Alce Nero, il leggendario sciamano che a Wounded Knee fu ferito, e di Cavallo Pazzo, il cugino sepolto, pare, sulle rive di quel fiume. Anche perché al catasto il teatro del sanguinoso scontro del 29 dicembre 1890, quando, in nome della civiltà, vennero massacrati dal Settimo cavalleria dello US Army, centinaia di poveri indiani indifesi e infreddoliti, è valutato appena 7 mila dollari. UN LUOGO DAL SAPORE DI LEGGENDA. Pare impossibile che possa succedere: Wounded Knee è un luogo col sapore della leggenda: «Quando mi guardo indietro dal monte alto della mia vecchiaia, vedo ancora le donne e i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. Morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno», raccontò poi Alce Nero che dello scontro fu testimone oculare. GLI INDIANI: «BATTAGLIA PER SOPRAVVIVERE». Il 12 aprile, mentre a Parigi, contro il volere delle tribù e dell’attore Robert Redford è stata dispersa in un’asta una collezione di maschere Hopi, il grido di dolore degli indiani si è fatto sentire anche sul New York Times: «La nostra battaglia per sopravvivere continua oggi, per preservare non solo la nostra cultura e la nostra lingua, ma anche la nostra storia e la nostra terra», ha scritto il capo Joseph Brings Plenty, ex presidente della tribù Cheyenne River Sioux, chiedendo al presidente Barack Obama un intervento federale contro la vendita di Wounded Knee, per preservarlo come monumento nazionale. UNA PRATERIA DI 40 ACRI. In tutto 40 acri di prateria, Wounded Knee appartiene dal 1968 a James Czwczczynsky, che sostiene di aver provato per anni a cederlo agli indiani: «Ma non siamo mai riusciti a metterci d’accordo», ha spiegato. «Ora ho 74 anni e ho detto basta». A PARIGI, SÌ ALL’ASTA DI 70 MASCHERE SACRE. Intanto oltreatlantico si è consumata un’altra battaglia e i discendenti dei pellerossa ne sono usciti sconfitti: la giustizia francese ha dato il via libera alla controversa asta di 70 variopinte maschere sacre della tribù Hopi, secondo quanto annunciato dal loro avvocato, Pierre Servan-Schreiber. Contro la vendita, considerata sacrilega dalla tribù dell’Arizona, si era schierato anche l’attore Robert Redford, che aveva definito l’asta «un gesto criminale» e aveva chiesto alla maison Neret-Minet di restituire gli oggetti alla tribù. Si era mobilitato anche l’ambasciatore degli Stati Uniti in Francia Charles Rivkin, con la richiesta di un rinvio al governo francese. È stato tutto inutile: le maschere sono state disperse per oltre 900 mila euro anche se uno dei primi acquirenti, Alain Giraud, ha deciso di restituire la sua alla tribù.

Venerdì, 12 Aprile 2013

fonte:     http://www.lettera43.it/ambiente/i-pellerossa-salvate-wounded-knee_4367591300.htm

Vaisakhi

Ieri,  13 di aprile, al mio Paese, nell’India settentrionale, abbiamo festeggiato, come tutti gli anni in questo giorno, la Vaisakhi chiamata anche Baisakhi, Vaishakhi o Vasakhi. E’ una festa celebrata da noi sikh ma anche dagli induisti e dai buddisti anche se per ragioni differenti. Per gli induisti è l’inizio del nuovo anno, ed è celebrato con bagni, feste e adorazioni. Ai buddisti ricorda la nascita, il risveglio e il passaggio alla via illuminata del Buddha nato come principe Siddharta. Per il sikkismo è particolarmente importante perché commemora il giorno in cui, nell’anno 1699, il decimo Guru Sikh, Gobind Singh, ha istituito il Khalsa Panth, cioè l’ordine dei Puri, che detiene il potere temporale (civile, militare, esecutivo) nella comunità Sikh ed ha attribuito il potere spirituale non più ad una persona, come era avvenuto sino ad allora, ma ad un libro il Guru Granth Sahib.  In Punjab (qui la festa si chiama visākhī), la regione del nord India maggiormente abitata da noi sikh,  è quindi  tutta una grande festa. I fulcri religiosi più fervidi di questa festa sono il Talwandi Sabo, il luogo dove il Guru ha vissuto nove mesi completando la scritturazione del Guru Granth Sahib, il nostro libro sacro, il  Gurudwara (tempio) di Anandpur Sahib, cioè il luogo di nascita del Khalsa e il Tempio d’Oro di Amritsar. In realtà, ovunque ci sia un gurudwara, c’è stata una grande folla per pregare e leggere Gurbani, i precetti del libro, cantare kirtan e fare il bagno nella piscina del tempio.  Questa festa è anche l’occasione, per  gli agricoltori, di  ringraziare Dio di aver avuto un buon raccolto e pregare che il successivo sia altrettanto prospero; la sera quindi la gente si è divertita eseguendo la Bhangra, una danza che racconta la storia di tutto il processo agricolo, dalla lavorazione del terreno, alla semina, alla raccolta.  La regione da cui provengo, il Punjab, il cui nome significa “terra dei cinque fiumi” è chiamata “granaio dell’India” perché i prodotti derivati dalla sua fertile terra (riso, mais, grano…) approvvigionano tutta l’india, prevalentemente arida, e costituiscono la prima risorsa del Punjab. Potete quindi comprendere l’importanza di una buona riuscita del seminato. In ogni villaggio la festa va avanti con coloratissimi mercati, abili giocolieri, e avvincenti partite di Kabaddi (cfr. post “kabaddi” su questo blog).

Il giorno di visākhī tutti gli Indiani commemorano anche il massacro di Amritsar avvenuto in questo giorno nel 1919. In quel giorno migliaia di indiani si trovavano al Jalianwalla Bagh, un parco nel cuore della città di Amritsar (cinto da mura con una stretta apertura di ingresso) proprio per celebrare il Baisakhi. Questo andava contro la legge marziale istituita dagli inglesi che vietava le riunioni di cinque o più persone in città. Quella legge marziale derivava da un periodo di grande tensione tra gli indiani e gli inglesi e seguì ad una serie di forti proteste in piazza guidate dal Partito del Congresso contro la legge che consentiva incarcerazioni arbitrarie di dissidenti senza alcun processo (Rowlatt Act); inoltre gli indiani erano sempre più avviliti per il fatto che dai loro sacrifici nella prima guerra mondiale non fosse derivato alcun riconoscimento. Era il periodo del messaggio gandiano della non violenza eppure spesso manifestazioni iniziate pacificamente diventavano feroci battaglie civili e questo portò il governatore inglese del Punjab Michael O’Dywer a dichiarare appunto la Legge marziale.

Ebbene, il 13 aprile 1919 un mezzo blindato marciò verso il parco  Jalianwalla Bagh di Amritsar  e i soldati, comandati dal generale O’Dywer, senza preavviso  fecero fuoco sulla folla che tentò di scappare gettandosi dai muri di cinta del parco e in un pozzo attiguo per evitare i proiettili. Ci furono 1516 tra morti (almeno 379) e feriti con 1650 proiettili sparati e senza alcun atto di soccorso da parte degli inglesi. Nei due mesi seguenti vennero fatte altre dure leggi marziali e perpetrate violenze contro gli indiani in tutto il Punjab. Persino il film Gandhi rappresenta questo fatto. O’Dywer non fu mai giustiziato, solo si dimise. Però nel 1940, ventuno anni dopo, fu assassinato per mano di Udham Singh, un attivista per l’indipendenza indiana, che volle vendicare il massacro cui lui assistette mentre stava offrendo acqua alla gente che era nel parco. Durante una riunione congiunta dell’Associazione delle Indie Orientali e della Società dell’Asia centrale a Caxton Hall, Londra, egli nascose una pistola dentro un libro appositamente tagliato per contenerla, entrò nella sala e sparò a O’Dywer che morì sul colpo. Udham venne arrestato, giudicato e impiccato. Quando il giudice gli chiese il suo nome egli rispose “sono Ram Singh Mohammad Azad” cioè il nuovo nome che si era dato, già prima di questo fatto, per dimostrare l’importanza di trascendere le divisioni di razza, casta, credo e religione, in nome dell’unità e indipendenza indiana. Infatti “Ram” è un nome indù, “Mohammad”  un nome musulmano e “Singh” un nome sikh. “Azad” significa essere liberi. Ma questa è un’altra storia.

Testo by Passoinindia con l’ausilio di fonti Wikipedia.

I Guardiani della Terra che abbracciarono gli alberi – I Bishnois

Le donne del popolo Bishnoi allattano al seno i loro bambini e contemporaneamente i cuccioli orfani di antilope e di cinkara (una specie di gazzella). Ecco perché:

La parola Bishnoi deriva da bis (venti) e noi (nove); essi infatti sono seguaci dei 29 principi enunciati da Guru Jambheshwar. I Bishnois sono conosciuti in tutto il mondo come i primi protettori dell’ambiente. Circa 562 anni, fa quando nessuno poteva ancora prevedere che danneggiare l’ambiente significa farsi del male, Guru Jambheshwar ha dato loro il messaggio di proteggere gli alberi e la fauna selvatica formulando questi 29 principi mirati alla conservazione della biodiversità della zona e per assicurare una conduzione pacifica della vita sociale della comunità.

Dei 29 principi, dieci sono diretti all’igiene personale e al mantenimento di una buona salute di base, sette ad un sano comportamento sociale, e cinque all’adorazione di Dio. Otto principi sono stati prescritti per preservare la biodiversità e incoraggiare il buon allevamento degli animali, incluso il divieto di uccidere gli animali, di abbattere alberi verdi, e di fornire protezione a tutte le forme di vita. La comunità deve fare attenzione che la legna da usare sia priva di piccoli insetti e non indossa panni blu perché il blu deriva da un colorante ottenuto dal taglio di una grande quantità di arbusti.

I Bishnois si trovano in Rajasthan, in Punjab,in Haryana, in Madhya Pradesh e in Uttar Pradesh (quindi prevalentemente nel nord India). La comunità dei Bishnois è stata fondata da Guru Jambheshwar nato a Bikaner nel 1451 ed lì sepolto. Egli ebbe una visione e capì che la causa della siccità era stata causata dall’interferenza delle persone con la natura. In seguito, divenne un sanyasi (uomo santo) noto come Swami Maharaj Jambeshwa. Egli lasciò ai suoi seguaci delle Scritture in carattere nagrichiamate Shabdwani che consistono di 120 Shabds. I Bishnois sono i discendenti di immigrati provenienti da Bikaner, parti dell’Haryana e del Punjab e sono quasi esclusivamente di casta Jats o Rajput, anche se spesso abbandonano il nome della casta e si descrivono semplicemente come Bishnoi. Oggi i Bishnois sono occupati nei settori dell’ information technology, dell’ingegneria, della medicina, della ricerca, lavorano per il governo, nei servizi di difesa, nella diplomazia o come assistenti sociali.

Il luogo di pellegrinaggio più importante per i Bishnois si trova al villaggio chiamato Mukam in Nokha Tehsil, nel distretto di Bikaner in Rajasthan.

Essendo grandi amanti degli animali selvatici si dedicano alla loro protezione e perciò si vedono cervi e antilopi pascolare nei loro campi, nonostante la grave carenza di acqua che attanaglia il Rajastan, dove vivono le maggiori comunità Bishnois. Essi non usano la legna per le cremazioni e, anche se sono indu, preferiscono dare sepoltura ai morti. E questo non è l’unico precetto dell’induismo ad essere rifiutato perché anche la separazione castale viene bandita.

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I Bishnois raccontano la storia di Amrita Devi, una donna Bishnoi che, insieme a più di 363 Bishnois, inclusi donne e bambini, è morta per salvare gli alberi di Khejarli, un villaggio nel distretto di Jodhpur, in Rajasthan (India), 26 km a sud-est della città di Jodhpur, da cui prendono il nome. Quasi due secoli fa, nel 1730, Abhay Singh Maharajah di Jodhpur richiese del legno per la costruzione del suo nuovo palazzo. Allora il re mandò i suoi soldati a tagliare gli alberi nella vicina regione di Khejarli. Ma quando Amrita Devi e gli abitanti dei villaggi locali lo vennero a sapere, si opposero agli uomini del re e abbracciarono gli alberi per proteggerli. Fu detto loro che il taglio degli alberi sarebbe stato risparmiato solo in cambio di denaro. Amrita rifiutò questo ricatto, considerandolo un insulto alla sua fede religiosa tanto che preferì perdere la sua vita e quella dei suoi compagni per salvare gli alberi. Questo episodio viene ricordato come il grande sacrificio di Khejarli. Alcuni dei Bishnois uccisi sono stati sepolti nel villaggio di Khejerli vicino a Jodhpur, dove è stata eretta una semplice tomba con quattro pilastri. Ogni anno, nel mese di settembre, i Bishnois si riuniscono in quel luogo per commemorare il sacrificio estremo fatto dal loro popolo per preservare la loro fede e la loro religione.

I Bishnois usualmente indossano una camicia bianca, un dhoti e turbante. Questo vestiario è l’ideale per il clima caldo secco del deserto. Essi prestano particolare attenzione alla pulizia nelle loro case. Un solo raccolto di miglio perlato (bajra) cresce durante la stagione dei monsoni. I cespugli, che crescono nei campi, proteggono la sabbia sciolta dall’erosione eolica fornendo così il necessario foraggio per gli animali durante la carestia. I Bisnois vivono spesso in piccoli villaggi chiamati Dhannis, costituiti da poche capanne rotonde con intricati tetti di paglia. I pavimenti di fango sono intonacati con sterco di vacca per tenere lontano i parassiti. Gli interni sono ariosi e puliti. C’è un granaio per proteggere le loro scorte e una vasta per immagazzinare acqua.

Queste le loro regole:

Osservare 30 giorni di intoccabilità dopo la nascita del bambino

Osservare una segregazione di 5 giorni, mentre una donna è nel suo ciclo mestruale

Fare un bagno di prima mattina

Rispettare le regole ideali di vita: Modestia, pazienza, purificazione

Eseguire due volte al giorno il rituale Sandhya

Elogiare Dio, il Signore Vishnu nelle ore serali (Aarti)

Eseguire Yajna (Havan) tutte le mattine (un antico rituale di offerte accompagnate da canto dei mantra vedici)

Filtrare il latte, l’acqua e la legna da ardere

Pronunciare parole pure in tutta sincerità

Adottare la regola del perdono e della pietà

Non rubare

Non condannare o criticare

Non mentire

Non sprecare il tempo

Osservare il digiuno di preghiera nel giorno di Amavashya (giorno che coincide con il Diwali – vedi articolo su questo blog) e fare offerte a Vishnu

Amare e avere pietà di tutti gli esseri viventi

Non tagliare il verde degli alberi, salvare l’ambiente

Allontanare la lussuria, l’ira, l’avidità e l’attaccamento

Accettare cibo e acqua solo se purificati dalla comunità

Fornire un rifugio comune per capre/pecore per evitare che vengano macellati nei macelli

Non sterilizzare il bue

Non usare oppio

Non fumare e fare uso di tabacco

Non assumere bhang (un preparato dalle foglie e fiori (gemme) della pianta di cannabis femmina, affumicati o consumato come bevanda nel subcontinente indiano) o canapa

Non bere vino o qualsiasi tipo di liquore

Non mangiare carne, rimanere sempre vegetariani puri

Non usare mai panni blu

(testo liberamente tratto e tradotto da http://en.wikipedia.org/wiki/Bishnois)

Ancora oggi i Bishnoi evitano i comfort moderni, compresa l’energia elettrica e l’acqua corrente in sintonia con una economia compatibile con l’ambiente circostante. A chi farà un viaggio in Rajastan sarà certamente proposto un bishnoi safari, nel deserto del Thar.

 foto tratta da: goinnovative.wordpress.com

TENTAZIONI

Abner Rossi scrive la sua ennesima bellissima poesia

http://rossiabner46.wordpress.com

 

Vivo di tentazioni ed amo molto

i miei tentennamenti.

Ho un odio vivo per tutti gli equilibri

ivi compresi anche i baricentri.

Della gravità accetto solo quella

del mio umore, del mio pensiero

che spesso vaga incerto.

A quella generale mi ribello,

la subisco, scalpito inquieto,

come se fosse un fatto personale.

La vivo sempre come un tradimento

della mia strenua voglia di volare.

All’acqua pura preferisco il vino

per la sua somiglianza con la vita:

a volte mi ubriaca, altre mi stende

ed altre ancora invece è nauseante.

Ma, per fortuna, mi innamoro spesso,

almeno ogni giorno, ad essere sincero,

e allora perdo peso e penso meno

e, in questi casi, bevo raramente.

…ti bacio e scrivo e questo,

almeno per me, è proprio tutto.

Abner Rossi

Non solo India

Agli amanti della fotografia e dei video, di quelle immagini che hanno fatto la storia e che ancora la faranno, consiglio vivamente questo link zeppo di informazioni visive mondiali, con relativa didascalia. Noi non potevamo che iniziare da qui… ma ce ne è per tutti i gusti e per tutte le curiosità;  l’ho trovato per caso ma ci vorrebbe un giorno di ferie per esplorarlo ….

http://life.time.com/history/life-behind-the-picture-gandhi-and-his-spinning-wheel-1946/#1

Divertitevi e guardate come eravamo.