La tragedia di Bhopal.

ll 4 maggio 1969 il ministero dell’Agricoltura indiano informa con una lettera l’emissario della Union Carbide dell’intenzione di concedere la licenza per fabbricare ogni anno 5.000 tonnellate di pesticidi. “Erano già 38 i paesi in cui la Union Carbide aveva issato la sua bandiera con la losanga blu e bianca, ma l’India era stato il primo ad avere stretto con la società rapporti così buoni, forse perché, grazie alla multinazionale, centinaia di migliaia di indiani sprovvisti di corrente godevano da quasi un secolo di un bene prezioso quanto l’aria o l’acqua: le torce elettriche …” che la Union Carbide India Limited produceva già in regime di monopolio, insieme a prodotti chimici, elettrodi industriali, vetro laminato e tanto altro, in 14 stabilimenti funzionanti in quell’immenso paese povero.

Dal 1977 al 1984 la “bella fabbrica”- lo stabilimento della Union Carbide a Bhopal – produce l’Experimental Insecticide Seven Seven, l’Insetticida sperimentale sette, detto Sevin, un veleno dall’odore di cavolo lesso. L’obiettivo è sfornarne trentamila tonnellate l’anno. Il sevin si produce a partire dal Mic. Isocianato di metile. Una molecola talmente “irascibile” da scatenare, al solo contatto con qualche goccia d’acqua o qualche grammo di polvere metallica, reazioni di incontrollabile violenza. Sull’etichetta è scritto “Pericolo mortale in caso di inalazione”.

La notte fra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di una miscela di gas letali fuoriuscirono dall’impianto di produzione di pesticidi della UNION CARBIDE aBhopal, in India. La miscela era composta di isocianato di metile, acido cianidricoed altri gas tossici che si liberarono a seguito di una reazione incontrollata dovuta alla penetrazione di acqua nel reattore. La carenza di manutenzione dell’impianto e la disattivazione di molti sistemi di allarme fecero si che la nube venefica si diffondesse nelle aree adiacenti l’impianto, senza che alcun dispositivo di allarme si attivasse. L’esposizione alla miscela gassosa causò subito l’ustione dei tessuti degli occhi e dei polmoni dei lavoratori e della gente che risiedeva vicino l’impianto. La Union Carbide si rifiutò di fornire le informazioni sull’esatta composizione dei gas emessi e non fu quindi possibile un intervento medico specifico ed immediato. 2.500 persone morirono nelle ore immediatamente successive all’esplosione, con i polmoni intossicati e bruciati dal veleno. Dopo tre giorni si contarono altre 8.000 vittime. A tutt’oggi si stima in circa 25.000 il numero delle persone morte per il disastro e almeno mezzo milione di persone ancora subiscono le ripercussioni di quell’incidente.

L’incidente fu solo l’inizio di una tragedia che oggi, dopo più di 25 anni, continua a pesare sui sopravvissuti al disastro e sulla popolazione residente. Subito dopo l’incidente, la compagnia statunitense abbandonò il sito industriale senza effettuare alcun intervento di bonifica e di risanamento dell’area, lasciando sul posto enormi quantità di composti inquinanti. Il suolo e le risorse idriche, superficiali e profonde, sono ancora contaminate da sostanze tossiche, come composti del cloro (cloroformio, tetracloruro di carbonio, clorobenzene), metalli pesanti (mercurio, piombo, nickel, cromo) e il pesticida Sevin, prodotto nello stabilimento di Bhopal. Le patologie più diffuse tra le vittime sono danni permanenti agli occhi (cecità, generale diminuzione della vista, insorgenza di cataratte in età precoce), alterazioni delle funzioni polmonari (tosse persistente, affanno), disturbi neurologici, alterazione del sistema ormonale (ciclo mestruale irregolare), insonnia, depressione, mancanza di appetito, astenia. I casi di cancro e di tubercolosi sono aumentati in modo allarmante. Uno studio condotto a Bhopal sui modelli di crescita degli adolescenti, pubblicato dal “Journal of American Medical Association” nel 2003, ha trovato un ritardo selettivo nella crescita dei bambini maschi nati da genitori esposti a quella miscela gassosa.

Nel 2001 la Union Carbide è stata acquistata per 9,3 miliardi di dollari dalla Dow Chemical Company, la più grande multinazionale dell’industria chimica. Presente in 160 Paesi (con circa 46.000 dipendenti), la Dow è leader nella produzione di materie plastiche, prodotti chimici di base e prodotti per l’agricoltura, con un fatturato di 57,5 miliardi di dollari nel 2008. E’ responsabile della sintesi di alcuni dei composti più pericolosi messi in commercio negli ultimi 100 anni, fra cui il DDT, l’agente arancio (usato nella guerra in Vietnam), il dibromocloropropano (pesticida vietato in America nel 1978 perché capace di provocare sterilità e cancro) e il pesticida dursban (neurotossina capace anche di alterare il sistema endocrino). Nonostante il divieto negli Stati Uniti dal 1995, la Dow ha continuato a produrre e vendere il dursban in Sudafrica e in India almeno fino al 2002.

Greenpeace, insieme ai comitati delle vittime del disastro, da anni lavora per fare pressione sui vertici aziendali della Dow. Delegazioni di Greenpeace si sono incontrate più volte con i rappresentanti della società in India, in Europa e negli Stati Uniti, dove si trova la sede centrale. La gente di Bhopal da anni protesta per lostato di abbandono in cui vive e per la carenza e la difficoltà di ricevere un’adeguata assistenza sanitaria. La contaminazione ambientale continua a inquinare le risorse idriche mentre Warren Anderson, amministratore delegato della Union Carbide al tempo dell’incidente, continua a essere impunito. I movimenti che vogliono giustizia per Bhopal chiedono l’arresto e l’estradizione di Anderson che in tutti questi anni ha vissuto indisturbato negli Stati Uniti, nonostante l’esistenza di una mandato di cattura internazionale dell’Interpol a suo carico. Nell’ottobre 2002 due delle vittime della tragedia di Bhopal, Rashida Bee, membro della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal (ICJB) e il Dr. Mohammad Ali Quaiser, medico dell’ospedale creato per assistere gratuitamente i sopravvissuti, si sono recate in un tour europeo. Allo scopo di sollevare le loro richieste di fronte ai vertici delle filiali della Dow in Europa, sono venute anche in Italia. Qui Rashida Bee e il Dr. Mohammad Ali Quaiser hanno incontrato alcuni rappresentanti della sede legale della Dow Italia a Milano. A distanza di tanti anni, le promesse sono aumentate ma i fatti no. Greenpeace e Amnesty International hanno organizzato una serie di eventi e attività d’informazione a Milano e Roma per sollevare ancora una volta le richieste della gente di Bhopal:

Assicurare che il primo imputato Warren Anderson, presidente della Union Carbide all’epoca del disastro, cessi di fuggire e affronti il processo nella Corte di giustizia di Bhopal;

Sostenere i costi di trattamento medico a lungo termine per le persone sopravvissute e il lavoro di ricerca necessario per valutare l’esposizione delle generazioni future;

Bonificare il sito industriale della ex Union Carbide e garantire l’uso di acqua potabile alle comunità locali;

Assicurare un equo rimborso economico per le vittime e i loro familiari.

Greenpeace ritiene che la Dow Chemical Company, nel momento in cui ha acquistato la Union Carbide, si sia assunta la responsabilità non solo di gestire gli utili, ma anche le perdite del gruppo. Tra queste devono essere conteggiati i disastri ambientali e sanitari in attesa di essere ripagati, come quello di Bhopal. Fino ad oggi la Dow ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di assumersi la responsabilità dell’incidente. A marzo 2003 ha addirittura avanzato una richiesta di risarcimento pari a 10.000 dollari contro le donne sopravvissute, che pacificamente avevano protestato all’esterno degli uffici della Dow di Bombay in occasione del 18esimo anniversario del disastro. (…).

La tragedia di Bhopal è un esempio del duplice fallimento del governo nella tutela della salute pubblica e dell’aziende nel rispetto delle norme di sicurezza. Troppo spesso, infatti, multinazionali come la Dow Chemical evitano di assumersi la responsabilità per i danni arrecati alle persone e all’ambiente.

Fonte: http://www.greenpeace.it/bhopal/bhopal.php

Foto: Raghu Rai.

Raghu Rai è uno dei più grandi fotografi indiani e membro della prestigiosa cooperativa la “Magnum Photos”. Le sue fotografie e i suoi saggi sono apparsi in molti importanti periodici e quotidiani internazionali come Time, New York Times, Paris Match, Geo e National Geographic. Ha esposto le sue mostre in diverse capitali mondiali come New Delhi, Amburgo, Praga, New York, Parigi e Tokyo.Raghu Rai è conosciuto per le numerose immagini e temi legati all’India di Madre Teresa, Indira Gandhi e della città sacra di Varanasi, con le quali ha colto gli aspetti più intimi della religione e della società indiana. Quando Raghu Rai arriva a Bhopal, la mattina dopo l’incidente della Union Carbide, vede un’India molto diversa, scopre un paese distrutto, i cui abitanti vivono nel panico e nella disperazione. Raghu Rai rimane profondamente scioccato dalla tragedia di Bhopal e comincia immediatamente a documentarne l’orrore. Le sue foto racconteranno a tutto il mondo il trauma di una società costretta a pagare le colpe di altri. Alcuni giorni più tardi Raghu Rai pubblica lo scatto “Sepoltura di un bambino sconosciuto”. Questa fotografia, così dura, diviene in poco tempo un’icona della tragedia di Bhopal (la foto qui pubblicata).

http://www.greenpeace.it/bhopal/foto.php

http://www.greenpeace.it/bhopal/mostra.php

Per saperne di più, un bellissimo libro MEZZANOTTE E CINQUE A BHOPAL– Dominique LAPIERRE.

(vieni a trovare PASSOININDIA su facebook)


La storia di Heer e Ranjha

Ci sono storie senza tempo, come la tragica storia d’amore di Giulietta e Romeo. Anche l’India ha storie popolari di amore contrastato ed una è quella di Heer e Ranjha, ormai parte del patrimonio culturale Indiano e Pakistano. Ci sono molte versioni di questo racconto ma la più conosciuta è quella scritta, in forma di poema epico, in lingua Punjabi, da Waris Shaha, nel 1776. Si dice che la storia di Heer e Ranjha sia basata sulla vera vita di una straordinaria giovane donna di nome Heer che si è opposta alle crudeli tradizioni del sistema feudale. Così comincia la storia. Heer Saleti è una bellissima donna, figlia di un proprietario terriero, nata in una famiglia benestante di casta Jatt, del clan Sayyal. Ranjha (il suo primo nome era Dheedo), Jatt anche lui, è il più giovane di quattro fratelli e vive nel villaggio ‘Takht Hazara’ un luogo piacevole sulle rive del fiume Chenab. A differenza dei suoi fratelli più anziani che devono faticare nei campi, Ranjha è il figlio prediletto di suo padre, Mauju Chaudhri, che gli consente quindi di condurre una vita agiata. Dopo una lite con i fratelli, Ranjha lascia la sua casa. Nella versione di Waris Shah, la causa della partenza di Ranjha è nel rifiuto, delle sue gelose cognate, di dargli da mangiare. Così Ranjha arriva in un villaggio dove, sulla riva del fiume, incontra casualmente Heer, la figlia di Mehar Chuchak Sial di Jhang, e si innamora di lei a prima vista. Ha un viso come la luna piena, gli occhi che brillano come gemme preziose, i denti bianchi come i petali del fiore di gelsomino, le labbra rosse come rubini. Heer gli offre un lavoro come custode del bestiame di suo padre. Presto, ipnotizzata dal modo in cui Ranjha suona il suo flauto, da cui esce una musica melodiosa, anche lei alla fine si innamora di lui. Per molti anni si incontrano di nascosto e lei gli porta da mangiare Churi (un piatto antico fatto con pane cotto di farina di mais e impastato con zucchero di canna e burro); ma Kaido, lo zio di Heer, che li sorprende nella foresta, geloso, denuncia alla famiglia i loro incontri segreti. Egli infatti non può accettare la disobbedienza di Heer alle rigide regole di una società patriarcale dove sono i genitori a scegliere il marito per la figlia. Così Heer, per salvare l ‘onore della sua famiglia, è costretta da questa e dal mullah locale (il prete musulmano) a sposare un anziano e rispettato uomo ricco di nome Saida della famiglia dei Kheras che vive a Rangpur, un villaggio lontano. I Kheras sono felicissimi e chiedono ai brahmani di consultare le stelle e di fissare il matrimonio. Il giorno migliore risulta essere Virwati (Giovedi), nel mese di Sawan. Heer si oppone al matrimonio che considera illegale. Tuttavia, viene fatta sposare con la forza. Heer langue nella casa del suocero Ajju Khera. Si rifiuta di indossare gioielli o abiti eleganti, rifiuta il cibo e sta sveglia tutta la notte pensando a Ranjha. Sehti, la cognata, la conquista e le fa raccontare il segreto del suo cuore. Heer confida la sua storia e Sehti la consola dicendole che anche lei ha un amante, Murad Bakhsh, un cammelliere, e che in qualche modo devono escogitare qualcosa per aiutarsi a vicenda. Nel frattempo Ranjha, con il cuore spezzato, lascia il villaggio e incontra un ‘Jogi’ (asceta) di nome Baba Gorakhnath, fondatore della “Kanphata” (orecchio forato), una setta Yogi. Il loro incontro avviene a ‘Tilla Jogian’ (la ‘Collina degli asceti’), situata a 50 miglia a nord della storica città di Bhera, Sargodha District, nella regione del Punjab che oggi appartiene al Pakistan. Ranjha, dal cuore spezzato, deciso a diventare uno Jogi, si perfora le orecchie e rinuncia al mondo materiale. Recitando il nome del Signore, “Alakh Niranjan”, viaggia in tutto il Punjab con in mano una ciotola per chiedere l’elemosina di casa in casa e, alla fine, giunge al villaggio dove bussa alla porta di Heer. La fortuna li fa così reincontrare. Heer e Sehti pensano ad un piano che consenta ad Heer di lasciare i Kheras e unirsi con Ranjha. Il giorno dopo, in giardino, Sehti morde il piede di Heer e fingono che un serpente l’abbia morsa. I Kheras convocano fachiri e incantatori che diano qualche magica medicina. Ma Sehti dice loro che c’è uno Jogi molto ingegnoso nel giardino Kalabagh con un flauto che fa migliaia di incantesimi. Ranjha viene portato nella capanna appartenente al menestrello del villaggio. Quella notte Murad prende Sehti sul suo cammello e Ranjha prende Heer. Così gli sposi sono finalmente con le loro spose. L’esercito dei Kheras, che inseguono I ragazzi, sorprendono Heer e Ranjha nel sonno, portano via la donna e pestano ferocemente il ragazzo. Ranjha cerca allora giustizia e chiede la decisione del tribunale che però è in suo sfavore. Ascoltando la sentenza, gli amanti invocano maledizioni sul tenutario della città, che prende fuoco. Gli astrologiconsigliano allora il re di lasciar unire i due amanti e così i Kheras si fanno da parte e consentono che Heer vada via con il suo amato. Heer, tornata a casa dei suoi genitori, si sta preparando per entrare nella famiglia di Ranjha, secondo i tradizionali rituali del matrimonio e, mentre sta per partire, lo zio, geloso di Heer, Kaido, la invita a mangiare un pezzo avvelenato di laddu (dolci tipici che si fanno ancora oggi in occasione del matrimonio). Ranjha, informato dell’accaduto, si precipita per salvare Heer, ma è troppo tardi perché Heer esala il suo ultimo respiro. Con il cuore spezzato, Ranjha finisce il laddu avvelenato e muore al fianco della sua giovane amata.

Questo racconto tiene aperta la questione se il matrimonio debba essere basato sull’amore o sulla scelta dei genitori, in un’India moderna dove ancora i matrimoni sono combinati dalle famiglie.

La tomba di quella che si dice sia stata la vera Heer si trova a Jhang, in Punjab, dove le giovani ragazze innamorate vanno a pregare per la riuscita del loro amore, lasciando in voto i loro colorati braccialetti.

La storia di Heer e Ranjha è stata oggetto di diversi film (il primo è del 1928), di pezzi teatrali, di poesie e canti popolari (ma qui spesso Heer e Ranjha godono di una felice vita coniugale).

Questa storia è una delle quattro popolari tragiche storie d’amore del Punjab, insieme con Mirza Sahiba, Sassi Punnun e Sohni Mahiwal (vedi in questo blog “La storia d’amore di Sohni e Mahiwal”). Le altre narrazioni poetiche sono state scritte, tra gli altri, da Damodar Daas, Mukbaz e Ahmed Gujjar.
Anche Guru Gobind Singh Ji, uno dei dieci profeti del Sikkismo, parla di Heer e Ranjha nella sua composizione chiamata “charitropakhyan” (contiene 404 racconti di astuzie di uomini e donne, aspetti storici, mitologici e filosofici, con 7558 versi).

La tomba di Heer: http://www.youtube.com/watch?v=sUZ3Tp-j4iw

Bihar, l ‘uomo passero ‘ e i suoi 8000 amici alati.

Arjun Singh , 48 anni, ha perso il padre e la moglie in rapida successione nel 2004 e 2005 . Seguì un lungo periodo di depressione e di ” solitudine assoluta “, fino a quando, nel 2007, un piccolo di passero cadde da un albero nel cortile della sua vecchia casa e questo trasformò per sempre la sua vita. Guarito, il passero volò via ma tornò con altri compagni. Oggi, circa 8.000 uccelli di questa specie, che sta velocemente scomparendo, vivono dentro e intorno alla sua casa ancestrale di Neraipur, nel distretto di Rohtas, circa 170 km a sud est di Patna, capitale del Bihar. Alla sua chiamata, “aao aao” ( vieni, vieni ), i passeri scendono dal cielo e mangiano i semi che ogni giorno lui offre loro. Ogni anno li nutre con almeno sei quintali di chicchi di riso.

” Quando mi siedo a pranzo, questi simpatici uccelli si riuniscono intorno a me e cercano di prendere il cibo dal mio piatto. Quando vado in giro per casa, non volano via, ma si fanno solo da parte e continuano a cinguettare. Mi hanno accettato come uno di loro. E hanno rimosso la mia solitudine “, ha detto Singh .

“Quando mio padre e mia moglie mi lasciarono ero completamente inerte. L’agonia mentale era insopportabile. Mia figlia aveva appena cinque anni e i miei fratelli, che vivono in Sasaramsi, si sono presi cura di lei. Mi sentivo solo e profondamente depresso “, ha aggiunto Singh , laureato in chimica.

Lo stormo di passeri è cresciuto e la compassione di quest’uomo ha contagiato le persone nei villaggi vicini che hanno cominciato a dare loro cibo e riparo. Il governo statale, che ha dichiarato il passero simbolo dello Stato, proprio lo scorso anno lo ha consultato come esperto nel suo sforzo di difendere i piccoli uccelli che stanno scomparendo velocemente dalle aree urbane e rurali.
Singh sta correndo contro il tempo per procurare ai suoi amici, prima del mese di dicembre, circa 1.000 nidi fatti di fango, bottiglie di bambù e plastica, il che consentirà alle coppie di deporre circa 4-6 uova fino a maggio, giugno.

Avendo trascorso anni con questi uccelli, Singh ha acquisito molta conoscenza riguardo a loro.” L’inquinamento, le radiazioni dovute agli apparecchi di telefonia mobile, l’uso di insetticidi e pesticidi, l’urbanizzazione dilagante, la caccia e la perdita di habitat sono le ragioni principali della diminuzione del loro numero. L’ uso di macchine trebbiatrici che controllano la caduta del grano per terra , stanno privando gli uccelli del loro cibo”,dice Singh .

Singh ha detto che queste belle creature alate sono un indicatore della salute dell’ambiente  ed una pubblica sensibilizzazione è necessaria per salvarli.

fonte: http://www.hindustantimes.com/india-news/bihar-s-sparrow-man-and-his-8-000-winged-friends/article1-1153637.aspx

libramente tradotto da PASSOINIDNIA

Happy Gurpurab, Guru Nanak

Oggi, 17 novembre, la comunità SIKH, stanziata in tutto il mondo, festeggia il compleanno del suo primo guru (in sanscrito significa “discepolo” o “allievo” e in lingua punjabi vuol dire “rivelatore”, “profeta”),GURU NANAK.

NANAK nasce, nel 1469, a Tolevandi (ora Nankana Sahib), vicino a Lahore (che dal 1947, anno della spartizione inglese, appartiene al Punjab pakistano).

Guru Nanak è il fondatore del Sikhismo, religione nata alla fine del XV secolo nel Punjab indiano. Nanak, di estrazione indu, sposato e con due figli, conoscitore anche del persiano e dell’arabo, dedica la sua vita alla diffusione del messaggio ricevuto da Dio e pertanto viaggia per 25 anni sino a raggiungere Tibet, Sri Lanka, La Mecca e Afghanistan, visitando la maggior parte di diversi centri di culto induisti, musulmani, gianisti e così via.

Nel 1496 Nanak, ottenuta l’illuminazione, comincia a predicare principi nuovi e rivoluzionari rispetto all’assetto sociale, culturale e religioso di quel tempo. In una società rigidamente suddivisa in caste, classi e sessi, egli sancisce la fratellanza e la incondizionata uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini. Egli sfida moralmente la povertà istituendo i Langar (mense comuni vicino al tempio dove chiunque può ottenere cibo gratuitamente e tutt’oggi diffuse in India), demolendo così anche la secolare idea di contaminazione del cibo dovuta alla mera presenza di un intoccabile (si veda su questo blog “Il sistema castale”). La condivisione con i bisognosi del reddito eccedente le esigenze della famiglia costituisce, da allora, uno dei fondamenti della religione Sikh.

Nanak condanna la pura idolatria e le credenze pseudo religiose lontane dalla vera elevazione spirituale (il sikhismo non adora idoli e non ha un clero precostituito ed organizzato) e sancisce la sacralità della vita terrena (lungi da ogni forma di ascetismo ed isolamento dalla vita sociale che non hanno alcuna vocazione produttiva); la vita umana non è un fardello da sopportare in attesa di una vita eterna ma è gioia e privilegio da onorare come mezzo di formazione spirituale. Così la vita morale diventa il solo mezzo di progresso spirituale che si realizzadentro la vita sociale e familiare, attraverso la preghiera e il lavoro praticato sia per il sostentamento familiare che per servire la comunità (il sikhismo professa di guadagnare lavorando onestamente e di condividerne con gli altri il risultato). Viene contestualmente condannata ogni forma di corruzione ed avidità castale (particolarmente quella sacerdotale, secolarmente privilegiata).

NANAK ha professato un messaggio d’ amore per tutti in lingua locale (e non in sanscrito, conosciuto  da pochi), ha scritto inni religiosi,inneggiato alla bellezza della vita e della natura in quanto doni divini.

Al termine dei suoi viaggi missionari, duranti i quali ha studiato ed avvicinato le più diverse religioni diffondendo il suo Sikhismo,  si ritira a Kartarpur, un piccolo villaggio nel Punjab, conducendo la vita di contadino e continuando da lì la sua missione.

Poco prima di morire NANAK nomina il suo successore, ANGAD, suo discepolo. Da allora, per ancora cento anni, ogni guru designato dal precedente avrebbe nominato il suo successore, fino a GURU GOBIND SINGH, il decimo ed ultimo guru che non ravvisò la necessità di un nuovo profeta, deponendo l’incarico di guru immortale al Sacro Libro dei Sikh, il Guru Grant Sahib ( Adi Granth), negli anni alimentato dai messaggi illuminanti dei guru ed oggi composto di 1430 pagine e 5.930 versi di preghiere, per ricordare il Creatore in ogni momento (altro principio fondamentale del Sikhismo).

GURU NANAK muore il 7 settembre 1539 a Kartarpur, nel Punjab indiano.

La vita di Guru Nanak è raccontata nella raccolta Janam Sakhis.

Oggi i Sikh rappresentano il 2% della popolazione indiana, concentrati soprattutto nel Punjab indiano, nel nord – ovest dell’India, ai confini con il Pakistan. Essi professano il loro culto nei Gurudwara (templi dove si entra a piedi nudi e capo coperto), rigorosamente forniti di langar, la mensa aperta a tutti. Il tempio  è aperto anche alle donne ritenute, nella società sikh, al pari dell’uomo. In ogni Gurudwara viene letto ed accudito, avvolto nella seta e tenuto sotto un baldacchino,  il Libro Sacro e cantati i Gurbani, gli inni sacri. Il Gurudwara più importante si trova ad Amritsar dove, nel Golden Temple, milioni di pellegrini venerano il Libro sacro. Dopo l’ardas, la preghiera conclusiva, i fedeli si dividono la karah prasad, un’offerta di cibo a base di semolino dolce, acqua e burro.

Il Sikhismo, monoteista, non nega la credenza nella reincarnazione e degli effetti delle azioni sulle vite successive, cioè il Karma. Lo scopo ambito è di interrompere il ciclo delle nascite allo scopo di una congiunzione con il Creatore, Unico ed Indivisibile.

Testo by PASSOININDIA

(visitaci su FACEBOOK)

 

La forza della diversità

Spaziocorrente

La diversità è una ricchezza … ma fa paura.

E’ in ogni cosa, eppure non sempre siamo pronti ad incontrarla. E’ strano perchè solamente dal confronto tra idee diverse può nascere una soluzione di un problema. La piattezza di un dibattito, la monotonia del concordare a prescindere, rende un grande danno alla società. Solo la nostra diversità è la nostra vera forza di esseri umani.

Ma il confronto con la diversità troppe volte spaventa perchè significa mettere in discussione le nostre certezze, i nostri limiti, la nostra stabilità quotidiana. L’apporto di ognuno è fondamentale per crescere la consapevolezza del nostro tempo. Non è il colore della pelle, la differenza di pensiero che può precludere la nostra libertà. Non è la critica costruttiva o l’incertezza di una nuova strada che può tenerci lontano dalla verità che cerchiamo o dal raggiungimento della nostra meta. Ci vuole necessariamente coraggio e volontà per affrontare…

View original post 265 altre parole

La favola indiana del vaso rotto.

Un portatore d’acqua, in India, aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso alle estremità di un palo che portava sulle spalle.

Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro vaso era perfetto. Alla fine della lunga camminata che l’uomo faceva dal ruscello verso casa, il vaso integro arrivava colmo di tutta l’acqua raccolta, mentre quello crepato ne conteneva ormai più poca. Questo andò avanti per anni. Naturalmente, il vaso perfetto era ideale per il compito per cui era stato costruito e orgoglioso dei propri risultati; viceversa, il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, e si sentiva un miserabile fallito perché era in grado di compiere solo parte del suo compito, così un giorno decise di parlare al portatore d’acqua dicendogli:

“Mi vergogno di me stesso, e voglio scusarmi con te. Sono stato in grado di fornire solo la metà del mio carico, perché a causa di questa crepa nel mio fianco tutta l’acqua se ne esce durante tutta la strada fino a casa tua. A causa dei miei difetti, non ottieni pieno valore dai tuoi sforzi “.

Il portatore d’acqua disse allora al vaso: “Hai notato che c’erano solo fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? Ho sempre saputo del tuo difetto, e così ho piantato semi di fiori lungo il sentiero dal tuo lato e, ogni giorno, mentre tornavamo, tu li annaffiavi. Per anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la mia tavola e, senza il tuo essere semplicemente come sei, non ci sarebbero quelle bellezze ad abbellire la mia casa “.

La morale della storia: Ognuno di noi ha dei propri difetti unici. Quindi siamo tutti dei vasi rotti. Ma sono le crepe e i difetti che rendono interessante e gratificante la nostra vita. Le persone vanno prese per quello che sono, e in loro bisogna cercare sempre il bene.

Beati i flessibili.

Ricordati di apprezzare tutte le diverse persone della tua vita.

foto by PASSOININDIA

Passoindia è anche su Facebook. Vieni a trovarmi?