Ti auguro tempo.

Poesia di Elli Michler, dal libro “Dir zugedacht”

Tempo per la vita

 

Non ti auguro un dono qualsiasi.

Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro Tempo, per divertirti e per ridere,

se lo impiegherai bene,

potrai ricevere qualcosa.

Ti auguro tempo,

per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te

stesso,

ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo,

non per affettarti e correre, ma per essere

contento.

Ti auguro tempo,

non soltanto per trascorrerlo.

Ti auguro tempo

Perché te ne resti: tempo per stupirti e per

Fidarti.

Ti auguro tempo per toccare le stelle.

E tempo per crescere e maturare.

Ti auguro tempo,

per sperare nuovamente e per amare.

Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per ritrovare te stesso,

per vivere ogni tuo giorno,

ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo per perdonare.

Ti auguro di avere tempo,

Tempo per la vita.

 

 

fonte: http://www.gentilezza.org/new/arte-e-letteratura/poesia-indiana.html

fonte foto: AMI VITALE, fotografa

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Ossa a Benares.

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In India, secondo il rito antyesti, delineato nel Sutra Grihya, un uomo, quando muore, viene bruciato, per consacrare il samskara, l’ultimo sacramento che segna la fine della vita del corpo. Con la cremazione, entro 24 ore dalla morte, il corpo diventa cenere, si purifica e si prepara alla rinascita. La salma, priva di bara, viene denudata, immersa nell’acqua sacra, lavata, cosparsa di ghee (burro), avvolta in una stoffa e poi portata in processione, tra canti e danze, nel luogo ove verrà eseguita la cremazione, la riva di un fiume o un campo all’aperto fuori dal villaggio. Poi, messo un pezzo di legno in bocca al defunto, il fuoco viene acceso e appiccato al cadavere. Solitamente gli uomini sono cremati a faccia in su e le donne a faccia in giù. Attorno al rogo, in genere fatto di 300 chili di legno di sughero, sono poste le offerte di legno di sandalo, foglie di mango e canfora. Più in passato che oggi venivano anche sacrificati animali. Il figlio maggiore (altro motivo per cui si auspica che una nascita porti un maschio) compie un giro intorno alla pira, prima che i partecipanti a questo rito si purifichino nell’acqua e gli uomini si taglino capelli e barba. Le donne non sono ammesse perché deboli al pianto considerato, come tutti i liquidi corporali, sostanza inquinante. Le ceneri vengono poi disperse dentro acque sacre. Per gli induisti il posto migliore per morire è Benares, altrimenti detta Varanasi, sulle rive del Gange, il fiume madre; qui si arriva moribondi o cadaveri perché morire o bruciare in questo luogo garantisce la moksa o nirvana, la liberazione dal samsara, il ciclo di rinascita-morte-rinascita che imprigiona gli uomini e li fa rinascere in una forma diversa (non necessariamente umana); è il loro comportamento (kharma) tenuto nella vita terrestre a determinare la condizione in cui la loro anima rinascerà. L’anima liberata dal corpo torna al cosmo o ad uno dei paradisi e inferni induisti e lì rimane per la durata definita dal karma fino a quando è pronta a rinascere. La reincarnazione, che per noi occidentali rappresenta una speranza (chi non vorrebbe rinascere?), per la cultura indiana generalmente intesa rappresenta un vincolo punitivo senza uscita, tant’è che i puri brahmini, la casta più alta e più vicina a Brahma, il dio assoluto, verranno in morte liberati da questo fardello e l’atman, la loro anima individuale, incontrerà quella universale. Solo coloro già considerati puri ovvero bambini sotto i due anni, donne gravide, sadhu (quegli uomini nudi corparsi di cenere), animali, lebbrosi, affetti da vaiolo, vittime di violenze e chi è morto per il morso di un serpente non necessitano di cremazione e quindi vengono sepolti o gettati nelle acque con un peso al collo. Per morire ci vuole la legna, tanta legna affinché il corpo arda del tutto per purificarsi perfettamente; la legna costa e così la quantità che un uomo o una famiglia può permettersi di utilizzare misura il suo status sociale. Così le famiglie fanno sacrifici per risparmiare denaro, oltre che per la dote della figlia, anche per la legna che brucerà il loro corpo. Mediamente un funerale costa tra $ 12 e $ 71. E se non sarà possibile morire o bruciare a Varanasi, qualche loro caro porterà in un vaso le loro ceneri sulle rive della Ganga per donarle al fiume, secondo il loro desiderio. Poca legna significa resti incombusti di cadaveri che verranno riversati nelle acque del fiume, uno dei più inquinati del Sud Asia. Così cenere e mezzi corpi se ne vanno a galla fino a valle, tra fiori, lumi e poveri giovani che filtrano l’acqua alla ricerca dell’oro indossato dai cremati. Pare che per “pulire” velocemente il fiume dagli scarti umani vengano allevate e rilasciate nel fiume speciali tartarughe, cui è stato insegnato a cibarsi di carne umana morta, che ne consumano circa una libbra al giorno.

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Benares, dai palazzi di potenti Maharaja e coloratissimi templi, con l’albergo dove Terzani amava soggiornare, con gli affollati gradini che conducono all’acqua sulla riva occidentale del fiume (la sola ritenuta purificatrice), con grandi falò del Manikarnika ghat, i cani che rosicchiano residui d’ossa e i bufali che giocano con ghirlande di calendule. Al tramonto si celebra la cerimonia del fuoco, in onore del dio Agni, al suono di tamburi sacerdotali e di preghiere, alla luce di grandi fiaccole sventolate in un rituale che si ripete ogni sera da tempo. Dal 1990 il governo ha costruito, anche a Varanasi, forni crematori elettrici sicuramente più igienici.

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Anche George HARRISON ha le sue ceneri sciolte nel Gange.

(Testo by PASSOININDIA)

Fonti immagini:

http://www.nationalgeographic.it/fotografia/2013/04/08/foto/varanasi_la_vita_scorre_sul_fiume-1598704/1/ e http://www.kashigatha.com/attractions_in_banaras.php

(puoi trovare PASSOININDIA su FACEBOOK)

La Lohri, festa del raccolto, nord India

La Lohri è una festa importante del Nord dell’ India, celebrata da tutti (a prescinder dalla appartenenza religiosa)  il giorno 13 Gennaio (secondo il calendario indu) di ogni anno, che ha le sue origni nello stato del Punjab anche se oggi, grazie alla sua popolarità, è festeggiata anche in Haryana, Himachal Pradesh, Jammu e Delhi.

Il nome Punjab significa “terra dei cinque fiumi”  ed è il nome di una delle regioni indiane più fertili, tanto che viene chiamata “granaio dell’India”; la maggior parte dei suoi abitanti lavora in agricoltura e perciò, nella loro vita, ogni stagione ha la sua importanza poiché da esse dipende il futuro raccolto. Per questo ad ogni stagione è dedicata una festa che viene celebrata con tutto l’entusiasmo e la gioia. La Lohri è appunto dedicata alla fine dell’ Inverno, cosi  la festa Basant è dedicata all’esordio della primavera, e, con la festa di  Teeyan, si celebrano i Monsoni.
Con la Lohri si  festeggia il solstizio di inverno (scientificamente però questo avviene il 21-22 Dicembre) e si saluta così la notta più lunga cui seguiranno giorni più lunghi. Sono state proposte numerose teorie  riguardanti la derivazione del termine ‘Lohri’. Molti sostengono che il festival prenda il nome dal Loi, moglie del Santo Kabir.  Altri credono che il termine ‘Lohri’  abbia origine da ‘loh’, il nome di una padella di ferro utilizzato per la preparazione dei cibi.
Lohri è la festa della fertilità  e del ringraziamento per il buon raccolto agli elementi naturali come l’acqua, il vento e il fuoco. La Lohri è tradizionalmente associata alla raccolta delle colture Rabi (la raccolta di primavera). Le persone offrono a Dio le arachidi, il rewri (un dolce tradizionale fatto con semi di sesamo), farina, burro e prodotti alimentari vari per ringraziarlo del un buon raccolto.
Quando ero piccolo aspettavo felice l’arrivo della Lohri che era una della mie feste perferite. Durante il giorno, andavo con i miei amici a bussare a tutte le porte del villaggio cantando le storie di  Dulha Bhatti, un famoso eroe leggendario.  Tutti ci offrivano i loro dolci, i popcorn, le arachidi e i soldi, di solito 5, 10 rupie. Tornavamo a casa contenti di questo nostro “piccolo raccolto” di Lohri, perché tornare a mani vuote era considerato di cattivo auspicio. Anche le ragazze, molto eleganti nei loro salwar kameez (nome del vestito tradizionale punjabi) facevano come noi e quasi sempre loro riuscivano ad ottenere una Lohri molto più cospicua.Se alzavo lo sguardo al cielo vedevo tutti, grandi e bambini, giocare con bellissimi  aquiloni che coloravano tutto il cielo. La sera la festa continuava ed era particolarmente viva nelle case abitate da novelli sposi (la famiglia della donna si recava a trovarla per portarle dei doni) o dove era appena nato un bambino. Era tradizione di offrire agli ospiti gachchak (un dolce fatto con  zucchero di canna e arachidi), gur (dolce fatto con zucchero di canna),moongphali (arachidi) e phuliya o popcorn Nella piazza principale e nei cortili delle case la gente si riuniva intorno a un falò che rendeva la notte più chiara. Intorno, tutti cantavano le canzoni tipiche della Lohri e ballavano, soprattutto le ragazze, la tipica danza tradizionale del Punjab chiamata “Gidha”, mentre i ragazzi ballavano la “Bhangra” al ritmo del dhol (tipico tamburo) fino a che il fuoco non si spegneva. Semi di sesamo, gur, zucchero candito e rewaries venivano buttati nelle fiamme. Alcune persone facevano  una preghiera e giravano intorno al fuoco in segno di rispetto per  questo elemento naturale. Gli induisti versavano anche latte e acqua intorno al falò. Questo rituale veniva  eseguito per ringraziare il dio del sole e cercare la sua protezione continua.
Ancora oggi la Lohri si festeggia nel modo che vi ho raccontato, con la stessa vivacità e gioia.

Sono contento che nulla sia cambiato a parte il fatto che oggi gli auguri di “Happy Lohri” si mandano e si ricevono anche via SMS.

Una leggenda legata alla Lohri racconta la storia di Dulla Bhatti  vissuto in Punjab, durante il regno di Mughal dell’imperatore Akbar, dove fu considerato un eroe perché, oltre a rubare i ricchi, salvò delle ragazze che furono prese con la forza per essere vendute nel mercato degli schiavi del Medio Oriente. Egli organizzò il loro matrimonio con ragazzi della loro religione con i rituali previsti , offrendo loro le doti.  Per questo nelle canzoni di Lohri  si esprime gratitudine a Dulla Bhatti.

testo by PASSOININDIA

L’invito.

Non mi interessa quanti anni hai,
voglio sapere se rischierai di sembrare ridicolo per amore,
per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa quali pianeti sono in quadratura con la tua luna,
voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dispiacere,
se sei stato aperto dai tradimenti della vita o ti sei inaridito e chiuso
per la paura di soffrire ancora.

Voglio sapere se puoi sopportare il dolore, mio o tuo,
senza muoverti per nasconderlo, sfumarlo o risolverlo.

Voglio sapere se puoi vivere con la gioia, mia o tua;
se puoi danzare con la natura e lasciare che l’estasi ti pervada
dalla testa ai piedi senza chiedere di essere attenti,
di essere realistici o di ricordare i limiti dell’essere umani.

Non mi interessa se la storia che racconti è vera,
voglio sapere se riusciresti a deludere qualcuno per mantenere fede a te
stesso;
se riesci a sopportare l’accusa di tradimento senza tradire la tua anima.

Voglio sapere se puoi essere fedele e quindi degno di fiducia.

Voglio sapere se riesci a vedere la bellezza anche quando non è sempre
bella; e se puoi ricavare vita dalla Sua presenza.

Voglio sapere se riesci a vivere con il fallimento, mio e tuo,
e comunque rimanere in riva a un lago e gridare alla luna piena
d’argento: “Sì!”

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai,
voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una notte di dolore e di
disperazione,
sfinito e profondamente ferito e fare ugualmente quello che devi per i
tuoi figli.

Non mi interessa chi sei e come sei arrivato qui,
voglio sapere se rimani al centro del fuoco con me senza ritirarti.

Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato,
voglio sapere chi ti sostiene all’interno, quando tutto il resto ti
abbandona.

Voglio sapere se riesci a stare da solo con te stesso e se
apprezzi veramente la compagnia che ti sai tenere nei momenti di vuoto.


Tratto da “L’invito all’ascolto della vita”
di Oriah Mountain Dreamer (pseudonimo)

scrittrice spirituale

questo il suo blog http://oriahsinvitation.blogspot.it/

(foto PASSOININDIA)

La pezza e il grano.

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Il tuo viso di porcellana, lucido e intubato, stride con i colori che ballano sui monitor, colorando la stanza asettica; i bip regolari delle macchine che ti danno la vita artificiale rompono l’inquieto silenzio. Le tue spalle, semicoperte e pallide, composte e nude, sono punteggiate da elettrodi e ventose che paiono innocui. Il vetro di anticamera, frapposto tra noi due, riflette la tua immagine irreale e persistente. Mi hanno vestito di verde, il colore della speranza. Ti parlo e dicono che non puoi sentirmi; i tuoi occhi, chiusi e dipinti di rimmel, fanno ancora parlare il tuo volto. Mi avvicino, un furtivo bacio sulla tua fronte, una carezza lieve sulla tua guancia, illusa di poter disturbare il tuo sonno. Abbiamo sempre unito le nostre risa e i nostri pianti, io e te. Oggi sono sola a piangere, ti cerco per avere conforto ma tu non ci sei, non puoi essere con me. Prego il Signore di darmi testimonianza, avendone ora una buona occasione. La mia buddità, offesa, se ne va a ramengo, perché in fondo siamo uomini, limitati dal pensiero e dal cuore e anche di poca fede. Mi sento piccola, disperata e irriverente nei tuoi confronti che stai infinitamente peggio. Discutevamo di vite appese a un filo, di strade tortuose e di kharma. Il cellulare è immobile, minaccioso e freddo, come le tue mani quando tira vento. Ti supplico, amica mia, torna come il grano in primavera. Sei l’ago ed il filo, per me che sono fatta di pezza.

(testo e foto Passoinindia)

 

L’importanza dei sogni (favola)

C’era una volta un principe bello, giovane e rampollo di una ricca famiglia ed era innamorato di una bellissima ragazza che presto sarebbe diventata la sua sposa; sapeva cavalcare, usare la spada, adorava la caccia ed organizzava per i suoi ospiti memorabili banchetti preparati dai cuochi migliori della regione. La sua era una vita tutta di amore e divertimento nell’attesa di diventare il futuro e saggio re. Ma la sua angoscia era la notte. Dopo essersi addormentato nel suo castello tra le setose lenzuola del letto, veniva tormentato dagli incubi peggiori: in una buia e calda caverna nelle viscere della terra lui era uno schiavo curvo e sofferente, imprigionato da catene come gli altri prigionieri intorno a lui obbligati in fila ai lavori forzati e sorvegliati da guardiani cui piaceva usare la frusta. La mattina, al suo risveglio, il principe tornava un uomo libero ma pieno di cicatrici nel profondo della sua anima e di nuove rughe che segnavano il suo volto, al pensiero terrificante di un’altra notte di incubi. Egli era potente, bello e ricco ma nessuno avrebbe potuto liberarlo dalla schiavitù della paura di quei sogni più reali della vita vera che appesantivano il suo cuore.

C’era una volta un minatore, povero, sfortunato, che lavorava come schiavo del potente signore del luogo nelle afose miniere di carbone; non c’era un lavoro peggiore, duro e faticoso per la mente e per il corpo. I suoi pasti erano scarsi e di pessima qualità e nessun divertimento poteva compensare quella infame vita trascorsa tra mille stenti e fatiche in quel luogo buio e caldo. Le catene erano sempre ai suoi piedi e i guardiani sopprimevano sempre con ferocia fughe e rivolte. I suoi polmoni si riempivano della polvere del carbone ed anche il suo cuore doveva essere diventato nero. Ma la sua speranza era la notte. Alla fine della giornata, ormai distrutto dalla fatica, poteva accasciarsi su un lurido giaciglio umido e pietroso e dopo essersi addormentato veniva rasserenato dai sogni più belli: era un principe ricco, bello e innamorato, che cavalcava all’aria aperta, sotto uno splendido sole oppure duellava con la spada o parlava d’amore alla sua futura sposa. Al suo risveglio, ancora lurido, dolorante e sporco di carbone, con le catene ai piedi continuava da sveglio il suo sogno immaginandone gli sviluppi, i banchetti, le cacce e gli amori… Il suo cuore di schiavo batteva ancora più forte ed i suoi occhi erano sereni. E mentre il suo guardiano lo frustava per indurlo a lavorare egli pensava “frustami pure… ma io stanotte sarò ancora principe!”ed ogni notte infatti egli tornava ad essere un uomo felice. E ogni mattina, quando ricominciava il suo faticoso lavoro, pur sapendo che la sua vita mai sarebbe cambiata, era un uomo sereno perché la sua anima si sarebbe salvata, aggrappata a quei sogni di amore e di felicità.

(foto: Passoinindia)

Fonte http://www.raccontiepoesie.org/Indici/Frame_Indice_Fiabe.htm