UN VIAGGIO ATTRAVERSO L’EREDITÀ CULTURALE DELL’INDIA.

Capitolo 1:  Sufismo, dervisci and qawwali in India

Dalla letteratura mistica sufi: “ Finchè io esistevo, Dio non era presente. Ora solo lui esiste e io non ci sono più. Il cammino dell’amore è così stretto che non lascia spazio a entrambi”.

Il sufismo può essere considerato come la dimensione esoterica dell’islam con cui condivide solo alcune pratiche e che non viene accettato dall’islam stesso che lo considera invece come una dimensione spirituale che utilizza metodi non appropriati.

È un insegnamento basato sull’amore. Anche se parlare di questa complessa tradizione non è per nulla facile, l’enfasi della sua parola è sulla perfetta rinuncia e sul totale annegamento in Dio.

Come disse un maestro sufi: “l’amore è azione, l’azione è conoscenza, la conoscenza è verità, la verità è amore.

C’è un senso di unità in questa dottrina che parla della sostanziale unità di tutte le religioni. Una storia sufi racconta che c’erano quattro viaggiatori: un persiano, un turco, un arabo e un greco che si avvicinano ad una bancarella al bordo della strada. “Voglio dell’ angur” dice il persiano, “io voglio l’uzum” dice il turco, “inab è quello che voglio io” dice l’arabo, il greco invece insiste per comprare lo “stafil”. Iniziano a discutere, quando arriva un uomo che conosce molte lingue e offre loro il suo aiuto, prende i soldi, si avvicina alla bancarella e compra quattro grappoli d’uva che porta ai viaggiatori. Tutti e quattro volevano la stessa cosa!

La disarmonia e il dissenso sono spesso causati dalla differenza del linguaggio. Con questa storia si vuole far capire che i viaggiatori sono le persone comuni soggette ai fraintendimenti e alle incomprensioni e il sufi è il linguista ovvero colui che parla e comprende una lingua universale,  la lingua dell’amore. Quando emergono in superficie le differenze nei linguaggi, nei significati e nella percezione, solo allora si possono apprendere i veri insegnamenti. Il sufi è un mistico che crede nell’armonizzazione dell’intera esistenza.

“Il sufismo è la verità senza forma”. La parola sufi in arabo vuol dire puro. Un’interpretazione letterale di “sufi” è la persona che veste la lana di cammello.

La metafora del cammino che il devoto deve percorrere per raggiungere Dio deve essere vista qui in relazione al termine Shari’a che vuol dire “la strada già percorsa”,  “ la strada che conduce alla sorgente”, la tariqa rappresenta la prosecuzione metaforica di questo percorso, intrapresa dai mistici che dalla strada già percorsa vogliono arrivare all’essenza di essa ovvero all’ haqiqa al cui interno si cela il vero e ultimo significato intrinseco ovvero la marifa cioè l’unione ultima in cui il devoto diventa una sola cosa con Dio.

L’obbiettivo di tutte le pratiche ascetiche sufi è quello di ottenere uno stato di costante ricordo di Dio per rimanere sempre nella sua presenza. I sufi considerano Jikr ( il ricordo), Muraqaba ( meditazione), Mushahada (visione) e Muhasaba (autocritica) come le pratiche più utili per raggiungere questo obbiettivo.

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La musica e la danza sono viste come attività catalizzatrici nel produrre uno stato di estasi. I sufi credono che la musica faccia vibrare i loro cuori con l’eco del riverbero, ricordando loro l’ unione con Dio. Gli effetti prodotti dalla musica, dipendono comunque dalla natura e dallo stato emotivo di chi ascolta e di chi canta. Se il devoto non ha ancora superato le passioni terrene, può addirittura farsi del male, ma per un sufi la musica provoca nel suo cuore un amore più alto vicino a Dio e lo può anche condurre ad una visione e ad un’ estasi spirituale assolute. Dicono che la musica produca una purezza nei loro cuori che non sarebbe raggiungibile con nessun’altra pratica. Si crede che Dio abbia donato a tutti la sua eterna musica che risuona nei battiti del cuore (AnahatNad) e la musica esterna vuole essere un  tentativo di riprodurre e farci ricordare che questa musica eterna è presente in ognuno di noi al fine di farci avvicinare alla sorgente di questa melodia che è Dio. I ghazals di Rumi continuano ad inspirare cantanti e poeti con le loro riflessioni di amore spirituale come aspirazione umana. I qawwali sono cantati ovunque e uniscono tradizioni musicali differenti come il khayal, thumri, tarana e altre, una meravigliosa tradizione di umanità. Una vecchia canzone dice:

“Mi chiesero come sapevo che il mio amore fosse vero, risposi, ovviamente : c’è qualcosa qui dentro al mio cuore che non può essere negato”.

La passione per la musica devozionale in India, è una caratteristica dell’ordine Chisti. Questo ordine di sufi, fu il primo dei quattro ordini principali del sufismo che si stabilirono in India, chiamati: Chishtia, Qadiria, Suhurawadia e Naqshbandia. Khwaja Muninuddin Chisti introdusse l’ordine Chishti in India intorno al 12’sec. d.c. . I devoti di questo ordine osservano un ritiro di quaranta giorni durante i quali si astengono dalla parola, mangiano solo lo stretto necessario e spendono la maggior parte del loro tempo in preghiera e in meditazione. Questi devoti sono profondamente legati alla musica devozionale attraverso la quale raggiungono l’estasi divina. La musica devozionale Qawwali, li aiuta ad entrare in questo stato. Si dice che l’ordine dei dervisci danzanti, conosciuti come Mevlevi, abbia avuto inizio al tempo di Jalaluddin Rumi, un grande poeta sufi, che era solito tenere dei concerti in memoria del suo maestro Shams Tabriz. Essi credono che la danza simboleggi la danza dell’anima  nell’amore di Dio. I dervisci erano asceti che fondarono la confraternita sufi in Arabia, nel loro credo unirono la filosofia intrinseca di tutte le religioni e crearono un nuovo movimento e un nuovo genere musicale. La danza sacra dei dervisci si dice abbia preso vita da un movimento che fece Rumi e che inconsciamente fece roteare la gonna del suo vestito. Da qui prese vita la danza creata da un gruppo che divenne noto come I dervisci erranti. Molti erano i loro seguaci.

Altamente emblematica e altamente spirituale, questa danza, molto diffusa in Medio Oriente e in particolare in Turchia, è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero.

Il fatto che gli esseri umani possano partecipare alla coreografia del cosmo danzando al suo ritmo è una consapevolezza che l’umanità ha sin da tempi antichi. Nella danza, lentamente il corpo oscilla e il ritmo del sangue cambia, così come anche la consapevolezza. Con una rivoluzione simile a quella compiuta dal cosmo, le mente si assicura la libertà dai limiti terrestri: inizia a concentrarsi sulla profondità stessa dell’esistenza mentre il corpo è stato lasciato a terra. Qui avviene una trance in cui la mente si separa dal corpo e dunque l’anima raggiunge la libertà dallo stesso. Attraverso questa danza I dervisci colgono la possibilità dell’eternità dell’anima che una volta liberata dai limiti fisici si può concentrare sulla totale trascendenza, la loro filosofia si definisce appunto “filosofia trascendentale”. Dall’altra parte il corpo non viene rinnegato ed’ è in questa comprensione di mente e corpo che viene sperimentato il potere dell’ Unico e la Totalità della vita. In questa danza rituale, il movimento che cambia la sua velocità crea un’armonia tra queste differenti essenze del sè e suscita una profonda consapevolezza. La danza è una speciale pratica per addomesticare la percezione e la consapevolezza del derviscio: è una sorta di meditazione dove la consapevolezza del devoto può penetrare il mondo metafisico. Questo crea una relazione tra l’uomo e la sua natura divina. Per il sufi la conoscenza è metafisica e può essere raggiunta solo attraverso la pratica e non attravero lo studio. Inoltre la pratica della danza è importante nell’ottenere  la conoscenza poichè nella danza il sufi è allo stesso momento nel mondo e al di fuori di esso. I sufi vivono concentrati nell’ essenza di quello che stanno cercando e non nella quotidianità della vita. Tutto il loro lavoro quotidiano consiste nell’ esercitare il corpo a sopportare il peso della sua materia e nell’ essere capace di superarlo.

Il Semà, ovvero questa danza rituale, simbolizza l’ascesa spirituale , il viaggio mistico dall’essere a Dio, in cui l’essere si dissolve ritornando poi sulla terra.

Disse il grande maestro sufi del IX secolo Dhu âl Nûn âlMisr:

“prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne e i mari non sono mari; ed ora che sono tornato so che le montagne sono montagne, e i mari sono mari”.

Partecipano al rito da un lato un gruppo di musici e cantanti, dall’altro il Maestro, il capo dei danzatori e i danzatori. Tutti hanno un abito bianco sopra il quale portano un mantello nero. Nessun altro colore è ammesso, e tutti sono, rigorosamente, maschi. La cerimonia è divisa in varie fasi. Il rito inizia con un inno di lode al Profeta, o con la recitazione dei dieci passi più importanti del Corano. Questa eulogia è in pari tempo una lode a tutti i Profeti e a Dio che li ha creati. Segue una introduzione con un’ improvvisazione di flauto. Un suono di tamburi , la seconda fase , simbolizza la creazione del mondo; e poi , la terza fase, la dolce melodia di un flauto, col suo suono sensibile e delicato rappresenta il soffio divino da cui tutte le creature traggono vita.
Terminato questo concerto, comincia il semà vero e proprio con un inno mevlevi. Mentre il coro accompagnato dall’orchestra inizia a cantare, entrano in fila il Maestro, il capo dei danzatori, e i danzatori, coperti da un mantello nero, simbolo dell’ignoranza e della materia, sotto il quale indossano un abito bianco che rappresenta,la luce e il distacco dall’ ego. Il Maestro ha un caratteristico copricapo nero avvolto dal turbante nero e prende posto su una pelle di montone tinta di rosso; i dervisci indossano un alto cappello di feltro marrone, che simboleggia la pietra tombale del loro ego. A passi lenti,  percorrono in senso antiorario tutto il perimetro per tre volte. Poi si fermano su un lato lungo e ha luogo, con un lieve inchino, lo scambio reciproco di saluti. Ciò simboleggia il saluto che tutte le anime nascoste nelle forme e nei corpi si scambiano in segno di mutua fratellanza. Se in questo momento i danzatori si siedono, prima di rialzarsi battono all’unisono le palme delle mani sul pavimento. Alla fine i danzatori depongono il mantello nero e, in piedi rimangono un attimo con le braccia incrociate e le mani sulle spalle a simboleggiare l’unicità dell’essere con l’Assoluto.
Ha inizio allora la fase più suggestiva, divisa in quattro parti, dette “saluti”. A uno a uno i danzatori si dirigono verso il maestro, gli baciano la mano, vengono da lui baciati sul bordo del copricapo di feltro, cominciano a roteare su se stessi e,  dopo aver allargato le braccia , sempre roteando su se stessi iniziano a girare attorno alla sala, la mano destra volta al cielo a simboleggiare la vicinanza con Dio, la mano sinistra volta alla terra per includere tutti i presenti  alla presenza di Dio. Così girano tutti da destra a sinistra, in un’ampia vorticosa immagine dell’Essere, mentre il capo dei danzatori passa lentamente fra loro.
Questa cerimonia è ripetuta integralmente quattro volte, ossia per quattro “saluti”, interrotti ciascuno da un arresto della musica. Sul finire dell’ultimo “saluto”, il Maestro stesso, “polo celeste”, compie a piccoli e lenti passi un breve percorso davanti a sé, girando su se stesso e tenendo tirato con la mano destra il bavero del mantello.
Il primo “saluto” simboleggia la nascita dell’essere umano alla verità, cui giunge grazie al ragionamento in una formale presa di coscienza che lo rende consapevole dell’esistenza di Dio. Il secondo saluto simboleggia il raggiungimento d’una consapevolezza superiore, in cui l’essere umano sente la Potenza di Dio attraverso lo splendore della Sua creazione. Nel terzo saluto l’essere umano giunge a Dio eliminandosi in Lui, ed è l’estasi ed il superamento d’ogni transitorietà fenomenica. Il quarto “saluto” simboleggia il ritorno sulla terra dallo stato di estasi, e l’accettazione della materia dopo l’ebbrezza della luce divina. Il viaggio mistico è così finito e il sufi, «morto prima di morire», ha testimoniato materia e spirito, essenza reale e transitorietà fenomenica.

( sources: http://www.rivistasufismo.it)

A seguire per chi fosse interessato lascio il link di alcuni festivals sufi che si tengono in India:

http://worldsacredspiritfestival.org/

http://ruhaniyat.com/

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La ragazzina (Mowgli) trovata in India.

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Una giovane di 10 – 12 anni è stata trovata in una foresta di Katarniaghat nello stato di Uttar Pradesh nel nord dell’India. E’ stato un gruppo di boscaioli a vederla per prima volta e ad avvertire la polizia.

Il funzionario di polizia Dinesh TripathiI ha riferito che i boscaioli hanno raccontato che la ragazza era nuda e a suo agio in compagnia delle scimmie e si comportava come un primate e quando hanno cercato di salvarla sono stati cacciati via dalle scimmie.

Un agente di polizia è stato attaccato dalle scimmie, ma è stato in grado di salvare la ragazzina, secondo il sig. Tripathi. “Mentre stavamo portando via la ragazza nella macchina, le scimmie ci hanno seguito “, ha detto.

I medici stanno cercando di aiutare la ragazza e di umanizzare il suo comportamento, mentre la polizia sta rivedendo le liste dei bambini scomparsi nel tentativo di identificarla.

E’ stato riferito che la ragazza agiva in modo simile a una scimmia durante la sua permanenza  in ospedale, dove è stata collocata due mesi fa.

Non era in grado di comunicare e “urlava a gran voce se i medici cercavano di entrare in contatto con lei”, secondo il dottor DK Singh del District Hospital Bahraich, cosi come ha scriitto il New Indian Express. Altri medici hanno riferito di sentirla fare dei rumori come le scimmie.

Il modo in cui si muoveva, anche le sue abitudini alimentari erano come quelle di un animale “, ha detto il dottor Singh AP. “Lei gettava il cibo per terra e mangiava direttamente con la bocca, senza sollevarlo con le sue mani.”.

“Aveva l’abitudine di muoversi utilizzando solo i gomiti e le ginocchia.”

Secondo il personale medico il comportamento della ragazza ha reso difficile il trattamento.

Altri funzionari hanno ipotizzato che avesse vissuto nella foresta dalla nascita, anche se la lunghezza esatta del tempo sarà probabilmente difficile da quantificare.

Tuttavia, la condizione della ragazza sembra essere migliorata dopo diverse settimane in ospedale. Ha iniziato a camminare e mangiare normalmente.

Buona fortuna, Mowgli,come il protagonista del Libro della Giungla.

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Cure di bellezza con le spezie.

Le spezie, tradizionalmente utilizzate nella cucina indiana, possono diventare un prodotto di bellezza naturale. Oggi sono facili da trovare. Ecco alcune preparazioni.

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CURCUMA. Previene le rughe perché questa spezia è piena di antibiotici e sostanze anti-invecchiamento ed ha proprietà antisettiche. Se applicata sulla pelle ne migliora anche il colorito. Mettere in una ciotola della curcuma in polvere, aggiungere un cucchiaio di miele e mescolare finché il tutto diventa una pasta spessa. Applicare su viso, braccia, gambe con un pennello o con le dita e lasciare riposare per 15-20 minuti prima di lavare con acqua fredda.

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ZENZERO. Aiuta a combattere le macchie della pelle e quindi a ringiovanirla e a migliorare la carnagione. Grattare dello zenzero in una ciotola, aggiungere un cucchiaio di miele e un cucchiaino di succo di limone; mescolare il tutto e applicarlo al viso facendo un bel massaggio. Dopo 5 minuti lavare con acqua tiepida.

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AGLIO. Aiuta ad avere splendidi capelli combattendo la loro fragilità. L’aglio contiene infatti vitamina C e aminoacidi che aiutano a rienergizzare i follicoli piliferi e a riparare i danni dei capelli favorendone la ricrescita. Prendere una manciata di spicchi d’ aglio ed immergerli in una ciotola con olio d’oliva lasciando a bagno nell’olio per una settimana. Dopo una settimana, rimuovere gli spicchi e utilizzare l’olio per i capelli. Scaldare l’olio per un paio di secondi e applicarlo sul cuoio capelluto con un massaggio. Tenere il composto sui capelli per circa 5-8 minuti e poi lavare con acqua tiepida.

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SEMI DI CORIANDOLO per avere occhi sani e lucenti. Tali semi contengono proprietà antibatteriche e antiossidanti che aiutano a ridurre il prurito e l’arrossamento degli occhi. Curano anche gli occhi stanchi e gonfi. Versare un cucchiaio di semi di coriandolo in un bicchiere d’acqua e lasciare tutta la notte in ammollo. La mattina seguente, usare l’acqua come collirio e pulire gli occhi con un asciugamano umido.

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CANNELLA. Aiuta a mantenere morbide le labbra; infatti tale spezia favorisce la circolazione del sangue, principale causa della secchiezza delle labbra. Rompere due grossi bastoncini di cannella finché diventa polvere che quindi va mescolata con burro di cacao o vaselina e applicata sulle labbra. Lasciare mezzo minuto e lavare con acqua tiepida.

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CHIODI DI GAROFANO. Schiariscono la pelle. Questa spezia contiene eugenolo ed ha proprietà antisettiche che curano la pelle, combattono i batteri e rimuovono le macchie. Schiacciare un paio di chiodi di garofano e versare la sua polvere in un piccolo contenitore. Aggiungere un cucchiaio di miele e un paio di gocce di succo di limone appena spremuto. Mescolare bene tutti gli ingredienti ed applicarli al viso. Lasciare agire per circa 5 minuti e poi lavare con acqua tiepida.

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PEPE NERO per sbarazzarsi di macchie e acne. Il pepe nero aiuta ad esfoliare la pelle, pulisce i pori e cancella l’acne, rimuovendo punti neri e batteri. Fare una pasta con un cucchiaino di pepe nero in polvere e yogurt fresco. Applicarla sopra i pori e l’acne con la punta delle dita. Dopo 10 minuti lavare con acqua fredda.

foto di copertina by PASSOININDIA

Tradotto da questo sito:

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Bastoncini profumati. L’incenso indiano.

Vero è che gli incensi furono utilizzati nell’antico Egitto per favorire un collegamento con i morti e persino la tomba di Tutankamon fu stipata di profumi e incensi. Anche i Babilonesi ne fecero uso nelle cerimonie religiose. In Israele fu importato nel 5° secolo aC e da lì, secondo alcuni, si sarebbe diffuso verso la Grecia, Roma e India. Una leggenda racconta che Ippocrate (460-377 aC) combatté la peste ad Atene bruciando piante aromatiche in tutta la città. Presso i romani divenne importante elemento per i sacrifici pubblici e privati. Anche gli indiani d’America hanno da sempre corredato di incenso le loro cerimonie religiose. Nella penisola arabica il commercio di incenso si sviluppò per secoli, soprattutto in Oman. E persino l’Antico e il Nuovo Testamento raccontano di questa inebriante sostanza che costituì prezioso dono per la nascita di Cristo insieme all’oro e alla mirra. Le Chiese cattolica romana, protestante e ortodossa lo bruciano in particolari occasioni. Probabilmente anche i Maya e gli Atzechi lo utilizzarono per culto. L’incenso arriva in Cina nel 200 dC e in Giappone grazie ai monaci buddisti che ivi si recavano per diffondere il loro messaggio. In Tibet cominciò ad essere importante supporto alla meditazione. Eppure, l’odore di incenso mi conduce inevitabilmente all’India. Tra villaggi e templi indiani continua a stimolare i sensi un inebriante profumo di incenso che appartiene da secoli alla tradizione popolare e viene utilizzato ancora oggi per scopi religiosi. Si parla di incenso già nei Veda, gli antichi testi sacri, scritti dagli Arii che nel 2200 aC arrivarono nell’India nord occidentale, dove se ne descrive il suo impiego per la profumazione ambientale e per la medicina ayurvedica (che, secondo i più, prende origine proprio dalla tradizione dei Veda) praticata dagli antichi monaci; questi veri e propri medici ayurvedici, per esaltarne il potere curativo, ne definirono gli ingredienti fatti di frutta, come l’anice stellato, di materiale arboreo come il legno di sandalo, di aloe, di cedro, di cassia, di radici, come la curcuma, il vetiver, lo zenzero, di fiori come chiodi di garofano e patchouli. Nella più antica tradizione popolare si utilizzavano anche gelsomino, rosa, sandalo, champa, cedro e muschio.

Ma il grande palcoscenico dell’incenso è la profonda tradizione religiosa durante il rituale induista, buddista e giainista della Dhupa quando, durante la Puja, cioè la preghiera, l’incenso viene offerto alla divinità per conferigli rispetto, per allontanare i demoni, oltre che in segno di purificazione. L’incenso, bruciando, simboleggia il fuoco che trasforma la materia in spirito.

Un tempo usato sotto forma di Dhoop (pasta), oggi il suo più diffuso utilizzo è sotto forma di bastoncini chiamati agarbathi che in sanscito significa odore, aroma, realizzati con polvere di carbone e masala cioè una miscela di spezie arrotolate attorno a un bastoncino di bambu’. Ma non fu sempre così. Fu agli inizi del 1900 che al Maharaja di Mysore venne in mente da avvolgere la pasta dell’incenso su bastoncini di bambu’ arrotolati a mano da artigiani locali soprattutto donne, il che migliorò l’economia locale grazie al gran successo popolare che questa nuova forma ebbe grazie alla facilità d’uso. L’incenso viene tuttavia utilizzato anche sotto forma di coni e resine. Ancora oggi Mysore, con Bangalore, nello Stato del Karnataka, rappresentano i maggiori centri di produzione degli incensi.

L’incenso è anche l’antenato dell’aromaterapia praticata per ridurre ansia e stress ed accendere l’energia. La molecola dell’odore stimola, infatti, attraverso i nervi olfattivi, il sistema limbico, una zona primitiva del cervello responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni che, anche attraverso essi, compone la memoria, determina il comportamento e sviluppa l’ apprendimento.

Nella mia piccola casa l’accensione di un incenso è ormai un consolidato piacere come bere il caffé la mattina. Ne assaporo l’aroma, i ricordi che evoca, il colore e la forma dategli da mani lontane che simbolicamente stringo preparandomi ad allumare quella piccola fonte di estasiante profumo.

(by Passoinindia)

immagine di copertina https://kihm2.wordpress.com/2009/04/21/incense-1906-2/

Elefanti con amore.

E ‘una storia d’amore tra pachidermi, con una tragica fine. Rupa, una elefantessa del Valmikinagar Tiger Project (VTR), in nord Bihar, India, si è messa in lutto dopo che il suo compagno è morto a causa di una malattia.
Sahni, il funzionario forestale ha detto, è ” il suo cuore è spezzato e sconvolto” per la perdita di Amrit, l’elefante maschio cui si era accoppiata quando entrambi sono stati salvati da un circo, diversi anni fa. “Rupa rifiuta il cibo da quando Amrit è morto. E’ la malinconia fatta persona“. Amrit ha ceduto alle complicazioni derivanti dall’artrite. “Nonostante tutti i tipi di trattamento e di altri sforzi compiuti dai funzionari forestali, la sua condizione continuava a deteriorarsi e non poteva essere salvato“, ha detto il funzionario. In realtà, Rupa ha iniziato a rifiutare il cibo sin da quando venne spostata in un’altra foresta del VTR, per consentire ai veterinari di prendersi maggiormente cura di Amrit. Anche Amrit fu colpito dalla separazione da Rupa perché sino ad allora avevano condiviso lo stesso capannone. “Appena Rupa fu allontanata da lui, le condizioni di Amrit peggiorarono e lui morì poco dopo“, ha detto il funzionario. Gli elefanti sono tra gli animali più sociali e mostrano emozioni estreme come la rabbia e il dolore e sono anche noti per possedere un sesto senso unico. Il funzionario del parco ha aggiunto che “Rupa ha forse avuto un presentimento riguardo alla fine del suo partner”, che si è manifestato nel suo comportamento da quando le condizioni di Amrit si sono deteriorate.”. Tale era l’attaccamento tra Rupa e Amrit che era diventato un punto di discussione per i funzionari forestali e gli amanti degli animali che di volta visitavano il VTR per vedere la coppia di elefanti.
Dal momento che durante i loro giorni circensi erano insieme, anche al VTR, si aiutavano a vicenda nelle loro faccende quotidiane e condividevano il loro cibo. La morte di Amrit sembra aver creato un vuoto nella vita di Rupa“, ha detto Sahni.
Un altro funzionario ha rivelato che, poiché i movimenti di Amrit erano limitati a causa dell’ artrite, Rupa non è mai rimasta incinta. “Lei non ha mai accettato un altro partner maschile al VTR diverso da Amrit“. Prima di essere sepolta, la carcassa dell’elefante è stata avvolta in un panno lungo 42 metri. Il Dottore che ha curato Amrit nei suoi ultimi giorni ha raccontato di avergli somministrato 50 bottiglie di acqua salina e di altri farmaci.

Questa storia è stata tratta da un articolo pubblicato su !Hindustan Times” pochi giorni fa.

I posti più belli del mondo.

Il sito di recensioni turistiche online Tripadvisor ha chiesto ai suoi utenti di votare per scegliere le dieci migliori attrazioni turistiche del 2014.

Al primo posto è arrivato il sito archeologico peruviano del Machu Picchu. Le rovine inca si trovano a circa 2.430 metri d’altezza e sono visitate ogni anno da centinaia di migliaia di visitatori. Al secondo posto nella classifica stilata dai lettori c’è la Gran moschea dello sceicco Zayed ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi e AL TERZO POSTO IL TAJ MAHAL IN INDIA. L’Italia è arrivata solo al quinto posto con la basilica di San Pietro.

fonte: http://www.internazionale.it/news/viaggi-societa/2014/06/18/i-posti-piu-belli-del-mondo/

foto: Steve McCurry

 

PER VEDERE LA LISTA COMPLETA   http://www.internazionale.it/?p=395079

1. Machu Picchu, Perù
2. Gran moschea dello sceicco Zayed, Abu Dhabi
3. Taj Mahal, India
4. Cattedrale dell’immacolata concezione di Maria santissima e moschea di Cordova, Spagna
5. Basilica di San Pietro, Città del Vaticano
6. Angkor Wat, Cambogia
7. Tempio Bayon, Cambogia
8. Chiesa del Salvatore, San Pietroburgo, Russia
9. Parco nazionale militare di Gettysburg, Stati Uniti
10. Mura di Dubrovnik, Croazia

La Damehood 2014 ad una donna indiana.

Dame Commander

Asha Khemka  è arrivata a Londra con la famiglia dal Bihar nel 1978 senza alcuna conoscenza della lingua inglese ed ha cambiato la vita di migliaia di persone come educatrice;  venerdì 14 marzo scorso ha ricevuto  la Damehood dal principe Carlo d’Inghilterra. Khemka è la preside del West Nottinghamshire College e la seconda donna di origine indiana ad aver ottenuto quello che nel sistema di onorificenze britannico è l’equivalente femminile di cavaliere (Sir), da quando l’ordine è stato istituito nel 1917 ; il primo era stato dato a Maharani Lakshmi Devi di Dhar nel 1931. Khemka è stata nominata  “Dame Commander” dell’Ordine dell’Impero Britannico ‘ , diventando “dama” del Regno ed è stata presentata con tutti gli onori ad una cerimonia di investitura tenutasi a Buckingham Palace.  Soddisfatta per l’esperienza , Dame Asha ha detto: ” Raramente sono senza parole , ma mi trovo in difficoltà ad esprimere come mi senta orgogliosa ed onorata. Sono immensamente grata alla Gran Bretagna per aver riconosciuto i miei punti di forza e per permettermi di realizzare i miei sogni ” . Ha aggiunto: ” Ma non dimenticherò mai le mie radici indiane e sarò sempre una fiera Bihari che mi ha dato spirito imprenditoriale, unità e determinazione per avere successo … Questo è senza dubbio uno dei momenti di maggiore orgoglio della mia vita ” . Khemka , che è il presidente dell’Associazione delle Università in India, ha detto all’ Hindustan Times (da cui è tratto questo articolo) di essere in procinto di aprire un centro in Chandigarh, dove sarà fornita istruzione online in inglese e matematica.  Il marito di Khemka, Shankar Lal Khemka, di origine Patna, è un chirurgo ortopedico ed è entrato nel Servizio Sanitario Nazionale dopo aver acquisito qualifiche mediche dal Patna Medical College nel 1975 . La coppia ha tre figli , Shalini, Sheel e Sneh . Proveniente da una famiglia di magistrati , Khemka ha abbandonato la scuola a 13 anni, si è sposata all’età di 15 ed è arrivata in Inghilterra con la sua famiglia all’età di 25, senza alcuna conoscenza della lingua inglese. Dopo aver imparato l’ Inglese guardando la televisione per bambini, Khemka ha ripreso la sua formazione dopo che i suoi tre figli hanno iniziato ad andare a scuola ed ha conquistato una laurea in economia all”Università di Cardiff, prima di intraprendere la sua carriera di insegnante. Annunciando il nuovo anno degli Honours List 2014, il Cabinet Office ha dichiarato: ” Asha Khemka ha servito le zone svantaggiate del West Midlands come Preside del West Nottinghamshire College per gli ultimi otto anni. Sotto la sua guida , l’Istituto è diventato uno dei maggiori istituti di istruzione più eminenti del Regno Unito.”.

fonte:  libera traduzione da  http://www.hindustantimes.com/world-news/proud-bihari-asha-khemka-gets-damehood-from-prince-charles/article1-1196270.aspx