LA MOTHER ROAD INDIANA.

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Se vi chiedessero di pensare alla strada per eccellenza, rispondereste la Route 66 nei mitici USA. Ma c’è un’altra mother way nell’India più remota. Siamo a Nord, la “Manali – Leh” che collega Leh, altitudine 3505 mt. nel bellissimo LADAKH, parte dello stato del Jammu e Kashmir, a Manali altitudine 1950 mt., in Himachal Pradesh.Il Ladakh è parte della antica via della seta che portava in Oriente dal Golfo Persico. La Manali-Leh, lunga più di 500 km., è una delle più suggestive strade del mondo percorribile solo tra maggio e ottobre; la sua elevazione media è più di 4.000 metri con una altitudine massima di 5328 mt. sul passo di Tanglang.   

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Scolpita lungo la catena himalayana, aperta nel 1989, è praticamente un graffio nelle grandi montagne tra le più belle al mondo. Chi decide di realizzare il suo sogno di percorrerla con qualunque mezzo, che sia in 4X4, moto, bicicletta, autobus sa che la sorpresa sta nel viaggio e nella bellezza dei paesaggi, catene montuose, rocce, sabbia, laghi che sfilano tutt’ intorno. Un caleidoscopio di colori inimmaginabile e, la notte, un cielo impagabile di stelle. Il percorso è a una o due corsie ma complicato, spesso interrotto da frane, corsi d’acqua ghiacciati o appena sciolti con la primavera. Le ruote, qualunque esse siano, si aggrappano allo sterrato sfiorando il precipizio perché la strada si appoggia alla montagna ma sull’altro fianco non esiste guard rail. Il viaggio da Manali a Leh e viceversa è percorribile in due o più giorni, ma la lentezza in questi casi appaga più dell’arrivare prima e a tutti i costi. Gli imprevisti dovuti ai capricci del clima, alle condizioni della strada o del veicolo (e non è raro vederne qualcuno in difficoltà) non consentono talvolta di rispettare i tempi di marcia. Camion e autobus viaggiano a 15/20 km. l’ora proprio a causa del dissesto stradale.

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Il paesaggio è versatile e cambia da verde a roccia e da roccia a verde ma le cime delle montagne sono invariabilmente coperte di neve e brillano al sole; il Rothang Pass, che in persiano vuol dire “un mucchio di cadaveri”, situato a 50 km. da Manali, è il primo alto picco che si incontra da Manali verso Leh, alt. mt. 3.980, e rimane innevato anche nei mesi di maggio e giugno quando i turisti arrivano sin lassù.

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Qualcuno accusa il mal di montagna dovuto alla rarefatta atmosfera. Per questo chi viaggia verso Leh è bene si ambienti per una notte a Manali (alt. mt. 1950) e poi a Keylong (alt. mt. 3349), ai campi tendati di Jispa (alt. mt. 3142) o a Darcha (alt. mt. 3400), prima di salire alle altitudini ancora più elevate fino al Tanglang Ta (alt. mt. 5360), quando manca circa un terzo di tutto il percorso per arrivare a Leh. Durante il “cammino” in questo magnifico arido deserto pressoché disabitato che è il Ladakh è possibile fermarsi in uno dei dhaba sul ciglio della strada, una sorta di ristorante, economico ed essenziale che consente ai driver di sdraiarsi per riposare un po’.

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Dopo il Rothang Pass, la ripida discesa verso Baralacha La (quota mt. 5030) inizia a Zingzingbar (quota mt. 4.270) e, appena superata, si incontra una colata di ghiaccio che taglia la strada e che, nelle ore più calde, sciogliendosi, si trasforma in un torrente: se l’acqua è troppo potente per la forza di un veicolo, può rendere necessario fermarsi ad aspettare.

Manali-Leh highway at Baralacha-la after clearing the snow                                                                 HRTC-bus-service

L’autostrada attraversa alcuni dei più alti passi e passaggi di montagna del mondo, tra cui Rothang La (3978 mt.), il Pir Panjal, il Baralacha La (4.892 mt.), il Lacholang La (5059 mt.), e il Tanglang La (5.328 mt.). Il Rohtang La pass e il Baralacha La ricevono più nevicate del Taglang, ma tutti e tre i passaggi sono bloccati in inverno. Tra Lachlung La e Taglang La, la strada attraversa alte pianure anch’esse spettacolari.

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Poiché il Ladakh si trova tra Cina e Pakistan, la Manali-Leh riveste un ruolo strategico militare per l’India e questo è il motivo per cui si vede molto esercito. La sua manutenzione è nelle mani della Border Road Organisation dell’esercito indiano che ha progettato la costruzione di un tunnel lungo più di 5 km. per bypassare il Rohtang pass e creare una via più sicura e più veloce percorribile tutto l’anno. Diversamente Lahaul e Spiti restano tagliati fuori dal resto del paese. Il progetto è importante anche per il trasporto degli approvvigionamenti agli stabilimenti militari in Ladakh e Leh e anche per la popolazione locale che vende i prodotti agricoli nelle città. Darà un ulteriore impulso al turismo e renderà più facile arrivare a Leh (comunque facilmente raggiungibile in volo da Delhi). Il tunnel, largo 11,25 m, avrà una capacità di 3.000 veicoli al giorno che potranno viaggiarvi a 80 km. orari e sarà situato ad una altitudine media di 3100 mt., e a circa 900 mt. sotto Rohtang Pass. Così il tempo di percorrenza del Rothang Pass si accorcerà di 50 km. e il tempo di viaggio tra il sud e il nord di Rohtang Pass, che ora è di 4-6 ore, si ridurrà a 30 minuti. Circa un terzo del tunnel è stato scavato dall’aprile 2012. Quando sarà terminato, nel 2015, sarà il tunnel più lungo del mondo ad altitudini così elevate.

Un viaggio da non perdere.  025 

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365 passi …….

Oggi PASSOININDIA compie un anno. IL 30 SETTEMBRE 2012 cominciavamo questa strana avventura. Chi scrive in questo momento era molto scettico sull’utilità, per se stesso, di un blog in termini di valore aggiunto culturale. E invece, oggi, può dire di essersi sbagliato. Aprire e mantenere un blog è come gestire un grande giornale perché si sente l’impegno, in termini di aggiornamento e affidabilità, che gli altri si aspettano, perché ti accorgi che quando scrivi non lo fai più solo per te. Alla base cresce la voglia di condividere una passione, un interesse, un qualcosa che faccia stare bene, perché, senza dubbio, ne abbiamo tutti bisogno. E poi c’è la cultura, l’informazione, la formazione, ormai così carenti in questa società; siamo sempre stati convinti che lo sviluppo di una persona sia direttamente proporzionale alla sua conoscenza che, per assolvere il compito, deve essere di certa qualità. In questo mondo tristemente fondato sulla sterilità dell’ immagine più che sulla costruttività della parola abbiamo scelto di chiamarci solo PASSOININDIA raccontando storie personali e del mondo indiano. Questa occasione ci serve anche per ringraziare coloro che hanno voluto premiarci, dimostrandoci affetto ed interesse (e non ce ne vorranno se ci è mancato il coraggio di proseguire la catena delle nomination), e chi è stato costantemente presente con un commento, un like, o la sua iscrizione perché questo è il premio che ci conferma di aver fatto un buon lavoro e da cui sono nate amicizie basate su rapporti incondizionati e quindi importanti. Abbiamo scelto di non parlare di politica perché ne abbiamo piene le tasche e vogliamo respirare aria pulita. Il mondo dei blogger, che prima non conoscevo, pullula di stimoli perché esalta il valore di raccontarsi e di raccontare, diventando così utile per chi scrive e per chi legge. E’ un’ottima terapia cresciuta sulla libertà di espressione e sulla ricchezza delle diversità. E’ una nicchia che ricorda quei café parigini dove nascevano le idee illuministe che avrebbero cambiato il mondo. BRAVI RAGAZZI, BRAVI A TUTTI!

Perché dare è la migliore forma di comunicazione.

Come ho visto Parigi

Arrivo fresco fresco da un viaggio a Parigi. Un altro mondo per me che sono indiano e vivo nell’altra metà. So di essere tra i pochi fortunati ad aver avuto un’occasione come questa. Sull’aereo ancora non mi rendevo conto della differenza perché in fondo il cielo è uguale dappertutto. Poi, fuori dall’aeroporto, mi aspettava qualcosa che non avevo mai visto. I grandi boulevards e le piccole viuzze degli antichi quartieri accoglievano i miei passi mentre io spesso dimenticavo di essere in una città così grande. Abituato al traffico e allo smog di Delhi, ho faticato ad immaginare di essere in un luogo così ampio eppure così discreto. Quel pisolino in Place des Vosges, in una bella giornata di sole, ha rinfrancato le mie dolenti estremità ed il mio spirito anche se non ero affatto solo su quei bei prati verdi che ricordano la mia amata Delhi. I francesi non sono rumorosi e sembrano non esserlo neppure le auto; oppure sarà che gli spazi sono così ampi che i rumori e le voci si disperdono. Adoro quei palazzi bianchissimi più o meno decorati, con terrazzi delimitati da raffinate ringhiere in ferro battuto e quegli abbaini che parlano di tetti vissuti. Parigi racconta un capitolo decisivo per la storia dell’uomo, vicende che sino ad ora mi sembravano distanti e remote dalla storia dell’India. Ma ogni cosa a Parigi odora di storia vera ed è stato per me naturale voler approfondire. Ho scoperto così che quelle piazze e quei monumenti raccontavano di libertà, uguaglianza e fraternità, quando ancora al mio Paese imperiava la dominazione inglese. Mi è stato spiegato che, in nome di questi ideali, alla fine del 1700 è stata abbattuta la monarchia assoluta per investitura divina per far posto al governo del popolo attraverso le elezioni e che la chiesa perdeva un po’ del suo potere in nome della scienza, da cui il nome “secolo de lumi”.

Avevo appena terminato la lettura de “Il codice da Vinci”e questo ha certamente amplificato l’emozione che ho provato davanti alla piramide di vetro del Louvre e alla Chiesa di Saint Sulpice, certo non enorme come Notre Dame ma ugualmente affascinante. Camminando instancabilmente vedevo intorno a me eleganza senza opulenza, raffinatezza, ordine e pulizia. Anche l’India ha una storia da raccontare attraverso i suoi ricchi palazzi che parlano di sultani, maraja e, anche in questo caso, di forti contrasti tra ricchezza e povertà; cosi capisco che tutto il mondo è Paese e che la natura umana è uguale ovunque. Quello che non ha Pargi rispetto a Delhi è il colore; a Delhi e nell’India in genere i colori anticipano i profumi di spezie dei mercati e delle cucine e le stoffe in vendita o quelle indossate dalle belle donne indiane. Parigi è meno colorata, se escludiamo i costumi delle ballerine del Moulin Rouge, la brillantezza dei fiori nei giardini reali e le strepitose pitture del Louvre. A Parigi ho trovato un po’ di America in Starbuck’s, dove si beve caffé, e in Abercrombie, il famoso store che vende magliette con il suo logo, proprio sugli Champs Elisée, proprio dove mi sono sentito un po’ a casa; si, perché l’Arco di Trionfo, laggiù, grigio e maestoso, eretto da Napoleone per celebrare le sue vittorie, assomiglia proprio tanto all’India Gate, il grande arco di Delhi eretto in memoria dei soldati, indiani, morti nella guerra mondiale.

Mi hanno parlato bene della cucina francese, degna di nota come quella italiana, ma, essendo vegetariano, non ho potuto gustare le ostriche vendute agli angoli delle strade e le rinomate carni ma ho fatto scorpacciate di dolci, croissant, pasta (italiana) e crepes con gustosa cioccolata e banane.

E poi, la notte, la Signora Parigi si accende, specchiandosi, bellissima, nella Senna. La mia città non è attraversata da fiumi, il mio villaggio sì, da cinque fiumi ma su quelli si specchia solo il grano dei campi coltivati. La sera la Signora ti invita nei suoi bistrot dove i ragazzi e le ragazze si incontrano, cosa non frequente in India dove, per cultura, essi è bene che stiano lontani gli uni dalle altre; in effetti il concetto occidentale di bar, pub o bistrot, comunque vogliamo chiamarlo, non appartiene in modo così impregnante alla cultura indiana, anche se le grandi catene mondiali, come Starbuck’s, stanno arrivando anche lì, mischiandosi alle nostre tradizioni, cambiandole, irreversiilmente. I grandi marchi commerciali mangeranno la nostra cultura all’insegna del profitto economico, I piccoli mercati spariranno e con loro anche il profumo di spezie e le stoffe dei sari, soccombendo alle ultime proposte di moda occidentali. E così Delhi avrà il suo LaFayette con Dior, Chanel e quant’altro sarà di tendenza. Ci vorrà tempo a vedere le lunghe file davanti a Louis Vuitton, come ho visto a Parigi, ma soprattutto mi chiedo se il divario sociale tra ricchi e poveri sia destinato ad allargarsi o se questa ondata di occidentalismo porterà, come spero, nuovi posti di lavoro. So benissimo che non sarà così.

Lascio Parigi, la sua raffinatezza, mandandole un saluto dall’alto del mio volo, guardando la Torre Eiffel sparire tra le nuvole.

(testo e foto by PASSOININDIA)

Viaggiare nel 1500

Scorrendo le pagine del sito della BBC – News India (http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-india-20038986 ) del 25 ottobre 2012 vedo “In pictures: Itinerary, first ‘travel best-seller‘ on India”, una serie di dipinti (che vi invito a guardare) che “parlano” di un viaggio in India, percorso da un tale di nome Ludovico de Varthema, italiano. Allora mi viene la curiosità e comincio a cercare…..

Il nome di Ludovico de Varthema, nato (forse) a Bologna (si suppone nel 1470) non ha l’onore di comparire sui libri di scuola invece concesso ad altri famosi viaggiatori ed esploratori; eppure egli fu un vero antesignano del viaggiare. Di lui si conosce solo ciò che egli stesso ha raccontato (sapeva leggere e scrivere, il che fa supporre che derivasse da famiglia benestante) nei resoconti dei suoi viaggi durati ben sei anni, in giro per il mondo, scritti al suo rientro in Italia, nel 1508, raccolti e stampati nel 1510, nella sua opera “Itinerario di Ludovico de Varthema nello Egipto, nella Siria, nella Arabia deserta e felice, nella Persia, nell’India e nella Etiopia“. Questo scritto in italiano ebbe un grande successo di pubblico (e fu fonte di informazioni sulle attività portoghesi in India e nelle Isole delle Spezie), e venne tradotto nel tempo in varie lingue. Ne emerge il quadro di un personaggio avido di conoscenza, grande testimone di luoghi inesplorati che descrive con dovizia di particolari raccontandone usi e costumi. Con la sua camaleontica capacità di adattarsi all’ambiente e di immedesimarvisi integralmente, a costo di assumere identità e fedi religiose sempre diverse (mercante, medico, esperto di armi, musulmano, cristiano), riuscì a superare ogni avversa eventualità. Percorre il suo cammino nell’epoca in cui il viaggio, concepito come sola esperienza singola, non si traduceva ancora in un arricchimento culturale sociale perché l’ambiente culturale del tempo, pur se affascinato dal viaggio d’oltremare, non dava la giusta considerazione alle esperienze tratte e riferite da coloro che viaggiavano per ragioni oggettive (ad esempio per aprire nuove rotte commerciali); eppure Varthema, spinto prevalentemente dalla curiosità personale (che comunque gli procurò profitto) solo in seguito venne apprezzato dall’élite erudita del tempo.

Lasciando moglie e figlio cominciò il suo viaggio da Venezia nel 1500 da dove, percorrendo il Nilo su una feluca, raggiunse il Cairo dove si fermò due anni per apprendere la lingua e farsi arruolare fra i Mamelucchi; poi si imbarcò a Beirut e di là arrivò a Tripoli, Aleppo e infine a Damasco (Siria); qui apprese un po’ di arabo e assunse il nome, arabo, di Yunas (da Giona, uno dei profeti biblici) e si unì alla guarnigione mamelucca incaricata di proteggere Damasco. Proseguì fino a La Mecca e Medina e, come membro della scorta mamelucca, poté godere di protezione dagli attacchi dei predoni. Con lo scopo di raggiungere l’India, si imbarcò a Gedda, il porto di La Mecca, e navigò lungo il Mar Rosso, attraversò lo stretto di Bab-el Mandeb di Aden, dove venne arrestato e imprigionato come spia cristiana. Riguadagnata la libertà, si recò in Yemen, visitando anche Sana’a; poi, prese la nave a Aden per il Golfo Persico e quindi arrivò in India (dove divenne un mercante),approdando presso il porto di Diu, un piccolo isolotto nell’attuale stato del Gujarat, già possedimento dei Portoghesi presidiato da una superba fortezza. Visitò la Persia, lo Sry Lanka, il Siam, Sumatra, Giava, il Borneo, Mombasa, il Mozambico e S. Elena. Visse alcuni anni nelle Azzorre ed in altri possedimenti portoghesi come consulente militare, e, nel 1508 giunse a Lisbona, terminando così il suo viaggio in cui, dopo aver lasciato l’india per l’Europa, dovette anche affrontare le temibili tempeste del Capo di Buona Speranza. In Portogallo, il re lo accolse cordialmente, ospitandolo qualche giorno a corte “per conoscere l’India,” ed impresse il sigillo reale e la sua firma al suo titolo di cavaliere. Il suo racconto nell’ ”Itinerario” finisce a Roma, dove si congeda con il lettore.

 Alcuni storici hanno messo in dubbio la veridicità dei racconti di Varthema perché certi viaggi, secondo i suoi racconti, venivano da lui percorsi più rapidamente rispetto a quanto consentivano i metodi di viaggio dell’epoca e alcune sue descrizioni sono superficiali.

Autentico o no, l’ ”Itinerario” è una fonte inesauribile di notizie su luoghi, persone, costumi, usi, fauna, metodi di guerra e di commercio, pratiche sessuali, religiose, burocratiche e credenze di tutto il Medio Oriente, dell’India e delle Isole delle Spezie (destinazione originaria di Colombo nel 1492), che ha regalato emozioni di viaggio e stimoli di curiosità alla élite colta di tutta Europa che diversamente neppure avrebbe avuto notizia dell’esistenza di quei luoghi, anche sacri, alcuni mai visitati prima.

Da allora il nome di Ludovico de Verthema venne associato ai disegni raffiguranti viaggiatori usati per decorare edizioni di carte geografiche e mappamondi.

“Il desiderio che ha spronato altri a visitare i diversi regni del mondo, mi incitò similmente alla medesima impresa. E, poiché molti paesi sono stati assai illustrati dai veneziani, io deliberai nel mio animo di vedere luoghi meno frequentati da loro. Per cui noi, sciogliendo le vele ai venti e col favore di essi, invocammo l’aiuto divino e ci affidammo al mare”.
Ludovico de Varthema – “Itinerario nello Egypto, nella Suria, nella Arabia Deserta e Felice, nella Persia, nella India e nella Ethyopia, 1510″.

Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_de_Varthema

http://ageofex.marinersmuseum.org/?type=travelwriter&id=11

http://historicalleys.blogspot.it/2009/05/ludovicos-ludicrousness.html

http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-india-20038986

http://www.eurasia-rivista.org/ludovico-de-varthema-un-turista-del-cinquecento-da-bologna-ai-confini-del-mondo/8646/

http://www.coesia.com/ita/news_media_on_1_2011-20.html

 

L’odore della memoria

Ricorre di frequente che, tornando a casa con l’intento di mandare via un po’ di polvere, mi ritrovi invece ad osservare vari oggetti che invadono l’arredamento. Sono memorie accumulate negli anni che accendono i ricordi di un tempo più o meno remoto. I primi ad arrivare furono quelli ritenuti più congeniali ad un alloggio funzionale ed alla moda, quando ancora due servizi da pietanza e qualche soprammobile, connotati da una firma prestigiosa, sembravano fare la differenza. Con gli anni arrivarono nuove cose, a testimonianza di emozioni di viaggio, grandi vasi di vetro riempiti di terre d’altrove, vecchie targhe di irripetibili on the road, mappe segnate dai percorsi improvvisati, saccenti fotografie dell’accaduto e guide pratiche del viaggiatore. Gli oggetti del vissuto cominciavano a sostituirsi alle vettovaglie inutilizzate ed al corredo da baule mai impiegato ed oggi li hanno ampiamente soppiantati. Lo sguardo cade su piccoli elefanti arrivati da un’Africa lontana, su una locomotiva posterizzata affiancata da una vecchia Ford T Model, sui simboli religiosi dell’incredibile India. Negli angoli di casa ci sono mucchi di pietre rubate al mare, di tutti i colori, sulle quali, non so perché, non si posa mai la polvere; sono sassi levigati dal ritorno delle onde che hanno scoperto gli intarsi della loro anima pennellata dai miei viaggi emozionali. Agli amici chiedo spesso di tralasciare souvenirs e portarmi terra e pietre da stringere nelle mani. Cerco la ragione di questo bisogno di possedere empiriche prove di un luogo amato senza confidare invece sull’autonoma capacità della memoria a sovvenire. Eppure, mi dico, sono comportamenti comuni. L’elaborazione di un ricordo sembra resa più agevole dal possesso di qualcosa che lo incarna perché non sempre confidiamo sui voli pindarici della mente che pure potenzierebbe quel ricordo. La mente, del resto, è più caparbia nel configurarsi il futuro.

Gli odori, invece, quasi sempre non si possono conservare ed allora, un profumo ritrovato riaccende la memoria sensoriale che ci regala la migliore prova di sé. I ricordi allora riaffiorano inaspettati dai meandri più reconditi, forti, concisi, superbi. Per questo, il ritorno di un viaggio sarà sempre sublimato dall’inchino del mio zaino che esala il suo ultimo respiro.

 Testo e Photo by PASSOININDIA

Il tempo è il vero protagonista dei romanzi, anche del romanzo della vita (Marcel Proust).

A GENOVA – Viaggio intorno all’uomo – Steve McCurry

Steve McCurry è nato il 23 aprile 1950 nella piccola città di Newtown Township, in Pennsylvania.

Dopo aver lavorato al Today’s Post presso il King of Prussia per due anni, partì per l’India come fotografo freelance. È stato proprio in India che McCurry ha imparato a guardare ed aspettare la vita. “Se sai aspettare”, disse, “le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto”.
Travestito con abiti tradizionali, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa. Quando tornò indietro, portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti.
McCurry ha poi continuato a fotografare i conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.

McCurry si concentra sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Egli è guidato da una curiosità innata e dal senso di meraviglia circa il mondo e tutti coloro che lo abitano, ed ha una straordinaria capacità di attraversare i confini della lingua e della cultura per catturare storie di esperienza umana. “La maggior parte delle mie foto è radicata nella gente. Cerco il momento in cui si affaccia l’anima più genuina, in cui l’esperienza s’imprime sul volto di una persona. Cerco di trasmettere ciò che può essere una persona colta in un contesto più ampio che potremmo chiamare la condizione umana. Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”.


Il ritratto più famoso di McCurry, Ragazza afgana, è stato scattato in un campo profughi vicino a Peshawar, in Pakistan. L’immagine è stata nominata come “la fotografia più riconosciuta” nella storia della rivista National Geographic ed il suo volto è diventato famoso ed è ora ricodato come “la foto di copertina di giugno 1985”. .L’identità della “Ragazza afghana”, è rimasta sconosciuta per oltre 17 anni finché McCurry ed un team del National Geographic trovarono la donna, Sharbat Gula, nel 2002. Quando finalmente McCurry la ritrovò, disse: “La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa”.

Anche se McCurry fotografa sia in digitale che in pellicola, ha ammesso la sua preferenza per quest’ultima. Eastman Kodak concesse a McCurry l’onore di utilizzare l’ultimo rullino di pellicola Kodachrome, che è stato prodotto nel luglio 2010 da Dwayne’s Photo (nella città di Parsons in Kansas) e che sarà ospitata presso la George Eastman House.

fonte: Wikipedia
foto: McCurry (e chi se no?)

Steve McCurry – Viaggio intorno all’Uomo
Genova, Palazzo Ducale
18 ottobre 2012 – 24 febbraio 2013

Dimenticare la meta per capire il mondo

Mi sono spesso chiesta da dove derivi questa matta voglia di viaggiare. Mi do una risposta ogni volta che viaggio. Lungi da anelare a soggiorni preconfezionati e lussuosi, provo uno strano piacere a lasciare la casa e tutte le quotidiane sicurezze per accogliere a braccia aperte l’imprevisto in cui , come noti autori hanno scritto, sta l’opportunità. Provo un certo piacere a staccarmi da terra quando l’aereo lascia la pista perché è quasi un capodanno della vita dove, ad ogni ritorno, si riparte da zero.  Il viaggio alimenta la mia anima e la mia mente perché è come se il cuore, inaridito dall’abitudine,  pulsasse più forte e il cervello, atrofizzato da confezionate informazioni, ritrovasse la sua identità. In viaggio si perde la cognizione del tempo e si acquista la cognizione di se stessi. Io, non per ragioni pratiche di peso o di spazio,  viaggio poco carica  deliziandomi dell’odore della terra e della gente assorbito dalle mie vesti che, al ritorno, sprizza fuori dalla mia sacca. Il viaggio diventa quasi lo scopo stesso della vita, il filo conduttore dell’esistenza, mentre la quotidianità appare come semplice intervallo di riposo. Mi porto via esperienze, incontri, emozioni mettendo bandierine non sulla mappa ma dentro il mio cuore. (TESTO BY PASSOININDIA).

Riporto un bellissimo articolo di UMBERTO GALIMBERTI  pubblicato su “La Repubblica” il 30 luglio 2006 che, a mio parere, rende tutto il senso del viaggio.  Titolo: Dimenticare la meta per capire il mondo.

Quando, in procinto di iniziare un viaggio, vedo caricare le macchine fino all’inverosimile, in tutti quegli oggetti che riempiono il bagagliaio, i sedili posteriori e perfino il tetto delle vetture, scorgo solo la paura di abbandonare la casa, le proprie collaudate abitudini e l’incapacità di offrirsi all’insolito che è la vera promessa segreta di ogni viaggio. Certo se il viaggio è un pacchetto d’agenzia, allora, anche se la sua meta sono i confini del mondo, non c’è spaesamento che percorra l’anima come un brivido che la rende instabile. Ma quando viaggiare è offrirsi al rischio di non essere compresi e, al limite, neppure letti come uomini o come simili, allora è la terra a offrirsi senza nessun orizzonte, è il cielo a coprire una vastità senza riferimento, è la storia a inabissarsi nei secoli per evocare tutta quell’immaginazione che mai avremmo sospettato avesse riscontri di realtà. Il sole sorge insolito e la notte copre tutte le insidie che l’uomo primitivo temeva nascoste nel buio. Le facce delle persone appaiono nei loro lineamenti indecifrabili, dove l’intenzione non si traduce in linguaggio e la comprensione è affidata all’empatia dell’animale. Qui il viaggiatore incontra quella parte dell’anima che è la meno spirituale perché è la più istintiva. L’anima-animale appunto. E istinto qui vuol dire fondersi con gli odori, le variazioni di temperatura, i suoni, il vento, con il sole che cuoce sulla testa e porta i pensieri su vie associative inconsuete, dove ciò che alla fine si trova è la giusta dimensione di sé. Questa dimensione significa consapevolezza della propria spaesata e casuale esistenza su una terra, che quando non è tecnicamente organizzata come la nostra, dove ogni oggetto esprime nella sua funzionalità il suo senso, mostra, devastante nella sua vastità, la sua totale indifferenza alla sorte umana e soprattutto alla nostra sorte. Da questo disincanto e dall’instabilità che ne scaturisce nasce un paesaggio insolito, simile allo spaesamento, in cui si annuncia una libertà diversa, non più quella del padrone di casa che domina la sua abitazione, ma quella del viandante che al limite non domina neppure la sua via. Consegnato al nomadismo, l’uomo spinge avanti i suoi passi, ma non più con l’intenzione di trovare qualcosa: la casa, la patria, l’amore, la verità, la salvezza. Anche queste parole nel viaggio si fanno nomadi, non più mete dell’intenzione o dell’azione umana, ma doni del paesaggio che ha reso l’uomo viandante senza una meta, perché è il paesaggio stesso la meta, basta percepirlo, sentirlo, accoglierlo nell’assenza spaesante del suo senza-confine. Facendoci uscire dall’abituale e quindi dalle nostre abitudini, il viaggio ci espone all’insolito dove è possibile scoprire, ma solo per una notte o per un giorno, come il cielo si stende su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l’iscrizione fa storia, il fiume fa ansa, la terra fa solco, in quella rapida sequenza con cui si succedono le esperienze del mondo che sfuggono a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e di disporle in successione ordinata, perché, al di là di ogni progetto orientato, il viaggiatore sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia. Ma chi sono i veri viaggiatori? Sono coloro che non trascurano l’intervallo tra l’inizio e la fine, che non viaggiano solo per arrivare perché per coloro che vogliono arrivare, per chi mira alle cose ultime, ma anche per chi mira alle mete prossime, del viaggio ne è nulla. Le terre che egli attraversa non esistono. Conta solo la meta. Egli viaggia per “arrivare”, non per “viaggiare”. Così il viaggio muore durante il viaggio, muore in ogni tappa che lo avvicina alla meta. E con il viaggio muore il viaggiatore stesso fissato sulla meta e cieco all’esperienza che la via dispiega al viandante che sa abitare il paesaggio e, insieme, al paesaggio sa dire addio. L’andare che salva se stesso cancellando la meta inaugura allora una visione del mondo che è radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare. Nel primo caso si aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede, nel secondo caso si aderisce al senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti che, non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo. Se siamo disposti a rinunciare alle nostre radicate abitudini, allora il viaggio ci offre un modello di cultura che educa perché non immobilizza, perché desitua, perché non offre mai un terreno stabile e sicuro su cui edificare le nostre costruzioni, perché l’apertura che chiede sfiora l’abisso dove non c’è nulla di rassicurante, ma dove è anche scongiurata la monotonia della ripetizione dell’andare e riandare sulla stessa strada, con i soliti compagni di viaggio, con tutto il conforto delle nostre cose che, sotto la specie della sicurezza, sigillano solo la nostra chiusura al mondo.

FOTO BY PASSOININDIA

L’INDIA DENTRO

India

“L’India ha attivato tutti i miei sensi. La polvere ocra mi avvolge e l’inquinamento acustico mi assorda. Le strade brulicano di moto, di venditori ambulanti e di sari splendenti. E’ una tavolozza ricca di sfumature e di colori pastello. Possenti buoi trascinano carri guidati da corpi striminziti. Facce affaticate guidano ferrosi risciò e barcollanti biciclette soffocate da merci varie. Piccoli carretti mostrano vegetali bellamente disposti. La strada rivela le sue buche fangose e i fili della luce si avvinghiano l’uno all’altro. Le auto schivano le vacche e i venditori di dolciumi. Le facce coprono tutte le gradazioni del miele e le donne scampanellano le loro cavigliere. Milioni di occhi si incuriosiscono al mio passaggio e ammiccano buoni sorrisi. Turbanti e incantatori di serpenti mi ripetono che sono in India. Un sadhu all’angolo rinuncia alla materialità, un musulmano va al suo tempio, un sikh rende grazie al Grande Libro Sacro, un hindu offre collane di tagete a Brahma. L’invadenza di camion colorati che sembrano giocattoli riesce persino simpatica. I bus resistono alla pressione dei passeggeri sopra il tetto. Potrei comprare pezzi di ghiaccio, un bicchiere d’acqua limonata o il succo della canna da zucchero. I venditori di spezie incestano la loro profumata mercanzia. La offrono alle donne che svolazzano lunghe vesti setose. Alcune galline si azzuffano, su un mucchio di rifiuti, per il boccone più grande. Piedi seminudi vanno e vengono e laboriose mani mostrano i loro nodi. Si fanno strade e ponti col martello e con il gomito. I bambini, il regalo più grande dell’India. Mille e ancora mille. Curiosi, le magliette sgualcite, chiedono oggetti di quotidiana utilità. Guardano l’obiettivo e me. Si riguardano, avidi della loro immagine, felici.
Quando parlo dell’india mi brillano gli occhi per le lacrime versate e l’infuso di calore che ho ricevuto.”….

(testo by PASSOININDIA)

PASSI IN … INDIA

FOTO BY PASSOININDIA

Un uomo è sempre vissuto chiuso in una stanzetta rivolta a Occidente e, non avendo altra distrazione, ha imparato a godere la luce calda dei lunghi meriggi, l’incanto dei colori dei tramonti, le dolci sfumature dei crepuscoli, non disturbato nel suo sonno mattutino dall’improvviso filtrare di un vivido raggio di sole e accompagnato dolcemente nel sonno dalla luce che lentamente si spegne; e tali abituali godimenti ha trasformato in un mondo di vita, in armonia con la natura che gli sta di fronte. Se quell’uomo, per un breve periodo, viene trasferito in una stanza rivolta invece a Oriente, può rimanere in un primo tempo sconvolto nelle abitudini e faticare a ritrovare un ritmo armonioso di vita; ma poi a poco a poco impara a far suo anche ciò che gli è del tutto nuovo e comincia ad apprezzare gli splendori dell’aurora, il fascino ineguagliabile del primo riserveglio della natura col cinguettio degli uccelli e il ritorno ad una vita che si rinnova, la frescura dei lunghi meriggi senza sole e l’imbrunire lento, senza contrasti di colori, del cielo alla sera e trova infine tutto questo altrettanto meraviglioso quanto quello che aveva goduto un tempo; se quell’uomo verrà infine ricondotto alla sua primitiva dimora, ebbene, s’immergerà ancora in quel mondo che da sempre è stato suo, godrà intensamente nel gustare di nuovo il piacere di sensazioni profondamente radicate nel suo essere, ma, nel medesimo tempo si scoprirà un poco mutato, perché l’esperienza del mattino non può essere scissa da quella della sera, anzi, si capisce veramente la sera solo se si conosce il mattino. Giacché uno solo è il sole, dal quale dipendono e la sera e il mattino. Il nostro personaggio dovrà constatare che proprio quella breve esperienza affatto diversa gli ha insegnato ad acquisire una consapevolezza più profonda, più autentica, di quella che era stata la sua esperienza di sempre, ma che egli viveva, in fondo, quasi automaticamente, senza esserne consapevole; anzi, gli ha insegnato di più: gli ha insegnato che una sola è la verità e una sola la vita e che l’uomo è chiamato a viverla autenticamente, fino in fondo…

Cosi’ si esprime STEFANO PIANO, uno dei maggiori esperti italiani
della cultura hindu, nella PREMESSA al suo libro

SANATANA DHARMA UN INCONTRO CON L’INDUISMO

uomo che ringrazio per avermi accompagnato, con i suoi libri, nell’esplorazione della cultura indiana.

(SANATANA DHARMA significa NORMA ETERNA)
Ciò che il viaggio, inaspettatamente ci regala è proprio una nuova prospettiva, quella che spesso, per abitudine, non riusciamo a cogliere nella quotidianità.

Per questo “PASSOININDIA” è sottotitolato “passi… per avere nuovi occhi…“, e, potremmo dire, per avere una mente nuova, accessibile alla diversità in tutte le sue forme.