Incontro con la tribu Mishing all’isola di Majuli (Assam, India)

Una parte del nostro viaggio in visita alle zone tribali dell’India ci porta in Assam.

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L’Assam, nel nord est indiano è uno degli Stati chiamati “le sette sorelle”(https://passoinindia.wordpress.com/2016/12/10/viaggio-nel-nord-est-india-le-sette-sorelle-e-le-loro-tribu/) nonché terra di tribù e comunità che, sebbene accomunate da alcune somiglianze, hanno tra loro enormi differenze culturali e linguistiche.

Una delle maggiori etnie è quella Mishing (o Miris, nome originario ed utilizzato per identificarli nella Costituzione indiana), termine che deriva dalle parole “mi” e “anshing” e che significano rispettivamente uomo e dignità. Quindi, questi aborigeni sono conosciuti come uomini di valore. Abitano principalmente i distretti assamesi di Dhemaji, North Lakhimpur, Tinsukhia, Dibrugarh, Majuli, Sibsagar, Jorhat e Golaghat oltre che varie zone dell’Arunachal Pradesh dalle cui colline si dice provengano sebbene la loro esatta origine non sia stata del tutto accertata. Sono infatti evidenti le molte somiglianze culturali e linguistiche con la tribù Adi che vive in Arunachal Pradesh. Appare anche probabile che i Mishing siano discesi dal sud-est asiatico ed abbiano radici risalenti agli Abo Tani (che si ritiene siano stati i primi uomini sulla terra) e che provengano dalle comunità cinese e mongola. I Mishing arrivarono in Assam, a costruire le loro colonie, già nel sedicesimo secolo, alla ricerca di una terra fertile, che trovarono sulle rive del fiume Bramhaputra. Da sempre questa gente combatte con le gravi inondazioni annuali che distruggono le coltivazioni, la loro principale fonte di sussistenza.   

 

Incontriamo i Mishing sull’isola di Majuli, la più grande isola fluviale del mondo, che raggiungiamo in barca navigando il grande Brahmaputra. È un corso d’acqua transfrontaliero che attraversa Cina, India e Bangladesh ed il cui nome, dal sanscrito, significa “figlio di Brahma”, probabilmente il solo tra i fiumi dell’India che porta un nome maschile. Il lungo tratto di 2900 chilometri che percorre dal Tibet, dove nasce, fino al Golfo del Bengala, dove sfocia, lo rende importante per l’irrigazione e il trasporto. Ma quando la neve dei picchi himalayani si scioglie la sua potenza si fa sentire. È questo il motivo per cui l’ isola di Majuli in pochi anni scomparirà a causa dell’erosione sempre più forte e certamente conseguente agli ultimi critici cambiamenti climatici.

 

Dalla barca, su cui sono state stipate con precisione le nostre auto, e comunque comoda per noi, è visibile, in prossimità dell’attracco all’isola, la fragilità del terreno con cui è fatta, tanta sabbia bianca, come quella del mare. Quando le auto vengono fatte scendere con l’ ausilio di due tavole di legno, appena il tempo per giocare un poco sui banchi di sabbia, ci dirigiamo verso il cuore dell’ isola.

 

Majuli all’interno si presenta in tutto il suo fascino paradisiaco, con il giallo dei campi di senape, le pozze d’ acqua che specchiano il cielo, i grandi bambu ed altri alberi che lasciano alla terra i loro fiori di ibisco e che mi piace raccogliere per donarli ai miei compagni di viaggio. Lungo la strada, le abitazioni palafitta costruite su pilastri in cemento che i Mishing utilizzano per difendersi dalla piene.

 

Di fronte ad esse vi è spesso un telaio. Le donne Mishing riflettono infatti le loro doti in un’arte tramandata da generazioni ed imparata in età giovanile, nei disegni dei loro vestiti filati con seta muga (una seta preziosa dell’Assam) e cotone.

 

La maggior parte dei loro abiti è adornata con le figure simboliche di “Do-ni” e “Polo”, il sole e la luna”, rispettivamente il dio (e madre) e la dea (e padre) delle tribù Mishing; queste due divinità, il cui figlio è Abotani, sono le più importanti tra altre divinità e sono invocate per buon auspicio. Il Mibu, il capo religioso venerato per le sue capacità di relazionarsi con gli dei, canta gli Abang Mantras e altre canzoni sul mondo, compresi uomini e animali. Di tradizione animista, questa tribù crede nell’esistenza di poteri, divinità malevole e benevole ed esseri sovrannaturali che abitano boschi, acque, alberi, cieli ecc. o che sono gli spiriti sospesi dei morti. I missionari cristiani, ad differenza di quanto è accaduto per altre tribù dell’India, non sono riusciti a convertirli al cristianesimo. Sebbene non particolarmente religiosi, i Mishing della valle del Brahmaputra seguono un induismo monoteistico trasmesso loro da una delle sette del Vaishnavismo di Sankardeva (1449-1568 d.C.), il santo-poeta di Assam. Queste fedi opposte, l’animismo e il vaisnavismo, coesistono perfettamente nella società Mishing non avendo il vaisnavismo interferito con i loro costumi tradizionali (come ad esempio bere birra di riso e mangiare carne di maiale, o usarli in occasioni socio-religiose).

Sull’isola di Majuli dove ci troviamo, i Mishing rappresentano il 60% della popolazione e, nel complesso, sono la seconda più grande comunità tribale degli stati nord orientali dell’India. Sono accoglienti quando ci avviciniamo alle loro case in bambu e ci invitano ad entrare. Una tipica casa Mishing ha un tetto in paglia ed è suddivisa in poche stanze illuminate dalla luce che filtra dalle canne e che semplicemente ospitano una zona cottura e una o più zone notte. Il granaio e la stalla sono costruite non lontano dalla casa.

 

Superato l’uscio, a cui giungo passando su una obliqua tavola di legno che compensa il dislivello tra la strada e l’ingresso della palafitta, incontro i volti sorridenti delle madri e dei loro bambini ancora sonnecchianti. Ci mostrano abiti di vari colori, finemente ricamati e pronti all’uso, gonna lunga da avvolgere attorno ai fianchi e scialle da indossare trasversalmente al tronco, proprio quelli tipici della loro tradizione e che usano quotidianamente. Ahimé, la tentata contrattazione in lingua inglese non ha avuto per me alcun esito riduttivo sul prezzo. La lingua Mishing, che prevede anche un dizionario scritto e una grammatica sviluppata, appartiene al gruppo di lingue indo-tibetane. Col tempo, i Mishing assamesi hanno subito un processo di acculturazione ed il loro tasso di alfabetizzazione è di circa il 68%. Anche in questo caso, con l’inglese me la cavo. Mi accomiato con un namasté (son pur sempre indiani!) ed esco dalla casa, lusingata più dall’emozionante contatto umano che dall’acquisto comunque straordinario. Mi guardo intorno. Un agnello bianco è in grembo ad un donna, qua e là razzolano animali da cortile e, sullo sfondo, lavorano contadini nei campi coltivati a riso, verdure, senape, tabacco, bambu. Nel complesso, una vita che scorre lenta. Un tempo cacciatori, oggi i Mishing mangiano riso, pesce che allevano (come il ‘namsing’, essiccato e macinato), carne, frutta, verdure e altre erbe della foresta. Le donne contribuiscono al reddito familiare allevando maiali, capre, anatre, e altri bovini fuori dalle loro case.

Se vi offrono entusiasti qualcosa da bere, sappiate che si tratta dell’”Apong”, una bevanda a base di riso molto utilizzata anche durante i matrimoni e le feste. La maggior parte dei matrimoni è condotta in modo semplice e formale, dopo che la famiglia dello sposo ha pagato un valore simbolico alla famiglia della sposa. Ma quando il matrimonio avviene perché i due giovani si sono voluti, lo sposo deve ottenere l’accettazione sociale. Le vedove e i vedovi possono risposarsi e la poligamia ed il divorzio sono ammessi ma non molto praticati.

 

Incontriamo prevalentemente donne che mi sembrano gaie. Si dice che ai Mishing piaccia molto il divertimento che sicuramente trovano in tutte le loro feste popolari ricche di danze e canti. Un gruppo di donne nei loro fini abiti chiede sorridente una foto con noi. Solo a casa, rivedendola, colgo un volto femminile che, senza tocco, è diretto verso la mia guancia, come a darmi un bacio.

(testo e photos by PassoinIndia /diritti riservati).

Il nostro viaggio continua così:

https://passoinindia.wordpress.com/2018/02/26/in-nagaland-india-tra-le-tribu-konyak/

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