Dalit. (parte 2)

musahars

(Continua da “Dalit – Parte 1)

Il filmato che propongo e che trovate qui

(http://www.youtube.com/watch?v=uM85zVt6xCU)

India Untouched: Darker Side of India: 1 (HQ)

vale la pena, a mio parere, di essere visto. L’autore del video è Stalin K (http://en.wikipedia.org/wiki/Stalin_K), un attivista dei diritti umani e documentarista di fama mondiale che, con un lavoro accurato di anni, ha raccolto testimonianze e fatti sulla esclusione e la segregazione degli “intoccabili“.

Il filmato, che voglio commentare con voi, (e spero che la mia traduzione non tradisca il senso del contenuto) apre con l’immagine di alcuni bimbi che non si avvicinano alla casa della donna poco distante da loro per paura di venire contaminati; quella, infatti, è la casa di una Dalit. Però ne conoscono il nome: Lilaben. E’ la donna con la dupatta rosa accanto ai suoi figli, anche loro intoccabili per discendenza, i quali raccontano che gli altri bambini si avvicinano alla casa ma non entrano. Quando ai bambini di casta viene chiesto chi ha parlato loro della intoccabilità, rispondono “nessuno, lo sappiamo fin da quando eravamo piccoli!”. In sottofondo il canto degli uccelli ricorda che siamo in campagna e il loro suono melodioso sembra fare a pugni con una realtà tanto dura quanto accettata perché discendente dalla sacralità di antichi e inconfutabili principi social-religiosi.

Poi la scena si sposta su Benares e il suo Gange, con le sacre abluzioni. Chi parla è Batuprasad, sacerdote capo di un tempio induista e segretario generale dell’associazione scolastica in Varanasi; è un bramino, la casta più elevata in India. Batuprasad crede nel sistema delle caste e nella intoccabilità. “Secondo la legge di Manu (capitolo 1 verso 51)”, dice, “Dio (Brahma) creò dalla sua bocca i bramini, coloro che pregano, dalle sue braccia creò i guerrieri e i governanti, dal suo ventre i contadini, i commercianti e i pastori e dai suoi piedi i servi, le caste basse …. I Veda rivelano la teoria della creazione e danno la chiave della spiegazione perciò sarebbe sbagliato, a parer suo, utilizzare altre chiavi”. E’ la superba ostinazione di chi non vuole vedere oltre, forse a protezione dei privilegi, storici ed attuali, della casta prediletta? Sul Codice di Manu è scritto: “Ho spiegato a tutti voi quali sono i mezzi migliori per assicurare il bene supremo. Un bramino che non si discosti da loro ottiene lo stato più elevato” (12.116). E ancora: “Un bramino che si avvicina ad una donna intoccabile o ad altri di bassa casta, che mangia il loro cibo o ne accetta regali diventa un emarginato ma, se lo fa intenzionalmente, diventa loro pari.”

Ancora, altre scene di vita comune, il battere di un tamburo, l’incredibile sistema di viaggiare in India, la piantina delle 7 regioni a maggiore affluenza Dalit, Shiva (sembra) su un carro, un altare, templi, carri, donne che faticano, anche una stilizzata e bianchissima Pietà, strade, cartelli, sterrato …. un ragazzo in bicicletta …. siamo nell’India rurale del Tamil Nadu. Un uomo dalla pelle scura (probabilmente un Dalit) spiega che quando si entra in un villaggio si devono rispettare certe regole. Agli intoccabili non è permesso camminare con le scarpe (qui sono modeste ciabatte infradito) nelle aree riservate alle classi alte. Un giovane che sta entrando nel villaggio infatti se le toglie e continua scalzo perché è un Dalit. Una donna vestita in verde spiega che queste sono le regole ed è giusto che ogni casta debba seguire le proprie. Appena i Dalit lasciano il villaggio possono rimettersi le loro calzature. Sorprende come tutto avvenga in modo naturale.

In Gujarat le cose non sono diverse. Anche qui siamo in un villaggio cosparso delle pozzanghere residue della pioggia che ha reso fangosa la terra. Qui le persone si spostano in chakkadas, una specie di carro o mezzo carro a motore in cui si sta seduti o in piedi. “Ci sono molti intoccabili nel villaggio”, dice un ragazzo, “e a loro non è permesso usare questo mezzo. E se un Dalit salisse, gli altri “non Dalit” scenderebbero per non contaminarsi”. Vi informo che sul Manusmitri è scritto: “se un uomo di bassa casta cerca di sedersi sul sedile di un uomo di alta casta deve essere marchiato sul fianco e deve essere bandito (…)”

Poi torniamo in Tamil Nadu. Altro villaggio. Rurale. Ancora fango e infradito. E piedi nudi perché anche qui la tradizione non cambia. Il Dalit deve togliersi le scarpe se vuole entrare in un negozio a comprare e se non lo fa viene picchiato.

Ed ora l’Andra Pradesh. Un gruppo di uomini rifà il tetto di una “casa” (quasi una capanna) con poveri resti di legna. Un muratore racconta che quando è nel suo villaggio fa l’agricoltore. Ci sono, intorno, muretti a secco che sembrano improvvisati…e anche terra e fango, montagne di terra, forse l’avanzo di un dissesto. Quando il muratore lavora ad una casa altrui gli è concesso entrate per fare il lavoro ma quando la casa è pronta e dipinta ciò non gli è più permesso. Perché è un Dalit.

In Bihar una donna cammina in un villaggio. La sua dupatta colorata risalta il colore ocra della terra. E’ un’ ostetrica. Sulla sua destra una cisterna in terracotta contiene la preziosa acqua che in quei posti scarseggia. Le case sono modestissime, pressoché mura coperte da tetti in paglia. Monocolori. Lei è scalza perché è Dalit. Lei fa nascere i bambini e si prende cura della donna che ha partorito. Libera il feto dalla placenta e pulisce la zona del parto. Fa il bagno al neonato e lo massaggia con l’olio per una settimana. Guadagna cento rupie (poco più di un euro). Racconta che quando lavora le viene offerto sempre qualcosa da bere e da mangiare. Ma non le è consentito mangiare dentro la casa della famiglia cui ha donato un figlio. Può farlo solo fuori della casa. E’ l’ostetrica del villaggio e tutti la conoscono, le concedono il dono di far nascere i figli ma non viene invitata a nessun matrimonio. Perché è Dalit. Finito il suo compito, deve tornare a casa sua. Nessuna relazione oltre. Lei è conscia di essere fonte di contaminazione per le caste superiori, lo accetta come una cosa scontata e predestinata. Intorno a lei ci sono bambini. Difficile che siano quelli che, nel tempo, lei ha fatto venire al mondo.

Siamo in Punjab. Alcune donne tra la polvere spazzano le strade con una grande scopa di saggina. Chiedono perché fare un video su di loro. Tutte Dalit. La polvere si alza senza meta, forse nata apposta per loro.

In Bihar, davanti ad un treno che sfreccia in distanza, le facce scure dei Dalit del luogo. Il loro lavoro è di rimuovere carcasse dai binari ferroviari. “Un treno veloce”, dicono, “spacca un corpo in mille pezzi”; loro raccolgono ogni pezzo, lo ricompongono e lo portano via. Poi vengono fatte delle foto al corpo per un esame post mortem. Trasportano sulle loro spalle organismi morti e dieci giorni dopo puzzano ancora dell’odore della decomposizione. Questa gente lavora sui binari ma non è dipendente delle Ferrovie; solamente raccoglie per loro corpi schiacciati di vacche, cani, gatti e, aggiungo io, forse anche umani. “Facciamo un lavoro sporco”, esclama un ragazzo arrabbiato, “raccogliamo anche la vostra merda. Nessuna casta alta farebbe un simile lavoro. L’Harjian è fatto per soffrire”.

Un intermezzo canta dei lavori faticosi e sporchi dei Dalit che spesso vengono accoltellati agli angoli delle strade. Le immagini non lasciano spazio alla fantasia.

La casta è la spina dorsale della religione induista. La casta non è un sistema discriminatorio sebbene si dica il contrario”, dice un uomo in kurta bianco. “E’ un sistema puramente scientifico e nell’interesse della società che conduce al miglioramento sociale”. Un altro, un santone in giallo, dice di poter meditare per 4 ore mentre per altri è difficile e così per lui risulta difficoltoso fare qualcosa che per altri risulta facile. Questo per dire che ognuno di noi è nato con compiti precisi. “Il sistema dei Varna (caste)”, spiega qualcuno, “è in uso da millenni e se si crede alla verità dei testi sacri come i Shatras, i Veda e le Upanishad, allora si deve credere al sistema castale. Una tradizione che va avanti da secoli entra nel sangue; ad esempio non occorre insegnare ad un pesce a nuotare e il figlio di un barbiere ha una innata capacità a tagliare i capelli”.

La legge di Manu (1000 A.C.) al capitolo 1 verso 91 afferma: il Signore ha assegnato solo un compito al servo: servire le altre classi senza risentimento.

Ecco perché il santone sostiene che anche l’intoccabilità appartiene alla tradizione e che l’andare contro il sistema porta massacri tra le persone.

Torniamo in una pianura attraversata da un treno. Ci sono bambini, scurissimi e piccolissimi, che lavorano. Con un lungo punteruolo scardinano il prato e la terra per estrarre e selezionare qualcosa (pietre?). Dicono di non andare a scuola. Sono Dalit.

Poi ancora il bramino di Benares. Lui, dice, non ha il diritto di guidare un aeroplano e, se insistesse nel farlo, qualcuno proverebbe ad abbatterlo. Cosi un Shudra (un servo) non ha diritti. Dio ha creato le caste e l’intero universo ed ha prescritto lavori precisi per ognuno. Un voce (l’intervistatore) ribatte “ci sono lavori che possiamo imparare a fare”… Ma l’altro non si fa convincere e ribadisce che questo è il risultato delle molte nascite di ognuno e per questo si nasce femmina o maschio, si ha la pelle bianca o nera. E’ il risultato del karma.

Giusto in due, forse troppo semplicistiche, parole, il Karma è la legge di causa effetto che regola l’azione umana ed è a base della teoria della reincarnazione, secondo cui è il comportamento che l’uomo ha tenuto sulla terra a determinare la condizione (e anche la casta) in cui la sua anima rinascerà.

Poi la scena va su cartelli di protesta: “Ritirate il sistema di riserva dei posti per i sottocasta (andate a casa e rispettate i bramini!)”. Le persone Non-Dalit sentono come una discriminazione nei loro confronti le quote, ad esempio nei lavori pubblici e nell’accesso all’università, che il governo riserva ai Dalit.

Quattro bambine si presentano. Camminano tra le pozzanghere proteggendo i modesti vestiti per non bagnarli. Vanno a scuola. Paiono fiere di essere riprese e c’è in loro quella eleganza innata delle donne indiane. Ma, raccontano, oltre a studiare devono anche fare i lavori, pulire tutt’intorno alla scuola. I loro compiti sono divisi per giorni. Dicono, con il sorriso, che i Non-Dalit non fanno lavori, non devono lavare non devono preparare il tè. Mostrano le classi. Sanno fare bene il te, ci vuole solo acqua, tè e zucchero cui va aggiunto il latte quando il resto bolle. Poi mostrano le toilets (latrine), divise tra maschi e femmine. Le conoscono bene perché puliscono anche quelle. Ogni giorno. Se non lo fanno vengono picchiate. Vanno con spazzole e secchi e lavano finché tutto è pulito. Devono versare venti secchi d’acqua ogni volta.

Uno studente Dalit ha dato il suo esame in una scuola cristiana ma il preside non lo ha promosso alla classe superiore. Non gli è stato permesso frequentare la scuola, racconta un uomo sotto una capanna. Sua madre ha chiesto a quest’uomo di incontrare il preside che però ha risposto che il ragazzo è stupido. Al ragazzo non piaceva andare a scuola perché non voleva pulire le latrine, dice la madre. Lei ha messo il figlio a scuola affinché non dovesse pulire i bagni come lei. Ma, dice, è esattamente quello che faceva. Cosi, si è rifiutato di andarci.

Un villaggio pieno di voci di bambini che corrono sorridenti con in mano i loro piatti per il pranzo. Gli scolari si dispongono seduti in fila per mangiare. Ma al bambino Dalit questo non è permesso. Lui non va mai al pranzo della scuola per non contaminare i suoi compagni Non-Dalit. Dovrebbe sedersi lontano da loro e, poiché si vergogna, preferisce non andare a mangiare. Se si siede con loro, dice, si alzano e se ne vanno.

Un gruppo di bimbi seduto per terra. Lontano dagli altri. Anche loro sono Dalit. “Siamo Dalit e fatti per sedere dietro agli altri”, dicono. E’ l’insegnate che li tratta come intoccabili. E’ lui a decidere che debbano stare dietro gli altri. Li chiama conciatori di pelli. Tra i bambini Dalit, aggregati accanto ad un muro, uno non lo è. L’insegnante, che afferma di non essere Dalit, dice di non praticare l’intoccabilità ma viene subito smentito dai ragazzi e dai genitori di alcuni di loro. “L’insegnante sta mentendo”, urlano. Forse quel bambino Non-Dalit non si trova lì per caso. Forse doveva essere la conferma che in quel luogo tutti sono uguali?

E poi un uomo, Dalit, intervistato a casa sua, sostiene che “quando a qualcuno fai il lavaggio del cervello fin dall’infanzia e gli dici che lui è inferiore e quelli sono superiori …. se ascolta questo per 25 anni, come si sviluppa la sua mente? Quando porto mio figlio a scuola mi chiedono la mia casta; ma io non la dico. Perché dovrei fare sentire mio figlio inferiore agli altri? Cosa ha il figlio di un bramino che mio figlio non ha?

Il bramino di Benares non si convince. Insiste nell’affermare che un fattorino non può diventare un giudice solo perché ha lavorato in tribunale per 40 anni. Non ha nessun diritto. Un fattorino rimarrà sempre un fattorino. E un shudra (servo) sarà sempre un servo.

New Delhi, la capitale, moderna. Una ragazza Dalit dice di avere un’amica bramina di cui si è presa cura durante la scuola. Ma quando l’altra conosce che lei è Dalit, la accusa di aver contaminato il suo Dharma con le sue cure.

In un’India che cresce vorticosamente qualcosa (non poco) non ce la fa a superare il muro della tradizione.

Testo PASSOININDIA

questo articolo è pubblicato anche sulla rivista mensile on line dal 2003  www.operaincerta.it che vi invito a visitare.

L’immagine di apertura è tratta dal sito http://archive.marcusperkins.com/page1

7 thoughts on “Dalit. (parte 2)

  1. tramedipensieri scrive:

    Quanti secoli ci vorranno per a arrivare a capire un concetto che sta alla base della natura che é quello che nasciamo tutti nudi?
    Per me é assurdo ma pare che in India ognuno sappia molto bene qual’è il proprio posto…

    Grazie Passoinindia
    Ciao
    .marta

  2. mfantuz scrive:

    Mi piace quello che sto cercando di capire con il tuo aiuto, ma la strada è ancora lunga, sono contento di farla con te che mi guidi a scoprire l’India. Grazie.

  3. Reblogged this on trafantasiapensieroazione and commented:
    Ecco il capitolo secondo…mi piacerebbe, come suggerito in un commento al primo capitolo, sapere delle vostre “impressioni” a riguardo…so che non è semplice, ma lo scambiare emozioni e pensieri aiuta a vedere chiaro(pur essendo ciò molto chiaro, ma lontano da quanto possiamo, anche solo immaginare). Grazie per i vostri contributi “scritti”…

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