Una stella perduta.

corridore

Dopo il liceo, per frequentare l’università, dovevo recarmi a Batala, la città più vicina dove si trovava il collegio, che era a quasi venticinque chilometri dal mio piccolo villaggio. Anche se oggi quando passo da Batala mi sembra che non sia cambiato nulla e la vedo come una città normale, a quell’epoca mi sembrava enorme e molto diversa dal mio villaggio. Non erano tanti i mezzi pubblici per andare al collegio e la prima fermata dell’ autobus era quasi cinque chilometri da casa mia, perciò sino là andavo con la mia bici. Siccome gli autobus non erano molto frequenti e non avevano un orario preciso, partivo da casa sempre in anticipo, con la fatica di alzarmi presto.

Mentre andavo verso la fermata con la mia bici vedevo ogni giorno Gurjeet  che si allenava lungo la strada; era un ragazzo di circa diciotto anni. Io non lo conoscevo ma avevo sentito già sentito parlare di lui, dicevano tutti che era un bravissimo atleta ma la sua famiglia era povera e questo non gli permetteva di avere né un allenatore, né la dieta di un atleta. Lui participava a tutte le piccole e grandi feste dei villaggi e delle città. Vincendo le gare di corsa, mostrava il suo vero talento al pubblico ed alla fine prendeva gli applausi della gente, piccoli premi e qualcuno gli regalava anche un po’ di soldi per dargli coraggio; immagino che questi soldi li usasse per la sua dieta.

Ero ormai al terzo anno di univesità e vedere Gurjeet ogni mattina era diventata una cosa quotidiana, un’abitudine, anzi, la sua presenza, vedere il suo corpo tutto sudato di fatica mi dava forza e la velocità della mia bici aumentava automaticamente. Non avevo mai parlato con questo ragazzo ma lo salutavo, alzando la mano per incitarlo ed anche lui mi salutava sorridendo.

Dopo aver preso la laurea, cominciai un corso di tecnologia informatica ma i miei orari erano gli stessi e ancora vedevo Gurjeet ogni mattina. Poi, una mattino non lo vidi allenarsi e così passò quasi un mese. Avevo chiesto a qualcuno informazioni e mi era stato raccontato che lui era deluso e aveva smesso di allenarsi; erano ormai tre anni che provava ed entrare nella squadra degli atleti della regione ma, non avendo nessuna raccomandazione e soldi da offrire, anche se era molto bravo, non veniva mai selezionato. Ero rimasto molto male di questa notizia perché lui aveva lottato con la povertà ma con questo sistema di corruzione aveva perso il suo sogno di diventare un grande atleta. Dopo il corso mi ero trasferito a Delhi per cercare un lavoro e poi, quando un giorno stavo tornando da Delhi per il mio villaggio, alla fermata dell’ autobus ho visto Gurjeet; mi ero avvicinato subito per salutarlo ma lui era ubriaco e non mi aveva neanche riconosciuto.

Ogni volta che assisto alle Olimpiadi, con i più bravi atleti del mondo, mi viene in mente Gurjeet, che non era riuscito a dimostrare il suo vero talento al mondo per la sua povertà e a causa di un sistema malato, e penso a quante altre persone come Gurjeet non sono riuscite a mostrare il loro talento e hanno perso il loro sogno. Mi auguro che oggi in tutti i Paesi del mondo tutti abbiano la possibilità di dimostrare le loro grandi doti sportive.

testo Passoinindia

 

foto by www.tillmuellenmeister.com

 

 

 

 

 

La scoperta del mare.

Solo quando sono arrivato in Italia ho visto il mare, dall’alto, da quel volo che mi avrebbe portato sin qui. Le cartoline e le immagini non rendono la bellezza della grande distesa di acqua azzurra che è il vostro mare, ora un po’ anche mio. La prima volta che mi immersi nell’acqua fu qui, in una delle piscine sportive di questo Paese, retto da una serie di aggeggi adatti a farmi stare a galla. Ma poiché credo che le opportunità vadano colte, decisi che avrei imparato a nuotare. In cinque abluzioni sono riuscito a galleggiare e a domare quello strano disagio procurato da ciò che non si conosce. Proteggevo i miei capelli con una cuffia gommata e i miei occhi con un paio di buffi occhialetti che non avevo mai indossato prima. In fondo, ero come un bambino perché tutti torniamo piccoli davanti a ciò che, di nuovo, ci colpisce piacevolmente. Cosi, arrivata l’estate, mi sono avvicinato al mare, deciso a rifuggire da ogni paura e titubanza. Certo, quelle onde lunghe e regolari che spingono e risucchiano erano un fenomeno nuovo che la piscina non mi aveva mostrato. Così, nella sabbia degradante della battigia, mossi i primi passi verso l’acqua. La sensazione dei piccoli granelli che grattavano i piedi e la schiuma che massaggiava le gambe erano una sensazione meravigliosa e quando entrai in acqua, prudentemente, diventai come una bolla di sapone, leggera e fluttuante, in balia delle onde, mentre, con tutto l’impegno, muovevo le membra. Poi, ragionai che siamo fatti di acqua, mi diedi una calmata e cominciai a rilassarmi. Restava il problema di come uscirne ma lo spirito di imitazione, guardando gli altri, mi avrebbe aiutato. Nel mare, i miei occhialini diventavano la lente di ingrandimento per ammirare tutta la vita che c’è là sotto, i pesci, le piante, persino gli scogli e pensai di aver avuto una bella opportunità.

Eppure anche la mia India ha le sue belle spiagge, come quelle del Kerala, nel Sud, bianchissime, bagnate da acqua cristallina e protette da verdissima vegetazione di palme da cocco, resa ancora più lussureggiante dalle backwaters, la miriade di lagune che, per una lunghezza di 60 Km, ospitano mangrovie e foreste pluviali. Oppure quelle di Goa, uno dei 34 hotspot di biodiversità della Terra o delle Laccadive e delle Andamane, con i loro magnifici atolli corallini, ancora poco conosciute dal turismo di massa. In ogni caso, non mi sono mai spinto sin laggiù con l’idea di vivere il mare come lo faccio adesso.

Quindi, fatto il grande passo, ammirai l’azzurro che il mare mutuava dal cielo, misurando la linea in cui questi si toccano ed osservavo quei grandi yacht cavalcare quella infinita tavola di sale, chiedendomi se anche loro fossero felici come me. Osservai come i piccoli pezzi di stoffa indossati dalle belle donne italiane rivelassero una profonda differenza culturale rispetto a quella indiana dove, ancora, il sari entra in acqua con il corpo. Poi, mi accorsi che la spiaggia aveva altro da regalarmi, tutte quelli piccole pietre arrotondate, risultato di un lavoro costante e paziente della natura, qualche conchiglia qua e là, chissà perché abbandonata, e una miriade di piccole gemme multicolori, levigate dall’acqua, verdi, azzurre, bianche, marroni, un tempo piccoli frammenti di bottiglia, epilogo di una dispettosa serata tra ragazzi. Con cura, ancora oggi le cerco, le raccolgo e le osservo, ne ammiro le forme e le conservo in bottiglie di vetro che ne risaltano il colore, così la mia casa appare più bella ed il mare continua a raccontare la sua storia.

testo  e foto by PASSOININDIA

(PASSOININDIA è anche su Facebook)

La storia di Heer e Ranjha

Ci sono storie senza tempo, come la tragica storia d’amore di Giulietta e Romeo. Anche l’India ha storie popolari di amore contrastato ed una è quella di Heer e Ranjha, ormai parte del patrimonio culturale Indiano e Pakistano. Ci sono molte versioni di questo racconto ma la più conosciuta è quella scritta, in forma di poema epico, in lingua Punjabi, da Waris Shaha, nel 1776. Si dice che la storia di Heer e Ranjha sia basata sulla vera vita di una straordinaria giovane donna di nome Heer che si è opposta alle crudeli tradizioni del sistema feudale. Così comincia la storia. Heer Saleti è una bellissima donna, figlia di un proprietario terriero, nata in una famiglia benestante di casta Jatt, del clan Sayyal. Ranjha (il suo primo nome era Dheedo), Jatt anche lui, è il più giovane di quattro fratelli e vive nel villaggio ‘Takht Hazara’ un luogo piacevole sulle rive del fiume Chenab. A differenza dei suoi fratelli più anziani che devono faticare nei campi, Ranjha è il figlio prediletto di suo padre, Mauju Chaudhri, che gli consente quindi di condurre una vita agiata. Dopo una lite con i fratelli, Ranjha lascia la sua casa. Nella versione di Waris Shah, la causa della partenza di Ranjha è nel rifiuto, delle sue gelose cognate, di dargli da mangiare. Così Ranjha arriva in un villaggio dove, sulla riva del fiume, incontra casualmente Heer, la figlia di Mehar Chuchak Sial di Jhang, e si innamora di lei a prima vista. Ha un viso come la luna piena, gli occhi che brillano come gemme preziose, i denti bianchi come i petali del fiore di gelsomino, le labbra rosse come rubini. Heer gli offre un lavoro come custode del bestiame di suo padre. Presto, ipnotizzata dal modo in cui Ranjha suona il suo flauto, da cui esce una musica melodiosa, anche lei alla fine si innamora di lui. Per molti anni si incontrano di nascosto e lei gli porta da mangiare Churi (un piatto antico fatto con pane cotto di farina di mais e impastato con zucchero di canna e burro); ma Kaido, lo zio di Heer, che li sorprende nella foresta, geloso, denuncia alla famiglia i loro incontri segreti. Egli infatti non può accettare la disobbedienza di Heer alle rigide regole di una società patriarcale dove sono i genitori a scegliere il marito per la figlia. Così Heer, per salvare l ‘onore della sua famiglia, è costretta da questa e dal mullah locale (il prete musulmano) a sposare un anziano e rispettato uomo ricco di nome Saida della famiglia dei Kheras che vive a Rangpur, un villaggio lontano. I Kheras sono felicissimi e chiedono ai brahmani di consultare le stelle e di fissare il matrimonio. Il giorno migliore risulta essere Virwati (Giovedi), nel mese di Sawan. Heer si oppone al matrimonio che considera illegale. Tuttavia, viene fatta sposare con la forza. Heer langue nella casa del suocero Ajju Khera. Si rifiuta di indossare gioielli o abiti eleganti, rifiuta il cibo e sta sveglia tutta la notte pensando a Ranjha. Sehti, la cognata, la conquista e le fa raccontare il segreto del suo cuore. Heer confida la sua storia e Sehti la consola dicendole che anche lei ha un amante, Murad Bakhsh, un cammelliere, e che in qualche modo devono escogitare qualcosa per aiutarsi a vicenda. Nel frattempo Ranjha, con il cuore spezzato, lascia il villaggio e incontra un ‘Jogi’ (asceta) di nome Baba Gorakhnath, fondatore della “Kanphata” (orecchio forato), una setta Yogi. Il loro incontro avviene a ‘Tilla Jogian’ (la ‘Collina degli asceti’), situata a 50 miglia a nord della storica città di Bhera, Sargodha District, nella regione del Punjab che oggi appartiene al Pakistan. Ranjha, dal cuore spezzato, deciso a diventare uno Jogi, si perfora le orecchie e rinuncia al mondo materiale. Recitando il nome del Signore, “Alakh Niranjan”, viaggia in tutto il Punjab con in mano una ciotola per chiedere l’elemosina di casa in casa e, alla fine, giunge al villaggio dove bussa alla porta di Heer. La fortuna li fa così reincontrare. Heer e Sehti pensano ad un piano che consenta ad Heer di lasciare i Kheras e unirsi con Ranjha. Il giorno dopo, in giardino, Sehti morde il piede di Heer e fingono che un serpente l’abbia morsa. I Kheras convocano fachiri e incantatori che diano qualche magica medicina. Ma Sehti dice loro che c’è uno Jogi molto ingegnoso nel giardino Kalabagh con un flauto che fa migliaia di incantesimi. Ranjha viene portato nella capanna appartenente al menestrello del villaggio. Quella notte Murad prende Sehti sul suo cammello e Ranjha prende Heer. Così gli sposi sono finalmente con le loro spose. L’esercito dei Kheras, che inseguono I ragazzi, sorprendono Heer e Ranjha nel sonno, portano via la donna e pestano ferocemente il ragazzo. Ranjha cerca allora giustizia e chiede la decisione del tribunale che però è in suo sfavore. Ascoltando la sentenza, gli amanti invocano maledizioni sul tenutario della città, che prende fuoco. Gli astrologiconsigliano allora il re di lasciar unire i due amanti e così i Kheras si fanno da parte e consentono che Heer vada via con il suo amato. Heer, tornata a casa dei suoi genitori, si sta preparando per entrare nella famiglia di Ranjha, secondo i tradizionali rituali del matrimonio e, mentre sta per partire, lo zio, geloso di Heer, Kaido, la invita a mangiare un pezzo avvelenato di laddu (dolci tipici che si fanno ancora oggi in occasione del matrimonio). Ranjha, informato dell’accaduto, si precipita per salvare Heer, ma è troppo tardi perché Heer esala il suo ultimo respiro. Con il cuore spezzato, Ranjha finisce il laddu avvelenato e muore al fianco della sua giovane amata.

Questo racconto tiene aperta la questione se il matrimonio debba essere basato sull’amore o sulla scelta dei genitori, in un’India moderna dove ancora i matrimoni sono combinati dalle famiglie.

La tomba di quella che si dice sia stata la vera Heer si trova a Jhang, in Punjab, dove le giovani ragazze innamorate vanno a pregare per la riuscita del loro amore, lasciando in voto i loro colorati braccialetti.

La storia di Heer e Ranjha è stata oggetto di diversi film (il primo è del 1928), di pezzi teatrali, di poesie e canti popolari (ma qui spesso Heer e Ranjha godono di una felice vita coniugale).

Questa storia è una delle quattro popolari tragiche storie d’amore del Punjab, insieme con Mirza Sahiba, Sassi Punnun e Sohni Mahiwal (vedi in questo blog “La storia d’amore di Sohni e Mahiwal”). Le altre narrazioni poetiche sono state scritte, tra gli altri, da Damodar Daas, Mukbaz e Ahmed Gujjar.
Anche Guru Gobind Singh Ji, uno dei dieci profeti del Sikkismo, parla di Heer e Ranjha nella sua composizione chiamata “charitropakhyan” (contiene 404 racconti di astuzie di uomini e donne, aspetti storici, mitologici e filosofici, con 7558 versi).

La tomba di Heer: http://www.youtube.com/watch?v=sUZ3Tp-j4iw

Bihar, l ‘uomo passero ‘ e i suoi 8000 amici alati.

Arjun Singh , 48 anni, ha perso il padre e la moglie in rapida successione nel 2004 e 2005 . Seguì un lungo periodo di depressione e di ” solitudine assoluta “, fino a quando, nel 2007, un piccolo di passero cadde da un albero nel cortile della sua vecchia casa e questo trasformò per sempre la sua vita. Guarito, il passero volò via ma tornò con altri compagni. Oggi, circa 8.000 uccelli di questa specie, che sta velocemente scomparendo, vivono dentro e intorno alla sua casa ancestrale di Neraipur, nel distretto di Rohtas, circa 170 km a sud est di Patna, capitale del Bihar. Alla sua chiamata, “aao aao” ( vieni, vieni ), i passeri scendono dal cielo e mangiano i semi che ogni giorno lui offre loro. Ogni anno li nutre con almeno sei quintali di chicchi di riso.

” Quando mi siedo a pranzo, questi simpatici uccelli si riuniscono intorno a me e cercano di prendere il cibo dal mio piatto. Quando vado in giro per casa, non volano via, ma si fanno solo da parte e continuano a cinguettare. Mi hanno accettato come uno di loro. E hanno rimosso la mia solitudine “, ha detto Singh .

“Quando mio padre e mia moglie mi lasciarono ero completamente inerte. L’agonia mentale era insopportabile. Mia figlia aveva appena cinque anni e i miei fratelli, che vivono in Sasaramsi, si sono presi cura di lei. Mi sentivo solo e profondamente depresso “, ha aggiunto Singh , laureato in chimica.

Lo stormo di passeri è cresciuto e la compassione di quest’uomo ha contagiato le persone nei villaggi vicini che hanno cominciato a dare loro cibo e riparo. Il governo statale, che ha dichiarato il passero simbolo dello Stato, proprio lo scorso anno lo ha consultato come esperto nel suo sforzo di difendere i piccoli uccelli che stanno scomparendo velocemente dalle aree urbane e rurali.
Singh sta correndo contro il tempo per procurare ai suoi amici, prima del mese di dicembre, circa 1.000 nidi fatti di fango, bottiglie di bambù e plastica, il che consentirà alle coppie di deporre circa 4-6 uova fino a maggio, giugno.

Avendo trascorso anni con questi uccelli, Singh ha acquisito molta conoscenza riguardo a loro.” L’inquinamento, le radiazioni dovute agli apparecchi di telefonia mobile, l’uso di insetticidi e pesticidi, l’urbanizzazione dilagante, la caccia e la perdita di habitat sono le ragioni principali della diminuzione del loro numero. L’ uso di macchine trebbiatrici che controllano la caduta del grano per terra , stanno privando gli uccelli del loro cibo”,dice Singh .

Singh ha detto che queste belle creature alate sono un indicatore della salute dell’ambiente  ed una pubblica sensibilizzazione è necessaria per salvarli.

fonte: http://www.hindustantimes.com/india-news/bihar-s-sparrow-man-and-his-8-000-winged-friends/article1-1153637.aspx

libramente tradotto da PASSOINIDNIA

Odore di terra

Surjit era mio vicino di casa oltre che amico, anche se molto più grande di me. Dopo essersi laureato, quindici anni fa, non avendo molta speranza di trovare un lavoro in India, si trasferì in Canada con l’aiuto di qualche suo parente.

Una mattina, mentre stavo bevendo il tè, mia madre mi disse che Surjit era tornato e quindi, la sera andai a trovarlo a casa sua. Quando lo vidi, rimasi un po’ scioccato, perché non era affatto cambiato oppure era proprio la gioia di tornare in India che gli aveva tolto dieci dei suoi anni. Appena mi vide, mi abbracciò forte e mi presentò sua moglie e i suoi due figli adolescenti. Dopo aver chiacchierato un bel po’ di tempo, decidemmo di fare una passeggiata insieme, in mezzo ai campi, come facevamo una volta; mi raccontò di quanto fosse migliore la qualità di vita in Canada e di quanto vi si trovasse bene; mi disse di avere una propria azienda di trasporti e poi mi mostrò, dal cellulare, alcune foto di casa sua che era davvero molto grande e bella. Aveva tutto quello che poteva desiderare, compreso soldi a sufficienza. Ciò che gli mancava era l’ odore di questa terra dove lui era nato e cresciuto e che aveva dovuto lasciare tempo fa. Adesso, la sua grande preoccupazione era che i suoi figli avrebbero, prima o poi, dimenticato la cultura e le tradizioni del loro paese di origine e questo era il vero motivo del suo ritorno.

Lo vedevo quasi ogni giorno che girava nei vicoli del villaggio, salutando i suoi compaesani, giocando a cricket con i bambini, aiutando qualcuno a mungere una vacca, facendo una partita a carte con gli anziani del villaggio, riuniti sotto un grande albero di pipal, ai quali raccontava le storie del Canada.

Lo vedevo così contento, sembrava che qui avesse ritrovato tutto ciò che non aveva più. Ma i suoi figli, che erano nati è cresciuti laggiù, lontano, non ne condividevano la gioia; i parenti che Surjiit incontrava con grande affetto erano per loro persone qualunque.

Surjiit mostrò ai ragazzi le bellezze dell’India, il Taj Mahal, maestosamente bianco, i forti in Rajasjthan, dominanti il deserto, i templi antichi, icone di alta devozione e quant’altro rendesse così affascinante il suo, il loro Paese, cercando di coinvolgerli in questo suo appassionato ritorno. Ma niente attirava la loro attenzione, niente li entusiasmava; quei vecchi palazzi non potevano competere con i moderni edifici che erano abituati a vedere e con le eleganti vetrine del centro, dove scorrevano veloci auto di lusso invece che vecchi tuc tuc; la gente sembrava provenire da un mondo arcaico, superato, le case perdevano il loro intonaco, i vetri erano impolverati, le strade non perfettamente asfaltate ed i mercati, congestionati, non avevano nulla a che fare con i grandi supermercati dove tutto era perfettamente pulito e ordinato; e, poi, c’erano quei suoni di clacson… quelle urla di ambulanti… quegli incerti risciò… e quello strano odore… 

Così, mentre Surjit era molto felice, i ragazzi erano già annoiati e avrebbero voluto tornare a casa.

Quando Surjit partì non aveva lacrime ma era chiaro che il suo cuore e la sua anima, insieme, stavano piangendo; tuttavia lo imbarazzava mostrarlo ai ragazzi che, contenti, già assaporavano quel ritorno a casa, la compagnia dei loro amici e dei loro compagni di classe.

(TESTO BY PASSOININDIA)

Madre

 Mia madre era disabile, aveva una gamba sola e camminava con le stampelle. La odiavo perché altri bambini mi prendevano in giro a causa della sua condizione che a me portava un grande imbarazzo. Quando camminavo accanto a lei tutti mi guardavano con occhi strani e questo non mi piaceva affatto. Non ho mai conosciuto mio padre e lei mi raccontava che lui l’ha lasciata presto sola e se ne è andato chissadove; altro di lui non ho mai chiesto perché non mi interessava sapere di più su qualcuno che non ho mai visto. A volte pensavo che fosse a causa di mia madre se lui adesso non era qui con noi.

Una volta, quando ancora andavo a scuola, dimenticai la gamella del pasto e mia madre venne a portamela in classe; fu un gesto gentile ma, invece di ringraziarla, mi arrabbiai moltissimo e le dissi di andarsene altrimenti gli altri avrebbero cominciato a prendermi in giro. Così fece, senza dirmi una parola.

La mia scuola era una delle più belle della città, frequentata da figli di ricchi signori; durante le riunioni di classe i loro genitori arrivavano su grandi macchine e indossavano vestiti moderni ed eleganti , mentre a mia madre, che invece vestiva ordinario, avevo detto di non venirci mai.

L’unica cosa bella è che ero bravo nello studio ed uno dei migliori studenti della classe, tanto che, dopo la scuola, ebbi l’opportunità di entrare in uno dei migliore istituti per Ingegneri di Nuova Delhi. Lì, quindi, mi trasferii, condividendo una camera dell’ostello con i miei compagni di classe. Solo una volta all’anno andavo a trovare mia madre perché preferivo trascorrere le vacanze scolastiche con i mie amici. Dopo la laurea venni assunto da un’ azienda molto conosciuta e mi trasferii a Mumbai; guadagnavo bene e quindi, in poco tempo, potei permettermi una casa tutta mia, mi sposai ed ebbi due figli.

In questi anni andai a trovare mia madre solo due volte essendo molto occupato con il mio lavoro. Ero felice per la mia carriera e con la mia famiglia, avevo benessere e comfort. Un giorno invitai i miei capi e alcuni colleghi ad una festa nella mia bella casa, considerando che tal cosa aiuta la carriera; mentre stavamo festeggiando, qualcuno bussò alla porta e, quando andai a vedere, scoprii che era mia madre; mi arrabbiai molto, perché era venuta senza avvisarmi. Ma lei aveva capito e, senza dire una parola, mi abbracciò, mi baciò sulla fronte e se ne andò.

Pochi giorni dopo ero in ufficio a lavorare sodo quando ricevetti una telefonata; mi dissero che Lei era in ospedale e che stava molto male. Io avevo un importante appuntamento d’affari cui non potevo mancare e, quindi, solo la sera, potei prendere un treno da Mumbai; la mattina, arrivato in ospedale, l’ infermiera mi comunicò che mia madre era morta e che aveva lasciato una lettera per me.

Mio carissimo figlio, pezzo del mio cuore, prima di morire vorrei vederti e abbracciarti, ma non so se riuscirò, quindi ti scrivo tutto ciò che avrei voluto dirti. Non mi hai mai chiesto di tuo padre e perciò non ti ho mai raccontato di lui ma voglio che tu sappia perché mi ha lasciato. La notizia che sarei diventata mamma fu la notizia più bella della mia vita. Per tuo padre, invece, non fu proprio così preferendo la carriera a tutto il resto e quindi mi ordinò di abortire. Ma questo per me era difficile e lo pregai di non farlo ma i sentimenti di una madre e l’amore per i figli non sono comprensibili a tutti; infatti lui non capii, mi lasciò e se ne andò in Australia. In quel brutto periodo in cui rimasi sola tu eri sempre con me, ti sentivo nella mia pancia. Quando sei nato, il tuo pianto e le tue risa mi hanno dato coraggio e la convinzione di non essere sola. Un giorno, quando tu avevi quasi 3 anni, andammo a comprare; mentre stavo comprando la frutta su una bancarella, ti eri spostato verso la strada, quando vidi che una macchina stava arrivando velocemente verso di te; mi buttai davanti all’auto per salvarti, spingendoti più in là. Così persi una gamba e diventai una disabile. Quando ti vedevo camminare, giocare e correre con gli altri bambini me ne dimenticavo ogni volta. Sono stata felice di averti salvato, regalandoti una vita normale. La povertà non mi permise di continuare a studiare perciò impiegai il denaro di una vita affinché, almeno tu, potessi frequentare una delle migliore scuole; oggi sono contenta della tua bravura e dell’ottimo lavoro che hai. Mi dispiace di essere venuta da te senza avvisarti; la notte avevo fatto un brutto sogno e la mattina sono andata nel tempio a pregare che Dio facesse morire prima me. Così sono partita subito per Mumbai e, quando ti ho visto, mi sono tranquillizzata. Sono contenta che Dio mi abbia ascoltato.

Tua Madre “.

TESTO BY PASSOININDIA

FOTO: STEVE MCCURRY

———————————————

Ultimi indimenticabili momenti

In una domenica d’ottobre, sono andato con certi amici  in un ricovero per anziani perché dovevano visitare un loro parente, qualcuno che conosco anch’io molto bene. Era un po’ fuori città, in mezzo alla  natura e vicino ad un piccolo fiume;  era la prima volta che ne visitavo l’interno quindi ero molto curioso di  vederlo; eravamo appena entrati, quando ho visto che qualcuno stava guardando la tv, qualcuno stava mangiando, qualcuno stava bevendo, qualcuno si stava addormentando sulla sedia. Tutto il posto era molto pulito e anche gli assistenti e le infermiere sembravano piuttosto gentili. Ci siamo seduti in una grande sala con al centro un vecchio camino di maiolica, purtroppo spento. C’erano  già altri visitatori. Poco dopo ho notato che la Signora seduta alla mia sinistra stava parlando da sola e stava piangendo da sola e, di fianco, c’era un’altra Signora, paralizzata, che stava mangiando aiutata dall’ infermiera. Mi sono guardato attorno e ho visto, sulla destra, un’anziana coppia; Lui aveva una rivista nelle mani dove erano pubblicate le foto di “Dallas”e la notizia che presto quella serie di telefilm sarebbe ricominciata; Lui stava parlando con Lei: “te lo ricordi Dallas? Guarda, quel programma sta per ricominciare. Te lo ricordi che lo guardavamo tutti insieme? E che non abbiamo mai lasciato neppure una puntata? Ti ricordi quanto ti piaceva Bobby? E, guarda, adesso tornerà anche il cattivo della famiglia….”. Era lo stesso programma, forse gli stessi autori, le stesse emozioni ma ormai Lei non c’era più con la sua memoria per capire tutto ciò che Lui le stava raccontando.

In solo mezz’ora erano arrivate altre nuove facce di visitatori ma le domande erano sempre le stesse: “ora come stai? come ti senti? mangi? (…)”. Anche se tutti rispondevano che stavano bene, la loro tristezza si vedeva sui loro volti, tanto che ogni domanda del genere appariva superflua; erano tutti lì, radunati, come fosse una squadra che ha appena perduto una partita importante. Forse era la loro solitudine, la nostalgia di stare lontano dalla propria casa, quella stessa casa che avevano costruita con il  sudore, risparmiando ogni piccolo denaro, piena di cose comprate  con altrettanta emozione.  Forse era lo stare lontano dalla famiglia o da tutti quegli amici con cui erano cresciuti e avevano passato la maggior parte dalla loro vita. Forse era per il fatto che la vita non dava loro più nessuna felicità. Forse non rimaneva quasi niente che li rendesse davvero contenti.

Ad ogni mio respiro mi facevo un sacco di domande; cosa è la vita? quale ne è il senso? Sono nato e cresciuto in un piccolo villaggio del nord India e mia mamma diceva sempre che andare ad un funerale è più importante che participare ad un matrimonio, perchè durante una cremazione (da me i morti vengono bruciati) ci si sente ancora più vicini a Dio e quei momenti sono preziosi perché fanno riflettere sulla verità della vita. Anche qui ho provato le stessi emozioni e mi sono fatto le stesse domande; mi sono detto che un giorno noi tutti faremo la stessa fine proprio come quelle Signore e Signori davanti al grande camino. Mi chiedo allora il perchè di tutta questa fatica, il perchè di tutte queste corse per fare carriera, del perchè sia fondamentale stabilire cosa è mio e cosa è tuo se, alla fine, non rimane niente, neanche questo nostro povero corpo di polvere che trucchiamo ogni giorno, per ore ed ore. Spesso sento dire che nella vecchiaia gli anziani diventano cattivi, si arrabbiano con facilità, diventano come bambini. In realta è la vecchiaia che li fa diventare così e basterebbe che qualcuno condividesse con loro un po’ più di qualche momento.

La vecchiaia è davvero brutta, anche se fu una delle cose che, insieme alla morte e alla sofferenza, aveva impressionato Buddha prima che decidesse di lasciare tutti i suoi beni e percorrere il suo cammino di spiritualità.  Non sappiamo se dopo la morte  esista  anche un’altra vita ma quello che so è che tutti avremmo bisogno di ultimi momenti indimenticabili, di tanta cura, prima di poter lasciare tranquillamente questo mondo. Ero sotto questa montagna di domande quando ho sentito la voce del mio amico che mi diceva “andiamo via”. Eravamo vicini all’uscita principale quando la voce di un’infermiera  disse: “aspettate un momento, perché è attivo l’allarme”. Un’altra voce dietro di me disse: “non siamo così preziosi che qualcuno ci porta via”.

Testo e foto by PASSOININDIA