Le Sette Sorelle: Un viaggio nelle remote terre dell’India dell’est .

Il nord est dell’India, chiamato anche la terra delle sette sorelle, è una regione ancora poco battuta dai turisti, e viene infatti definita come un posto vergine, selvaggio e incontaminato dalla modernizzazione che ha coinvolto il resto del mondo. In questa regione, protetta dalle montagne, l’unico punto di accesso dall’India è lo stretto corridoio di Siliguri, appena 30 km di terra, che la separano dal resto del paese. Le caratteristiche principali di questo territorio, sono la sua straordinaria ricchezza e diversità etnica, le sue credenze e le sue tradizioni folcloristiche portate avanti, ancora oggi, come forte simbolo di identità da parte delle moltissime tribù che vivono in queste alture. I difficili collegamenti con il resto del paese hanno preservato questa regione dalle forti contaminazioni industriali e hanno permesso a queste popolazioni di mantenere preservati i propri habitat naturali, vivendo a contatto con una natura ancora selvaggia e permettendo loro di respirare ancora aria pulita. Tutte le popolazioni che abitano in queste terre, vivono a stretto contatto con la natura, rispettandola, seguendone i ritmi e ricavando da quest’ultima la principale fonte di sussistenza. Circa il 60 – 70% della popolazione, principalmente tribale, ha influenze tibeto-birmane, mongole e austro asiatiche, e vengono professate religioni collegate ai culti tribali, con minoranze  induiste, cristiane, islamiche e jainiste. Il clima subtropicale e le pioggie monsoniche hanno aiutato a creare, in questo contesto, uno dei pochi ecosistemi selvaggi ancora non contaminato dall’intervento umano. Le foreste pluviali del nord est sono un tesoro di diversità ecologica che ospita diverse specie di mammiferi (il rinoceronte con un corno, elefanti, tigri, leopardi etc.) rettili, uccelli e un ricchissima flora. Numerosi i parchi nazionali e le riserve e non è raro che capiti di scoprire nuove specie. Le stupende valli del potente fiume Brahmaputra incantano i viaggiatori al primo sguardo, riportandoli indietro nel tempo, permettendogli di dimenticare ogni preoccupazione e introducendoli in una lenta ma straordinaria sintonia con la natura e con il pianeta.  Le rapide del potente fiume salendo controcorrente nelle montagne himalayane, sono il posto migliore per mettere alla prova il vostro temperamento. I verdi giardini di thè dell’Assam formano delle distese dove comodamente si possono sorseggiare tazze del migliore thè del mondo e godere di viste spettacolari. I maestosi fiumi e le potenti rapide, le imponenti montagne dell’Himalaya sui tre lati, le dense foreste che riecheggiano dei versi degli animali che le abitano, le vivaci tribù che convivono con l’ambiente circostante in simbiosi perfetta e il dolce aroma del thè nell’aria rendono  il nord est dell’india un posto ancora tutto da scoprire.

Assam:

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Lo stato dell’Assam è coperto da un’infinita distesa di piantagioni di thè e foreste selvagge. Il potente fiume Brahmaputra lo taglia in due parti, preoccupandosi dei principali bisogni della sua gente, tra cui acqua e cibo e creando paesaggi mozzafiato. La capitale della regione è Dispur, e la città più grande è Guwahati. Questo stato che divide i suoi confini con il Bhutan e con il Bangladesh da cui ultimamente sono arrivate forti ondate migratorie, è famoso nel mondo per il suo thé, le sue risorse di olio e petrolio, la seta miga e una richissima biodiversità. Il periodo dei monsoni benedice questa terra con pioggie molto forti e permette alle verdeggianti distese di crescere rigogliose. Per poter dire di aver esplorato l’Assam bisogna almeno: visitare una piantagione di thè e godere del panorama e del gusto di un buon thè ricavato da foglie appena raccolte, un’esperienza che non può mancare nella patria che di questa bevanda è una delle maggiori produttrici. Inevitabile una visita ad una delle riserve naturali o parchi nazionali di cui l’Assam è ricchissimo, un paradiso per gli amanti della natura, con circa 15 aree protette di natura selvaggia, tra cui due famose al mondo ovvero il Kazaringa National Park, patrimonio Unesco, e il Manas Wildlife Sanctuary. Come già accennato nell’introduzione qui si può trovare il rinoceronte ad un corno e molti altri animali come la tigre, il bufalo selvaggio, il cervo maculato, il langur dorato, il leopardo maculato, la civetta gigante, il gatto dorato, l’elefante asiatico , rettili, uccelli tra cui l’hornbill ovvero il famoso uccello simbolo nazionale, il pellicano migratore, il picchio dell’Himalaya e numerosissime specie di piante inclusa un’ampia varietà di orchidee. Non può certo mancare un giro in barca nel fiume Brahmaputra, uno dei più grandi fiumi dell’India che scorre per km nelle maestose montagne himalayane prima di arrivare in Assam dove, una volta giunto si distende nelle pianure diventando il fiume più largo dell’India, superando spesso gli 11 km di larghezza e creando larghe isole fluviali. Se sarete fortunati riuscirete a vedere i delfini cavalcare le onde di questa straodinaria potenza della natura. Vale proprio la pena fare una visita  all’isola Majuli, la più grande isola fluviale che ospita una vivace cultura tribale, famosa per la lavorazione di terracotta e nella creazione di maschere. Nota per la sua cultura Vaishnavita, è il posto ideale per ritrovare la giusta spiritualità e un pò di calma.  Ovviamente non deve mancare una curiosa esplorazione del patrimonio artistico locale tra cui troverete la danza tipica praticata dalle popolazioni dell’Assam, sia dagli uomini che dalle donne e chiamata “Bihu”, che risulta essere molto classica ed elegante. Infine un must è l’assaggio della birra locale la “ lau pani” o birra di riso prodotta dalla fermentazione della birra e con un sapore molto dolce. I piatti locali sono principalmente pesce e maiale in tipiche rivisitazioni locali.

Meghalaya: la terra sopra le nuvole

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Lo stato di Meghalaya è una delle regioni più piovose al mondo. La pioggia viene portata dal monsone annuale, che con dense nuvole che si alzano dal golfo del Bengala per arrivare in India, culmina riversando tutta la sua potenza, sugli altipiani della regione. Come risultato delle piogge abbondanti, in questo stato si trovano due tipi di paesaggi: da una parte quello delle verdeggianti foreste pluviali e dall’altra quello delle terre brulle, consumate dall’erosione delle piogge incessanti. Questo fenomeno naturale delle piogge abbondanti, è stato determinante nello scolpire il paesaggio locale e nel trasformarlo in un paradiso, ideale per tutte quelle anime viaggiatrici in cerca di una fuga romantica. Tra le cose da fare, bisogna assolutamente visitare le numerosissime cascate di cui la regione è ricca, da quelle che scendono precipitosamente da altezze vorticose a quelle che presentano un aspetto più calmo e meno impetuoso, considerate nella mitologia locale, porte di accesso per regni ultraterreni. E poi c’è sempre il rischio di inciampare su delle cascate segrete, campeggiare una notte sotto le stelle e ubriacarsi  nell’inebriante atmosfera di un regno incantato. Una spedizione alla scoperta delle grotte misteriose nascoste alla luce del sole, deve essere inserita nella lista delle cose da fare, moltissime infatti le grotte dove è possibile ritrovare tracce di un’epoca remota e passaggi segreti dove abitano uniche e straodinarie forme di vita. Un ecosistema questo ancora poco conosciuto che rende questi posti selvaggi e puri nella loro naturalezza. Ogni estate quando le piogge assumono dimensioni abbondanti, i numerosi fiumi e ruscelli dello stato riprendono vita con rapide fragorose e assordanti che impediscono alle popolazioni locali di attraversarli. Ma l’intelligenza umana è sempre pronta a trovare la soluzione per superare gli ostacoli e qui le soluzioni sostenibili sono tra le più affascinanti: in questo caso le tribù hanno realizzato una meravigliosa opera d’arte chiamata “il ponte delle radici viventi. Alle estremità opposte del fiume sono stati piantati due alberi di fico con le cui radici, nel corso degli anni, le tribù hanno intessuto una fitta trama con la quale hanno realizzato un ponte indistruttibile, ovviamente ci sono voluti 50 anni affinchè si potesse trarre il frutto di questo straordinario lavoro. Un esempio di altissima sostenibilità ambientale. Mawlynnong, conosciuto solo da pochi anni è noto per essere il più pulito villaggio dell’Asia, e se vi capita di passeggiare in uno dei suoi viali avrete modo di constatare la vericidità di questa affermazione se non addirittura innamoravi di questo villaggio. Gli abitanti del posto si chiamano khasi e sono persone straordinarie, amanti della natura e estremamente entusiaste con delle storie e delle tradizioni che coinvolgono ogni aspetto della vita quotidiana, abitano in delle graziosissime casette decorate con un’estrema varietà di fiori che colorano e illuminano l’atmosfera del villaggio. I turisti sono invitati a pernottare in una delle case sull’albero e i soldi ricavati dal turismo vengono riutilizzati per mantenere pulito il villaggio e per salvaguardare la foresta circostante. Sempre nelle vicinanze si trova una cascata con una piscina naturale che forma una  laguna dove poter approfittare di un bel bagno. Molte le escursioni da fare nei villaggi in prossimità tra cui il villaggio Skyview da cui poter godere di una spettacolare vista sulle piane del Bangladesh. Se l’intero stato di Meghalaya riceve piogge in abbondanza, la stazione collinare di Cherrapunji insieme a quella di Mawsyram ricevono piogge esasperate ogni anno e sono riconosciute come le zone più piovose e bagnate della terra. Un posto ideale per viaggiatori non convenzionali. Qui si trova la Nohkalikai, la terza cascata più alta del’India.

Manipur:

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Manipur si trova strategicamente nel punto estremo delle province del nord est dell’India , al confine con la Birmania, circondato dalle colline dell’est dell’Himalaya, ed’è uno stato considerato come passaggio per il sud est dell’Asia. Definito come la terra dei gioielli, ancora poco conosciuto, si presenta come una destinazione ottimale per gli amanti delle avventure e della natura, con morbide colline blu, valli rigogliose, laghi, fiumi e foreste, insomma un’esplosione di natura. Nel caratteristico lago di Loktak, in mezzo al labirinto di piccoli canali di navigazione e colorate piante acquatiche, si trovano piccole isole, vere e proprie biomasse galleggianti dove gli abitanti del lago hanno creato piccoli insediamenti umani. Questo è l’unico parco nazionale al mondo, interamente gallegiante. Nel versante opposto troviamo valli ondeggianti coperte da foreste di bamboo. La danza nazionale dello stato è la famosissima danza Manipuri e moltissimi i festivals celebrati durante l’anno.

Mizoram:

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Mizoram è un posto collinare situato nella punta a sud del nord-est dell’India, coperto da foreste verdeggianti che brulicano di piante di bamboo, una natura vibrante, montagne a strapiombo e cascate mozzafiato, lo stato ospita numerose attrazioni riverbero di un vecchio folclore e villaggi pittoreschi di case realizzate su palafitte, in un’atmosfera dove una coperta di nebbia mattutina si solleva tra le colline e le montagne. Questa è la terra di coloro che vivono le montagne o Mizos, un popolo fortemente legato alla natura, spensierato e gioviale. Un posto ideale per ritrovare un pò di serenità lontano dal caos delle città moderne. Questo stato offre una bellezza straordinaria con una varietà di paesaggi che si compongono dalle catene di Aizawl, alle profonde gole della montagna di Hmuifang, dalla valle di Champhai all’elevata vetta del Blu Mountain National Park. Le colline sono armonizzate da stupende cascate e laghi quali il Vantawng Fall , il Tam Dil e il Rih Dil luoghi ideali dove godere viste mozzafiato degli altopiani. Nonostante la forte presenza di missionari abbia influenzato le credenze locali, sono ancora presenti alcuni culti tribali.

Tripura:

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Tripura è il terzo stato più piccolo del paese, una lussureggiante regione al confine con il Bangladesh. Con una sola autostrada che lo connette al resto del paese, Tripura è rimasta sempre fuori dai principali collegamenti e poco ancora si conosce riguardo ai suoi segreti e alle sue attrazioni. Una terra selvaggia ampiamente coperta di vegetazione, con cinque catene montuose intervallate da vallate e un clima tropicale con abbondanti piogge durante la stagione monsonica. La sua popolazione vive soprattutto di agricoltura, artigianato e servizio civile. le varie culture dello stato coesistono nell’armonia e nel rispetto. Gli elementi tipici della cultura Indiana, specialmente della cultura bengoli, hanno trovato il giusto equilibrio con le pratiche tradizionali dei gruppi indigeni, e ciò è ampiamente dimostrato nelle danze, nel modo di vestire, nella musica, nelle celebrazioni  dei matrimoni e nelle festività uniche nel loro genere che rendono questo posto estremamente caratteristico. Piccolo ma incantevole, questo luogo affascina viaggiatori con paesaggi incantevoli, luoghi antichi, monumenti, musei , colline ondeggianti, splendidi giardini, templi e una natura selvaggia.  Moltissime le leggende, le storie, i miti e le canzoni che rendono questo posto ancora più misterioso.  Numerosi  i luoghi che ne testimoniano la cultura, tra cui: le incisioni nella roccia di Unakoti, il palazzo sull’acqua di Neermahal, la libreria del palazzo di Ujjayanta e moltissimi altri.

Nagaland:

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Lo stato montuoso del Nagaland si trova all’estremità orientale del nordest dell’India al confine con la Birmania e ospita circa sedici differenti tribù Naga, ognuna con differenti culture, tradizioni e linguaggi. È una terra di festivals e di folclore celebrati da secoli di tradizioni. Qui, ogni anno, si tiene il famoso festival di Hornbill, dove per circa una settimana vengono celebrate le tradizioni delle tribù locali e rappresenta uno dei più grandi eventi turistici della zona. Kohima, la capitale dello stato è conosciuta come sede del festival e a livello storico testimonia importanti battaglie della Seconda Guerra Mondiale. Dimapur, la città collinare più grande dello stato, è un centro di commercio, ben connesso con le altre città della regione e collega il Nagaland con altre parti dell’India con regolari servizi di trasporto aereo e ferroviario. Wokha e Mokokchung, nell’estremità occidentale furono le prime città di questa regione, ad essere fondate dagli inglesi. In alcune delle città orientali del Nagaland, come Mon e Tuensang, si possono facilmente incontrare i famosi cacciatori di teste e ascoltare le loro storie di lotte e di conquiste. Alcune parti remote del Nagaland  possono essere considerate come zone selvagge di frontiera scoperte solo di recente. La bellezza del Nagaland si può testimoniare nelle maestose montagne di Japfu, nell’incantevole valle di Dxukou, nelle colline coperte di vegetazione di Patkai e soprattutto nelle aree tribali dove le popolazioni conservano ancora fortemente le proprie tradizioni.

Arunachal Pradesh:

“Il paradiso in terra, un luogo di latte e miele nelle valli nascoste dell’Himalaya , dove nessuno invecchia o nasce brutto.” Molti viaggiatori dopo aver scalato alcune della cime dell’Himalaya, esplorato valli su valli, alla ricerca di questo posto, hanno trovato in questa descrizione di James Hilton, l’esatta definizione dell’Arunachal Pradesh. Questo regione, grazie alla sua collocazione, nell’estremo oriente del paese, viene chiamata “la terra delle montagne illuminate dall’alba”. L’intera terra ferma si trova nella catena orientale dell’Himalaya, una terra di una suprema bellezza e di ricche tradizioni secolari. La variazione climatica e di altitudine della regione si manifesta in una varietà di paesaggi e foreste che conservano una delle più grandi biodiversità del pianeta. Se si parla di topografia e di appartenenza etnica, l’Arunachal Pradesh rappresenta un universo a sè stante. Nove larghi fiumi dell’Himalaya attraversano lo stato per giungere fino alle pianure dell’Assam, incluso il grande Brahmaputra. Ognuno di questi fiumi e i suoi tributari formano vallate spettacolari, come la famosa Ziro Valley, che restano separate le une dalle altre e dal resto del mondo esterno a causa delle scarse infrastrutture e delle montagne attraversate da foreste, difficili da raggiungere e da conquistare. Ancora oggi molti sono gli abitanti dei villaggi che prima di raggiungere i più vicini negozi di alimenti devono attraversare km per giorni. Questa separazione, dovuta alle condizioni estreme della natura, ha preservato una spettacolare diversità di culture antiche e di gloriosa una flora e fauna alimentata dai nove fiumi. Incredibilmente, in uno stato piccolo come l’Arunachal Pradesh, si parlano circa novanta diversi linguaggi. Più di quaranta le tribù e le sotto tribù che vivono qui e che portano con sè tracce di storie indigene appartenenti alle remote terre della Mongolia e del Sud-Asia. Grazie all’attività dei governi locali questa regione si sta aprendo al mondo esterno e molte sono le attività di promozione e conservazione delle aree tradizionali attraverso festivals e turismo sostenibile.

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Il periodo migliore per visitare questi posti ed evitare piogge torrenziali è quello da Novembre ad Aprile/ metà Maggio, se invece volete godere della natura lussureggiante e dell’atmosfera magica durante le piogge, allora il periodo è quello del monsone da metà Maggio a Settembre/Ottobre , attenti a frane e alluvioni però!

Per gli itinerari sul nord est India visita https://www.passoinindia.com/nord-est-india-e-orissa

Buon viaggio e stay tuned!!

 

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In Nagaland (India) tra le tribù Konyak.

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Lungo una strada dissestata che si inerpica sui fianchi della montagna, scorre, attraverso il finestrino della nostra auto, una fitta vegetazione esotica fatta, tra l’altro, di banani, bambù, palme da cocco e grandi alberi di stelle di Natale. Disseminati lungo il percorso polveroso, modesti villaggi composti da capanne e palafitte accese da panni colorati stesi al sole e da figurine animate, cani, capre, galline, bambini, oltre a donne e uomini, intenti a disbrigare umili lavori di campagna. Siamo in Nagaland, qui giunti attraverso il confine con l’Assam, dopo un volo che da Delhi ci ha condotto a Dibrugarh ed un po’ di chilometri amplificati da un infinito percorso attraverso le pianure dell’Assam, l’unico Stato che, tra quelli nord orientali, ricorda di essere ancora in India. Si, perché, superati i controlli di frontiera (per entrare in Nagaland occorre un permesso speciale), il territorio cambia completamente ed i tratti somatici della gente, di ceppo mongolo, sono molto diversi da quelli indiani. Il tratto di confine è simboleggiato da un grande arco in legno che ci da il benvenuto nella “terra dei Naga”. Ed è proprio questo il motivo per cui siamo qui. Amo particolarmente i luoghi di confine per la loro frenesia e sono compiaciuta quando le auto si fermano per i permessi.

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Un gruppo di ragazzi, francamente un po’ alticci, ci viene incontro e, come in un duello frontale, ci scattiamo foto a vicenda, loro con il cellulare che, ahimé, è arrivato anche qui. In Nagaland, l’alcool è fuori legge, ma in un attimo questi giovani superano l’arco e vengono a prenderselo in Assam.

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Qua e là ci sono bancarelle e bellissime ragazze dai capelli neri e lunghi, vestite all’occidentale.

 

Ma tutto il resto non parla di Occidente. Due maiali vivi sono avvolti in una tela, probabilmente per essere venduti.

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Desideriamo visitare uno dei Naga, i gruppi tribali, nativi di questi luoghi. La loro cultura andrà presto perduta. Ogni etnia è particolare, ha una propria lingua (prevalentemente di origine tibeto-birmana) e propri costumi e tradizioni. Fino al 19° secolo erano frequenti le battaglie tra tribù e le incursioni reciproche nei villaggi. Tra i ben 16 gruppi etnici, la nostra maggiore curiosità è rivolta ai Konyak, un tempo agguerriti tagliatori di teste e che, oltre al Nagaland, abitano anche il Myanmar e alcuni distretti di Tirap e Changland in Arunachal Pradesh (India). Continuando a salire per le montagne del Nagaland, sopraggiunge il tramonto che qui, come dappertutto, ha sempre il suo fascino. Vicino, ci sono due case in legno. Fuori, una grande gabbia di bambu per le galline, tutte di colore bianco. Ci avviciamo e veniamo invitati ad entrare. Due donne stanno preparando la cena su un focolare al centro della stanza. Sopra il camino, un incrocio di pezzi di legno serve per arrostire la carne. Ci sorridono. Nella seconda casa due uomini, attorno al fuoco, stanno fumando un grosso cannone di oppio ed intorno i bambini gironzolano vivaci. Ci accomiatiamo come possiamo e continuiamo a salire, mentre sta scendendo la sera. Arriviamo a Mon e dobbiamo fermarci al posto di Polizia per “scaricare” il nostro ingresso. Tutto è attentamente monitorato. Presentiamo i nostri passaporti e l’attesa sembra quella vista in un film di Gabriele Salvatores. Qua e là fotografie di ricercati e di persone scomparse. Il giorno seguente, da Mon, dove passiamo la notte, coccolati dall’ospitalità della padrona di casa e delle sue figlie konyak, con cui abbiamo trascorso le nostre serate davanti ad un grande camino, una strada semiasfaltata ci riporta in marcia. Percorriamo ampie valli disseminate di casette in legno, appoggi pratici per gli agricoltori tribali; la vita di questa gente è basata infatti sull’agricoltura, secondo regole di rotazione biennali delle colture per trarre il meglio dalla terra che, dopo dieci anni, viene lasciata a riposare per rigenerarsi e prepararsi a nuove semine.

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Finalmente arriviamo ad un villaggio konyak.

I Konyak sono da sempre una delle tribù più isolate della regione ed hanno costruito i loro nuclei sulle sommità di colline tra i 900 e i 1200 metri per meglio controllare i nemici. Ci sta aspettando la persona più importante di quel villaggio, l’Ang, il capo che, inizialmente un po’ reticente, esprime poi la sua simpatia verso di noi e pare divertirsi davanti all’obiettivo fotografico. Al collo porta una collana fatta di perline e denti di animale che regge quattro piccole teste in bronzo. Sono l’emblema della sua passata attività di cacciatore di teste.

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Un tempo il numero di teste tagliate e portate al villaggio indicava il potere di un guerriero ed i teschi, che i Konyak credevano possedessero la forza dell’anima dell’uomo ucciso, diventavano una specie di totem del villaggio per favorire prosperità anche alle colture, alla vita personale e alla fertilità. Le si appendeva nel Morong, la casa comune, oppure attorno alla casa del capo del villaggio. Questa attività rappresentava anche un rito di passaggio all’età adulta per i giovani ragazzi konyak.

Quest’uomo si chiama Panpha, ha 77 anni ed è uno degli ultimi tagliatori di teste del distretto Longwa. I lobi delle sue orecchie sono forati e attraversati da un corno di bovino e la sua faccia è tatuata, secondo una pratica che distingue i Konyak da altri gruppi tribali del mondo. Non possiamo vedere il suo petto, perché indossa una camicia ma sappiamo che i Konyak, sia uomini che donne, tatuavano tutto il loro corpo anche se oggi questa pratica non viene più seguita. Il tatuaggio, che si guadagnava per aver tagliato qualche testa nemica, era e, per ciò che ancora rimane, è una connotazione dello stato sociale del membro della comunità ed indica anche il clan a cui appartiene. Con lui vi è un altro tribale, un suo parente, dice. La sua testa è circondata da piume di bucero, l’hornbill, da cui prende il nome un famoso festival che si svolge in Nagaland. Entriamo nella loro casa. Dentro, poche cose e poca luce. Un focolare fatto di pietra, oggetti ed attrezzi per la loro semplice vita quotidiana.

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Il “bagno” è fuori, protetto da due lamiere, accanto alla pompa per l’acqua. All’esterno grossi crani di bufali e nessun cranio umano. La loro pratica di tagliatori di teste terminò infatti nel 1969 ma già nel 1935 gli inglesi la resero illegale. Qualcosa delle loro abitudini cominciò infatti a cambiare quando il British Raj iniziò ad interessarsi a quelle terre. Nel 1870, i missionari cristiani battisti arrivarono mettendo in atto un “passaparola” di conversione ed iniziarono a creare scuole nella regione. Nei decenni successivi, molti Naga, che erano animisti e veneravano gli elementi della natura, si convertirono così al cristianesimo. I Konyak furono i più reticenti ma alla fine anche loro cedettero ai privilegi dell’istruzione e a qualche soldo in più. Oggi, ogni villaggio ha la sua Chiesa ed in questo periodo natalizio non mancano simboli a ricordarlo, tanto che, sui bordi delle piccole strade che stiamo percorrendo, qualcuno ha piantato rami di alberi intonacati di bianco e decorati con cotone. Ogni tanto spunta un “Merry Christimas” o qualche grande stella colorata tra le case. Per i religiosi, i tribali erano null’altro che pagani selvaggi da educare e, così, molti dei loro antichi costumi e tradizioni sono andati perduti, compresa l’usanza del tatuaggio, ed i crani umani del passato furono bruciati. Sebbene amante della guerriglia, la comunità konyak era ed è fondata su regole di rigida disciplina che prevede precisi doveri e responsabilità per ogni membro. Ogni villaggio ha, appunto, un capo; la sua casa è solitamente quella che espone più crani (oggi solo animali) e/o quelli più grandi.

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A lui rispondono da 3 a 6 sotto-capi a seconda della grandezza del villaggio. Dopo la riorganizzazione sociale, avvenuta a seguito della conversione, la donna ha guadagnato un posto di una certa rilevanza sociale se paragonato a quello delle donne appartenenti ad altre caste indiane; il suo preciso compito è la cura della casa, dei figli, del cibo, la tessitura e il lavoro nei campi. In quella che potrebbe essere la piazza del villaggio, visitiamo un’altra grande casa in legno dotata di un magnifico portale di legno inciso. All’ingresso, qualche teschio umano in legno ed un enorme tronco di albero scavato, posto in orizzontale, con, all’estremità, la testa di una tigre.

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E’, questo, un esempio degli strumenti a percussione che, nel passato, i re konyak usavano per richiamare alla guerra gli uomini dei villaggi oppure per depositarvi i teschi umani cacciati mentre tutto il villaggio danzava e festeggiava l’eroe di turno.

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All’interno, tra vari utensili e ceste, dei grandi tronchi in legno inciso, posti a pilastro, fanno da cornice a un paio di donne tribali che vendono il loro artigianato, prevalentemente graziose statuette e monili.

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Il giorno seguente, siamo pronti per altre visite. Lungo il percorso, a tutte curve, siamo bloccati da un camion accostato ad una strada troppo stretta per consentirci di passare. Grandi e piccini stanno aspettando qualcosa e, a questo punto, anche noi. Un grande toro incordato viene trascinato da uomini verso il camion dove verrà fatto salire probabilmente per essere venduto. Si riparte per il villaggio di Logwa. In cima alla collina, due squadre femminili si stanno affrontando in una partita di pallavolo davanti ad un pubblico di giovani e anziani piuttosto consistente. Probabilmente tutto il villaggio si trova al momento su quel campo. Ci guardano, ma sembrano piuttosto interessati alla partita. Il capo di questo villaggio non è disponibile per riceverci; lo scorgo, infatti, dietro una porta, intento a rilasciare un’intervista televisiva. Visitiamo la sua enorme casa famosa per una particolarità: metà di essa si trova in Nagaland, quindi in India, e l’altra metà in Myanmar! Insomma, con pochi passi nella cucina ampia e luminosa, comunque in stile semplice e piena di utensili, puoi attraversare un confine, senza passaporto! In effetti la Birmania è proprio lì accanto e, geograficamente, è la prosecuzione naturale del Nagaland. Mi affaccio alla finestra, per immaginare… Vedo, là fuori, sopra un albero, un altro grande teschio bianco di bufalo… che sa tanto di un ritratto western. Abbiamo la fortuna di incontrare un altro uomo konyak, tatuato, con un cappello in testa, che, seduti nel luogo dove consumiamo il pranzo, ci rende un’ intervista interessante. Lo ascoltiamo attentamente mentre spiega il significato della tatuazione e afferma che l’avvento del cristianesimo è stata per i Konyak una benedizione che ha fatto loro comprendere la malvagità delle loro azioni di tagliatori di teste e ha costruito per loro scuole che hanno contribuito a migliorare i tassi di alfabetizzazione nella regione.

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Mi domando perché le campagne di conversione cristiana del passato (e forse anche del presente) non abbiano avuto la cura di usare metodi meno incisivi e diretti a filtrare e conservare almeno le tradizioni e i costumi millenari “innocui”, che avrebbero potuto così continuare a vivere e ad essere tramandate di generazione in generazione. Un patrimonio che oggi resta solo nella memoria degli anziani e che potrà essere tramandato solo oralmente, sempre se qualcuno se ne vorrà prendere l’impegno per non dimenticare le proprie origini. Oggi i Konyak sono grandi fumatori d’oppio; lo sono gli anziani, i loro figli e i loro nipoti. Fu portato dagli inglesi in Nagaland per controllare i tribali e distrarli dalla loro attività barbara. Di fatto, anche l’introduzione del cristianesimo è servito proprio a questo.

(Testo e foto by Passoinindia) 

Phejin Konyak, la pronipote di un cacciatore di teste konyak, ha voluto documentare nel suo nuovo libro, The Konyaks Last of the Tattooed Headhunters, pubblicato da Roli Books, le storie, canzoni, poesie e racconti popolari konyak che ha raccolto in tre anni di incontri nei villaggi di Mon.

“Ma vorrei solo che alcuni dei missionari battisti avessero riflettuto un po ‘più a fondo sugli effetti delle loro azioni. Hanno insegnato che la nuova religione era una rinascita, e nulla dei vecchi modi avrebbe dovuto restare con la persona che rinasce. In questo modo hanno scartato, con noncuranza, così tanta parte della nostra cultura…”, ha detto Phejin Konyak in una intervista.

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Incontro con la tribu Mishing all’isola di Majuli (Assam, India)

Una parte del nostro viaggio in visita alle zone tribali dell’India ci porta in Assam.

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L’Assam, nel nord est indiano è uno degli Stati chiamati “le sette sorelle”(https://passoinindia.wordpress.com/2016/12/10/viaggio-nel-nord-est-india-le-sette-sorelle-e-le-loro-tribu/) nonché terra di tribù e comunità che, sebbene accomunate da alcune somiglianze, hanno tra loro enormi differenze culturali e linguistiche.

Una delle maggiori etnie è quella Mishing (o Miris, nome originario ed utilizzato per identificarli nella Costituzione indiana), termine che deriva dalle parole “mi” e “anshing” e che significano rispettivamente uomo e dignità. Quindi, questi aborigeni sono conosciuti come uomini di valore. Abitano principalmente i distretti assamesi di Dhemaji, North Lakhimpur, Tinsukhia, Dibrugarh, Majuli, Sibsagar, Jorhat e Golaghat oltre che varie zone dell’Arunachal Pradesh dalle cui colline si dice provengano sebbene la loro esatta origine non sia stata del tutto accertata. Sono infatti evidenti le molte somiglianze culturali e linguistiche con la tribù Adi che vive in Arunachal Pradesh. Appare anche probabile che i Mishing siano discesi dal sud-est asiatico ed abbiano radici risalenti agli Abo Tani (che si ritiene siano stati i primi uomini sulla terra) e che provengano dalle comunità cinese e mongola. I Mishing arrivarono in Assam, a costruire le loro colonie, già nel sedicesimo secolo, alla ricerca di una terra fertile, che trovarono sulle rive del fiume Bramhaputra. Da sempre questa gente combatte con le gravi inondazioni annuali che distruggono le coltivazioni, la loro principale fonte di sussistenza.   

 

Incontriamo i Mishing sull’isola di Majuli, la più grande isola fluviale del mondo, che raggiungiamo in barca navigando il grande Brahmaputra. È un corso d’acqua transfrontaliero che attraversa Cina, India e Bangladesh ed il cui nome, dal sanscrito, significa “figlio di Brahma”, probabilmente il solo tra i fiumi dell’India che porta un nome maschile. Il lungo tratto di 2900 chilometri che percorre dal Tibet, dove nasce, fino al Golfo del Bengala, dove sfocia, lo rende importante per l’irrigazione e il trasporto. Ma quando la neve dei picchi himalayani si scioglie la sua potenza si fa sentire. È questo il motivo per cui l’ isola di Majuli in pochi anni scomparirà a causa dell’erosione sempre più forte e certamente conseguente agli ultimi critici cambiamenti climatici.

 

Dalla barca, su cui sono state stipate con precisione le nostre auto, e comunque comoda per noi, è visibile, in prossimità dell’attracco all’isola, la fragilità del terreno con cui è fatta, tanta sabbia bianca, come quella del mare. Quando le auto vengono fatte scendere con l’ ausilio di due tavole di legno, appena il tempo per giocare un poco sui banchi di sabbia, ci dirigiamo verso il cuore dell’ isola.

 

Majuli all’interno si presenta in tutto il suo fascino paradisiaco, con il giallo dei campi di senape, le pozze d’ acqua che specchiano il cielo, i grandi bambu ed altri alberi che lasciano alla terra i loro fiori di ibisco e che mi piace raccogliere per donarli ai miei compagni di viaggio. Lungo la strada, le abitazioni palafitta costruite su pilastri in cemento che i Mishing utilizzano per difendersi dalla piene.

 

Di fronte ad esse vi è spesso un telaio. Le donne Mishing riflettono infatti le loro doti in un’arte tramandata da generazioni ed imparata in età giovanile, nei disegni dei loro vestiti filati con seta muga (una seta preziosa dell’Assam) e cotone.

 

La maggior parte dei loro abiti è adornata con le figure simboliche di “Do-ni” e “Polo”, il sole e la luna”, rispettivamente il dio (e madre) e la dea (e padre) delle tribù Mishing; queste due divinità, il cui figlio è Abotani, sono le più importanti tra altre divinità e sono invocate per buon auspicio. Il Mibu, il capo religioso venerato per le sue capacità di relazionarsi con gli dei, canta gli Abang Mantras e altre canzoni sul mondo, compresi uomini e animali. Di tradizione animista, questa tribù crede nell’esistenza di poteri, divinità malevole e benevole ed esseri sovrannaturali che abitano boschi, acque, alberi, cieli ecc. o che sono gli spiriti sospesi dei morti. I missionari cristiani, ad differenza di quanto è accaduto per altre tribù dell’India, non sono riusciti a convertirli al cristianesimo. Sebbene non particolarmente religiosi, i Mishing della valle del Brahmaputra seguono un induismo monoteistico trasmesso loro da una delle sette del Vaishnavismo di Sankardeva (1449-1568 d.C.), il santo-poeta di Assam. Queste fedi opposte, l’animismo e il vaisnavismo, coesistono perfettamente nella società Mishing non avendo il vaisnavismo interferito con i loro costumi tradizionali (come ad esempio bere birra di riso e mangiare carne di maiale, o usarli in occasioni socio-religiose).

Sull’isola di Majuli dove ci troviamo, i Mishing rappresentano il 60% della popolazione e, nel complesso, sono la seconda più grande comunità tribale degli stati nord orientali dell’India. Sono accoglienti quando ci avviciniamo alle loro case in bambu e ci invitano ad entrare. Una tipica casa Mishing ha un tetto in paglia ed è suddivisa in poche stanze illuminate dalla luce che filtra dalle canne e che semplicemente ospitano una zona cottura e una o più zone notte. Il granaio e la stalla sono costruite non lontano dalla casa.

 

Superato l’uscio, a cui giungo passando su una obliqua tavola di legno che compensa il dislivello tra la strada e l’ingresso della palafitta, incontro i volti sorridenti delle madri e dei loro bambini ancora sonnecchianti. Ci mostrano abiti di vari colori, finemente ricamati e pronti all’uso, gonna lunga da avvolgere attorno ai fianchi e scialle da indossare trasversalmente al tronco, proprio quelli tipici della loro tradizione e che usano quotidianamente. Ahimé, la tentata contrattazione in lingua inglese non ha avuto per me alcun esito riduttivo sul prezzo. La lingua Mishing, che prevede anche un dizionario scritto e una grammatica sviluppata, appartiene al gruppo di lingue indo-tibetane. Col tempo, i Mishing assamesi hanno subito un processo di acculturazione ed il loro tasso di alfabetizzazione è di circa il 68%. Anche in questo caso, con l’inglese me la cavo. Mi accomiato con un namasté (son pur sempre indiani!) ed esco dalla casa, lusingata più dall’emozionante contatto umano che dall’acquisto comunque straordinario. Mi guardo intorno. Un agnello bianco è in grembo ad un donna, qua e là razzolano animali da cortile e, sullo sfondo, lavorano contadini nei campi coltivati a riso, verdure, senape, tabacco, bambu. Nel complesso, una vita che scorre lenta. Un tempo cacciatori, oggi i Mishing mangiano riso, pesce che allevano (come il ‘namsing’, essiccato e macinato), carne, frutta, verdure e altre erbe della foresta. Le donne contribuiscono al reddito familiare allevando maiali, capre, anatre, e altri bovini fuori dalle loro case.

Se vi offrono entusiasti qualcosa da bere, sappiate che si tratta dell’”Apong”, una bevanda a base di riso molto utilizzata anche durante i matrimoni e le feste. La maggior parte dei matrimoni è condotta in modo semplice e formale, dopo che la famiglia dello sposo ha pagato un valore simbolico alla famiglia della sposa. Ma quando il matrimonio avviene perché i due giovani si sono voluti, lo sposo deve ottenere l’accettazione sociale. Le vedove e i vedovi possono risposarsi e la poligamia ed il divorzio sono ammessi ma non molto praticati.

 

Incontriamo prevalentemente donne che mi sembrano gaie. Si dice che ai Mishing piaccia molto il divertimento che sicuramente trovano in tutte le loro feste popolari ricche di danze e canti. Un gruppo di donne nei loro fini abiti chiede sorridente una foto con noi. Solo a casa, rivedendola, colgo un volto femminile che, senza tocco, è diretto verso la mia guancia, come a darmi un bacio.

(testo e photos by PassoinIndia /diritti riservati).

Il nostro viaggio continua così:

https://passoinindia.wordpress.com/2018/02/26/in-nagaland-india-tra-le-tribu-konyak/

Viaggio nel nord-est India. Le sette sorelle e le loro tribù.

C’è un’India nascosta e sconosciuta ai più, collegata al grande subcontinente dallo stretto corridoio di Siliguri nel Bengala occidentale, e ritenuta una delle zone al mondo con diversità culturali così varie e molteplici da richiamare, da sempre, l’interesse degli antropologi. Ci troviamo nel Nord Est indiano, al confine con Cina, Bhutan, Myanmar e Bangladesh, dove sette Stati, le “seven sisters”, Mizoram, Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Nagaland, Meghalaya e Tripura, in una bellezza naturale pre-himalayana di prim’ordine, custodiscono un patrimonio culturale pressochè intatto, quello delle comunità tribali (Adivasi, Adi=indigeno) che li abitano. La popolazione, complessivamente intesa, si concentra per il 70% nel solo Assam, tipicamente tropicale con palmeti da cocco, che, con le sue verdi valli, è anche il secondo Stato più esteso delle sette sorelle, il più accessibile al turismo e quello che, da solo, realizza il 65% della produzione totale di té in India. Qui si trovano due importanti parchi visitabili famosi per gli ultimi esemplari di rinoceronti unicorni indiani, Manas e Kaziranga, Patrimonio dell’Umanità. La fertilità di questi suoli, in parte attraversati dal fiume Brahamputra, che danno riso, la ricchezza delle foreste, che danno legname, e le risorse minerarie, che danno un po’ di petrolio, sono alla base dell’economia di questi luoghi.

 

Tutta l’India del nord-est è abitata da tantissime comunità tribali di ceppo mongolo, un vero tesoro di umanità, dalle variegate lingue, costumi, religioni e tradizioni secolari, che vivono di agricoltura e allevamento, producono tessuti in lana ed altro artigianato locale. Come un caleidoscopio di culture, le peculiarità di queste comunità tribali si riflettono nelle loro danze, canti, cibo, feste, arte ed altre occasioni sociali in cui esse manifestano la loro vivacità ed orgoglio. Sono tradizioni sopravvissute al tempo e alla modernità, finalmente riconosciute e presevate dal governo indiano che ha classificato questi Stati come “tribali”. La loro posizione strategica ed isolata, limitrofa a confini “caldi” come quelli cinesi e del Bangladesh e la loro interdizione al turismo sin dai tempi del governo post-coloniale di Nehru, ha contribuito a preservarne l’autenticità e la sopravvivenza. E’ a Khohima, la capitale del Nagaland che fu bloccata l’invasione giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Attraversato dalla catena himalayana, il Nagaland è anche lo Stato meno esteso del Nord India, il meno popoloso e tuttavia quello che ospita la più ricca varietà etnica, ben 80 tribù e sottotribù di origine mongola. L’Arunachal Pradesh, circondato da Cina e Birmania, è l’ultimo Paese indiano verso est ed il suo nome significa “terre di montagne baciate dal sole nascente” perché il sole di ogni giorno lo illumina per primo insieme alle sue splendide orchidee.

Molti dei popoli tribali sono stati convertiti al Cristianesimo dai missionari britannici, altri seguono Induismo e Buddismo ed altri ancora hanno le loro credenze indigene e praticano l’animismo ossia il culto primordiale per cui in ogni realtà materiale, che sia un fiume, una pianta, la terra, l’acqua, un fulmine, il cambio delle stagioni ecc., vive un’anima.

Un incredibile concentrato di biodiversità sotto  tutti i punti di vista. Un viaggio bellissimo, quello negli Stati tribali del Nord est indiano, particolarmente adatto a chi vuole andare “fuori rotta”, dove uomini e natura si uniscono da sempre.

(testo PASSOININDIA TOURS)

vuoi visitare questi luoghi? Richiedi info al tour operator PassoinIndia Tours al sito http://www.passoinindia.com

Come arrivare:

In aereo: Assam (aeroporto di Lokpriya  Gopinath Bordoloi, aeroporto di Guwahati), Manipur (aeroporto di Imphal), Nagaland (aeroporto di Dimapur) e Tripura (aeroporto di Agartala) hanno voli diretti da altre città dell’India come Delhi e Calcutta.

In treno: Venendo dall’India il  principale punto di accesso per qualsiasi stato nord-orientale è l’Assam. Buoni collegamenti ferroviari dalla maggior parte delle principali città indiane con l’ Assam, l’unico stato della regione con con linee ferroviarie (salvo Nagaland con una stazione, Dimapur). Le stazioni più importanti in Assam sono Guwahati, Bongaigaon, Lumding, Tinsukia e Dibrugarh. La linea non è elettrica e la corsia è unica perciò i ritardi sono normali.

Su strada: tutti gli stati hanno una buona rete di strade nelle aree urbane. Si consiglia di non guidare da soli.

Ormai il visto speciale di ingresso a questi Paesi, rilasciato dal Ministero degli Affari Esteri, è richiesto solo per entrare in Arunachal Pradesh ma, per gli altri Stati, è possibile che si debba comunque registrare l’arrivo e la partenza. Ad ogni modo conviene sempre verificare gli aggiornamenti sul sito del ministero degli affari esteri o su quello ufficiale dei singoli Stati.

Un gruppo che visita questi Paesi deve essere sponsorizzato da un’agenzia di viaggi e turismo approvata dal governo.

In India ad un passo dall’Himalaya.

 

L’Himalaya, si sa, ospita alcune delle vette più alte del mondo, tra cui l’Everest e il K2, e i ghiacciai più grandi sulla Terra, lunghi anche fino a 70 chilometri che ne fanno il terzo più grande deposito di ghiaccio dopo l’Antartide e l’Artico.

Questo grande sistema montuoso, stendendosi per oltre 2.400 chilometri, da Assam in India al Pakistan ad ovest, abbraccia anche Bhutan, Tibet e Nepal, con una larghezza media di circa 300 chilometri. Con, a Nord, l’altopiano tibetano, e, a sud, le pianure alluvionali dell’India, l’Himalaya funge da barriera e determina le condizioni climatiche dei paesi confinanti.

L’Himalaya, il cui nome dal sancrito ‘Hima’ (neve) e ‘Alaya’ (dimora), significa “dimora delle nevi”, è geologicamente giovane in quanto si formò circa 70 milioni di anni fa a seguito di una collisione tra le placche Indo-australiana ed eurasiatica. Nacquero così dal mare le montagne himalayane con 30 cime oltre i 7.315 metri sul livello del mare e 25 punti che superano gli 8.000 m.s.l.m. Un sistema vivo perché la piastra Indo-australiana è ancora in movimento e aumenta di 67 mm. l’anno e, perfettamente visibile dal satellite spaziale, copre lo 0,4% della superficie terrestre. Da qui e dall’altopiano tibetano alle sue spalle nascono i fiumi più grandi, e ancora più antichi di quelle montagne, come il Gange, l’Indo, il Brahmaputra, il Mekong, lo Yangtze e il Fiume Giallo.

Il massiccio Himalayano è stato testimone di storia di incontri e lotte tra popoli e di devozione; lì attorno, sono diverse le religioni praticate: l’induismo, prevalente in India e Nepal, il buddismo in Bhutan, Tibet, Ladakh (nord India) e Sikkim (nord est India), l’Islam in Pakistan e nel Kashmir indiano.

Per gli induisti l’Himalaya è la dimora di Shiva, qui adorato sotto forma di lingam (fallo) e meta di pellegrinaggi, come Amarnath in Kashmir, Kedarnath, Badrinath, Jageshwar, Yamunotri, Gangotri e Kumaon nello Stato indiano di Uttarakhand. I nepalesi chiamano l’Himalaya ‘Samgarmatha‘ che significa ‘Dea dell’universo‘ o ‘Fronte del cielo‘.

Tra le montagne, in zone remote ma accessibili, si trovano importanti monasteri buddisti e gompas come Lamayuru e Hemis in Ladakh, Rumtek nel Sikkim, Tatsang in Bhutan. Anche i Sikh hanno lassù i loro luoghi sacri, come il gurudwara di Hemkund, in Uttarakhand.

L’Himalaya, con 14 vette oltre gli 8.000 m. come l’ Everest (8850), al confine tra Tibet e Nepal, il K2 (8611), al confine tra Cina e Pakistan, il Kanchenjunga (8586), al confine tra Sikkim (India) e Nepal, il Nanga Parbat (8126), in Pakistan, l’Annapurna (8091), in Nepal, il Manaslu (8156), in Nepal, il Lhotse (8516), tra Cina e Nepal e il Dhaulagiri (8201), in Nepal, è il sogno perenne degli scalatori. Qui, la zona disabitata della Grande Himalaya, alle altitudini più elevate, il clima è severo, la vegetazione pressoché nulla, la neve è perenne e l’ossigeno carente.

Scendendo dagli alti picchi, comincia la cintura forestale della regione himalayana, fatta di quercie, rododendri, betulle, pini, Deodar e abeti.

A valle, gli insediamenti umani da cui sono nate le splendide cittadine, facilmente raggiungibili, dove si gode della bellezza himalayana.

Non è affatto impossibile infatti poter ammirare l’Himalaya; se fate un viaggio in India includete nel vostro itinerario uno di questi luoghi (e sono solo alcuni!):

Shimla, 2.205 metri di altitudine, in Himachal Pradesh, nord India, città collinare dall’architettura coloniale, un tempo zona di svago per i britannici, è circondata da cime innevate e verdi pascoli. Vi si arriva atterrando all’aeroporto di Chandigarh oppure in treno da Delhi. Ci sono voli disponibili tra Shimla e Delhi e tra Shimla e Kullu. Shimla è a 370 km da Delhi e si può raggiungerla in autobus o in auto privata. Shimla è l’ultima stazione dell’antica ferrovia a scartamento ridotto, la scenica linea Kalka-Shimls che si arrampica a quote elevate in 96 km. di percorrenza. Darjeeling, nel West Bengala, nel nord est dell’India, proprio sotto allo Stato del Bhutan, ad un’altitudine di 2.200 m., è una delle più belle stazioni collinari indiane, famosa per la coltivazione del tè di ottima qualità. Imperdibile l’alba alla Tiger Hill con magnifica vista sul monte Kangchenjunga, la terza montagna più alta al mondo. A Darjeeling si arriva per via aerea, ferroviaria e stradale. L’aeroporto più vicino a Darjeeling è Bagdogra, 100 km a sud. Se si vuole usufruire del treno, ci si può arrivare con il treno giocattolo (toy train) sulla Darjeeling Himalayan Railway che va da New Jalpaiguri a Ghum. Oppure si può raggiungere in auto, con autobus locali o auto privata. Manali, 2.050 metri di altitudine, in Himachal Pradesh, nord India, destinazione popolare anche per il trekking e il rafting, da cui si ammirano le maestose cime che circondano la valle, è luogo ideale per gli amanti dell’avventura. Si raggiunge in aereo, treno o auto; l’aeroporto più vicino è Bhuntar, a 52 km. di distanza. La stazione più vicina è la stazione ferroviaria che si trova a 95 km da Kullu. E’ molto bello giungere a Manali in taxi, auto o bus partendo da Kullu per ammirare la bellezza paesaggistica della valle di Kullu. Da Manali parte l’antica e mitica strada per il Ladakh, nello Stato indiano di Jammu e Kashmir, in India del Nord; percorrerla significa immergersi completamente tra le montagne della catena himalayana; il Ladakh, con capitale Leh, è raggiungibile anche con un breve e spettacolare volo da Delhi e visitabile in auto. Dharamshala, (1457 m.s.l.m.), il villaggio dove dal 1959 il Dalai Lama ha trovato rifugio insieme a tutto il governo tibetano in esilio a seguito dell’invasione cinese del Tibet, è arroccata alle pendici himalayane, avvolta in una atmosfera particolare; è raggiungibile in aereo da Delhi, in autobus e inj treno (la fermata più vicina è Patankot). Rishikesh, in Uttarakhand, collocata proprio ai piedi dell’Himalaya, dove nasce il sacro e ancora limpido fiume Gange, è capitale dello yoga e uno dei luoghi più sacri per gli induisti. Là i Beatles, negli anni 60, composero alcune delle loro canzoni. Raggiungibile in auto o treno.

 

Quindi partite! Oppure viaggiate con PassoinIndia Tours www.passoinindia.com

testo by Passoinindia

 

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Visitalo, ci piacerebbe un’opinione e se ti piace, consiglialo anche ai tuoi amici…

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Sotto, la pagina di un itinerario.

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