“Siete frutti di un unico albero e foglie di un solo ramo” – Bahá’u’lláh

Negli itinerari turistici della capitale indiana, Delhi, non manca mai il Tempio del Loto che anche io, recentemente, ho visitato. Ho voluto quindi approfondire la conoscenza sulla religione che esso rappresenta.

Fondata un secolo e mezzo fa, la Fede Bahá’í, oggi in rapida crescita, è una delle religioni più giovani nel mondo. Ha più di cinque milioni di seguaci, i bahà’ì, che risiedono in quasi ogni nazione sulla terra e provengono da ogni gruppo etnico, cultura, professione e classe sociale e rappresentano più di 2100 diversi gruppi etnici e tribali. Questa religione, che nasce in seno al Babismo ( che, nato in Persia dal 1844 al 1852 è un movimento religiose che ruppe con l’islam), dispensazione a sua volta nata in seno all’Islam sciita (con il termine Sciismo si indica il principale ramo minoritario dell’Islam), è stata fondata da Bahá’u’lláh (1817-1892), un nobile persiano di Teheran, che, nella metà del XIX secolo, ha lasciato una vita di comodità e sicurezza principesca e, a fronte di intense persecuzioni e privazioni da parte dei governi persiano e ottomano, ha portato all’umanità un nuovo messaggio di pace e di unità definendosi un nuovo e indipendente messaggero divino, il più recente nella linea dei Messaggeri di Dio quali Abramo, Krishna, Mosè, Zoroastro, Buddha, Cristo e Maometto e altri che , con i loro insegnamenti, hanno saputo dare un significativo contributo allo sviluppo della società umana. I baha’ì sostengono che le religioni provengano tutte dalla stessa fonte, la religione di Dio, e siano capitoli susseguenti di un’unica realtà che si esprime nelle molte forme religiose oggi note.
Bahá’u’lláh ha detto:”
La terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini”, perché l’umanità è una sola razza e un’unica società globale pacifica ed integrata. La sfida principale dei popoli della terra, così come è percepita da Bahá’u’lláh, è quello di accettare la loro unicità e assistere i processi di unificazione di tutto il genere umano nell’ottica di un progresso universale.
Questo messaggio di unità (un solo Dio e un solo genere umano) insegna un diverso approccio ai problemi sociali contemporanei. La comunità bahá’í ha resistito con successo al ricorrente impulso di essere divisa in sette e sottogruppi, oltre ogni barriera di razza, classe, credo e nazione. Lo scopo è, come Bahá’u’lláh ha predetto, di creare una civiltà universale, unita nella diversità, attraverso l’eliminazione di tutte le forme di pregiudizio, la piena parità tra i sessi, il riconoscimento della unicità essenziale delle grandi religioni del mondo, l’eliminazione degli estremi di povertà e ricchezza, l’istruzione universale, l’armonia tra scienza e religione, un equilibrio sostenibile tra natura e tecnologia, e la creazione di un sistema federale mondiale, basato sulla sicurezza collettiva e sulla unità del genere umano. I Bahá’í di tutto il mondo esprimono il loro impegno in questi principi attraverso la trasformazione individuale e comunitaria, e la realizzazione di progetti di sviluppo sociale ed economico. I suoi membri con le Scritture della Fede affrontano ogni importante problematica nel mondo di oggi, dalla nuova concezione della diversità culturale alla conservazione dell’ambiente, dalla decentralizzazione del processo decisionale a un rinnovato impegno per la vita familiare e i valori morali, alla richiesta di giustizia sociale ed economica, in un mondo che sta rapidamente diventando un quartiere globale. Nella costruzione di una rete unificata di consigli direttivi locali, nazionali e internazionali, i seguaci di Bahá’u’lláh hanno creato una comunità segnata da un preciso stile di vita e di attività che offre un incoraggiante modello di cooperazione, armonia, e azione sociale. I bahá’í credono che la sfida che l’umanità deve affrontare oggi sia quella di riconquistare la dimensione interiore dell’individuo e di costruire una nuova dimensione sociale capace di produrre e mantenere uno stato continuo di vera pace e progresso individuale e sociale. La vita dovrebbe essere vista come un processo eterno di gioiosa scoperta spirituale: nelle fasi iniziali della vita terrena, l’individuo subisce un periodo di formazione e di educazione con cui acquisisce gli strumenti intellettuali e spirituali di base necessarie per una crescita continua. Quando l’individuo raggiunge la maturità fisica in età adulta, diventa responsabile del suo ulteriore progresso, che ora dipende interamente gli sforzi che farà. Con le lotte quotidiane dell’esistenza materiale, le persone gradualmente approfondiscono la loro comprensione dei principi spirituali che sottendono la realtà, e questa comprensione permette loro di relazionarsi in modo più efficace a se stessi, agli altri e al Signore. Dopo la morte fisica, l’individuo continua a crescere e svilupparsi nel mondo spirituale, che è più grande del mondo fisico. Quest’ultima affermazione si basa sul concetto Baha’i dell’anima e della vita dopo la morte fisica. Secondo gli insegnamenti bahá’í, la vera natura degli esseri umani è spirituale. Al di là del corpo fisico, ogni essere umano ha un anima razionale, creata da Dio. L’anima è un’entità immateriale, che non dipende dal corpo. Piuttosto, il corpo serve come suo veicolo nel mondo fisico. L’anima di un individuo viene in essere al momento in cui viene concepito il corpo fisico e continua ad esistere dopo la morte di questo. L’anima del singolo è la sede o il luogo della sua personalità, di sé, e della sua coscienza.
L’evoluzione dell’anima e delle sue capacità è lo scopo fondamentale dell’esistenza umana, attraverso la conoscenza di Dio e l’amore per lui. Bahá’u’lláh insegna che l’unica vera e duratura felicità per gli esseri umani risiede nel perseguimento dello sviluppo spirituale. La persona che ha preso coscienza della sua natura spirituale e che si sforza coscientemente di progredire spiritualmente si chiama “cercatore” di Bahá’u’lláh. Questo cercatore deve, in ogni momento, porre la sua fiducia in Dio, staccarsi dal mondo di polvere rinunciare al proprio orgoglio e vanagloria, usare pazienza e rassegnazione, osservare il silenzio e astenersi da chiacchiere e maldicenze perché l’eccesso di parola è un veleno mortale per la luce del cuore.e l’anima. Egli deve accontentarsi di poco e liberarsi da ogni desiderio smodato. All’alba di ogni giorno il ricercatore comunica con Dio. Il ricercatore perdona il peccatore e cresce attraverso la ricerca spirituale. Ad esempio, quando si fa uno sforzo per liberarsi di pregiudizi e superstizioni, in risposta agli insegnamenti di Bahá’u’lláh, il risultato è un aumento della conoscenza e l’amore per gli altri esseri umani, e questo, a sua volta, aiuta l’individuo di vivere la vita in modo più efficace. Dal momento che la religione ha una dimensione sociale, i baha’i sentono che la mancanza prolungata dal mondo e dal contatto con la società (come ad esempio fanno i sadhu indiani) non è necessario o utile per la crescita spirituale (anche se un ritiro temporaneo di volta in volta può essere legittimo e sano), perché gli uomini sono esseri sociali che progrediscono socialmente e spiritualmente solo vivendo in comune con altri nel messaggio di Dio. In altre parole, lo sviluppo sociale del genere umano, se correttamente eseguito, deve essere una espressione collettiva del nostro sviluppo spirituale. Anche se il numero dei fedeli Bahà’ì in India è esiguo in proporzione alla popolazione nazionale, è per se’ numericamente grande, di circa 1.880.000 bahá’í. In India le radici della Fede Bahá’í risalgono al 1844 quando Bahà’u’llà incoraggiò alcuni dei suoi seguaci a spostarsi in India. Si dice che il Professore Pritam Singh, membro della comunità Sikh all’epoca, in India sia stato il primo ad accettare la Fede Bahá’í, e il primo a pubblicare un settimanale bahá’í in quel Paese. Nel 1910 a Bombay si svolse la prima Convenzione bahá’ indiana in cui viene anche promossa una raccolta di fondi per costruire un tempio e una scuola. Gli insegnamenti bahà’ì furono resi comprensibili al popolo delle campagne e alle caste basse adattandole ad un contesto indu, utilizzando i principi e il linguaggio familiari a queste genti

  • presentando Bahá’u’lláh come l’avatar di Kalki che secondo il Visnu dei Purana apparirà alla fine del Kali Yuga allo scopo di ristabilire un’era di giustizia
  • sottolineando le figure di Buddha e Krishna come ultime Manifestazioni di Dio o suo avatar
  • facendo riferimenti alle Scritture indù come la Bhagavad Gita
  • sostituendo il sanscrito all’ arabo e al persiano (così Bahá’u’lláh diventava Bhagavan Baha) e inserimento nelle canzoni e nella letteratura indù luoghi santi, eroi e figure poetiche.

Così in breve tempo la maggior parte di un piccolo villaggio di circa 200 persone di massa si convertì alla Fede Bahá’í. La propaganda religiosa è continuata attraverso le Assemblee Spirituali, le conferenze a cielo aperto, la costruzione dei templi e delle scuole fino a pervadere le regioni di Madhya Pradesh, Uttar Pradesh, Andra Pradesh e Gujarat. Così l’ India divenne la più grande comunità bahá’í del mondo nel 2000, dopo meno di un secolo di insegnamento di massa, con una popolazione ufficiale di Bahá’í di più di 1,7 milioni. Il Tempio Bahà’ì a Delhi, noto come il Tempio del Loto, è stato completato nel 1986 vincendo numerosi premi per la sua architettura tanto da diventare “l’edificio più visitato in India, superando anche il Taj Mahal, con circa 4,5 milioni di visitatori l’anno.

Fin dalla sua nascita la religione ha avuto un importante coinvolgimento nello sviluppo socioeconomico anche delle donne delle quali è stata promossa la libertà, la parità con l’uomo e l’educazione. Nel 1987 il numero di progetti di sviluppo riconosciuti ufficialmente era salito a 1482.Tra gli altri impegni importanti durante la sua visita di Stato in India, 5-7 novembre 1999, Papa Giovanni Paolo II ha partecipato ad un incontro interreligioso con i rppresentanti di questa chiesa.

Nel giugno del 2008 alcuni giuristi leader del sistema indiano legale, giornalisti, e attivisti dei diritti civili hanno firmato una lettera aperta che esorta l’Iran a rispettare le convenzioni internazionali sui diritti umani e rilasciare i detenuti in Iran leadership della Fede Bahá’í .

Nel 2012 la Casa Universale di Giustizia ha annunciato la costruzione della prima casa di culto in Bihar.

I baha’i dell’India sono attivamente impegnati nella ricerca del miglioramento della società attraverso il perseguimento di processi di trasformazione, individuale e sociale in una impresa di apprendimento collettivo. La guida e le risorse per tutte queste attività vengono convogliati attraverso i consigli direttivi Baha’i a livello locale, regionale e nazionale e sotto l’egida dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’India, l’organismo di vertice che cura gli affari della comunità indiana Baha’i. In collaborazione con altre organizzazioni i baha’i dell’India stanno imparando ad affrontare le gravi sfide della società, come le differenze tra caste e religioni, le diseguaglianze e i pregiudizi, l’analfabetismo, e la mancanza di istruzione, la violenza, la povertà, la corruzione e il degrado morale a favore della rettitudine etica, l’amore, la giustizia, la compassione, l’uguaglianza perché gli esseri umani nascono nobili e la parola di Dio li aiuta a impegnarsi in un percorso duraturo di trasformazione spirituale e sociale.

Bahá’u’lláh morì da esule e prigionieroin Palestina nel 1892. Il suo corpo riposa nella tomba a Bahjí, poco distante da Akka, nell’attuale Israele. Lo stile di vita di un bahà’ì è delinato da questi precetti: preghiera e meditazione personale, coinvolgimento in attività volte alla pace mondiale e al rispetto dei diritti dell’uomo, digiuno da cibi solidi e liquidi per diciannove giorni dall’alba al tramonto tra il 2 e il 20 marzo (a differenza degli islamici che lo fanno per ventinove giorni e in periodi diversi); astinenza totale da alcol e droghe alteranti e intossicanti il sistema nervoso centrale, salvo prescrizione medica e con scopi strettamente terapeutici; astensione dall’attivismo partitico e dalla semplice iscrizione a partiti (in quanto la fede bahá’í racchiude in sé un insieme di ideali propedeutici a una nascente, pacifica politica universale) con rispetto comunque per i governanti e obbedienza alle leggi in vigore nel Paese di residenza tranne nel caso di richiesta di abiura della fede – caso non ipotetico poiché in taluno stato islamico ciò viene richiesto ai bahá’í anche sotto minaccia di pena capitale, minaccia incombente tuttora in Iran, dove si vuole introdurre la pena di morte per apostasia (da notare che i bahá’í considerano Maometto sullo stesso piano del fondatore della loro fede); unità nella diversità; lavoro non visto solo come fonte di mero guadagno, ma anche come atto di culto, se fatto in spirito di servizio all’umanità; apporto alla vita comunitaria attraverso le feste del diciannovesimo giorno (in concomitanza con l’inizio di ogni nuovo mese baha’i) e alla democrazia consiliare elettiva interna attraverso le elezioni annuali dell’assemblea spirituale locale (a suffragio universale, per i maggiori di 21 anni, totalmente senza campagne pubblicitarie; in quanto dovrebbero essere valutate ed elette persone con qualità morali, intellettuali e spirituali che siano intimamente e praticamente vissute e non sbandierate per secondi fini), istituzione che guida le comunità locali in ogni località che presenti almeno 9 baha’i adulti; ne consegue l’inesistenza tra i bahá’í di qualsiasi forma di clero professionale. La fede bahá’í considera il vegetarianesimo quale possibile scelta di alimentazione ideale per l’uomo del futuro. E’ stato introdotto un nuovo calendario solare (calendario Badì), composto da diciannove mesi, di diciannove giorni ciascuno, cui si aggiungono (di volta in volta, a seconda se l’anno è bisestile o meno) quattro o cinque giorni, definiti “giorni intercalari”.

Tra le sacre scritture della fede Bahai spicca il “Libro più santo” scritto da Bahá’u’lláh,completato a San Giovanni d’Acri attorno al 1873 e pubblicato in arabo a Mumbai attorno al 1891. Poi c’è il “Libro della Certezza”, scritto da Bahá’u’lláh, parte in lingua persiana e parte in lingua araba, nel 1861 durante il suo esilio a Baghdad, allora provincia dell’Impero ottomano; seguono “Le Parole Celate”, “La proclamazione di Bahá’u’lláh ai re e ai governanti del mondo”, “Gli inviti del Signore degli Eserciti”, “Gemme di misteri divini”, “Le sette valli e le quattro valli”, “L’epistola al figlio del lupo”, “Preghiere e meditazioni”, “Tavole di Bahá’u’lláh”. Questi testi, e altri ancora, sono stati tradotti in italiano e pubblicati dalla Casa Editrice Bahá’í italiana, mentre parecchi scritti sono ancora da tradurre dall’arabo o dal persiano, lingue usate da Bahá’u’lláh per la sua rivelazione. I baha’i parlano di un centinaio di libri scritti dal fondatore della loro fede.

Il simbolo della fede bahà’ì è una stella a nove punte. 

Precetti bahà’ì:

“Discerni coi tuoi occhi e non con gli occhi degli altri, e apprendere per cognizione tua e non con quella del tuo vicino”. Bahá’u’lláh

«Il primo principio è la ricerca indipendente della verità, perché la cieca imitazione del passato arresta lo sviluppo della mente. Ma quando ogni anima indaghi la verità, la società è liberata dalle tenebre di una continua ripetizione del passato.» Abdu’l-Bahá

«Nella famiglia umana la diversità dev’essere causa di amore e di armonia, come nella musica dove molte note differenti si fondono producendo un perfetto accordo. Se incontrate persone di razza e colore differenti da voi, non siate diffidenti e non ritiratevi nel vostro guscio di formalità; siate lieti e mostrate loro gentilezza.» Abdu’l-Bahá

Tutte le religioni provengono da un’Unica Sorgente, da un unico Dio. Indipendetemente da come lo chiamiamo, Dio, Allah, Geova, Brahma, tutte queste designazioni si riferiscono ad un’Unico Essere la cui natura è inconoscibile e inaccessibile all’essere umano. L’unica via per l’uomo di conoscere il suo Creatore è attraverso i Suoi Messaggeri, che guidano ed insegnano all’umanità, come Zoroastro, Buddha, Krishna, Abramo, Mosè, Gesù, Muhammad, e Bahá’u’lláh.Tutte le religioni, sono fondamentalmente uguali e differiscono solo nell’aspetto esteriore, unicamente perché apparse in diversi periodi storici e perciò rivolte a situazioni differenti.».

«Associatevi con i seguaci di tutte le religioni in ispirito di amicizia e di cameratismo».Bahá’u’lláh

Esiste un’unica razza umana, e il pregiudizio, qualunque forma esso prenda, ne blocca il suo sviluppo e come tale va superato, in modo da creare le condizioni per una società pacifica e giusta.”.

«Non v’è alcun dubbio che i popoli del mondo, a qualsiasi razza o religione appartengano, si ispirano a un’unica Fonte celeste e sono sudditi di un solo Dio». Bahá’u’lláh

In una tale società mondiale la scienza e la religione, le due forze più potenti della vita umana, saranno riconciliate e, cooperando, si svilupperanno armoniosamente.” (I bahá’í credono che Dio sia l’Autore delle rivelazioni religiose e il Creatore dell’universo, lo stesso che la scienza indaga. L’armonia fra le due, religione e scienza, è quindi importante al fine del progresso dell’umanità). Bahá’u’lláh

“Possiamo raffigurarci il mondo dell’umanità come un uccello – le donne sono un’ala è e gli uomini l’altra. Perché l’uccello possa volare, entrambe le ali devono essere egualmente sviluppate (parità tra uomini e donne).”. Bahá’u’lláh

La famiglia è la più piccola unità nella scala dell’organizzazione umana. Come tale è di grande importanza e la sua salvaguardia e sviluppo è alla base dell’unità globale.

Il più importante ruolo che le imprese economiche devono svolgere nello sviluppo consiste dunque nel fornire alle persone e alle istituzioni i mezzi con cui essi possano conseguire il vero scopo dello sviluppo, ossia, costruire le basi di un nuovo ordine sociale che coltivi le illimitate potenzialità latenti nella coscienza umana.

 Questo testo è stato scritto con l’ausilio di queste fonti:

http://www.bahai.it/

http://www.bahai.in/

http://www.bahai.org/faq/facts/bahai_faith

http://en.wikipedia.org/wiki/Bah%C3%A1’%C3%AD_Faith_in_India

(nella foto, il Lotus Temple di Delhi).

Gesù morì in Kashmir?

di Andrea Faber Kaiser autore di Jesús Vivió y Murió en Cachemira (traduzione di Ennio Tommassini)

“Gesù fu crocifisso venerdì verso il mezzogiorno. Prima che cadesse la notte, già morto, fu staccato dalla croce e il suo cadavere depositato nella grotta funeraria di Giuseppe di Arimatea, il cui ingresso fu chiuso con una pietra. La domenica seguente, il corpo di Gesù era inesplicabilmente sparito dall’interno della grotta. Si era compiuta la profezia biblica: era resuscitato dai morti. Dopo una breve permanenza sulla Terra durante la quale i suoi discepoli entrarono in contatto con lui, Gesù ascese al Cielo, dove è seduto alla destra del Padre. Questo è dogma di fede per la religione cristiana.

Ma, d’altra parte, nel settore Khanyar della città di Srinagar, capitale dei Cascemir, è sepolto il corpo di Gesù nella cripta conosciuta con il nome di “Rozabal“. Come spiegare che Gesù è seduto in Cielo e nello stesso tempo giace morto nel Cascemir? Qualche cosa non quadra, a partire dal fatto certo della crocifissione.
In verità, è in dubbio proprio la morte di Gesù sulla croce. Perché non ci sono dati storici che avvalorino questa morte. Inoltre nessuno presenziò alla Resurrezione.
In cambio ci sono degli indizi storici di un uomo con idee e filosofia identiche che, a partire da quegli anni, marcia verso l’est, lasciando testimonianze della sua vita e dei suoi atti. Un uomo che s’incammina verso il Cascemir, si stabilisce in questo paese e muore in esso.
Edificate su questi pilastri, le pagine che seguono (ndr: sta parlando del suo libro) espongono la possibilità che Gesù non sia morto sulla croce, ma che una volta curate le ferite causate dalla crocifissione, intraprendesse la fuga verso l’est, in cerca delle dieci tribù perdute di Israele. Queste tribù si trovavano molte migliaia di chilometri all’est della Palestina. Così, una volta abbandonata la terra biblica, Gesù, in compagnia di Maria e per determinati tratti della sua marcia anche da Tommaso, avrebbe intrapreso un lungo viaggio in direzione dell’Oriente, viaggio che lo avrebbe portato verso il Cascemir, il cosiddetto “Paradiso sulla Terra”. Maria, non sopportando i disagi del lungo viaggio, sarebbe morta lungo il cammino, nel Pakistan, a pochi chilometri dalla frontiera col Cascemir. La tomba di Maria viene venerata anche oggi come la tomba della Madre di Gesù. In quanto a Lui, stabilitosi nel Cascemir, avrebbe cominciato lì una nuova vita e sarebbe morto, ad una età molto avanzata, di morte naturale. Nel momento della sua morte egli sarebbe stato assistito da Tommaso, che in seguito sarebbe ritornato sui suoi passi, fino alla tomba di Maria, per continuare di qui il suo viaggio definitivo a sud dell’India, dove anch’egli sarebbe morto più tardi.
Ritorniamo a Gesù, obiettivo centrale di questo libro. 
Il fatto concreto è che la sua tomba è venerata ancora oggi a Srinagar, capitale del Cascèmir.
Leggende, tradizioni e testi antichi riportano questa seconda vita di Gesù nel nord dell’India. Da questi documenti sappiamo che Gesù ebbe dei figli nel Cascemir e che, per effetto della sua unione con una donna, un uomo, Basharat Saleem, può oggi affermare di essere il discendente vivente di Gesù.
Ci sono dei testimoni che fanno supporre che Gesù scelse deliberatamente questo punto del mondo per intraprendere la seconda tappa della sua vita, per quanto egli fosse già stato qui durante gli anni della sua giovinezza, sebbene la Storia Sacra non sappia spiégarci la sua residenza né le sue attività. Effettivamente un viaggiatore russo, Nikolai Notovitch, trovò, alla fine del secolo scorso, nel territorio lama di 
Hemis in Ladakh, regione limitrofa tra il Cascemir e il Tibet, copia dei testi storici da secoli conservati dai Lama dell’Himalaya, nei quali si narra il primo viaggio di Gesù in India, quando era assai giovane; precisamente durante i diciotto anni di cui la Bibbia conserva il silenzio circa i movimenti della sua persona. Una lunga lacuna di diciotto anni che, a dar retta al testo biblico, potrebbe suscitare seri dubbi circa l’identità reale del Bambino Gesù con questo Gesù-Uomo, figura centrale del Nuovo Testamento.
Però non solo il Nuovo ma anche il Vecchio Testamento sono vincolati al Cascemir. In effetti, già molto tempo prima la fertile valle del Cascemir sembra essere stata una terra legata alla Storia Sacra biblica: oltre alle tombe di Gesù e di Maria, una piccola comunità giudaica, stabilitasi nella montagna, continua a custodire nel Cascemir, da circa 3500 anni, la tomba del suo capo ancestrale: 
il profeta Mosè. Anche qui l’ipotesi Cascemir” supplisce a una lacuna considerevole del testo biblico. Secondo la Bibbia nessuno sa dove sia localizzata la sepoltura di Colui che fu guida del popolo ebreo. Tutte le referenze che la Bibbia ci offre non sono valide e i nomi menzionati non hanno riscontrato nella geografia reale. Viceversa tutti questi nomi si trovano nella Valle del Cascemir. E lì precisamente venerano da diverse migliaia di anni la tomba di Mosè.
Però non solo Gesù e Mosè legarono alle posterità le loro tombe nel Cascemir, ma una infinità di nomi propri di quel paese e un gran numero di toponimi, nomi di luoghi, comunità,di paesi e di semplici prati e valli, ci parlano del passaggio di Gesù e di Mosè per le terre del  Cascemir.

Queste analogie non sono una cosa nuova. Nella storia persiana e in quella del Cascemir sono frequenti questi temi e si ripetono ancora ai nostri giorni. La tradizione popolare del Cascemir li ha conservati attraverso i secoli fino ad oggi. Dalla fine del secolo scorso una setta islamica, estesa in tutto il mondo, si occupa di studiare la tomba di Gesù nel Cascemir, con tutte le riserve inerenti al suo carattere settario. Ha anche pubblicato diversi libri su questo tema.
Ai nostri giorni un archeologo di assoluta imparzialità, il professor Hassnain, direttore degli Archivi, Biblioteche e Monumenti del Governo del Cascemir, sta studiando intensamente le possibilità di questa ipotesi: 
una seconda vita di Gesù e di Mosè nel Cascemir. Nella stessa capitale di -quel Paese, Basharat Saleem, il discendente in via diretta di Gesù, conserva l’albero genealogico della sua famiglia che, cominciando da Gesù, giunge integro e senza lacune fino alla sua persona.

Una realtà che è conosciuta solo a livello di investigazione e da un punto di vista settario da alcune persone sparse in tutto il mondo, è tuttavia sconosciuta alla stragrande maggioranza del pubblico, per cui credo che sia giunto il momento di rivelare che Gesù probabilmente non è morto sulla croce, ma che, dopo aver vissuto una seconda tappa della sua vita in terre lontane, è morto in età molto avanzata di morte naturale. Così Egli avrebbe compiuto effettivamente la missione per la quale fu inviato in terra, missione che includeva l’incontro e la predicazione alle tribù perse di Israele, tutti i figli figli di Israele.

Le pagine che seguono (ndr: parla del suo libro) vogliono essere un dossier riassuntivo di quanto oggi si sa circa la seconda vita di Gesù e la possibile morte di Mosè nel Cascemir. Esse sono un complemento del testo biblico e stabiliscono dei ponti razionali sopra alcuni vuoti, peraltro ben chiari, che offre la lettura del testo biblico. Per la corretta lettura e interpretazione di questo libro, debbo segnalare che i nomi Yusu, Yusuf, Yusaasaf, Yuz Asaf, Yuz-Asaph, Yuz-zasaf, Issa, Issana, Isa, che appaiono nei testi e nelle leggende del Cascemir, sono tutti traduzioni del nome Gesù. Pertanto, quando parlo di Gesù, posso riferirmi a qualunque delle traduzioni del suo nome, nelle lingue cascemir, araba o urdu. Si riferiscono anche al nome di Gesù dei prefissi toponimici, come per esempio Yus -, Ish -, o Aish. Musa viceversa è il nome arabo con il quale si conosce osè nel Cascemir.
Per chiudere questa breve introduzione voglio sia ben chiaro il principio che questo non è un libro ahmadiyya -gli ahmadiyyas costituiscono un movimento islamico che venera la tomba di Gesù in Srinagar- né è stato promosso, sovvenzionato o appoggiato da nessun tipo di setta, movimento o gruppo. È semplicemente il frutto di un lavoro particolare, il risultato dell’investigare alcuni fatti che possono illuminare con una nuova luce i passaggi oscuri della vita di Gesù.”.

Andrea Faber Kaiser

luglio 1976

(traduzione di Ennio Tommassini

dal sito :

http://www.isvara.org/it/index.php?option=com_kunena&func=view&catid=2&id=1306&Itemid=100093

chi è Andrae Faber Kaiser: http://ca.wikipedia.org/wiki/Andreas_Faber-Kaiser

il suo libro: Jesús Vivió y Murió en Cachemira

per un video

Holi, la festa dei colori

La Holi è celebrata alla fine della stagione invernale, l’ultimo giorno di luna piena del mese lunare di Phalguna, secondo il calendario indu, che di solito cade nel mese di febbraio o marzo di ogni anno.

Quest’anno sarà il prossimo 26 marzo che gli indiani festeggeranno la Holi (conosciuta anche come Dhuli, in sanscrito, o Dhulheti, Dhulandi o Dhulendi), nota anche come festa dei colori. Il festival, che rappresenta un saluto alla primavera, la stagione simbolo di amore e fertilità, ha vari scopi tra cui, anticamente, quello di commemorare i buoni raccolti. Ma la sua finalità è soprattutto religiosa, legata alla mitologia indù, anche se celebrata in un modo particolare e distante dai rituali religiosi che caratterizzano altre festività.

Durante questo evento, i partecipanti si gettano addosso polvere, di origine naturale, di tutti i colori,  anche utilizzando palloncini e pistole d’acqua colorata e insomma, qualunque altro strumento che consenta di “arrivare a segno”.

La Holi abbassa per quel momento di festa la severità delle norme sociali, perché in quel giorno sembrano non esserci differenze tra persone di casta diversa, tra uomini e donne e tra ricchi e poveri che, tutti insieme, si lasciano andare al divertimento e alla gioia. Nessuno si aspetta un comportamento educato, di conseguenza, l’atmosfera è piena di emozioni e spontaneità.

La più popolare mitologia da cui deriva il nome HOLI è legata alla uccisione di Holika.  Si racconta che Hiranyakashipu, il grande re dei demoni, a seguito di una lunga penitenza, ebbe in dono dal dio Brahma l’immunità dalla morte;     egli infatti chiese di non poter mai essere ucciso “durante il giorno o di notte, all’interno della casa o fuori, non sulla terra o in cielo, né da un uomo né da un animale, né da Astra (spada) né Shastra (lancia)”.  Questo re crebbe quindi arrogante e avverso ai Cieli e alla Terra. Egli chiese che la gente smettesse di adorare dèi e iniziasse ad adorare lui. Il figlio di Hiranyakashipu,   Prahlada, continuò, nonostante le minacce di suo padre, a venerare il suo Dio Vishnu. Così Hiranyakashipu, infuriato, tentò di avvelenarlo ma il veleno diventò nettare nella bocca di Prahlada che ugualmente rimase illeso quando venne calpestato dagli elefanti che gli scatenò addosso suo padre e quando, sempre ad opera del suo genitore, venne rinchiuso in una stanza con affamati serpenti velenosi. Tutti i tentativi di Hiranyakashipu di uccidere suo figlio non andarono a buon fine. Alla fine Hiranyakashipu ordinò a Prahlada di sedersi su un rogo in braccio a sua zia Holika, sorella demone di Hiranyakashipu, il quale ben sapeva che ella era immune dall’essere bruciata dal fuoco. Prahlada, ignaro, prontamente accettò gli ordini di suo padre e pregò il Signore Vishnu perché nulla accadesse a se stesso.  Quando il fuoco divampò,  Holika, tra gli sguardi stupiti dei presenti, cominciò a bruciare a morte mentre Prahlada rimase illeso ancora una volta. La salvezza di Prahlada e la combustione di Holika sono celebrato come Holi. Per questo i falò vengono accesi alla vigilia della festa, nota anche come Holika Dahan (combustione di Holika) o Chhoti Holi (piccola Holi).

Non ci sono dati completi per conoscere le origini della festa. Tuttavia, la Holi come la vediamo oggi, si crede abbia avuto origine nel Bengala. Anche in Mathura, altra zona dell’India, dove Krishna è cresciuto, il festival viene celebrato in onore dell’amore divino tra Radha e Krishna e dura 16 giorni.

Il giorno della Holi, come tutti gli anni, non andrò a lavorare e, dalla finestra della mia casa, stretta tra tante altre case, in altrettante strette viuzze, posso godere del divertimento della gente che si sporca a vicenda di acqua colorata, tanto in India, in questa stagione, non è freddo e quel giorno lo è ancora meno perché è vivo il calore delle persone che, dimenticando per un giorno la loro casta e il loro sesso, si sentono, almeno per un attimo, tutti uguali. Scenderò le mie scale e andrò in strada, sapendo che qualcuno, uno sconosciuto, si avvicinerà a me e colorerà la mia faccia e i miei vestiti. Come a Carnevale in Occidente, con i coriandoli e la schiuma da barba.

testo by PASSOININDIA

photo by www. tumblr.com

Incontro con l’Induismo (terza ed ultima parte)

 

di Matteo Tomasina (samsararoute.com)

(segue da parte 1– dove provo a farmi spiegare cos’è l’induismo – e parte 2 – dove mi chiedono se noi crediamo ancora a Zeus)

Anuradha indossa il chudi daar, un abito lungo e colorato, abbastanza formale ed elegante per essere adatto a recarsi al tempio. Prima di uscire, mentre io ed Elisa ci siamo opportunamente lavati e abbiamo indossato almeno dei vestiti puliti, lei si dipinge un puntino sulla fronte con cenere e tinta rossa, nel segno della devozione induista. Poi si butta sulle spalle un’ampia pashmina (sciarpa) verde ed oro, e con lei scendiamo in strada.

Su Hyderabad il sole è già tramontato da un pezzo, ma proprio per questa ragione le strade sembrano illuminarsi ancora di più. Le luci provengono dalle insegne dei negozi, da lanterne lungo la strada, dai mucchi di spazzatura accumulati agli incroci e a cui ogni tanto qualcuno da fuoco. C’è ancora molta gente in giro, e Anu ci spiega che il via vai in questa parte della città non termina mai. Si cominciano già a vedere alcuni ubriachi.

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Tempio di Sai Baba

La nostra amica indiana si reca al tempio tutte le sere, e l’edificio è solo a pochi isolati. E’ una struttura grande, colorata di rosso e oro, e all’interno si intravede la grande statua del dio a cui è dedicata: il santone e fachiro del XIX secolo Sai Baba, che ha speso la propria vita a predicare in povertà una propria versione di religione dell’amore, simile per certi versi alla carità cristiana. E’ molto venerato in questa parte dell’India, e il suo ritratto compare un po’ ovunque, nelle case, sulle auto, all’interno dei negozi.

Sulla base di quanto osservo, tutte i vari devoti dell’India hanno almeno un tratto in comune: il bisogno di mettere chiaramente in evidenza la propria appartenenza religiosa. Questo indipendentemente dal fatto di essere induisti, cristiani o islamici. A volte la religione traspare dall’abbigliamento: gli uomini mussulmani indossano la curta e hanno lunghe barbe, le donne sono sempre velate di nero. Ma in tutti i casi, basta entrare in un negozio per identificare subito un’icona, una statua un ninnolo o un quadretto che rappresenta una divinità indu o un simbolo cristiano, o che riporta dei versi del corano, o l’immagine della Mecca. La messa in mostra dei simboli religiosi vale anche per le auto, i camion; alle motociclette sono sempre legate delle sciarpe benedette e di buon augurio.

fuori dal tempio

Fuori dal tempio

Penso anche a queste cose mentre Anu ci conduce all’interno del tempio. Di fronte all’edificio ci togliamo le scarpe, e visto che si tratta di una struttura di una certa dimensione e importanza, ci sono delle donne fuori che si occupano di custodirle (fortunatamente, perchè mi chiedo sempre se capita mai che qualcuno le porti via). Ad un rubinetto ci laviamo anche le mani, oltre che i piedi: è un segno di rispetto, ma anche un accorgimento pratico, visto che nei templi induisti – stiamo per scoprirlo – viene offerto ai visitatori da bere e da mangiare.

In cima alla scalinata di ingresso, un sacerdote segna anche a me ed Elisa la fronte con cenere chiara (viboothi) e tinta rossa (kumkum). A volte alla mistura viene anche impastato un chicco di riso. Anu ci dice che la formula del composto è segreta, e cambia da tempio a tempio. Noi abbiamo acquistato da una venditrice dei fiori, e li lasciamo in omaggio.

tempio4Sai Baba

Il tempio è costituito da una serie di stanze collegate da un corridoio, che si sviluppano intorno alla sala centrale dove numerosi fedeli possono sedere per terra di fronte alla statua di Sai Baba. In ogni stanza ci sono invece diverse celle, in cui sono contenute statue di altre divinità. Entrati nel primo spazio del tempio seguiamo Anu. Ci inchiniamo in sequenza davanti ai piedi d’argento di un’icona. In realtà, siamo io ed Elisa a limitarci all’inchino, mentre la nostra amica indiana compie numerosi gesti piuttosto complessi. Entriamo in sequenza in numerose altre stanze, e in ognuna sono sempre presenti delle statue. Gli dei hanno fattezze umane, e sono vestiti con stoffe, ricoperti di fiori e adornati con collane vistose. Hanno volti sorridenti o minacciosi, e ognuno svolge una funzione particolare. Anu sottovoce ci parla di coraggio, fertilità, malattia, fortuna…Nella penultima stanza c’è il “dio della pace”, come recita una scritta che qualcuno ha aggiunto sotto un ritratto di Gesù Cristo: incluso anche lui, a dispetto dei suoi seguaci esclusivi, nel complesso pantheon di una religione che sembra non rifiutare nessuna forma al divino (Anu mi aveva già anticipato questa presenza).

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Anu ed Elisa

Quando giriamo dietro la statua di Sai Baba – che, come detto, troneggia nella sala centrale del tempio – ci viene offerto dai sacerdoti del latte, pescato con un mestolo da una pentola messa su un fornelletto. Ci viene versato in mano, nel palmo, per poi essere bevuto dall’incavo sopra il polso. Memore di brutte esperienze con i latticini, prima di portare la mano alla bocca ne faccio scivolare via tra le dita un po’, in modo il più possibile discreto. Dopo ci vengono versati in mano dei ceci bolliti e un po’ di riso, e ci mettiamo seduti a mangiarli davanti alla statua del santone. Altri fedeli mangiano, pregano e si inchinano, mentre i sacerdoti portano continuamente fiori e altri omaggi alla statua.

Al nostro ritorno, anche gli ultimi negozi rimasti aperti fino a tardi stanno ormai chiudendo. Di fronte a casa di Anu, che ci ospita anche per questa notte, c’è una farmacia ayurvedica. Vedo che, mentre i suoi autanti abbassano la saracinesca, il proprietario estrae da una borsa uno strano oggetto, che sembra come lo scafo di una piccola nave alberata. E’ una zucca tagliata a metà, con al centro una candela. L’uomo da fuoco allo stoppino del lume, e comincia a sollevarlo in aria nella zucca, facendole fare dei cerchi davanti al suo negozio. Anu mi dice di non guardare: è un rituale apotropaico, serve ad allontanare le maledizioni dal luogo. Se osservo, potrei diventare il nuovo bersaglio di qualche energia negativa. Così giro le spalle, ed entro con lei dalla porta.

Preghiera notturna

Preghiera notturna

 (post interamente tratto da SAMSARAROUTE.COM). Grazie Matteo.

Incontro con l’induismo (parte 2)

Continua (da parte 1) il viaggio nell’ Induismo

 di Matteo Tomasina (SAMSARAROUTE.COM)

Mentre Anu mi elenca le molteplici divinità dell’Induismo, e tutte le loro avventurose e incredibile vicende (matrimoni, tradimenti, lotte, coinvolgimento più o meno frequente con gli affari degli uomini) molte domande mi frullano in testa. Vorrei chiederle, molto semplicemente, se lei a tutte queste storie crede davvero. E’ comunque una persona istruita, membra di un’associazione studentesca internazionale, per lo più mi ha detto che studia ingegneria. E ha in casa un pantheon del primo millennio avanti Cristo. So che queste cose succedono, ma questa volta mi sento al limite dell’assurdo. Non mi sento di fare una domanda troppo diretta, quindi punto per una più obliqua, apparentemente più ingenua. “Ma tutti questi dei, dove sono? Quando e dove hanno fatto le cose che hanno fatto?”. Ammetto che ho anche un pò di supponenza, perchè così mi sembra di mettermi più al suo livello.

Anu sorride, e credo abbia intuito il senso della mia domanda. Questi miti, queste leggende, esistono come esistono tutte le altre cose del mondo? Ci si può veramente credere al giorno d’oggi? Lei è una ragazza che vive in città, studia ed è aperta agli scambi con l’esterno, in fondo non può che non aderire a una visione dell’induismo più raffinata. Così, mi risponde: <<In realtà non ci sono veramente diversi dei, ma un unico Dio che è dappertutto, che si manifesta in molteplici forme per potere così apparire di fronte a noi e permetterci di vederlo e di adorarlo>>. Si può appena pensare a questo Dio, in ogni caso non lo si può rappresentare o descrivere. Come dire che il divino non può essere conosciuto, se non quando assume forme particolari, limitate. In fondo, il divino, senza potere essere visto o toccato, è dappertutto. <<Per provare ad avvicinarti a questa idea, puoi pensare all’aria, che è invisibile ma dappertutto. Ma non pensare che Dio sia neppure l’aria, o uno spirito che aleggia!>>. Mi chiedo se sono davanti a religione o filosofia, ma forse queste partizioni e categorie qui non reggono, un pò come la distinzione fra culto politeista e monoteista (culto di un’unico dio o di vari dei) mi è stata apparentemente appena smontata.

Questo messaggio ha in realtà importanti ricadute pratiche. Anu, dal suo punto di vista, può avere una visione distorta delle altre religioni, ma la sua prospettiva è molto tollerante. Mi dice che per lei pregare in una chiesa cristiana non è un problema, e neanche in una moschea, se la facessero entrare. Anche cristiani e mussulmani, come tutti gli altri religiosi, pregano Dio in forme diverse. Per lei, i cristiani lo pregano semplicemente come Gesù. Per di più, mi dice che ritratti di Gesù si trovano anche nei templi induisti. Non è un problema infatti accogliere immagini di altre religioni.

In tutti i casi, mi mostrerà anche questo alla sera, dopo che ci saremmo accuratamente lavati e vestiti per l’occasione che mi offre di visitare il tempio di Sai Baba che si trova vicino a casa sua. Lei svolge lì la sua puja giornaliera. Nel frattempo, con tutti questi discorsi, non mi stupisce troppo la domanda che mi fa suo fratello, che dopo averci sentito parlare per un pò di queste cose, mi chiede tranquillamente: <<Ma voi Zeus e Thor, là in Europa, li pregate ancora?>>.

P.s: in realtà la domanda del fratello di Anu, Hari, mi ha colpito, ma per il fatto che una cosa simile la riporta anche Terzani (lo racconta nell’introduzione al libro di Francesco D’Orazi Flavoni Rabari: gli ultimi nomadi). Link:http://www.tizianoterzani.com/index.php?option=com_content&view=article&id=23:rabari-gli-ultimi-nomadi&catid=19:prefazioni-di-terzani&Itemid=23

continua parte 3

Incontro con l’Induismo (parte 1)

A PASSOININDIA non poteva mancare un post sull’induismo. Sarebbe riduttivo definire l’Induismo come una religione rappresentando esso piuttosto un’intera cultura che condiziona le relazioni e i comportamenti quotidiani degli indiani. La parola deriva dal sanscrito sindhu, in latino indus, che significa fiume. Quando, alla fine del XII secolo, i turchi islamici si stabilirono nel Nord India, chiamarono la nuova terra conquistata Hind, da cui Hindi la lingua e Hindù coloro che la abitavano. Più tardi gli inglesi crearono il neologismo Hinduism da cui deriva oggi la parola che conosciamo. Abbiamo mutuato il post che segue da SAMSARAROUTE.WORDPRESS.COM che avvicina questo complesso argomento attraverso l’esperienza vissuta di un viaggio in India poiché il viaggio, secondo la filosofia di SAMSARAROUTE,  diventa “una catena di incontri memorabili, episodi apparentemente fortuiti ma che trasmettono il “senso del luogo” e noi, pienamente, condividiamo.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

di Matteo Tomasina

L’induismo è una delle più antiche religioni al mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, con la stesura dei primi testi sacri, i “Veda”, più di 3.500 anni fa. Una religione che sopravvive da più tempo del cristianesimo e la cui tradizione scritta è più antica di quella biblica. Leggere i Veda significa forse approcciarsi al più antico testo dell’umanità.

Che questa religione sia tutt’ora viva e vitale in India, che abbia centinaia di milioni di fedeli e sia sopravvisuta all’arrivo violento dell’Islam e delle altre religioni monoteiste (cristianesimo compreso) rappresenta uno dei fattori che culturalmente più mi affascinano. In India tutto si conserva, e non si è mai verificato quel “crepuscolo degli dei” che invece l’Occidente ha conosciuto con la fine dell’Impero romano e l’avvento del mono cristiano. Le analogie, o le risonanze, tra l’induismo e le antiche religioni del mondo greco e romano mi colpiscono, e mi sembra di assistere in prima pesona a discorsi e situazioni che provengono da un’altra dimensione, da un altro tempo, e che solitamente mi ritrovavo a studiare al liceo.

L’idea di religione “pagana”, politeista, non rigidamente codificata dai dogmi, priva di una chiesa (nel senso di una gerarchia e di un’organizazzione) a noi sembra museale, vaga, quasi mitica. Ma questi termini, tutti contrapposti a quelli del cristianesimo e dell’Islam, avvicinano allla realtà dell’induismo.                                                                                                                                                              

Ci sono sicuramente grandi differenze tra la religione storica dell’India e quelle antiche dell’Europa. Ma quando passo di fronte ai templi indù, alcuni completamente verniciati di bianco, altri colorati in modo sgargiante di rosso, arancione, verde, blu e giallo, con le statue policrome delle divinità collocate sopra l’ingresso e poi, per l’adorazione, al centro e in diverse celle laterali, mi torna in mente che anche le statua greche, e i templi (come il Partenone) erano all’origine coloratissimi e la loro “pulizia splendente” è un’invenzione della cultura moderna. Un tempio hinduista può anche apparire ai nostri occhi eccessivo, ingenuo, quasi pacchiano e un pò carnevalesco, ma collocato in questa luce mi rendo conto che la mia idea di sacro è molto viziata da certe visioni.

Tempio indu

Posso fare esperienza di come l’induismo viene vissuto dalle persone quando io ed Elisa siamo ospitati per due giorni da Anurdha, una ragazza di Hyderabad membra dello staff di AIESEC. Si tratta della nostra ultima sistemazione momentanea e improvvisata prima del nostro definitivo trasferimento all’Ong. E’ anche l’ultima volta che ci troviamo a vivere nel cuore di Hyderabad, perchè poi la nostra sede di “lavoro” sarà fuori città, nella campagna vicino a un quartiere chiamato Uppal, in ogni caso la zona “popolare”.

La zona in cui abita Anu con la famiglia (il padre e il fratello) è invece un quartiere vivace, fatto di palazzine dipinte a colori accesi, e immerse in quello che ai miei occhi sembra sempre un immenso bazar. Si passeggia fra una miriade di negozietti, chioschi e bancarelle più o meno improvvisati che vendono di tutto, dai vestiti al cibo, passando per ciabatte, bigiotteria, coperte, roba da ferramenta, pezzi di ricambio per auto e moto, cellulari, medicine, sigarette sfuse e spezie. Non ci sono orari di chiusura o di apertura, il viavai è continuo, al rumore dei clacson e dei motori (moto e autorisciò si buttano tranquillamente in mezzo alla marea di pedoni) si sovrappone il gran vociare delle persone che chiacchierano o che contrattano.

In casa si respira invece non a caso un certo clima di “spiritualità”. Siamo ospitati da una famiglia religiosa, almeno in senso indiano. Il padre della nostra amica fa l’insegnante di sanscrito (la lingua sacra in cui sono scritti i Veda, affine per molti versi al nostro greco), e ci tiene a conservare e osservare tutte le tradizioni della sua religione. E’ la versione contemporanea di un brahmano, la casta di uomini di lettere – sacerdoti un tempo al vertice della società indu. Mi colpisce che una piccola stanza della casa (di dimensioni piuttosto modeste), di fianco alla sala, è occupata semplicemente da un piccolo altare, su cui sono appoggiate le icone di diverse divinità. In un angolo, ci sono quelli che sembrano diversi libri di preghiere. Anu mi accompagna all’ interno, e mi spiega che è la stanza in cui suo padre tutte le mattine alle sette mette in atto la puja, quella che noi chiameremmo “adorazione”. Si tratta in realtà di un piccolo rituale di offerta, in cui ci si propizia le divinità portando cibo, soprattutto frutta, bruciando incenso o altre sostanze e compiendo gesti rituali. C’è la puja domestica, quella al tempio, come quella giornaliera e la puja per giorni speciali. Con tutte le sue varianti, assomiglia forse più a un rituale di sacrificio che alla nostra comune idea di preghiera. Davanti alle icone delle sue divinità il padre di Anu tiene infatti dei piattini con semi, arachidi, bacchette di incenso e piccoli cubetti di materiale combustibile.

Stanza della Puja

Le divinità le conosco poco, ma riconosco Shiva, col corpo blu, la posizione seduta e l’aspetto regale. Un’altra divinità ha sembianze femminili, mentre sulla destra c’è un ritratto di Sai Baba con la barba bianca e la mano aperta. Questo ultimo personaggio è molto interessante, e non deve essere confuso col più famoso Sathya Sai Baba, il controverso predicatore morto di recente e che aveva seguaci anche in Europa. Il Sai Baba storico (di cui Sathya pretendeva di essere la reincarnazion) era infatti un guru (maestro spirituale) vissuto alla fine dell’Ottocento, che è stato poi divinizzato dagli induisti (ma anche santificato dai mussulmani). E’ rappresentato insieme alle altre divinità induiste e ci sono templi a lui esclusivamente dedicati, nella cui zona centrale troneggia la sua statua (che è comunque quella di un povero mendicante, come in effetti aveva deciso di vivere, a differenza del suo emulo recente). Comunque, si tratta di una figura storica fra personaggi mitologici!

Shirdi Sai Baba (fonte saibaba.rw)

Tempio di Sai Baba

Anu si mette a raccontarmi la storia dei diversi dei, e faccio fatica a seguirle fra le innumerevoli vicende. Sono dei, come quelli greci romani, che si sposano, fanno figli, si alleano, si tradiscono, si combattono, giocano a intervenire nelle vicende degli uomini. A volte sembrano portatori di grandi verità filosofiche, altre sono in preda a passioni e capricci come i loro “fratelli minori”. Mi colpisce come Anu tratti a volte quelli che sono i “suoi” dei anche con leggerezza e ironia (forse perchè ha la percezione di annoiarmi): mi dice che Ganesh, il dio della testa di elefante, è in fondo una figura paffuta e simpatica, mentre Sai Baba assomiglia un pò a Babbo Natale..

In ogni caso, non sembra interessata a persuadermi di nulla, mi racconta le cose con tranquillità. L’induismo non conosce la conversione, è una religione etnica e tradizionale. E’ una fenomeno proprio dell’India e del popolo indiano, che è naturale abbia i suoi culti come altri popoli hanno i loro. Si trasmette di generazione in generazione, ma essendo legato spesso a pratiche e circostanze locali, non ha senso che esca fuori dai suoi confini. Per questa ragione, non avendo pretesa di universalità, l’induismo può essere declinato in chiave molto tollerante.

 (segue parte 2)

 

con Anuradha e suo padre

150esimo anniversario della nascita di Swami VIVEKANANDA

Swami Vivekananda, conosciuto nella sua prima vita monastica come Narendra Nath Datta, nacque in una famiglia benestante a Calcutta il 12 gennaio 1863. Ragazzo studioso e dedito alla meditazione, alle soglie della giovinezza Narendra passò un periodo di crisi spirituale, assalito dai dubbi circa l’esistenza di Dio. E ‘stato in quel momento che sentì parlare di Sri Ramakrishna da uno dei suoi professori al college inglese. Un giorno, nel mese di novembre 1881, Narendra andò ad incontrare Sri Ramakrishna, che si trovava presso il Tempio di Kali Dakshineshwar, al quale subito porse una  domanda già fatta a molti altri  ma che non aveva ancora avuto risposte soddisfacenti: “Signore, hai visto Dio?” Senza un attimo di esitazione, Sri Ramakrishna rispose: “Sì, l’ho fatto. Lo vedo chiaramente come vedo te, solo in un senso molto più intenso. ”

Oltre a rimuovere i dubbi dalla mente di Narendra, Sri Ramakrishna lo conquistò con il suo amore puro e disinteressato. Iniziò così una relazione guru-discepolo unica nella storia dei maestri spirituali. Narendra, sotto la guida del Mastro, fece rapidi progressi sul sentiero spirituale.

Quando nel 1885 Sri Ramakrishna si ammalò di cancro alla gola, Swamiji, nonostante la povertà della sua famiglia (il padre era morto da poco)  e l’incapacità di trovare un lavoro per se stesso, entrò nel gruppo dei discepoli come leader.

Sri Ramakrishna instillò in questi giovani lo spirito di rinuncia e di amore fraterno uno per l’altro. Un giorno distribuì loro vesti ocra  e li inviò a chiedere l’elemosina di cibo. In questo modo egli stesso pose  le basi per un nuovo ordine monastico. Diede istruzioni specifiche a Narendra sulla formazione del nuovo ordine monastico. Nel 1886 Sri Ramakrishna morì.

Dopo la morte del Maestro, quindici dei suoi giovani discepoli  cominciarono a vivere insieme in un edificio fatiscente a Baranagar nel Nord Calcutta. Sotto la guida di Narendra, formarono una nuova fraternità monastica. Narendra divenne così Swami Vivekananda (anche se questo nome venne assunto in realtà molto più tardi.)

Dopo aver stabilito il nuovo ordine monastico, Vivekananda sentì la chiamata interiore per la missione più grande della sua vita. Mentre la maggior parte dei seguaci di Sri Ramakrishna pensarono a lui in relazione alla loro vita personale, il pensiero di  Vivekananda era invece rivolto  all’India  India e al resto del mondo, il che lo portò a girare solo per il mondo.  Così, nel bel mezzo del 1890, dopo aver ricevuto le benedizioni di Sri Sarada Devi, la divina consorte di Sri Ramakrishna, nota al mondo come Santa Madre, che allora stava a Calcutta, Swamiji lasciò Math Baranagar e intraprese un lungo viaggio di esplorazione alla scoperta dell’India.

Durante i suoi viaggi in tutta l’India, Swami Vivekananda fu profondamente commosso nel vedere la povertà spaventosa e l’arretratezza delle masse. Fu  il primo leader religioso in India a capire e dichiarare apertamente che la vera causa della caduta dell’India fu l’abbandono della gente. La necessità immediata era  quella di fornire cibo e altre necessità primarie della vita a milioni affamati. Per questo egli sostenne che dovessero essere insegnati metodi di  miglioramento in agricoltura, industria ecc. Fu  in questo contesto che Vivekananda colse  il nocciolo del problema della povertà in India (che era sfuggito all’attenzione dei riformatori sociali dei suoi giorni): a causa di secoli di oppressione, le masse oppresse avevano perso fiducia nella loro capacità di migliorare la loro condizione. Il suo messaggio fu utile ad infondere nelle genti fiducia in se stesse. Esse trovarono in Swamiji un ispiratore  e seguirono il messaggio contenuto  nel principio dell’Atman, la dottrina della potenziale divinità dell’anima, insegnato nei Vedanta, l’antico sistema di filosofia religiosa dell’India. Egli vide che, nonostante la povertà, le masse si erano aggrappate alla religione, ma non era mai stato insegnato loro chi avesse dato la vita, così egli  nobilitò i principi dei Vedanta e spiegò come applicarli nella vita pratica.

Le masse avevano  bisogno di due tipi di conoscenza: la conoscenza secolare per migliorare la loro condizione economica, e la conoscenza spirituale per acquisire fiducia in se stessi e rafforzare il loro senso morale. La domanda successiva fu, come diffondere questi due tipi di conoscenza tra le masse? Attraverso l’educazione – questa fu  la risposta che Swamiji trovò.

Una cosa fu chiara a Swamiji: per realizzare i suoi piani per la diffusione dell’istruzione e per il sollevamento delle masse povere, e anche delle donne, era necessaria una organizzazione efficiente di persone che vi  si dedicassero.  Come disse più tardi, la sua intenzione era di “mettere in moto un meccanismo che porterà più nobili idee finanche il più povero e il più cattivo.” Perciò pochi anni dopo Swamiji fondò la Missione Ramakrishna.

E ‘stato quando queste idee prendevano forma nella sua mente, nel corso delle sue peregrinazioni che Swami Vivekananda sentì parlare del Parlamento delle Religioni del mondo che si sarebbe tenuto  a Chicago nel 1893. I suoi amici e ammiratori in India volevano che frequentasse  il Parlamento. Lui  sentiva che il Parlamento sarebbe stato il luogo giusto per presentare il messaggio del suo Maestro per il mondo, e così decise di andare in America. Un altro motivo che ha spinto Swamiji di andare in America fu quello di cercare un aiuto finanziario per il suo progetto di elevazione delle masse.

Mentre era seduto in meditazione profonda sulla roccia-isola a Kanyakumari,  Swamiji ebbe la certezza della chimata divina a portare aventi questa sua missione. Con i fondi in parte raccolti dai suoi discepoli, Swami Vivekananda partì per l’America da Mumbai il 31 maggio 1893.

I suoi discorsi al Parlamento del mondo delle religioni tenutosi  nel settembre 1893 lo rese famoso come ‘oratore per diritto divino’ e come ‘messaggero di saggezza indiana al mondo occidentale’. Dopo il Parlamento, Swamiji  trascorse quasi tre anni e mezzo di propagazione dei Vedanta,  come vissuti e insegnati da Sri Ramakrishna, per lo più nella parte orientale degli Stati Uniti e anche a Londra.

Tornò in India nel mese di gennaio 1897. In risposta l’accoglienza entusiasta che ebbe ricevuto in tutto il mondo, tenne  una serie di conferenze in diverse parti dell’India, che crearono un grande scalpore in tutto il paese. Attraverso queste lezioni stimolanti e profondamente significative Swamiji tentò di

–          risvegliare la coscienza religiosa del popolo e creare in lui l’orgoglio per il proprio patrimonio culturale;

–           effettuare un  processo di unificazione dell’ induismo, sottolineando le basi comuni delle sette in cui questo si divideva;

–          focalizzare l’attenzione delle persone istruite sulla situazione delle masse oppresse, e di esporre il suo piano per il loro sollevamento mediante l’applicazione dei principi di Pratica Vedanta.

Poco dopo il suo ritorno a Calcutta, Swami Vivekananda compì un altro importante compito della sua missione sulla terra. Fondò il 1 maggio 1897 un tipo unico di organizzazione nota come Ramakrishna Mission, in cui monaci e laici si impegnavano congiuntamente nella  propagazione della pratica Vedanta, e in varie forme di servizio sociale, come realizzazion di ospedali,  scuole, collegi, ostelli, centri di sviluppo rurale ecc, e conduzione di soccorso di massa e lavoro di riabilitazione per le vittime di terremoti, cicloni e altre calamità, in diverse parti dell’India e di altri paesi.

Nei primi mesi del 1898 Swami Vivekananda acquisì un grande  pezzo di terra sulla riva occidentale del Gange in un luogo chiamato Belur per avere una dimora permanente per il monastero e per l’Ordine monastico originariamente iniziato a Baranagar; lo registrò come Ramakrishna Math dopo un paio di anni. Qui Swamiji stabilì un nuovo, modello universale della vita monastica, adattando antichi ideali monastici  alle condizioni della vita moderna, che dava uguale importanza all’illuminazione personale e al servizio sociale, e che era aperta a tutti gli uomini senza distinzione di religione, razza o casta .

Anche  in Occidente molte  persone furono  influenzate dalla vita di Swami Vivekananda e dal suo messaggio. Alcuni di loro divennero suoi discepoli o amici devoti. Tra questi, i nomi di Margaret Noble (più tardi conosciuta come Sorella Nivedita), il capitano e la signora Sevier, Josephine McLeod e Sara Ole Bull, meritano una menzione speciale. Nivedita dedicò la sua vita a educare le ragazze a Calcutta. Swamiji ebbe anche moltissimi dicepoli indiani.

Nel giugno del 1899, arrivò nuovamente in Occidente  per la seconda volta, dove trascorse la maggior parte del suo tempo nella costa occidentale degli Stati Uniti. Dopo aver tenuto numerose conferenze, tornò a Belur Math nel mese di dicembre 1900. Spese in India il resto della sua vita che ispirò e fu guida per molte persone, sia monastici che e laici. Lavorò incessantemente, soprattutto tenendo conferenze. finché la sua salute si consumò e Swamiji morì la notte del 4 luglio 1902. Prima della sua Mahasamadhi (che vuol dire lasciare il corpo perché l’anima non muore mai)  scrisse ad un seguace occidentale: “Può darsi che sia buona cosa lasciare questo corpo o gettarlo via come un abito usurato. Ma non cesserò  di lavorare. Io ispirerò gli uomini in tutto il mondo fino a quando il mondo intero saprà di essere un tutt’uno con Dio.”.

L’eminente storico britannico A L Basham fece una valutazione oggettiva dei contributi di Swami Vivekananda alla cultura mondiale; Egli disse di Swamiji: “nei secoli a venire, sarà ricordato come uno dei principali  formatori del mondo moderno …” Alcuni dei principali contributi che Swamiji apportò al  mondo moderno sono di seguito indicate:

1. Nuovo significato della Religione: Uno dei contributi più significativi di Swami Vivekananda al mondo moderno è la sua interpretazione della religione come esperienza universale della Realtà trascendente, comune a tutta l’umanità. Swamiji ha incontrato la sfida della scienza moderna, mostrando che la religione è tanto scientifica quanto lo è la scienza stessa, la religione è la ‘scienza della coscienza’. In quanto tale, la religione e la scienza non sono in contraddizione tra loro, ma sono complementari. E’ una concezione universale della religione libera da superstizioni, dogmatismo, clericalismo e intolleranza,  che fa della religione l’esercizio più alto e più nobile, la ricerca della suprema libertà, conoscenza, felicità.

2. Nuova considerazion dell’uomo: Il concetto di ‘divinità potenziale dell’anima’ diffuso da Vivekananda nobilita l’uomo. L’epoca attuale è l’età dell’umanesimo in cui l’uomo dovrebbe essere la preoccupazione principale e il centro di tutte le attività e di pensiero. Attraverso la scienza e la tecnologia l’uomo ha raggiunto grande prosperità e potenza, e i moderni mezzi di comunicazione e i viaggi hanno trasformato la società umana in un ‘villaggio globale’. Ma la degradazione dell’uomo è avvenuta a ritmo sostenuto, come testimonia l’enorme aumento di famiglie divise, l’immoralità, la violenza, la criminalità, ecc. nella società moderna. Il concetto di divinità potenzialità dell’anima impedisce questo degrado, divinizza le relazioni umane, e rende la vita significativa e degna di essere vissuta. Swamiji ha gettato le basi per un’umanesimo’, che si manifesta attraverso una serie di movimenti neo-umanistico e nell’interesse attuale della meditazione in tutto il mondo.

3. Nuovi principii di morale ed etica: La morale prevalente, sia nella vita individuale che nella vita sociale, si basa soprattutto sulla paura – la paura della polizia, paura del ridicolo pubblico, la paura del castigo di Dio, la paura del Karma, e così via. Le attuali teorie di etica, inoltre, non spiegano perché una persona dovrebbe essere morale ed essere buona con gli altri. Vivekananda ha dato una nuova teoria di etica e nuovo principio della morale in base alla purezza intrinseca e all’unicità della Atman (anima). Dovremmo essere puri perché la purezza è la nostra vera natura, il nostro vero Sé divino o Atman. Allo stesso modo, dobbiamo amare e servire il nostro prossimo, perché siamo tutti un uno con lo Spirito Supremo conosciuto come Paramatman o Brahman.

4. Ponte tra Oriente e Occidente: Un altro grande contributo di Swami Vivekananda fu quello di costruire un ponte tra la cultura indiana e la cultura occidentale. Lo fece attraverso l’interpretazione delle  scritture indù, della filosofia indù, del modo di vita e delle istituzioni spiegandolo ai cittadini occidentali in un idioma che si poteva capire. Fece si che gli occidentali si rendessero conto che dovevano imparare molto dalla spiritualità indiana per il loro benessere. Egli ha dimostrato che, nonostante la sua povertà e arretratezza, l’India ha portato un grande contributo alla cultura mondiale. In questo modo è stato determinante nel porre fine all’isolamento culturale dell’India dal resto del mondo. E ‘stato l’India il primo grande ambasciatore culturale in Occidente.

D’altra parte, l’interpretazione di Swamiji delle antiche scritture indù, la filosofia, le istituzioni, ecc. ha preparato la mente degli indiani ad accettare e applicare nella vita pratica i due migliori elementi della cultura occidentale, vale a dire la scienza e la tecnologia e l’ umanesimo. Swamiji ha insegnato agli indiani come padroneggiare la scienza occidentale e la tecnologia e, al tempo stesso, lo sviluppo spirituale. Swamiji ha anche insegnato agli indiani come adattare l’umanesimo occidentale (in particolare le idee di libertà individuale, l’uguaglianza e la giustizia sociale e il rispetto per le donne) alla cultura indiana.

 
Contributi di Swamiji in India.
 
Nonostante le sue innumerevoli diversità linguistiche, etniche, storiche e regionale, l’India ha avuto da sempre un forte senso di unità culturale. E ‘stato, tuttavia, Swami Vivekananda che ha rivelato i veri fondamenti di questa cultura, e quindi chiaramente definito e rafforzato il senso di unità come nazione.Swamiji ha insegnato agli indiani a comprendere il grande patrimonio spirituale del loro paese, e quindi ha dato loro l’orgoglio per il  loro passato. Inoltre, ha sottolineato gli inconvenienti della cultura occidentale e la necessità del contributo indiano per ovviare a questi inconvenienti. In questo modo Swamiji ha reso l’India una nazione con una missione globale.Senso di unità, orgoglio del passato, senso della missione – questi sono stati i fattori che hanno dato vera forza e scopo al movimento nazionalista indiano. Diversi leader del movimento di liberazione dell’India hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Swamiji. Netaji Subhash Chandra Bose ha scritto:” Swamiji ha armonizzato l’Oriente e l’Occidente, la religione e la scienza, passato e presente. Ed è per questo che è grande. I nostri connazionali hanno ottenuto, come mai prima, rispetto di sé, autonomia e autoaffermazione dai suoi insegnamenti. “

Il contributo più esclusivo di Swamiji alla creazione di  una nuova India è stato quello di aprire le menti degli Indiani al loro dovere di masse oppresse. Molto prima che le idee di Karl Marx fossero conosciute in India, Swamiji aveva parlato del ruolo delle classi lavoratrici nella produzione della ricchezza del paese. Swamiji fu il primo leader religioso in India a parlare per le masse, formulare una filosofia precisa di servizio, e organizzare su larga scala dei servizi sociali.

Liberamente tradotto da http://www.belurmath.org/swamivivekananda.htm

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 6)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO (a cura di Sabina Guzzanti)

Parte 6 (continua da parte 5)

Come si cambia  (Il Karma)

Scrive Nichiren Daishonin: «Mentre il saggio osservava i principi e assegnava i nomi a tutte le cose, percepì l’esistenza di una legge meravigliosa (myoho) dotata simultaneamente di causa ed effetto (renge) e la chiamò Myoho-renge. Questa Legge di Myoho-renge comprende in sé tutti i fenomeni dei dieci mondi e dei tremila regni, nessuno escluso. Chiunque pratichi questa Legge otterrà simultaneamente sia la causa che l’effetto della Buddità»(ibidem, vol. 9, pp. 11-12).
Il grande maestro T’ien-t’ai nel trattato sul Sutra del Loto scrive: «Qui il termine renge non è un simbolo, è l’insegnamento del Sutra del Loto. Tale insegnamento è puro e incorrotto e spiega minutamente la Legge di causa ed effetto. Perciò gli è stato dato il nome di renge o fiore di loto. Questo nome designa l’entità percepita nella meditazione sul Sutra del Loto, non è una metafora» (ibidem, p. 11).
La simbologia del loto ci rimanda al problema della trasformazione del karma.
Se, come abbiamo detto, gli altri sono uno specchio della causa karmica che esiste dentro di noi, cambiando questa causa l’ambiente in cui viviamo cambierà nella stessa misura.
È importante sottolineare che il cambiamento non è determinato dalla paura della punizione o dall’attesa di un premio. Il cambiamento invisibile che avviene dentro di noi e che porta a cambiamenti visibili nella nostra vita è solo quello che nasce da un’automotivazione, per decisione personale.
Se cambio per paura di una punizione, ad esempio, otterrò un effetto conseguente a quella paura; bisogna sempre ricordare che è l’intenzione o ichinen a plasmare il futuro, non l’apparenza.
Per comprendere fino in fondo la teoria del karma è necessario evitare le separazioni: comprendere che la mente non è separata dal corpo, l’io non è separato dall’altro, l’individuo non è separato dall’ambiente, la vita non è separata dalla morte, il presente non è separato dal futuro, noi stessi non siamo separati da noi stessi.
Il karma è ad ogni modo una forza profonda e difficile tra trasformare. Per vincere questa forza oscura che ci sottrae libertà e gioia sono necessarie una forte fede e una forte determinazione. Innanzitutto è importante verificare che la nostra mente sia rivolta verso il futuro. Se guardiamo al passato pieni di rimpianto o se viviamo alla giornata, senza avere un progetto, un sogno, qualcosa che ci spinga a migliorare e a porci tante domande su noi stessi e sulla vita, non faremo nessun progresso. La nostra esistenza sarà statica o retrocederà.
Nella vita quotidiana è importante mantenere sempre uno stesso ciclo: stabilire uno scopo, pregare con sincerità, sforzarsi al massimo per trovare un modo di realizzarlo (vale a dire agire) e ottenere un effetto (cioè realizzare l’obiettivo).
Non è sufficiente decidere una volta, è necessario mantenere questa decisione costante nel tempo. Ribadire con noi stessi la nostra decisione ogni volta che ci scoraggiamo, ci distraiamo o ci troviamo di fronte a un ostacolo sul nostro cammino che sembra troppo faticoso superare.
Mantenendo questo ciclo si accumulano esperienze che rafforzano la nostra fede. Ci fanno sentire che ciò che il Buddismo insegna corrisponde davvero al funzionamento della vita.
Preparare una grande determinazione è fondamentale ma non è però sufficiente. Nichiren Daishonin afferma: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» (ibidem, vol. 4, p. 195). Il che significa che dopo avere preso una decisione dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo saremo in grado di:
– manifestare la saggezza del Budda, che è superiore alla nostra saggezza di comuni mortali e ci permetterà di trovare la soluzione più appropriata;
– avere più forza vitale e intraprendere quindi l’azione migliore;
– rendere l’ambiente favorevole al nostro sviluppo.
Mantenendo questo tipo di determinazione e di pratica, come scrive Daisaku Ikeda nella Rivoluzione umana «l’impossibile si trasforma in possibile».

Pangong Tso Lake - confine tra India (Ladakh) e Cina (Tibet), 4250 msl -

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 5)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO a cura di Sabina Guzzanti

(PARTE 5) continua da parte 4

Come può essere e come si manifesta (il Karma)

Il Buddismo esamina il karma sotto diversi aspetti dividendolo in varie categorie. Le principali sono: karma positivo, karma negativo, karma presente, karma passato, karma mutabile e immutabile, karma che si manifesta nella vita presente e karma che si manifesta dopo essere rinati in un tempo del remoto futuro.
Il termine karma positivo indica le azioni nate da buone intenzioni, dalla gentilezza e dalla compassione; il karma negativo si riferisce alle azioni indotte dai desideri terreni come stupidità, avidità e collera. L’Antologia dell’analisi della Legge e altri trattati tradizionali del Buddismo individuano dieci fondamentali atti malvagi che causano il karma negativo: le tre malvagità fisiche di uccidere, rubare e tenere un comportamento sessuale sregolato, le quattro malvagità verbali di mentire, adulare (o parlare superficialmente o a vanvera), diffamare e fingere, e le malvagità mentali di collera, avidità e stupidità (o rimanere attaccati alle visioni errate).
Il karma presente è il karma i cui effetti si manifestano nella vita presente. Il karma passato è quello formato in una vita precedente. Il karma immutabile produce un effetto prefissato nel tempo (un esempio di karma immutabile è la durata della vita), al contrario di quello mutabile il cui effetto e tempo non sono predeterminati.
Il karma più leggero può produrre il suo pieno effettonello stesso periodo di vita in cui è stato creato. Se le cause sono più pesanti esse continueranno a produrre sofferenza o gioia anche nella prossima esistenza.
Il karma può avere uno “spessore”. Aumenta se i pensieri si trasformano in parole e si ingigantisce quando diventano azioni.
Il karma dipende anche dall’oggetto con cui ci mettiamo in relazione sia in senso positivo che negativo. Scrive Nichiren Daishonin: «Se qualcuno percuote l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… la gravità di un peccato dipende da chi viene offeso» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 106).
Da questo punto di vista calunniare la Legge è considerata la causa più negativa che esista, e lodare la Legge la causa più positiva. L’atteggiamento verso la Legge forma dunque un karma completamente differente da quello creato nelle azioni della vita quotidiana.
Si parla anche di causa karmica, tendenza karmica e relazione karmica.
La causa karmica è il karma vero e proprio. Come abbiamo detto, ogni persona è erede del proprio karma, crea il proprio destino in ogni momento, che lo voglia oppure no. Una volta piantato il seme, o causa, l’effetto rimane impresso nella nostra vita come energia latente, come una forza pronta a esplodere appena si presenta l’occasione giusta. Perché si manifesti un effetto sono necessarie due condizioni: la causa interna e l’occasione esterna. Se manca l’una o l’altra non si può manifestare nessun effetto. Tutti possono ottenere l’Illuminazione perché ognuno ha in sé il seme della Buddità. Incontrare la pratica buddista è l’occasione esterna per manifestare la parte illuminata già presente nella profondità della nostra vita.
La tendenza karmica è quell’attitudine che si presenta nella nostra vita in seguito alla ripetizione costante di determinate azioni. Assomiglia a una forza che trascina. È una strada facile da imboccare perché mille volte battuta.
La relazione karmica è un legame più o meno profondo che abbiamo con cose o persone. Anche se più in generale c’è una relazione profondissima tra ogni individuo e il resto dell’universo. «La vita in ogni istante abbraccia sia il corpo che lo spirito, sia l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti in ognuno dei dieci mondi e dei tremila mondi come pure gli esseri insenzienti» (ibidem, p. 3).

 (continua………….)
Photo by Passoinindia: (Pangong Tso Lake – confine India (Ladakh) e Cina (Tibet) 4350 slm)

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 4)

Himalaya

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO a cura di Sabina Guzzanti

(PARTE 4) continua da parte 3

Come si forma (il Karma)


Il Daishonin afferma che tutte le sofferenze, sia fisiche che spirituali, nascono dai tre veleni di avidità, stupidità e collera. I desideri terreni e le sofferenze che questi producono sono legati al karma. I desideri terreni, il karma e la sofferenza sono chiamati i tre sentieri.
I sentieri si snodano in questo modo: la sofferenza provoca tantissimi desideri i quali inducono ad azioni che creano karma negativo.
L’effetto del karma si manifesta di nuovo come sofferenza fisica o mentale, che a sua volta alimenta nuovi desideri. Il karma che si sviluppa da questi è sempre più negativo e il ciclo continua all’infinito.
Il punto critico di tutto questo processo sono i desideri. Desiderio in sanscrito si dice
klesha e a volte è tradotto con “illusione”. Il termine indica tutte le funzioni che disturbano una persona a livello fisico e spirituale. Rappresentano il lato oscuro della vita e impediscono alle persone di ottenere l’Illuminazione.
Le illusioni si dividono in fondamentali e derivate. Le fondamentali sono: avidità, collera, stupidità, arroganza, dubbio e visioni distorte.
Quelle derivate sono: l’illusione che nasce dal considerare l’io come assoluto; l’illusione che nasce dal considerare la morte come il termine della vita; quella che nasce dal non riconoscere la legge di causalità; quella che nasce dall’attaccamento a idee sbagliate che fanno considerare superiori le cose inferiori; quella che nasce dal considerare pratiche e precetti erronei come veicoli per raggiungere la Buddità.
Nella prima parte della sua vita Shakyamuni predica vari insegnamenti per sfuggire ai desideri terreni e alle illusioni. I più noti sono l’insegnamento della dodecupla catena che spiega la relazione tra ignoranza e sofferenza, le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Negli ultimi anni della sua predicazione Shakyamuni espone il Sutra del Loto. In questo insegnamento rivela che, al contrario di quanto aveva sostenuto fino a quel momento, i desideri terreni non vanno estirpati ma trasformati in Illuminazione. Nel Sutra del Loto si legge: «Anche senza estinguere i desideri terreni essi possono purificare tutti i loro sensi ed estirpare i loro errori». E che: «Le sofferenze di nascita e morte sono nirvana».

(continua….)