Nel luogo più sacro del Tibet, il tempio di Jokhang.

Mi trovo in Tibet, nel cuore della vecchia Lhasa, la ”terra di Buddha”. C’è un luogo, a pochi passi dal Potala, che ancor più dell’atmosfera che lo circonda, già intrisa di spiritualità, trasuda forte misticismo. Qui i pellegrini si prostrano a intervalli regolari per recarsi nel luogo più sacro del Tibet, il monastero di Jokhang, la “Casa di Buddha”.

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Prima di entrare girano attorno al tempio lungo il Barkhor, un percorso sacro punteggiato da bancarelle che vendono, tra mille altri oggetti, rosari, burro di yak, gioielli e sciarpe bianche, le usuali offerte per le divinità. Girano le ruote delle preghiere, sempre in senso orario, avvolgendo le loro dita con i rosari sacri sussurrando mantra come “Om Mani Padme Hum”. L’altra fila è quella riservata ai turisti che entrano da una porta diversa e possono visitare il tempio solo il pomeriggio. L’esterno del tempio è decorato con cervi e ruote, i primi simboli del Buddismo che rammentano il primo sermone del Buddha quand’egli trasformò la “ruota del Dharma” in un parco dei cervi vicino a Varanasi, in India.

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Dal chiostro principale, che ospita le grandi ruote di preghiera, accedo al sacro luogo lasciandomi abbracciare dalla suggestiva atmosfera, carica di incenso e di fumo delle candele, che avvolge le tante cappelle, statue, drappeggi, dipinti ed immagini dedicate a divinità buddiste tra cui Songtsen Gampo, Guru Rinpoche, Tsongkhapa, Tara e Maitreya. Il tutto è protetto da un soffitto costituito da travi di legno che sovrasta pinnacoli, colonne e porte Newari, splendidamente incorniciate, del VII° ed VIII° secolo.

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Il “tesoro” spirituale del Tempio che fa muovere queste masse di pellegrini è il Jowo Rinpoche (o Jowo Shakyamuni), l’oggetto più sacro del Tibet, una statua ingioiellata dai devoti alta un metro e mezzo situata nella stanza principale, raffigurante Shakyamuni all’età di 12 anni, probabilmente costruita in India e poi regalata alla Cina.

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Quando la principessa cinese Wenchen, figlia dell’imperatore Tang Taizong, nel 641, divenne la seconda moglie del re Songtsen Gambo (617-649), ella portò il Jowo Rinpoche come sua dote. Questo re, che fu il primo sovrano del Tibet unificato e che pare avesse almeno cinque mogli, prese come prima moglie, nel 630, la principessa Bhrikuti, sorella del re del Nepal, che portò anch’ella in dote una statua del Buddha, l’ Akshobhya Vajra. Songtsen Gambo fu un forte sostenitore del Buddismo, costruì molti templi e contribuì alla creazione della lingua tibetana scritta. Secondo una delle varie leggende, l’anello che il re gettò in aria affinché gli spiriti potessero suggerirgli dove costruire questo tempio, cadde in un lago da cui emerse uno stupa. Così il lago fu riempito con sabbia e terra portata da migliaia di montoni bianchi, per costruire il Tempio di Jokhang, il cui santuario centrale fu realizzato proprio sopra lo stupa emerso.

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Pare che questo monastero sia stato inizialmente costruito per ospitare la statua di Buddha portata in Tibet dalla moglie nepalese del re e che in seguito ospitò anche lo Jowa Sakyamuni, portato dalla principessa Wencheng che, alla morte del marito, temendo un’invasione cinese, lo scelse per proteggere la statua, sulla base dei principi della geomanzia (feng shui), trasferendola qui dal tempio di Ramoche. Quest’ultimo è il gemello del Jokhang, costruito più o meno nello stesso periodo ed oggi il secondo tempio più importante in Lhasa.

Quel che è certo è che, insieme al loro sposo, anche le due regine furono determinanti nella diffusione del buddismo in Tibet e questo è il motivo per cui la statua sacra è fiancheggiata dagli altari del re e delle sue due mogli. Bellissimo, tra il resto, il murales che raffigura l’arrivo in Tibet della principessa cinese.

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Il tempio, costituito di quattro piani, con tetti coperti da tegole di bronzo dorato, interessa una superficie di circa 25.000 metri quadrati e combina elementi tibetani, nepalesi, cinesi e indiani. Durante le attività anti-buddiste della fine del VII° secolo e della metà del IX° secolo, il tempio venne chiuso e la Jowo Rinpoche venne sepolta in terra affinché rimanesse indenne. Nel corso dei secoli il tempio ha subito varie ricostruzioni ma il nucleo è ancora quello originale dal VII° secolo. Il monastero di Jokhang, durante l’occupazione cinese nel 1951, divenne il centro della resistenza tibetana. Durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976), fu utilizzato dai cinesi per ospitare animali oltre che i soldati cinesi che bruciarono le antiche scritture tibetane che vi erano conservate. Ancora oggi questo luogo è attentamente sorvegliato dalla milizia del governo cinese.

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Il monastero di Jokhang è così importante che ospita l’annuale Festival della Preghiera oltre alle cerimonie di iniziazione del Dalai Lama e del Panchen Lamas.

Pranzo con un semplice pasto tipicamente tibetano ed attendo il primo pomeriggio per assistere all’incontro dei monaci novizi che, sul balcone del secondo piano, discutono di dottrina buddista.

Di notte, l’atmosfera si fa ancora più struggente, quando i Lama che abitano il monastero, cantano i sutra.

Questo mondo magico, carico di religiosità e di storia mi regala un grande senso di appartenenza che affina la mia sensibilità, mi svuota, lentamente, di tutte le pene che sembrano uscire insieme alle lacrime.

testo by PASSOININDIA

(PER VIAGGI IN ORIENTE http://www.passoinindia.com)

immagine con il monaco dal sito https://thescifibuddhist.wordpress.com/2014/11/23/buddhist-imagery-in-stargate/

3 thoughts on “Nel luogo più sacro del Tibet, il tempio di Jokhang.

  1. tachimio scrive:

    Sempre coinvolgenti i tuoi racconti. Quando vidi ”sette anni in Tibet” rimasi folgorata da quei posti e dalla vita così semplice di quelle popolazioni. E poi è unica e vissuta profondamente la loro religiosità. Grazie. Buona serata. Isabella

    • passoinindia scrive:

      Grazie Isabella sei sempre gentile. Il Tibet è un luogo straordinario come del resto il suo vicino Bhutan anch’esso buddista.Ricordo anche io il bellissimo film di cui parli con protagonista Brad Pitt. Un caro saluto.

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