La Jama Masjid a Delhi.

Vagando nella zona di Chandni Chowk, uno dei bazaar della vecchia Delhi, ebbra di profumi speziati e di quotidianità, la Jama Masijd mi appare all’improvviso, imponente in tutta la sua santità islamica. A volerla, tra il 1644 e il 1656 fu Shah Jahan (1628-1658), l’imperatore moghul che anche dobbiamo ringraziare per il magnifico Taj Mahal di Agra. Durante il suo regno, infatti, la capitale di quell’impero che già dominava l’India settentrionale da più di cento anni, fu trasferita da Agra a Delhi, nuovo centro del potere musulmano, che lo rimase dal 1649 al 1857. Qui Shah Jahan, a nord dell’antico insediamento, costruì, tra il 1638 e il 1649, una nuova città murata chiamata Shahjahanabad (la città di Shah Jahan), che divenne una delle 12 province dell’impero e che oggi è conosciuta come “Old Delhi”. Delhi, con tutti gli onori di nuova capitale, fu abbellita da palazzi reali e nobiliari, giardini, piazze ed altri edifici all’insegna del buon gusto moghul del sovrano, come la bella moschea e il Forte Rosso che, come il Taj Mahal di Agra, si stende sul fiume Yamuna e che da qui ben si ammira.

La splendida moschea accoglie il devoto con l’abbraccio della sua lunga scalinata in arenaria rossa che conduce ad uno dei tre grandi portali d’accesso. Prima di percorrerla e di lasciare fuori le mie scarpe impure, osservo con stupore le tre cupole a bulbo, le quattro torri agli angoli alte 40 metri e i due minareti in arenaria rossa e marmo sormontate da chaatris (baldacchini).

Entrando, dalla porta nord, nel grande cortile lastricato di 408 metri quadrati, abbagliata non solo dal sole che picchia, comprendo perché questa è la moschea più grande di tutta l’Asia, che ha richiesto il lavoro di 5000 persone ed un milione di rupie.

In questo piazzale, che ospita al centro una vasca per le purificazioni con l’acqua, si accende, ogni venerdì, il fervore religioso di ben 25000 devoti per la “Jumu’a”, la “preghiera del venerdì” (da cui il nome “jama” – moschea del venerdi), quella preghiera comunitaria che i musulmani fanno dopo mezzogiorno quando il richiamo cantalenante del muezzin sul minareto li invita ad ascoltare la liturgia ed il sermone dell’imam, la loro guida spirituale.

L’imam della Jama Masjid, a cui viene dato il titolo onorifico di Shahi Imam, è da sempre considerato figura islamica di enorme rilievo. Egli, come tutti i suoi predecessori, discende infatti dal primo imam che fu designato dall’imperatore Shah Jahan in virtù della sua divina autorità.

In una “Old Delhi” che pare ferma nel tempo, la Jama Masjid, oggi come allora, è ancora lì nella sua maestà religiosa, traccia intatta dei uno dei più grandi imperatori dell’immenso regno, quello moghul che iniziò nel 1526 il dominio dell’ India sostenendolo fino al 1857 quando dovette, suo malgrado, lasciarlo agli inglesi.

racconto di viaggio tratto dal sito

http://www.passoinindia.com

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LE DONNE INDIANE

In questo continente riarso 
le donne non mostrano visi accigliati
sui muri di fango

Pazientemente siedono 
come brocche vuote
 
ai bordi del pozzo del villaggio
 
la speranza in ogni treccia dei loro lunghi capelli
 
guardando in profondità lo specchio dell’acqua
 
con i loro occhi umidi.

Con scarabocchi zodiacali sulla sabbia 
custodiscono cosce tatuate

in attesa del ritorno dei loro uomini 
finché anche le ombre
 
rimboccano i loro contorni e se ne vanno  oltre le colline.

Poesia di Shiv K. Kuman, poeta indiano

La poesia è dedicata all’infinita pazienza della donna indiane che spesso ancora oggi si occupa di lavori pesanti che la relega in cronici stati di povertà (la casa fatta con il fango) Il continente è quello indiano, arido, con la sua società altamente patriarcale, in cui molte donne sono ancora oppresse. Abituata a non mostrare sofferenza, la donna è fin da piccola educata a gestire passivamente le emozioni, anche quelle che le derivano dal comportamento ingiusto degli altri. Tra le mura della sua casa è destinataria passiva delle attenzioni dell’uomo che troppo spesso la considera una sua proprietà privata (il tatuaggio con il nome del marito che le donne custodiscono tra le cosce). La donna non ha il potere di arrabbiarsi con qualcuno, neppure in ambito familiare (i muri di fango).  La pazienza è la virtù più cara di queste donne. Anche quando riempiono i vasi con l’acqua raccolta dal pozzo, la donna percorre lunghe distanze per portare alla famiglia quell’acqua, attinta così in profondità, e che riflette la sua immagine con gli occhi pieni di lacrime. Durante la lunga attesa del suo turno al pozzo la donna, quasi sempre analfabeta, con la punta dei piede disegna nella sabbia figure zodiacali abbassando il suo sguardo timido e pensando al suo uomo lontano oltre le colline. Lei lo aspetta finché anche le ombre se ne vanno, anch’esse oltre le colline.