La ragazzina (Mowgli) trovata in India.

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Una giovane di 10 – 12 anni è stata trovata in una foresta di Katarniaghat nello stato di Uttar Pradesh nel nord dell’India. E’ stato un gruppo di boscaioli a vederla per prima volta e ad avvertire la polizia.

Il funzionario di polizia Dinesh TripathiI ha riferito che i boscaioli hanno raccontato che la ragazza era nuda e a suo agio in compagnia delle scimmie e si comportava come un primate e quando hanno cercato di salvarla sono stati cacciati via dalle scimmie.

Un agente di polizia è stato attaccato dalle scimmie, ma è stato in grado di salvare la ragazzina, secondo il sig. Tripathi. “Mentre stavamo portando via la ragazza nella macchina, le scimmie ci hanno seguito “, ha detto.

I medici stanno cercando di aiutare la ragazza e di umanizzare il suo comportamento, mentre la polizia sta rivedendo le liste dei bambini scomparsi nel tentativo di identificarla.

E’ stato riferito che la ragazza agiva in modo simile a una scimmia durante la sua permanenza  in ospedale, dove è stata collocata due mesi fa.

Non era in grado di comunicare e “urlava a gran voce se i medici cercavano di entrare in contatto con lei”, secondo il dottor DK Singh del District Hospital Bahraich, cosi come ha scriitto il New Indian Express. Altri medici hanno riferito di sentirla fare dei rumori come le scimmie.

Il modo in cui si muoveva, anche le sue abitudini alimentari erano come quelle di un animale “, ha detto il dottor Singh AP. “Lei gettava il cibo per terra e mangiava direttamente con la bocca, senza sollevarlo con le sue mani.”.

“Aveva l’abitudine di muoversi utilizzando solo i gomiti e le ginocchia.”

Secondo il personale medico il comportamento della ragazza ha reso difficile il trattamento.

Altri funzionari hanno ipotizzato che avesse vissuto nella foresta dalla nascita, anche se la lunghezza esatta del tempo sarà probabilmente difficile da quantificare.

Tuttavia, la condizione della ragazza sembra essere migliorata dopo diverse settimane in ospedale. Ha iniziato a camminare e mangiare normalmente.

Buona fortuna, Mowgli,come il protagonista del Libro della Giungla.

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Cure di bellezza con le spezie.

Le spezie, tradizionalmente utilizzate nella cucina indiana, possono diventare un prodotto di bellezza naturale. Oggi sono facili da trovare. Ecco alcune preparazioni.

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CURCUMA. Previene le rughe perché questa spezia è piena di antibiotici e sostanze anti-invecchiamento ed ha proprietà antisettiche. Se applicata sulla pelle ne migliora anche il colorito. Mettere in una ciotola della curcuma in polvere, aggiungere un cucchiaio di miele e mescolare finché il tutto diventa una pasta spessa. Applicare su viso, braccia, gambe con un pennello o con le dita e lasciare riposare per 15-20 minuti prima di lavare con acqua fredda.

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ZENZERO. Aiuta a combattere le macchie della pelle e quindi a ringiovanirla e a migliorare la carnagione. Grattare dello zenzero in una ciotola, aggiungere un cucchiaio di miele e un cucchiaino di succo di limone; mescolare il tutto e applicarlo al viso facendo un bel massaggio. Dopo 5 minuti lavare con acqua tiepida.

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AGLIO. Aiuta ad avere splendidi capelli combattendo la loro fragilità. L’aglio contiene infatti vitamina C e aminoacidi che aiutano a rienergizzare i follicoli piliferi e a riparare i danni dei capelli favorendone la ricrescita. Prendere una manciata di spicchi d’ aglio ed immergerli in una ciotola con olio d’oliva lasciando a bagno nell’olio per una settimana. Dopo una settimana, rimuovere gli spicchi e utilizzare l’olio per i capelli. Scaldare l’olio per un paio di secondi e applicarlo sul cuoio capelluto con un massaggio. Tenere il composto sui capelli per circa 5-8 minuti e poi lavare con acqua tiepida.

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SEMI DI CORIANDOLO per avere occhi sani e lucenti. Tali semi contengono proprietà antibatteriche e antiossidanti che aiutano a ridurre il prurito e l’arrossamento degli occhi. Curano anche gli occhi stanchi e gonfi. Versare un cucchiaio di semi di coriandolo in un bicchiere d’acqua e lasciare tutta la notte in ammollo. La mattina seguente, usare l’acqua come collirio e pulire gli occhi con un asciugamano umido.

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CANNELLA. Aiuta a mantenere morbide le labbra; infatti tale spezia favorisce la circolazione del sangue, principale causa della secchiezza delle labbra. Rompere due grossi bastoncini di cannella finché diventa polvere che quindi va mescolata con burro di cacao o vaselina e applicata sulle labbra. Lasciare mezzo minuto e lavare con acqua tiepida.

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CHIODI DI GAROFANO. Schiariscono la pelle. Questa spezia contiene eugenolo ed ha proprietà antisettiche che curano la pelle, combattono i batteri e rimuovono le macchie. Schiacciare un paio di chiodi di garofano e versare la sua polvere in un piccolo contenitore. Aggiungere un cucchiaio di miele e un paio di gocce di succo di limone appena spremuto. Mescolare bene tutti gli ingredienti ed applicarli al viso. Lasciare agire per circa 5 minuti e poi lavare con acqua tiepida.

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PEPE NERO per sbarazzarsi di macchie e acne. Il pepe nero aiuta ad esfoliare la pelle, pulisce i pori e cancella l’acne, rimuovendo punti neri e batteri. Fare una pasta con un cucchiaino di pepe nero in polvere e yogurt fresco. Applicarla sopra i pori e l’acne con la punta delle dita. Dopo 10 minuti lavare con acqua fredda.

foto di copertina by PASSOININDIA

Tradotto da questo sito:

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Bastoncini profumati. L’incenso indiano.

Vero è che gli incensi furono utilizzati nell’antico Egitto per favorire un collegamento con i morti e persino la tomba di Tutankamon fu stipata di profumi e incensi. Anche i Babilonesi ne fecero uso nelle cerimonie religiose. In Israele fu importato nel 5° secolo aC e da lì, secondo alcuni, si sarebbe diffuso verso la Grecia, Roma e India. Una leggenda racconta che Ippocrate (460-377 aC) combatté la peste ad Atene bruciando piante aromatiche in tutta la città. Presso i romani divenne importante elemento per i sacrifici pubblici e privati. Anche gli indiani d’America hanno da sempre corredato di incenso le loro cerimonie religiose. Nella penisola arabica il commercio di incenso si sviluppò per secoli, soprattutto in Oman. E persino l’Antico e il Nuovo Testamento raccontano di questa inebriante sostanza che costituì prezioso dono per la nascita di Cristo insieme all’oro e alla mirra. Le Chiese cattolica romana, protestante e ortodossa lo bruciano in particolari occasioni. Probabilmente anche i Maya e gli Atzechi lo utilizzarono per culto. L’incenso arriva in Cina nel 200 dC e in Giappone grazie ai monaci buddisti che ivi si recavano per diffondere il loro messaggio. In Tibet cominciò ad essere importante supporto alla meditazione. Eppure, l’odore di incenso mi conduce inevitabilmente all’India. Tra villaggi e templi indiani continua a stimolare i sensi un inebriante profumo di incenso che appartiene da secoli alla tradizione popolare e viene utilizzato ancora oggi per scopi religiosi. Si parla di incenso già nei Veda, gli antichi testi sacri, scritti dagli Arii che nel 2200 aC arrivarono nell’India nord occidentale, dove se ne descrive il suo impiego per la profumazione ambientale e per la medicina ayurvedica (che, secondo i più, prende origine proprio dalla tradizione dei Veda) praticata dagli antichi monaci; questi veri e propri medici ayurvedici, per esaltarne il potere curativo, ne definirono gli ingredienti fatti di frutta, come l’anice stellato, di materiale arboreo come il legno di sandalo, di aloe, di cedro, di cassia, di radici, come la curcuma, il vetiver, lo zenzero, di fiori come chiodi di garofano e patchouli. Nella più antica tradizione popolare si utilizzavano anche gelsomino, rosa, sandalo, champa, cedro e muschio.

Ma il grande palcoscenico dell’incenso è la profonda tradizione religiosa durante il rituale induista, buddista e giainista della Dhupa quando, durante la Puja, cioè la preghiera, l’incenso viene offerto alla divinità per conferigli rispetto, per allontanare i demoni, oltre che in segno di purificazione. L’incenso, bruciando, simboleggia il fuoco che trasforma la materia in spirito.

Un tempo usato sotto forma di Dhoop (pasta), oggi il suo più diffuso utilizzo è sotto forma di bastoncini chiamati agarbathi che in sanscito significa odore, aroma, realizzati con polvere di carbone e masala cioè una miscela di spezie arrotolate attorno a un bastoncino di bambu’. Ma non fu sempre così. Fu agli inizi del 1900 che al Maharaja di Mysore venne in mente da avvolgere la pasta dell’incenso su bastoncini di bambu’ arrotolati a mano da artigiani locali soprattutto donne, il che migliorò l’economia locale grazie al gran successo popolare che questa nuova forma ebbe grazie alla facilità d’uso. L’incenso viene tuttavia utilizzato anche sotto forma di coni e resine. Ancora oggi Mysore, con Bangalore, nello Stato del Karnataka, rappresentano i maggiori centri di produzione degli incensi.

L’incenso è anche l’antenato dell’aromaterapia praticata per ridurre ansia e stress ed accendere l’energia. La molecola dell’odore stimola, infatti, attraverso i nervi olfattivi, il sistema limbico, una zona primitiva del cervello responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni che, anche attraverso essi, compone la memoria, determina il comportamento e sviluppa l’ apprendimento.

Nella mia piccola casa l’accensione di un incenso è ormai un consolidato piacere come bere il caffé la mattina. Ne assaporo l’aroma, i ricordi che evoca, il colore e la forma dategli da mani lontane che simbolicamente stringo preparandomi ad allumare quella piccola fonte di estasiante profumo.

(by Passoinindia)

immagine di copertina https://kihm2.wordpress.com/2009/04/21/incense-1906-2/

Elefanti con amore.

E ‘una storia d’amore tra pachidermi, con una tragica fine. Rupa, una elefantessa del Valmikinagar Tiger Project (VTR), in nord Bihar, India, si è messa in lutto dopo che il suo compagno è morto a causa di una malattia.
Sahni, il funzionario forestale ha detto, è ” il suo cuore è spezzato e sconvolto” per la perdita di Amrit, l’elefante maschio cui si era accoppiata quando entrambi sono stati salvati da un circo, diversi anni fa. “Rupa rifiuta il cibo da quando Amrit è morto. E’ la malinconia fatta persona“. Amrit ha ceduto alle complicazioni derivanti dall’artrite. “Nonostante tutti i tipi di trattamento e di altri sforzi compiuti dai funzionari forestali, la sua condizione continuava a deteriorarsi e non poteva essere salvato“, ha detto il funzionario. In realtà, Rupa ha iniziato a rifiutare il cibo sin da quando venne spostata in un’altra foresta del VTR, per consentire ai veterinari di prendersi maggiormente cura di Amrit. Anche Amrit fu colpito dalla separazione da Rupa perché sino ad allora avevano condiviso lo stesso capannone. “Appena Rupa fu allontanata da lui, le condizioni di Amrit peggiorarono e lui morì poco dopo“, ha detto il funzionario. Gli elefanti sono tra gli animali più sociali e mostrano emozioni estreme come la rabbia e il dolore e sono anche noti per possedere un sesto senso unico. Il funzionario del parco ha aggiunto che “Rupa ha forse avuto un presentimento riguardo alla fine del suo partner”, che si è manifestato nel suo comportamento da quando le condizioni di Amrit si sono deteriorate.”. Tale era l’attaccamento tra Rupa e Amrit che era diventato un punto di discussione per i funzionari forestali e gli amanti degli animali che di volta visitavano il VTR per vedere la coppia di elefanti.
Dal momento che durante i loro giorni circensi erano insieme, anche al VTR, si aiutavano a vicenda nelle loro faccende quotidiane e condividevano il loro cibo. La morte di Amrit sembra aver creato un vuoto nella vita di Rupa“, ha detto Sahni.
Un altro funzionario ha rivelato che, poiché i movimenti di Amrit erano limitati a causa dell’ artrite, Rupa non è mai rimasta incinta. “Lei non ha mai accettato un altro partner maschile al VTR diverso da Amrit“. Prima di essere sepolta, la carcassa dell’elefante è stata avvolta in un panno lungo 42 metri. Il Dottore che ha curato Amrit nei suoi ultimi giorni ha raccontato di avergli somministrato 50 bottiglie di acqua salina e di altri farmaci.

Questa storia è stata tratta da un articolo pubblicato su !Hindustan Times” pochi giorni fa.

I posti più belli del mondo.

Il sito di recensioni turistiche online Tripadvisor ha chiesto ai suoi utenti di votare per scegliere le dieci migliori attrazioni turistiche del 2014.

Al primo posto è arrivato il sito archeologico peruviano del Machu Picchu. Le rovine inca si trovano a circa 2.430 metri d’altezza e sono visitate ogni anno da centinaia di migliaia di visitatori. Al secondo posto nella classifica stilata dai lettori c’è la Gran moschea dello sceicco Zayed ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi e AL TERZO POSTO IL TAJ MAHAL IN INDIA. L’Italia è arrivata solo al quinto posto con la basilica di San Pietro.

fonte: http://www.internazionale.it/news/viaggi-societa/2014/06/18/i-posti-piu-belli-del-mondo/

foto: Steve McCurry

 

PER VEDERE LA LISTA COMPLETA   http://www.internazionale.it/?p=395079

1. Machu Picchu, Perù
2. Gran moschea dello sceicco Zayed, Abu Dhabi
3. Taj Mahal, India
4. Cattedrale dell’immacolata concezione di Maria santissima e moschea di Cordova, Spagna
5. Basilica di San Pietro, Città del Vaticano
6. Angkor Wat, Cambogia
7. Tempio Bayon, Cambogia
8. Chiesa del Salvatore, San Pietroburgo, Russia
9. Parco nazionale militare di Gettysburg, Stati Uniti
10. Mura di Dubrovnik, Croazia

La Damehood 2014 ad una donna indiana.

Dame Commander

Asha Khemka  è arrivata a Londra con la famiglia dal Bihar nel 1978 senza alcuna conoscenza della lingua inglese ed ha cambiato la vita di migliaia di persone come educatrice;  venerdì 14 marzo scorso ha ricevuto  la Damehood dal principe Carlo d’Inghilterra. Khemka è la preside del West Nottinghamshire College e la seconda donna di origine indiana ad aver ottenuto quello che nel sistema di onorificenze britannico è l’equivalente femminile di cavaliere (Sir), da quando l’ordine è stato istituito nel 1917 ; il primo era stato dato a Maharani Lakshmi Devi di Dhar nel 1931. Khemka è stata nominata  “Dame Commander” dell’Ordine dell’Impero Britannico ‘ , diventando “dama” del Regno ed è stata presentata con tutti gli onori ad una cerimonia di investitura tenutasi a Buckingham Palace.  Soddisfatta per l’esperienza , Dame Asha ha detto: ” Raramente sono senza parole , ma mi trovo in difficoltà ad esprimere come mi senta orgogliosa ed onorata. Sono immensamente grata alla Gran Bretagna per aver riconosciuto i miei punti di forza e per permettermi di realizzare i miei sogni ” . Ha aggiunto: ” Ma non dimenticherò mai le mie radici indiane e sarò sempre una fiera Bihari che mi ha dato spirito imprenditoriale, unità e determinazione per avere successo … Questo è senza dubbio uno dei momenti di maggiore orgoglio della mia vita ” . Khemka , che è il presidente dell’Associazione delle Università in India, ha detto all’ Hindustan Times (da cui è tratto questo articolo) di essere in procinto di aprire un centro in Chandigarh, dove sarà fornita istruzione online in inglese e matematica.  Il marito di Khemka, Shankar Lal Khemka, di origine Patna, è un chirurgo ortopedico ed è entrato nel Servizio Sanitario Nazionale dopo aver acquisito qualifiche mediche dal Patna Medical College nel 1975 . La coppia ha tre figli , Shalini, Sheel e Sneh . Proveniente da una famiglia di magistrati , Khemka ha abbandonato la scuola a 13 anni, si è sposata all’età di 15 ed è arrivata in Inghilterra con la sua famiglia all’età di 25, senza alcuna conoscenza della lingua inglese. Dopo aver imparato l’ Inglese guardando la televisione per bambini, Khemka ha ripreso la sua formazione dopo che i suoi tre figli hanno iniziato ad andare a scuola ed ha conquistato una laurea in economia all”Università di Cardiff, prima di intraprendere la sua carriera di insegnante. Annunciando il nuovo anno degli Honours List 2014, il Cabinet Office ha dichiarato: ” Asha Khemka ha servito le zone svantaggiate del West Midlands come Preside del West Nottinghamshire College per gli ultimi otto anni. Sotto la sua guida , l’Istituto è diventato uno dei maggiori istituti di istruzione più eminenti del Regno Unito.”.

fonte:  libera traduzione da  http://www.hindustantimes.com/world-news/proud-bihari-asha-khemka-gets-damehood-from-prince-charles/article1-1196270.aspx

La montagna di luce, il Koh-I-Noor.

Si disse che chi possedeva il Koh-i-Noor avrebbe governato il mondo anche se i fatti hanno dimostrato che portasse invece grande sfortuna. Secondo la leggenda la gemma potrebbe risalire a prima di Cristo, per i teorici sarebbe comparsa nei primi anni del 1300, per gli storici è dimostrata la sua esistenza negli ultimi due secoli e mezzo.

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Il Koh-i-Noor (in sanscrito “montagna di luce”) è il più famoso diamante del mondo, probabilmente estratto in Andra Pradesh, in India, da cui sarebbe derivato anche il suo gemello, il Darya – ye Noor (“mare di luce”). Più volte sequestrato come bottino di guerra, il diamante è appartenuto a molte dinastie, tra cui i Kakatiyas, i Rajput, i Mughal, gli Afsharid, i Durrani, i Sikh e, da ultimo, la corona britannica nelle cui mani ancora oggi si trova. Prima di essere tagliato era di ben 793 carati ed ora ne conta 105,6, pesa 21.6 grammi e rappresenta uno dei più grandi diamanti del mondo.

Babur, il primo sovrano moghul dell’India e discendente di Genghis Khan, cita nel Baburnama, la raccolta delle sue memorie, che una grande pietra, probabilmente proprio il Koh – i – Noor, era appartenuta ad un imperatore afghano senza nome costretto a cederla nel 1294 ad Alauddin Khilji. Sarebbe poi diventata di proprietà delle dinastie Tughlaq (che la strappò alla dinastia Kakatiya) e Lodi, e, infine, posseduto da Babur stesso nel 1526.

Anche Humayun, anch’egli sovrano moghul, menzionò un grande diamante nelle sue memorie e anche egli, che lo possedette, non ebbe grande fortuna. Suo figlio, il grande e illuminato Akbar, non tenne mai con sé il diamante e solo Shah Jahan, suo nipote, colui che ad Agra fece costruire il Taj Mahal per la sua amata sposa, utilizzò questo tesoro mettendolo nel suo bellissimo Trono del Pavone; ma Shah Jahan fu altrettanto sfortunato, visto che suo figlio Aurangzeb lo spodestò e lo fece rinchiudere nel Forte Rosso di Agra, fino alla sua morte. Aurangazeb fece tagliare il diamante da Hortenso Borgia, veneziano, che maldestramente ne ridusse il peso a ben 186 carati. La leggenda dice che Aurangzeb posizionò il Koh -i- Noor vicino ad una finestra in modo che Shah Jahan potesse vedere il Taj Mahal solo guardandone il riflesso nella pietra. Più tardi Aurangazeb portò il diamante nella capitale Lahore e lo aggiunse al suo tesoro dove rimase fino all’invasione del sovrano iraniano Nadir Shah nel 1739 che saccheggiò Agra e Delhi e, insieme al famoso Trono del Pavone, portò via anche il Koh -i- Noor.

Dopo l’assassinio di Nadir Shah nel 1747, la preziosa pietra passò nelle mani del suo generale, Ahmad Shah Durrani dell’Afghanistan. Nel 1830, Shujāh Shāh Durrani, il sovrano deposto dell’Afghanistan, riuscì a fuggire con il diamante e arrivò a Lahore dove il Maharajah Ranjit Singh, dell’ Impero Sikh, lo costrinse ad arrendersi. Ranjit Singh fu incoronato sovrano della regione del Punjab. Il 29 marzo 1849 gli inglesi conquistarono Lahore e il Punjab venne formalmente proclamato parte dell’Impero britannico in India. Una delle condizioni del Trattato di Lahore, scritto per formalizzare questa occupazione, era la seguente : “Il Koh-i-Noor, che è stato rubato a Shah Shujāhul-Mulk dal Maharajah di Lahore Ranjit Singh, deve essere ceduto da questi alla regina d’Inghilterra.”.

Il Governatore Generale responsabile della ratifica di questo trattato era Lord Dalhousie, altresì incaricato di acquisire il Koh-i-Noor. Il lavoro di Dalhousie in India mirava principalmente allo stanziamento delle attività indiane per l’utilizzo della Compagnia delle Indie Orientali. Dalhousie dispose che il diamante dovesse essere presentato da Dulīp Singh, giovane successore del Maharaja Ranjit Singh, alla regina Vittoria nel 1850. E così egli fece. Il 1° febbraio 1850, il gioiello fu sigillato in una piccola cassaforte di ferro, racchiusa in una scatola rossa, entrambe chiuse da un nastro rosso e un sigillo di cera e conservate in una cassaforte presso il Tesoro di Bombay in attesa che una nave a vapore arrivasse dalla Cina e lo portasse, a cura del capitano J. Ramsay, in Inghilterra per essere consegnato alla regina Vittoria. Il 6 aprile 1850 il Koh-i-Noor, protetto da una cassaforte di ferro a bordo della nave capitanata da Lockyer, partiva da Bombay alla volta dell’Inghilterra in un viaggio che si rivelò difficile a causa del colera e delle burrasche in mare, confermando ancora una volta la sua fama di portatore di disgrazie.

Finalmente la nave arrivò in Gran Bretagna il 29 giugno 1850 e a Spithead, vicino a Portsmouth, il 1° luglio 1850, la grande gemma lasciò la nave. La mattina del 2 luglio 1850, Ramsay e Mackeson in compagnia del signor Onslow, il segretario privato del Presidente del Tribunale di Amministrazione della British East India Company, arrivarono a Londra con il treno dove consegnarono il diamante nelle mani del Presidente e del Vice Presidente della Compagnia. Il 3 luglio del 1950 il Koh-i-Noor venne finalmente consegnato alla regina.

Nel 1851 il pubblico britannico poté ammirarlo in occasione di una grande mostra all’uopo allestita in Hyde Park. Ma si riteneva che quella gemma, avendo un taglio a rosa, non brillasse a sufficienza e così, l’anno successivo, venne nuovamente tagliata. L’incarico di forgiare la “montagna di luce” venne dato a Mozes Coster, uno dei più grandi e famosi commercianti di diamanti olandesi che mandò a Londra uno dei suoi artigiani più esperti , Herr Voorsangerenti. Il 6 luglio 1852, con l’ausilio di un mulino a vapore costruito apposta per il lavoro, iniziò il taglio del diamante, sotto la supervisione personale del consorte della regina Vittoria, il principe Alberto; l’operazione richiese 38 giorni di 12 ore ciascuno. Il diamante venne ridotto da 186 (1/16) carati (37,21 g) agli attuali 105,602 carati ( 21,61 g). Effettivamente il nuovo taglio ovale conferì alla pietra maggiore brillantezza.La pietra venne poi montata su una spilla che Queen Victoria, proclamata imperatrice dell’India nel 1877, indossava spesso. Fu conservato al Castello di Windsor invece che con il resto dei gioielli della corona nella Torre di Londra.

Dopo la morte della regina Vittoria venne incastonato nella nuova corona di diamanti che la regina Alexandra indossò in occasione dell’incoronazione del marito, il re Edoardo VII. Alexandra è stata la prima regina consorte ad utilizzare il diamante nella sua corona, seguita dalla regina Maria Elisabetta, la consorte di re Giorgio VI e madre di Elisabetta.

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Il diamante attualmente abbellisce la corona della Regina Elisabetta ed è in mostra presso la Torre di Londra. Ancora oggi si ritiene che porti sfortuna al maschio, ma non alla donna, che lo indossi o lo possieda.

L’India ha rivendicato il Koh-i-Noor ritenendo illegale la sua dipartita nel 1800 e ne ha chiesto la restituzione. Quando la regina Elisabetta II visitò l’ India, durante la celebrazione del 50°anniversario di indipendenza nel 1997, molti indiani in India e in Gran Bretagna chiesero il ritorno del diamante. Il 21 febbraio 2013, durante una visita in India, David Cameron, il primo ministro britannico, dichiarò che sarebbe illogico restituirlo.

Se visiterete i gioielli della Corona nella Torre di Londra lo potrete ammirare magari sorridendo un po’, ora che sapete come si è svolta la sua storia.

Fonti:

http://www.dailymail.co.uk/news/article-2282104/The-Koh-noor-diamond-stay-Britain-says-Cameron-rules-returning-gem-India-final-day-visit.html

http://famousdiamonds.tripod.com/koh-i-noordiamond.html (tradotto dall’inglese)

 http://en.wikipedia.org/wiki/Koh-i-Noor (tradotto dall’inglese)

http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/asia/india/7798130/India-demands-return-of-Koh-i-Noor-diamond.html