Happy Gurpurab per Guru Govind Singh.

shri-guru-gobind-singh-ji

Oggi è il compleanno del decimo Guru del Sikkismo Gobind Singh e quindi questo giorno è di particolare importanza per i seguaci del Sikkismo.

Vi proponiamo questo post, interessante per comprendere la filosofia religiosa del Sikkismo e anche una parte della storia dell’India.

Gobind Rāi si ritrovò alla guida dei fedeli all’età di soli nove anni . Dopo aver eseguito i riti funebri in onore del padre Teg Bahādur (1621- Guru 1664 -1675), nono Gurū e secondo martire dei Sikh brutalmente ucciso dal rigido imperatore Mughal Aurangzeb (1658-1707), si ritirò in una cittadina nascosta fra i monti dove covò per anni propositi di vendetta e di riscatto per i suoi Sikh (discepoli).

Durante questo periodo si dedicò alle attività fisiche e studiò nel medesimo tempo la storia, il sanscrito, il persiano, la hindī, la pañjābī e le rispettive letterature, traendone ispirazione e costruendosi solide basi su cui elaborare le importanti innovazioni che introdusse di lì a poco.

Promosse e praticò egli stesso, seguendo l’esempio di molti suoi predecessori, la caccia e altre attività fisiche e marziali.

Dopo alcuni anni di intensi conflitti con i Rajput , che alternativamente lo appoggiarono e lo osteggiarono, arrivando da un lato ad allearsi con lui contro i Mughal e dall’altro a dichiarargli apertamente guerra proprio grazie all’alleanza con l’imperatore, il Gurū tornò ad Anandpur (un piccolo villaggio fondato dal padre), dove approfittando di un lungo periodo di quiete di 12 anni , poté dedicarsi alla riorganizzazione delle proprie forze, munendo in primo luogo Anandpur di ulteriori difese e facendo costruire una catena di fortezze ininterrotta in territorio Rajput.

Riconoscendo nell’ignoranza la causa principale dell’abbattimento morale della sua gente si dedicò anche alla promozione della cultura. Egli stesso conosceva come si è visto le lingue più importanti del tempo ed ora si adoperò per farle conoscere e studiare al maggior numero di persone possibile, inviando a tale scopo cinque discepoli a Benares a studiare il sanscrito e i testi della mitologia indù .

I suoi studi gli avevano fornito le basi per comprendere appieno il proprio tempo e gli strumenti per portare a termine con successo la missione che si era prefissato. Si trattava ora di applicare le proprie conoscenze ed infondere coraggio e fiducia al buon esito della missione nella massa dei fedeli, abituati da secoli a sottostare ad ogni discriminazione senza levare alcuna protesta e da ciò minati nella fiducia in se stessi e nella possibilità di un cambiamento.

Gurū Gobind quindi tradusse e fece tradurre dal sanscrito in pañjābī molti miti e storie edificanti in cui si esaltava il coraggio e l’eroismo. Dotato di talento per la poesia, scrisse egli stesso molti inni in cui esponeva il proprio pensiero in accordo con quello di Nānak .

In particolare riconobbe il pericolo che derivava dall’idolatria, ancora molto diffusa fra gli indù, e sottolineò l’unicità di Dio, di cui egli era l’inviato, umile servitore. A tale proposito condannò con fermezza ogni forma di idolatria per la propria persona.

Cosciente dell’impossibilità di successo di un movimento puramente politico anti-mughal e dei segni di decadenza che mostrava la “monarchia religiosa”, prese misure volte alla riorganizzazione della comunità.

In primo luogo identificò le principali cause di decadenza: l’ereditarietà della carica, con le conseguenti lotte di successione, aveva ormai reso il Gurū del tutto simile ad un contemporaneo monarca (anche dal punto di vista di una pronunciata rilassatezza morale e dei costumi); l’istituzione dei masand (spesso veri e propri signorotti locali che si arricchivano presentandosi come interpreti del volere del Gurū) e la riscossione delle imposte a loro demandata erano un’altra grave causa di malcontento nella popolazione vessata.

Gobind non perse tempo in mezze misure e le eliminò risolutamente entrambe. Abolì in blocco i masand, pur cosciente del rischio di impoverimento cui andava incontro la comunità intera, privata dell’unico mezzo di sostentamento, e presentò ai fedeli il compito di fare offerte volontarie e prendersi cura della comunità come un proprio bene e non perché costretti da qualcuno.

L’altra causa di decadenza – la monarchia religiosa ereditaria – era certamente più complessa da riformare o eliminare e necessitava di qualcosa che potesse assumerne le funzioni e le responsabilità.

All’inizio del 1699, Gurū Gobind Rāi invitò tutti i fedeli a recarsi in pellegrinaggio ad Amritsar per la grande festa annuale, richiedendo loro esplicitamente di partecipare all’evento con la barba ed i capelli non tagliati.

Il primo giorno del mese di Baisakh, durante il grande raduno, si presentò all’auditorio con una spada in pugno, chiedendo che chi era pronto ad immolarsi per lui gli offrisse la testa in sacrificio. Il silenzio scese sugli astanti. Alla terza ripetizione della richiesta un uomo si fece avanti. Gobind lo condusse dietro una tenda, da cui uscì poco dopo con la spada insanguinata in pugno. Per altre quattro volte ripeté la medesima richiesta e ogni volta un fedele si offrì in sacrificio. Al termine il Gurū uscì dalla tenda con i cinque (aveva sacrificato delle capre al loro posto) e proclamò che coloro che si erano mostrati pronti ad immolarsi per lui erano i suoi Pañc Pyāre (i cinque beneamati), ed avrebbero costituito il nucleo da cui sarebbe sorto il khālsā, la comunità di Santi-Soldati pronti a battersi fino alla morte per far trionfare il dharma sull’adharma.

Istituì un nuovo rito, mescolando dello zucchero a dell’acqua con una spada a doppio taglio, ed aspergendo i cinque con l’amṛtā così ottenuto. Subito dopo chiese di essere battezzato con lo stesso rito.

All’entrata nel khālsā tutti dovevano rinunciare alle proprie precedenti occupazioni per quella di soldato, alla propria famiglia per abbracciare quella del Gurū, a tutti i riti salvo quelli previsti dal Gurū, alla propria fede per quella del Sat Gurū.

Tutti gli uomini, entrando nel khālsā, aggiungevano inoltre al proprio nome quello di Singh (Leone) e tutte le donne quello di Kaur (Principessa, Leonessa), nomi dei nobili Rajput in forte contrasto con gli umili nomi castali che portava allora gran parte dei fedeli.

In assenza del Gurū le decisioni dei Pañc Pyāre sarebbero state considerate equivalenti al volere del maestro, spiritualmente presente nell’assemblea.

Chi faceva parte del khālsā era poi tenuto a portare cinque simboli (le cosiddette cinque “K”), ognuno volto a sottolineare un aspetto particolare dell’essere santi-soldati.

Il simbolo più importante erano i capelli e la barba intonsi (keś), mentre gli altri ne completavano l’estensione semantica.

L’uso di non tagliare barba e capelli è in voga da tempo immemorabile presso gli asceti indiani, come simbolo di rinuncia alle illusioni mondane, e pare assai probabile che tutti i Gurū Sikh da Nānak in poi portassero questo simbolo di santità. Quindi la decisione di renderlo obbligatorio per tutti gli appartenenti al khālsā non sorprese in modo particolare i Sikh, che evidentemente vi erano già adusi.

L’innovazione di Gobind risiede nell’aver voluto sottolineare come tutti gli appartenenti al khālsā fossero dei santi al servizio di Dio, pronti a prendere le armi in difesa del dharma, contro i mali del mondo: dei Santi-Soldati (sant-sipāhī).

Il valore di un soldato si misura proprio nel suo essere costantemente vigile e pronto a sguainare la spada ed offrire in sacrificio la propria vita, ma solo nel momento del bisogno, quando ogni altra strada sia stata preclusa e l’ adharma rischi di trionfare.

Gli altri simboli sono facilmente spiegabili partendo da questi presupposti, e sono tutti relativi alla occupazione di Santo-Soldato che i Sikh abbracciavano entrando nel khālsā: così il kanghā (pettinino di legno) serve a mantenere puliti ed in ordine i lunghi capelli nascosti sotto il turbante e a ricordare la necessità di essere puri, nella vita come in battaglia.

Il kach, i comodi e semplici pantaloni usati dai guerrieri del tempo, andavano a sostituire la graziosa, ma assolutamente poco pratica in battaglia, dhotī.

L’uso di portare una spada (kirpāṇ) è ovviamente legato a filo doppio con l’essere un sant-sipāhī e non sembra necessitare di particolari spiegazioni.

Il simbolo che presenta qualche maggiore difficoltà di interpretazione è il kaṛā, il braccialetto di ferro. Apparentemente non connesso con l’arte della guerra, aveva la sua utilità pratica in battaglia nel difendere il braccio dai colpi e pare possibile che derivi dall’uso indù di cingere i polsi dei guerrieri con nastri benaugurali prima di andare in battaglia. Il ferro sembra anche riportare alla mente la semplicità che doveva ispirare la vita di ogni Sikh, in contrasto con l’uso contemporaneo di adornarsi con splendenti e costosi gioielli in metalli preziosi.

Ogni appartenente al khālsā era poi tenuto a rispettare quattro regole (rahat): il divieto di tagliare barba e capelli (evidentemente una ripetizione del keś), il divieto di assumere tabacco ed altre sostanze intossicanti, il divieto di mangiare animali uccisi per dissanguamento (come era l’uso musulmano) ma solo uccisi da un colpo netto, il divieto di intrattenersi con donne musulmane.

Infine, a sancire e definire inequivocabilmente la nuova identità Sikh, Gurū Gobind Singh prescrisse un nuovo saluto: Vāh guru jī kā khālsā, Vāh guru jī kī fateh.

Con l’istituzione del khālsā, Gurū Gobind Singh aveva creato la struttura adatta a sostituire la monarchia ereditaria al momento della sua morte.

Su basi democratiche aveva brillantemente sostituito tutte le funzioni temporali del Gurū, demandandole a una assemblea di cinque uomini pii (molto simile al pañcāyat indù di cui evidentemente era una rielaborazione), e al gurumatā, il consiglio cui tutti partecipavano di diritto con l’entrata nel khālsā, convocato per tutti i casi di vitale importanza.

Si preoccupò di sottolineare l’eguaglianza di tutti gli uomini e di dar loro coraggio e fiducia nelle possibilità di un movimento compatto e riuscì in questo intento grazie alla forza dei simboli che scelse e all’intelligenza con cui li presentò ai fedeli: Singhil Leone, fino ad allora un nome castale, diveniva l’unico cognome per tutti gli appartenenti al khālsā, tutti leoni pronti a battersi fino alla morte. Gli umili cognomi fino ad allora usati dalla maggioranza dei fedeli erano rimpiazzati da un unico nobile cognome, che portava con sé altissime responsabilità .

Sempre per l’elevazione spirituale dei discepoli si adoperò affinché nessuno si sentisse più in basso degli altri a causa della propria occupazione (ciò che avrebbe reso l’uguaglianza conferita dal cognome e dall’appartenenza al khālsā puramente formale).

Riconoscendo l’importanza del guadagno e del modo di procurarselo proibì la carità e tutti i lavori umilianti e decretò che occupazioni degne erano l’agricoltura, il commercio, le professioni di penna e, ovviamente, le professioni di spada.

A tutti questi cambiamenti corrispose un’inversione di tendenza nella composizione sociale del Panth (letteralmente: sentiero, via; quello che in occidente è conosciuto come Sikhismo è in india il Sikh-panth).

I khatrī, alta casta urbana dalle cui fila provenivano i masand, che fino ad allora avevano costituito la spina dorsale del Panth e ne avevano certamente determinato alcuni aspetti relativi alle occupazioni e al modo di vita, vennero gradualmente rimpiazzati da una maggioranza di jaṭ, bassa casta rurale di agguerriti combattenti, che formerà il nerbo dell’esercito Sikh.

I Rajput delle montagne assistevano con crescente preoccupazione alle operazioni del Gurū e decisero quindi, consci che se non avessero fatto nulla la furia dei Mughal si sarebbe abbattuta su di loro, di cercare di arginare il crescente potere del Gurū.

Dapprima tentarono di provocarlo ma alla sua determinazione risposero assediando Anandpur. In un primo tempo i Sikh ruppero ripetutamente il cordone che cingeva la città, alla lunga divenne però complicato reperire regolarmente le provviste ed essi si spostarono in un piccolo villaggio, Nirmoh, dove si scontrarono con il Raja di Bilaspur (sempre alla testa delle operazioni contro il Gurū) sconfiggendolo.

I capi delle montagne realizzarono allora che la forza dei Sikh era al di là delle proprie possibilità e chiesero dunque l’aiuto dell’Imperatore. Le loro forze congiunte attaccarono i Sikh a Nirmoh, tentando invano di assediarli, e quando il Gurū si ritirò con i suoi a Basali, Bilaspur tentò un’ultima volta di annientarlo.

Duramente sconfitto fu costretto a scendere a patti con Gobind, che tornò poi ad Anandpur dedicandosi al pressante compito di fortificarla in modo da poter resistere agli attacchi che l’attendevano.

Di lì a poco le preoccupazioni dei Raja causarono un nuovo invio di truppe imperiali contro Anandpur, che venne accerchiata. Questa volta l’assedio fu lungo e infine si rivelò stremante da entrambe le parti; molti abbandonarono il Gurū, che rimase con un manipolo di uomini. Ci fu un tentativo di accordo, immediatamente infranto dagli imperiali; Gurū Govind Singh consegnò ad un brahmano la madre con i due figli minori e si ritirò – protetto da una retroguardia che fu sterminata fino all’ultimo uomo – verso Sud a Chamkaur, dove decise di resistere fino alla fine con i quaranta che erano rimasti con lui.

Quando ormai tutto sembrava perso un fedele che assomigliava al Gurū indossò i suoi vestiti ed uscì sul campo di battaglia, dando a Gobind il tempo di fuggire e di raggiungere Jatpura. Qui egli apprese della morte dei due figli minori e della propria madre – a quanto riferiscono le cronache sikh traditi dal brahmano cui erano stati affidati – per mano del governatore di Sirhind, Wazir Khan.

Migliaia di Sikh si strinsero intorno al Gurū e gli offrirono il proprio aiuto per vendicare l’orrendo crimine. Saputo che Wazir Khan stava marciando contro di lui ed ormai forte dell’aiuto dei suoi, Gobind si lanciò sugli inseguitori sconfiggendoli a Khidrana, che da allora fu rinominata Muktsar (lo Stagno della Salvezza).

Gurū Gobind Singh si ritirò dunque a Talwandi Sabo, dove con l’aiuto del discepolo Mani Singh si dedicò alla redazione definitiva del Dasven Pādśāh kā Granth (Il Libro del Decimo Imperatore), o Dasam Granth, in cui vennero raccolti i suoi inni.

Il 2 marzo 1707 morì l’Imperatore Aurangzeb.

Immediatamente si aprì la lotta per la successione ed il Gurū si schierò dalla parte di Bahadur Shah (ricordando l’aiuto da questi offertogli precedentemente) inviando un distaccamento di cavalieri che parteciparono alla battaglia di Jajau del giugno 1707. Gobind accompagnò dunque il nuovo Imperatore nella sua marcia nel Deccan per sopprimere la ribellione del fratello Kam Baksh, pur non prendendo parte ad alcuna battaglia.

Arrivarono così sulle rive della Godavari e piantarono il campo nel villaggio di Nanded nel settembre 1707.

Una notte due Pathan si intrufolarono nella tenda del Gurū e lo accoltellarono . La grave ferita fu suturata e parve che il Gurū potesse sopravvivere, ma i punti esplosero dopo poco.

Gurū Gobind Singh raccolse allora i fedeli attorno a sé e diede disposizioni: la successione dei Gurū terminava con lui.

Da allora in poi la guida spirituale di tutti i Sikh sarebbe stato lo Sri Gurū Granth Sahib, il libro che raccoglieva gli inni di lode dei primi nove Maestri e quelli di alcuni mistici indù e musulmani che, come Gurū Nānak, riconoscevano di adorare, sempre e comunque e al di là di ogni divisione operata dall’uomo, lo stesso Dio.

Morì il 7 ottobre 1708.

Il post è stato integralmente tratto dal sito http://www.gatka.eu/storia-e-filosofia/guru-gobind-singh/

Altri articoli su questo argomento:

https://passoinindia.wordpress.com/tag/sikkismo/

http://www.passoinindia.com/single-post/2017/01/05/Una-visita-al-Tempio-doro-di-Amritsar

http://gurdwarananakparkash.altervista.org/10-guru.html

http://www.sikhisewasociety.org/10-guru-gobind-singh-ji.html

 

4 thoughts on “Happy Gurpurab per Guru Govind Singh.

  1. banzai43 scrive:

    Vostri post sempre culturalmente interessanti. A V oi tutti Buon Anno.
    banzai43

  2. marzia scrive:

    Quanto ci lasci ci permette di conoscere un pò un universo di lingue, colori, tradizioni lontane che con te si fan vicine.
    Ti son debitrice 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...