Festival del Sikkim: una tavolozza di colori tra le cime più alte del mondo

Bisogna visitare il Sikkim per poterne testimoniare la caleidoscopica rivolta di colori che lo rende una piccola tavolozza appoggiata nel mezzo di alcuni tra i posti più incantevoli del pianeta dove difficilmente l’uomo riesce a soffermarsi per lungo tempo, ma dove al contrario ogni anima trova il nido ideale per riposare nella pace incantata delle vette più alte del mondo, da cui toccare il cielo con un dito e giocare con le nuvole sembra essere un privilegio riservato a pochi eletti.  Nascosto tra la catena dell’Hymalaya, nel corridoio dell’India a Nord Est del paese, confinante a nord con la regione autonoma del Tibet, a ovest con il Nepal, a est con il Bhutan e a sud con il West Bengal, questa singolare regione non perde occasione di celebrare festeggiamenti durante tutto l’anno. Con una cultura ricca e diversificata, una tradizione accogliente e credenze popolari radicate, il Sikkim, anche se è il secondo stato più piccolo del paese, quando si tratta di festeggiare non è secondo a nessuno.

  1. Saga Dawa ( primi del mese di Giugno):            

Saga Dawa è considerato uno dei festival religiosi più sentiti da coloro che seguono la dottrina del Buddismo Mahayana. Viene celebrato con preghiere rituali durante tutto il mese. In quest’occasione vengono celebrati tre momenti importanti associati alla vita del Buddha: la nascita di Lord Buddha, l’illuminazione che Lord Buddha ricevette e la morte o il raggiungimento del Nirvana di quest’ultimo. La giornata principale inizia con una visita ai monasteri dove vengono offerte lampe votive al burro, simbolo di amore e le strade si riempiono di devoti in processione che portano statue e ritratti del Buddha e testi sacri del buddismo attraverso i quali vengono distribuite benedizioni. Viene celebrato durante il giorno di luna piena, il quarto mese del calendario lunare buddista, intorno alla fine di Maggio, primi di Giugno.

  1. DrupkaTeshi ( mese di Luglio/ Agosto):

Anche questo è un festival buddista, celebrato con grande entusiasmo e vivacità poichè in questo giorno il Buddha lesse il suo primo sermone nel quale spiegava le Quattro Nobili Verità ai suoi cinque devoti nel parco di Sarnath, ovvero :

1) La vita è sofferenza.
2) L’origine della sofferenza è l’attaccamento.
3) La cessazione della sofferenza è possibile.
4) Esiste un percorso per la cessazione della sofferenza

Questo giorno viene celebrato il quarto giorno del sesto mese del calendario tibetano nel mese di Luglio/ Agosto. In questa occasione moltissime le preghiere di massa al Deer Park e in Muguthang, nel nord del paese. La giornata si conlude con una corsa di Yak che offre il momento di più alto intrattenimento.

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  1. Pang Lhabsol ( intorno alla fine del mese di Agosto):

Questo è uno dei festival più caratteristici, reso famoso dal terzo sovrano del Sikkim, Chakdor Namgyal e celebra la vetta più alta dell’Hymalaya, il monte Kanchedzonga, come sacro guardiano del Sikkim. Questo giorno celebra anche lo storico trattato di fratellanza tra I Lepcha e I Bhutia, e vengono invocate anche le divinità a partecipare all’evento.  La divinità protettrice, ovvero la montagna, viene rappresentata da un Lama mascherato, che balla indossando una maschera dipinta di rosso con una corona di 5 teschi, mentre guida un leone della neve. Una settimana prima di iniziare le celebrazioni, I monaci si ritirano in preghiera per invocare la montagna che li protegge. Questa danza oltre ad avere un significato religioso, viene eseguita dai giovani dell’elite locale come esercizio di combattimento. I ballerini per prepararsi, quindici giorni prima del festival, si chiudono in ritiro. Per impressionare gli spettatori il meno possibile con questa visione terrificante, dei giullari chiamati “ atchars”, si divertono a fare scherzi e altre buffonate. Questo festival si svolge intorno alla fine di Agosto.

  1. Bumchu:

Il festival di Bumchuis è celebrato nel monastero di Tashiding, nel Sikkim occidentale, durante il mese di Gennaio, in dialetto locale significa: “la brocca di acqua”. Durante la celebrazione, la brocca che contiene l’acqua sacra viene scoperta dal Lama della comunità, che ne prende sette tazze e le distribuisce a tutti i fedeli, provvede poi a farla riempire di nuovo con altre sette tazze dell’acqua del fiume Rathong Chu e a farla sigillare per l’anno successivo, quando si ripeterà lo stesso rituale. Il livello di acqua rimasta al momento dello scoperchiamento verrà usato per predire la prosperità dell’anno a venire. Se l’acqua fuoriesce dalla brocca, significherà che l’anno a venire sarà disturbato, al contrario se la brocca sarà asciutta vorrà dire che ci sarà una carestia.

  1. Kagyat Dance:

Kagyat Dance viene festeggiata durante il 28’ e 29’ giorno del decimo mese del calendario tibetano. Questa danza, di solito, viene danzata dai monaci nel monastero Tsuklakhang e termina con la distruzione nel fuoco di miniature fatte di farina, legno e carta che simboleggiano i poteri infernali dell’ odio. Prima di iniziare i monaci si riuniscono in preghiera e poi attraverso la danza chiedono la prosperità e la buona salute della propria comunità.

  1. RumtekChaams:

Il monastero di Rumtek è famoso per la “ Chaams”, la tradizionale danza dei lama e anche per la versione in “opera” adattata, realizzata dalla comunità che vive in prossimità del monastero.  Queste Chaams vengono celebrate due giorni prima dell’avvento dell’anno nuovo del calendario tibetano ovvero nel decimo giorno del quinto mese. Conosciuto anche come “ Tse Chu Chaam”. Queste danze rappresentano le otto differenti manifetazioni di Padmasambhava, un saggio indiano famoso nell’ aver diffuso la dottrina del Buddismo in Tibet.

  1. Losoong:

Celebra il nuovo anno del Sikkim, conosciuto anche come “Sonam Losar” (il nuovo anno dei contadini) ed’è il momento in cui i contadini celebrano I loro raccolti. Le danze sono tenute in quasi tutti I monasteri due giorni prima del Lossong. Queste danze tipicamente simboleggiano la cacciata degli spiriti malvagi dell’anno precedente e rappresentano un augurio di benvenuto per gli spiriti benigni del nuovo anno.

8.  Dasain:

Dasain è uno dei festival più importanti celebrato anche dagli hindu nepalesi che abitano in Sikkim. In questo giorno si prega la madre Durga e semi di grano vengono seminati in ogni casa là dove si svolgono le preghiere . Il decimo giorno, conosciuto come “maar”, è il giorno in cui viene sacrificata la capra. Altro festival è il Diwali che fa parte del festival di Tihar che inizia dieci giorni dopo il Dasain e durante il quale nel terzo giorno viene celebrata la dea Lakshmi ( della ricchezza). 

Sikkim

  1. EncheyChaam ( mese di Dicembre):

In quest’occasione si svolge l’annuale danza tradizionale dei lama della comunità religiosa di Enchey, che viene celebrata ogni anno nell’ottavo e nono giorno dell’undicesimo mese del calendario tibetano ( nel mese di dicembre). Così come le danze nelle altre differenti comunità, anche qui, sono previste dimostrazioni da parte dei lama che nelle loro vesti migliori e bizarre, si rivolgono alle divinità attraverso danze mistiche . In Enchey, il Drag- dMarChaam di Padmasambhava è ritenuta svolgersi nella sua forma più infuriata.

  1. Losar:

Questo festival celebra il nuovo anno tibetano e si festeggia tra amici e parenti. Alcuni giorni prima che il festival abbia inizio, si svolge il GuthorChaam, durante il quale folcloristiche danze vengono eseguite nelle comunità di Pemayangtse e di Rumtek.

 

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UN VIAGGIO ATTRAVERSO L’EREDITÀ CULTURALE DELL’INDIA.

Capitolo 1:  Sufismo, dervisci and qawwali in India

Dalla letteratura mistica sufi: “ Finchè io esistevo, Dio non era presente. Ora solo lui esiste e io non ci sono più. Il cammino dell’amore è così stretto che non lascia spazio a entrambi”.

Il sufismo può essere considerato come la dimensione esoterica dell’islam con cui condivide solo alcune pratiche e che non viene accettato dall’islam stesso che lo considera invece come una dimensione spirituale che utilizza metodi non appropriati.

È un insegnamento basato sull’amore. Anche se parlare di questa complessa tradizione non è per nulla facile, l’enfasi della sua parola è sulla perfetta rinuncia e sul totale annegamento in Dio.

Come disse un maestro sufi: “l’amore è azione, l’azione è conoscenza, la conoscenza è verità, la verità è amore.

C’è un senso di unità in questa dottrina che parla della sostanziale unità di tutte le religioni. Una storia sufi racconta che c’erano quattro viaggiatori: un persiano, un turco, un arabo e un greco che si avvicinano ad una bancarella al bordo della strada. “Voglio dell’ angur” dice il persiano, “io voglio l’uzum” dice il turco, “inab è quello che voglio io” dice l’arabo, il greco invece insiste per comprare lo “stafil”. Iniziano a discutere, quando arriva un uomo che conosce molte lingue e offre loro il suo aiuto, prende i soldi, si avvicina alla bancarella e compra quattro grappoli d’uva che porta ai viaggiatori. Tutti e quattro volevano la stessa cosa!

La disarmonia e il dissenso sono spesso causati dalla differenza del linguaggio. Con questa storia si vuole far capire che i viaggiatori sono le persone comuni soggette ai fraintendimenti e alle incomprensioni e il sufi è il linguista ovvero colui che parla e comprende una lingua universale,  la lingua dell’amore. Quando emergono in superficie le differenze nei linguaggi, nei significati e nella percezione, solo allora si possono apprendere i veri insegnamenti. Il sufi è un mistico che crede nell’armonizzazione dell’intera esistenza.

“Il sufismo è la verità senza forma”. La parola sufi in arabo vuol dire puro. Un’interpretazione letterale di “sufi” è la persona che veste la lana di cammello.

La metafora del cammino che il devoto deve percorrere per raggiungere Dio deve essere vista qui in relazione al termine Shari’a che vuol dire “la strada già percorsa”,  “ la strada che conduce alla sorgente”, la tariqa rappresenta la prosecuzione metaforica di questo percorso, intrapresa dai mistici che dalla strada già percorsa vogliono arrivare all’essenza di essa ovvero all’ haqiqa al cui interno si cela il vero e ultimo significato intrinseco ovvero la marifa cioè l’unione ultima in cui il devoto diventa una sola cosa con Dio.

L’obbiettivo di tutte le pratiche ascetiche sufi è quello di ottenere uno stato di costante ricordo di Dio per rimanere sempre nella sua presenza. I sufi considerano Jikr ( il ricordo), Muraqaba ( meditazione), Mushahada (visione) e Muhasaba (autocritica) come le pratiche più utili per raggiungere questo obbiettivo.

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La musica e la danza sono viste come attività catalizzatrici nel produrre uno stato di estasi. I sufi credono che la musica faccia vibrare i loro cuori con l’eco del riverbero, ricordando loro l’ unione con Dio. Gli effetti prodotti dalla musica, dipendono comunque dalla natura e dallo stato emotivo di chi ascolta e di chi canta. Se il devoto non ha ancora superato le passioni terrene, può addirittura farsi del male, ma per un sufi la musica provoca nel suo cuore un amore più alto vicino a Dio e lo può anche condurre ad una visione e ad un’ estasi spirituale assolute. Dicono che la musica produca una purezza nei loro cuori che non sarebbe raggiungibile con nessun’altra pratica. Si crede che Dio abbia donato a tutti la sua eterna musica che risuona nei battiti del cuore (AnahatNad) e la musica esterna vuole essere un  tentativo di riprodurre e farci ricordare che questa musica eterna è presente in ognuno di noi al fine di farci avvicinare alla sorgente di questa melodia che è Dio. I ghazals di Rumi continuano ad inspirare cantanti e poeti con le loro riflessioni di amore spirituale come aspirazione umana. I qawwali sono cantati ovunque e uniscono tradizioni musicali differenti come il khayal, thumri, tarana e altre, una meravigliosa tradizione di umanità. Una vecchia canzone dice:

“Mi chiesero come sapevo che il mio amore fosse vero, risposi, ovviamente : c’è qualcosa qui dentro al mio cuore che non può essere negato”.

La passione per la musica devozionale in India, è una caratteristica dell’ordine Chisti. Questo ordine di sufi, fu il primo dei quattro ordini principali del sufismo che si stabilirono in India, chiamati: Chishtia, Qadiria, Suhurawadia e Naqshbandia. Khwaja Muninuddin Chisti introdusse l’ordine Chishti in India intorno al 12’sec. d.c. . I devoti di questo ordine osservano un ritiro di quaranta giorni durante i quali si astengono dalla parola, mangiano solo lo stretto necessario e spendono la maggior parte del loro tempo in preghiera e in meditazione. Questi devoti sono profondamente legati alla musica devozionale attraverso la quale raggiungono l’estasi divina. La musica devozionale Qawwali, li aiuta ad entrare in questo stato. Si dice che l’ordine dei dervisci danzanti, conosciuti come Mevlevi, abbia avuto inizio al tempo di Jalaluddin Rumi, un grande poeta sufi, che era solito tenere dei concerti in memoria del suo maestro Shams Tabriz. Essi credono che la danza simboleggi la danza dell’anima  nell’amore di Dio. I dervisci erano asceti che fondarono la confraternita sufi in Arabia, nel loro credo unirono la filosofia intrinseca di tutte le religioni e crearono un nuovo movimento e un nuovo genere musicale. La danza sacra dei dervisci si dice abbia preso vita da un movimento che fece Rumi e che inconsciamente fece roteare la gonna del suo vestito. Da qui prese vita la danza creata da un gruppo che divenne noto come I dervisci erranti. Molti erano i loro seguaci.

Altamente emblematica e altamente spirituale, questa danza, molto diffusa in Medio Oriente e in particolare in Turchia, è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero.

Il fatto che gli esseri umani possano partecipare alla coreografia del cosmo danzando al suo ritmo è una consapevolezza che l’umanità ha sin da tempi antichi. Nella danza, lentamente il corpo oscilla e il ritmo del sangue cambia, così come anche la consapevolezza. Con una rivoluzione simile a quella compiuta dal cosmo, le mente si assicura la libertà dai limiti terrestri: inizia a concentrarsi sulla profondità stessa dell’esistenza mentre il corpo è stato lasciato a terra. Qui avviene una trance in cui la mente si separa dal corpo e dunque l’anima raggiunge la libertà dallo stesso. Attraverso questa danza I dervisci colgono la possibilità dell’eternità dell’anima che una volta liberata dai limiti fisici si può concentrare sulla totale trascendenza, la loro filosofia si definisce appunto “filosofia trascendentale”. Dall’altra parte il corpo non viene rinnegato ed’ è in questa comprensione di mente e corpo che viene sperimentato il potere dell’ Unico e la Totalità della vita. In questa danza rituale, il movimento che cambia la sua velocità crea un’armonia tra queste differenti essenze del sè e suscita una profonda consapevolezza. La danza è una speciale pratica per addomesticare la percezione e la consapevolezza del derviscio: è una sorta di meditazione dove la consapevolezza del devoto può penetrare il mondo metafisico. Questo crea una relazione tra l’uomo e la sua natura divina. Per il sufi la conoscenza è metafisica e può essere raggiunta solo attraverso la pratica e non attravero lo studio. Inoltre la pratica della danza è importante nell’ottenere  la conoscenza poichè nella danza il sufi è allo stesso momento nel mondo e al di fuori di esso. I sufi vivono concentrati nell’ essenza di quello che stanno cercando e non nella quotidianità della vita. Tutto il loro lavoro quotidiano consiste nell’ esercitare il corpo a sopportare il peso della sua materia e nell’ essere capace di superarlo.

Il Semà, ovvero questa danza rituale, simbolizza l’ascesa spirituale , il viaggio mistico dall’essere a Dio, in cui l’essere si dissolve ritornando poi sulla terra.

Disse il grande maestro sufi del IX secolo Dhu âl Nûn âlMisr:

“prima di compiere il viaggio credevo che le montagne fossero montagne e i mari fossero mari; durante il viaggio scoprii che le montagne non sono montagne e i mari non sono mari; ed ora che sono tornato so che le montagne sono montagne, e i mari sono mari”.

Partecipano al rito da un lato un gruppo di musici e cantanti, dall’altro il Maestro, il capo dei danzatori e i danzatori. Tutti hanno un abito bianco sopra il quale portano un mantello nero. Nessun altro colore è ammesso, e tutti sono, rigorosamente, maschi. La cerimonia è divisa in varie fasi. Il rito inizia con un inno di lode al Profeta, o con la recitazione dei dieci passi più importanti del Corano. Questa eulogia è in pari tempo una lode a tutti i Profeti e a Dio che li ha creati. Segue una introduzione con un’ improvvisazione di flauto. Un suono di tamburi , la seconda fase , simbolizza la creazione del mondo; e poi , la terza fase, la dolce melodia di un flauto, col suo suono sensibile e delicato rappresenta il soffio divino da cui tutte le creature traggono vita.
Terminato questo concerto, comincia il semà vero e proprio con un inno mevlevi. Mentre il coro accompagnato dall’orchestra inizia a cantare, entrano in fila il Maestro, il capo dei danzatori, e i danzatori, coperti da un mantello nero, simbolo dell’ignoranza e della materia, sotto il quale indossano un abito bianco che rappresenta,la luce e il distacco dall’ ego. Il Maestro ha un caratteristico copricapo nero avvolto dal turbante nero e prende posto su una pelle di montone tinta di rosso; i dervisci indossano un alto cappello di feltro marrone, che simboleggia la pietra tombale del loro ego. A passi lenti,  percorrono in senso antiorario tutto il perimetro per tre volte. Poi si fermano su un lato lungo e ha luogo, con un lieve inchino, lo scambio reciproco di saluti. Ciò simboleggia il saluto che tutte le anime nascoste nelle forme e nei corpi si scambiano in segno di mutua fratellanza. Se in questo momento i danzatori si siedono, prima di rialzarsi battono all’unisono le palme delle mani sul pavimento. Alla fine i danzatori depongono il mantello nero e, in piedi rimangono un attimo con le braccia incrociate e le mani sulle spalle a simboleggiare l’unicità dell’essere con l’Assoluto.
Ha inizio allora la fase più suggestiva, divisa in quattro parti, dette “saluti”. A uno a uno i danzatori si dirigono verso il maestro, gli baciano la mano, vengono da lui baciati sul bordo del copricapo di feltro, cominciano a roteare su se stessi e,  dopo aver allargato le braccia , sempre roteando su se stessi iniziano a girare attorno alla sala, la mano destra volta al cielo a simboleggiare la vicinanza con Dio, la mano sinistra volta alla terra per includere tutti i presenti  alla presenza di Dio. Così girano tutti da destra a sinistra, in un’ampia vorticosa immagine dell’Essere, mentre il capo dei danzatori passa lentamente fra loro.
Questa cerimonia è ripetuta integralmente quattro volte, ossia per quattro “saluti”, interrotti ciascuno da un arresto della musica. Sul finire dell’ultimo “saluto”, il Maestro stesso, “polo celeste”, compie a piccoli e lenti passi un breve percorso davanti a sé, girando su se stesso e tenendo tirato con la mano destra il bavero del mantello.
Il primo “saluto” simboleggia la nascita dell’essere umano alla verità, cui giunge grazie al ragionamento in una formale presa di coscienza che lo rende consapevole dell’esistenza di Dio. Il secondo saluto simboleggia il raggiungimento d’una consapevolezza superiore, in cui l’essere umano sente la Potenza di Dio attraverso lo splendore della Sua creazione. Nel terzo saluto l’essere umano giunge a Dio eliminandosi in Lui, ed è l’estasi ed il superamento d’ogni transitorietà fenomenica. Il quarto “saluto” simboleggia il ritorno sulla terra dallo stato di estasi, e l’accettazione della materia dopo l’ebbrezza della luce divina. Il viaggio mistico è così finito e il sufi, «morto prima di morire», ha testimoniato materia e spirito, essenza reale e transitorietà fenomenica.

( sources: http://www.rivistasufismo.it)

A seguire per chi fosse interessato lascio il link di alcuni festivals sufi che si tengono in India:

http://worldsacredspiritfestival.org/

http://ruhaniyat.com/

Il Teej Festival, la festa dei monsoni e delle donne.

In qualunque periodo dell’anno si vada in India non è affatto raro avere l’occasione di assistere a festività e celebrazioni locali che risultano sempre essere una gradevole sorpresa. Tra Luglio, Agosto e Settembre, a seconda dello Stato che si visita, si può essere assaliti dal bellissimo fervore della festa di Teej. Una festa tutta al femminile, dedicata e praticata dalle donne coniugate e dalle ragazze nubili. Il Teej è una festività antichissima e, nella mitologia indu, sta a ricordare il momento in cui la dea Parvati, per farsi accettare da Shiva, secondo alcune credenze, dopo un lungo digiuno durato 108 anni e, secondo altre, dopo una lunga penitenza costituita da ben 107 rinascite, riuscì finalmente a sposare il dio Shiva. Abbiamo descritto qui la loro storia https://passoinindia.wordpress.com/2017/10/15/le-coppie-dellinduismo-shiva-e-parvati/

Ecco perché il Teej rappresenta la devozione della moglie verso il marito e la preghiera femminile per la salute di quest’ultimo.

Le donne si avvolgono in scintillanti sarees e lehangas (abito con gonna lunga a pieghe) di colore verde, simbolo del sawan, quinto mese del calendario indu, ma anche rossi, colore dell’amore, e gialli, secondo la tradizione locale; alcune donne indossano persino il loro abito da sposa. Tutte le donne hanno mani e piedi ornati dagli splendidi disegni fatti con l’ henné (mehendi) e indossano i loro gioielli più belli, quelli della loro dote o regalati dal marito. Così i negozi e le bancarelle espongono la loro merce più preziosa o più colorata che le donne sceglieranno accuratamente per abbinarla al loro vestito. Tutto deve essere perfetto. Le donne cantano (anche i dispiaceri di separazione degli amanti), danzano (bella la danza del pavone) e pregano per la Dea Parvati (chiamata anche Teej Mata) e per la sua avvenuta unione con il Dio Shiva. La festa rappresenta quindi l’unione tra la moglie e il marito e l’auspicio per il benessere familiare. In questo giorno le donne si astengono dai lavori domestici e si dedicano alla puja che parte dal mattino al cospetto di un chowk, cioè un piccolo spazio in cui sono accomodate l’immagine di Parvati, illuminata da una lampada ad olio anche la notte, e le offerte in cibo alla dea (baya), tra cui il ghewar, un dolce speciale rajasthano fatto di farina e zucchero utilizzato anche come prasad (offerta religiosa). Durante la puja le donne leggono ad alta voce il Teej Katha e la sera tutte insieme ascoltano le leggende indu del Kajli Teej Vrat Katha. Entrambi questi rituali rappresentano momenti cruciali durante la festa di Teej.

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Oltre un momento di profonda preghiera, il Teej è da sempre una buona occasione per divertirsi tutti insieme, magari facendosi dondolare su altalene adornate con fiori e, in questi giorni, se ne vedono moltissime.

Proprio come avviene durante la festa del Karva Chauth

(https://passoinindia.wordpress.com/2012/11/02/karwa-chauth-una-festa-indiana-davanti-alla-luna-le-donne-celebrano-i-loro-mariti/),

le suocere inviano alla nuora regali, dolci, braccialetti, un nuovo vestito eccetera.

In alcune zone le donne si astengono dal sonno, o si bagnano di fango intorno alla pianta di Datiwan per purificare il loro Karma o praticano il digiuno da acqua e cibo per assicurare lunga vita al marito, parte importante della festa di Teej che è quindi chiamata anche “festa del digiuno delle donne”.

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Il termine Teej deriva dal nomignolo dell’acaro rosso che fa la sua apparizione nel periodo dei monsoni. Ed infatti questa festa, che prende anche il nome di “Sawan Festival” è anche celebrata in favore dell’arrivo delle pioggie intense che arrestano la siccità e risvegliano la natura, soprattutto nell’India settentrionale, come in Rajasthan ed in Nepal. Al famoso tempio di Pashupatinath di Kathmandu, le donne fanno la puja (preghiera) intorno al Lingam (simbolo fallico) di Shiva.

Le date del festival, dipendendo dall’arrivo dei monsoni, si svolgono ogni anno in date diverse con nomi diversi a seconda dei luoghi. Ogni festa è accomunata dallo stesso simbolismo e tuttavia può assumere ulteriori connotazioni particolari secondo le usanze del luogo.

L’Haryali Teej,in Rajasthan, Madhya Pradesh, Maharashtra,Haryana, Punjab e Bihar, deve il nome alla vegetazione ed il colore verde predomina negli ornamenti. Le donne si riuniscono per adorare la luna e il prasad è costituito da latte, cagliata e fiori. In Gujarat le donne fanno una speciale danza (Garba) ballando con vasi sul capo in lode alla Dea Parvati. In Maharashtra, le donne offrono noci di cocco magnificamente dipinte ai loro parenti e amici e alla dea frutta fresca e verdure. A Vrindawan, in Uttar Pradesh le statue di Krishna e Radhaaltra coppia della mitologia indu, sono particolarmente decorate con oro e vengono fatte oscillare su altalene (il nome della cerimonia è ‘Jhullan Leela‘).Nel famoso tempio ‘Banke Bihari‘ sono narrate le storie di Radha e Krishna e l’acqua santa viene spruzzata sui devoti per commemorare l’avvento del monsone. Nella bella città di Jaipur ha luogo, il Teej Sawari, una processione in onore della Dea Parvati (Teej Mata), con elefanti decorati, antichi palanchini, carri, cavalli, cammelli, bande e danzatori. In Rajasthan La fiera Teej è conosciuta anche come ‘Saawan Mela‘.

Il Kajari Teej noto anche come Badi Teej, prende il nome dalla tonalità nera delle nuvole che segnano l’inizio dei monsoni ed è celebrato in Madhya Pradesh e in Uttar Pradesh, in particolare a Mirzapur e Varanasi. Le donne si riuniscono attorno al santo albero di neem per i loro sacri rituali e canti in onore di Krishna. Sono famose le celebrazioni del Kajari Teej che hanno luogo a Bundi, in Rajasthan dove ha luogo una processione di cammelli, elefanti, musicisti e ballerini.

L’Hartalika Teej prende il nome da ‘Hartalika‘, altro nome della dea Parvati, e si tiene nelle regioni settentrionali e occidentali dell’India ed è celebrato in Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Bihar, Jharkhand, Rajasthan e in alcune parti del Maharashtra.

Una festa dove religione e gioco si uniscono e le donne sono protagoniste. E in India questo non è poco.

(testo bY Passoinindia)

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immagini del post: la prima by Passoinindia, la seconda da India Today, la terza Utsavpedia.

In India anche le rane si sposano.

Tutti sanno che in molte parti dell’India l’acqua scarseggia e ad essa è legata la vita dei contadini che, già poveri, quando il monsone tarda ad arrivare, rischiano di perdere il frutto del loro duro lavoro. Sono molti i suicidi che si registrano tra gli agricoltori. Questo vasto Paese, in quanto a numero di dighe, si pone dopo Cina e Stati Uniti contandone più di cinquemila. La siccità rimane comunque un serio problema aggravato dai cambiamenti climatici e dall’uso di combustibili fossili impiegati per lo sviluppo industriale. Quando non piove da tempo le riserve d’acqua, anche quelle dei pozzi, non sono più sufficienti e il prezzo per l’acquisto di autobotti di questa preziosa risorsa tende a salire.

Pochi sanno che in molti villaggi rurali, ad esempio negli Stati di Assam, Orissa, Tripura, Karnataka, per citarne alcuni, ha luogo un particolarissimo rituale che origina dalla antichissima tradizione vedica, quella raccolta nei libri sacri indù, che viene celebrato da secoli perché ritenuto prospero per avere abbondanti piogge. Ebbene, secondo una credenza mitologica occorre unire in matrimonio due rane selvatiche allo scopo di chiedere pietà agli dei della pioggia come sono Indra, Parjanya e Varuna. Nella religione induista, Indra è signore della folgore e dio del temporale, delle piogge e della magia; Varuṇa è una delle più antiche e importanti divinità vediche ed il più importante Asura nel Ṛigveda (Asura è il termine con cui nel Ṛgveda, il testo vedico risalente tra il XX e il XV secolo a.C., vengono chiamate alcune divinità tra cui appunto anche Varuṇa e Indra), controlla l’Ordine cosmico, e tutti i fenomeni celesti e sotterranei; Parjanya, vedico, è un dio della pioggia e colui che fertilizza la terra. Quindi, se si vuole l’acqua piovana, è a loro che bisogna rivolgersi.

Il matrimonio tra rane è una vera e propria celebrazione gioiosa così come quando a sposarsi sono le persone, tra preghiere, addobbi e vivande a base di riso. Gli anfibi, sono catturati senza alcuna violenza dal loro ambiente naturale e, visibilmente perplessi, vengono lavati e vestiti secondo tradizione. Alla sposa, come rituale di nozze richiede, viene applicato sulla testa il sindoor (https://passoinindia.wordpress.com/2014/06/28/il-significato-del-bindi-e-del-sindoor/), il segno in polvere di colore rosso.

La cerimonia ha luogo di solito in un sacro tempio ed è seguita con ardore da tutti gli abitanti del villaggio che, con profonda devozione, accarezzano dolcemente la coppia. Al termine, i due novelli sposi vengono benedetti e rilasciati nel loro ambiente naturale.

(testo by PassoinIndia)

 

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Makar Sankranti. La festa del Sole.

Oggi in India si è celebrata una festa molto importante per gli induisti (ma anche i Sikh, la festeggiano), ritenuta la più propizia di tutto l’anno. Infatti, il 14 gennaio è il giorno di Sankranti, considerato particolarmente sacro perché in questo giorno il Sole, secondo le scritture vediche, lascia il Sagittario (Dhanu Rashi)  ed entra nel Capricorno (Makar Rashi), iniziando così il suo viaggio dall’emisfero Sud (Dakshinayana) all’emisfero Nord (Uttarayana). Nell’astrologia indiana Shankranti significa trasmigrazione del Sole da uno zodiaco verso un altro zodiaco. Questa festa cade circa 21 giorni dopo il solstizio d’inverno (il giorno più breve e la notte più lunga dell’anno) che, nell’emisfero settentrionale, ha luogo tra il 20 e il 23 dicembre. Sono gli Ariani ad avere iniziato a celebrare come propizio per i festeggiamenti questo giorno che anche apre la stagione del raccolto.

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Anche nel poema Mahabharata, si racconta di questo giorno di buon auspicio. Bhishma Pitamah, uno dei protagonisti del grande capolavoro epico, pur ferito in guerra resistette 58 notti alla morte fino allo momento dello Uttarayan così da raggiungere la dimora celeste in un momento di buon auspicio. Ancora oggi si crede che morire in questo giorno porti la Moksha (liberazione dal ciclo delle reincarnazioni) o la salvezza per il defunto.

Da oggi, in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata, le giornate diverrano più lunghe e calde.

La festa, quindi, è dedicata a Surya Deva (il Dio Sole), il Signore dell’energia e della Luce, che nutre tutta la vita sulla Terra. Anche se ci sono dodici Sankranti nel calendario indù, il Makar Sankranti è quello religiosamente più significativo ed è diventato lo Sankranti per eccellenza. La festa, una delle poche che si celebra unanimemente in tutta l’India ed in una data fissa ogni anno, viene celebrata per due o quattro giorni, a seconda della regione, dove assume via via nomi diversi e dove variano anche i rituali celebrativi e le leggende locali che li animano. Gli induisti operano sacre abluzioni, fanno opere di carità, accendono falò un giorno prima di Makar Sankranti, celebrano il Dio Sole, offrono agli dei il Prasad (il cui nome significa “grazioso regalo”ed è rappresentato da cibo), preparano dolci e fanno, soprattutto in Sud India, un bagno d’olio; insomma, si compiono tutte le cerimonie rituali considerate di buon augurio. Gli stati di Bihar, Bengala, Punjab, Maharashtra, Gujarat, Rajasthan e Tamil Nadu celebrano la festa con grande fervore. In Tamil Nadu il festival è conosciuto come Pongal, in Assam come Bhogali Bihu, nel Punjab, come Lohiri, nel Gujarat e Rajasthan, come Uttararayan. Al di fuori dell’India, questo giorno è festeggiato in Nepal, dove conosciuto come Maghe Sakrati o Maghi, in Thailandia dove è chiamato Songkran e in Myanmar celebrato come Thingyan.

Buon Sankranti a tutti!

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(foto da Hindutan Times. Celebrazioni e raccolta dei fiori di loto)