La storia di Heer e Ranjha

Ci sono storie senza tempo, come la tragica storia d’amore di Giulietta e Romeo. Anche l’India ha storie popolari di amore contrastato ed una è quella di Heer e Ranjha, ormai parte del patrimonio culturale Indiano e Pakistano. Ci sono molte versioni di questo racconto ma la più conosciuta è quella scritta, in forma di poema epico, in lingua Punjabi, da Waris Shaha, nel 1776. Si dice che la storia di Heer e Ranjha sia basata sulla vera vita di una straordinaria giovane donna di nome Heer che si è opposta alle crudeli tradizioni del sistema feudale. Così comincia la storia. Heer Saleti è una bellissima donna, figlia di un proprietario terriero, nata in una famiglia benestante di casta Jatt, del clan Sayyal. Ranjha (il suo primo nome era Dheedo), Jatt anche lui, è il più giovane di quattro fratelli e vive nel villaggio ‘Takht Hazara’ un luogo piacevole sulle rive del fiume Chenab. A differenza dei suoi fratelli più anziani che devono faticare nei campi, Ranjha è il figlio prediletto di suo padre, Mauju Chaudhri, che gli consente quindi di condurre una vita agiata. Dopo una lite con i fratelli, Ranjha lascia la sua casa. Nella versione di Waris Shah, la causa della partenza di Ranjha è nel rifiuto, delle sue gelose cognate, di dargli da mangiare. Così Ranjha arriva in un villaggio dove, sulla riva del fiume, incontra casualmente Heer, la figlia di Mehar Chuchak Sial di Jhang, e si innamora di lei a prima vista. Ha un viso come la luna piena, gli occhi che brillano come gemme preziose, i denti bianchi come i petali del fiore di gelsomino, le labbra rosse come rubini. Heer gli offre un lavoro come custode del bestiame di suo padre. Presto, ipnotizzata dal modo in cui Ranjha suona il suo flauto, da cui esce una musica melodiosa, anche lei alla fine si innamora di lui. Per molti anni si incontrano di nascosto e lei gli porta da mangiare Churi (un piatto antico fatto con pane cotto di farina di mais e impastato con zucchero di canna e burro); ma Kaido, lo zio di Heer, che li sorprende nella foresta, geloso, denuncia alla famiglia i loro incontri segreti. Egli infatti non può accettare la disobbedienza di Heer alle rigide regole di una società patriarcale dove sono i genitori a scegliere il marito per la figlia. Così Heer, per salvare l ‘onore della sua famiglia, è costretta da questa e dal mullah locale (il prete musulmano) a sposare un anziano e rispettato uomo ricco di nome Saida della famiglia dei Kheras che vive a Rangpur, un villaggio lontano. I Kheras sono felicissimi e chiedono ai brahmani di consultare le stelle e di fissare il matrimonio. Il giorno migliore risulta essere Virwati (Giovedi), nel mese di Sawan. Heer si oppone al matrimonio che considera illegale. Tuttavia, viene fatta sposare con la forza. Heer langue nella casa del suocero Ajju Khera. Si rifiuta di indossare gioielli o abiti eleganti, rifiuta il cibo e sta sveglia tutta la notte pensando a Ranjha. Sehti, la cognata, la conquista e le fa raccontare il segreto del suo cuore. Heer confida la sua storia e Sehti la consola dicendole che anche lei ha un amante, Murad Bakhsh, un cammelliere, e che in qualche modo devono escogitare qualcosa per aiutarsi a vicenda. Nel frattempo Ranjha, con il cuore spezzato, lascia il villaggio e incontra un ‘Jogi’ (asceta) di nome Baba Gorakhnath, fondatore della “Kanphata” (orecchio forato), una setta Yogi. Il loro incontro avviene a ‘Tilla Jogian’ (la ‘Collina degli asceti’), situata a 50 miglia a nord della storica città di Bhera, Sargodha District, nella regione del Punjab che oggi appartiene al Pakistan. Ranjha, dal cuore spezzato, deciso a diventare uno Jogi, si perfora le orecchie e rinuncia al mondo materiale. Recitando il nome del Signore, “Alakh Niranjan”, viaggia in tutto il Punjab con in mano una ciotola per chiedere l’elemosina di casa in casa e, alla fine, giunge al villaggio dove bussa alla porta di Heer. La fortuna li fa così reincontrare. Heer e Sehti pensano ad un piano che consenta ad Heer di lasciare i Kheras e unirsi con Ranjha. Il giorno dopo, in giardino, Sehti morde il piede di Heer e fingono che un serpente l’abbia morsa. I Kheras convocano fachiri e incantatori che diano qualche magica medicina. Ma Sehti dice loro che c’è uno Jogi molto ingegnoso nel giardino Kalabagh con un flauto che fa migliaia di incantesimi. Ranjha viene portato nella capanna appartenente al menestrello del villaggio. Quella notte Murad prende Sehti sul suo cammello e Ranjha prende Heer. Così gli sposi sono finalmente con le loro spose. L’esercito dei Kheras, che inseguono I ragazzi, sorprendono Heer e Ranjha nel sonno, portano via la donna e pestano ferocemente il ragazzo. Ranjha cerca allora giustizia e chiede la decisione del tribunale che però è in suo sfavore. Ascoltando la sentenza, gli amanti invocano maledizioni sul tenutario della città, che prende fuoco. Gli astrologiconsigliano allora il re di lasciar unire i due amanti e così i Kheras si fanno da parte e consentono che Heer vada via con il suo amato. Heer, tornata a casa dei suoi genitori, si sta preparando per entrare nella famiglia di Ranjha, secondo i tradizionali rituali del matrimonio e, mentre sta per partire, lo zio, geloso di Heer, Kaido, la invita a mangiare un pezzo avvelenato di laddu (dolci tipici che si fanno ancora oggi in occasione del matrimonio). Ranjha, informato dell’accaduto, si precipita per salvare Heer, ma è troppo tardi perché Heer esala il suo ultimo respiro. Con il cuore spezzato, Ranjha finisce il laddu avvelenato e muore al fianco della sua giovane amata.

Questo racconto tiene aperta la questione se il matrimonio debba essere basato sull’amore o sulla scelta dei genitori, in un’India moderna dove ancora i matrimoni sono combinati dalle famiglie.

La tomba di quella che si dice sia stata la vera Heer si trova a Jhang, in Punjab, dove le giovani ragazze innamorate vanno a pregare per la riuscita del loro amore, lasciando in voto i loro colorati braccialetti.

La storia di Heer e Ranjha è stata oggetto di diversi film (il primo è del 1928), di pezzi teatrali, di poesie e canti popolari (ma qui spesso Heer e Ranjha godono di una felice vita coniugale).

Questa storia è una delle quattro popolari tragiche storie d’amore del Punjab, insieme con Mirza Sahiba, Sassi Punnun e Sohni Mahiwal (vedi in questo blog “La storia d’amore di Sohni e Mahiwal”). Le altre narrazioni poetiche sono state scritte, tra gli altri, da Damodar Daas, Mukbaz e Ahmed Gujjar.
Anche Guru Gobind Singh Ji, uno dei dieci profeti del Sikkismo, parla di Heer e Ranjha nella sua composizione chiamata “charitropakhyan” (contiene 404 racconti di astuzie di uomini e donne, aspetti storici, mitologici e filosofici, con 7558 versi).

La tomba di Heer: http://www.youtube.com/watch?v=sUZ3Tp-j4iw

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Le verità di Aurobindo (parte seconda)

(Parte Seconda) continua da Parte Prima

LA PSICOLOGIA DELLO YOGA INTEGRALE DI AUROBINDO E MERE (di Luisa Barbato) da http://www.psicologia-integrale.it/archives/1808

Aurobindo descrive la Sovramente (Overmind) come il piano dei grandi Dei e Dee dei Greci, Hindu, Maya e delle altre tradizioni. Nella sua visione gli Dei non sono mere creazioni del pensiero umano primitivo, ma sono esseri reali che esistono sul piano di coscienza chiamato Sovramentale. L’apertura della Sovramente permette anche di avere esperienze di coscienza cosmica, ossia di consapevolezza profonda delle forze cosmiche o universali (quindi non personali o individuali) che sono operative su ciascun piano di coscienza.

Questa coscienza cosmica può aprirsi anche prima della liberazione spirituale, ma, secondo Aurobindo arriva solitamente con la realizzazione sovramentale e, ovviamente, vivere in questa coscienza sovramentale in maniera permanente costituirebbe uno straordinario sviluppo transpersonale.

Per la Mente Illuminata egli scrive:

Una Mente non più di Pensiero Elevato, ma di luce spirituale. Qui la chiarezza dell’intelligenza spirituale, la sua luce tranquilla, dà posto o si subordina a un intenso lustro, uno splendore e illuminazione dello Spirito: un gioco di lampi e di potere irrompe dall’alto nella coscienza e aggiunge la calma e la vasta illuminazione e la vasta discesa di pace che caratterizza o accompagna l’azione dei principi spirituali, un ardore di realizzazione e un’estesi rapita di conoscenza” (“La Poesia Futura”).

La Mente Intuitiva, o Intuizione, si riferisce alla capacità di capire le cose immediatamente senza bisogno di un ragionamento conscio. In questo senso, l’intuizione può essere basata su un sentimento, o può essere un ragionamento subconscio rapido. Aurobindo riferisce invece questa capacità al piano supercosciente della Mente Intuitiva. Si tratta del potere della coscienza più vicino e intimo alla conoscenza originale per identità. Ottiene dei lampi di Verità e traduce questi lampi in idee intuitive. Quello che è pensiero di conoscenza nella Mente Superiore, diviene illuminazione nella Mente Illuminata e visone intima, diretta nell’Intuizione.

La Mente Superiore è il primo piano della coscienza spirituale dove si diventa costantemente e strettamente consapevoli del Sé, dell’Uno onnipresente, e dove si vedono e si conoscono le cose abitualmente con questa consapevolezza. E’ una mente pensante luminosa il cui strumento è il potere del pensiero elevato.

Ma questo Pensiero più grande non ha bisogno di un raziocinio ricercante e auto-critico, nessun processo logico passo dopo passo verso una conclusione, nessun meccanismo di espressione o di deduzioni e inferenze, nessuna costruzione o concatenamento deliberato di idee per arrivare a un insieme ordinato di conoscenza … Questa coscienza più elevata è conoscenza che si auto-formula sulla base di una consapevolezza del tutto auto esistente e che manifesta alcune parti della sua integrità, un’armonia dei suoi significati messa nella forma-pensiero” (“La Vita Divina”).

Si possono poi esaminare il Subconscio e l’Incosciente che sono elementi importanti della psicologia dello yoga integrale e che non vanno confusi con le analoghe definizioni della psicoanalisi. Nelle sedute di psicoterapia corporea, lavorando con il corpo, si riattivano le memorie emozionali, la storia antica di ciascuna persona vissuta non solo cognitivamente o emozionalmente, ma nella traccia profonda iscritta nel corpo. Possiamo considerare il percorso della psicoterapia corporea il primo importante passo verso la consapevolezza di sé, una consapevolezza integrata di tutti i livelli dell’essere.

Secondo Aurobindo quello che diagnostichiamo come un disagio psicologico è l’interferire del piano vitale con la coscienza fisica del corpo. Questa interazione produce la somatizzazione dell’emozione nel corpo e le terapie orientate al corpo agiscono proprio sulla somatizzazione, sull’influenza del vitale sul fisico, permettendo di espandere il campo delle emozioni che, invece di essere rivolte alla coscienza fisica, sono sperimentate coscientemente. Ma le emozioni possono seguire anche un altro percorso e, alternativamente, possono essere spinte giù e dietro la consapevolezza frontale, in quello che Aurobindo chiama Subconscio e che corrisponde all’Inconscio della psicologia occidentale. Aurobindo afferma che:

“…..esso contiene non le idee, le percezioni o le reazioni consce, ma come la sostanza fluida di queste cose. Ma anche tutto ciò che è coscientemente sperimentato affonda giù nel subcosciente, non come memorie precise, anche se sommerse, ma come oscure e ostinate memorie di esperienza, e queste possono emergere ad ogni momento come sogni, come ripetizioni meccaniche di passati pensieri, sentimenti, azioni ecc., come ‘complessi’ che esplodono dentro azioni e eventi, ecc. ecc. Il Subconscio è la causa principale del perché tutte le cose si ripetono e niente sembra cambiare, se non nelle apparenze. E’ la causa del perché la gente dice che il carattere non può essere cambiato, è anche la causa del costante ritorno delle cose delle quali abbiamo sperato di liberarci per sempre. Tutti i semi sono lì e tutti i Sanskara (percorsi fissi) della mente, del vitale e del corpo. E’ il supporto principale della morte, della malattia e l’ultima fortezza (all’apparenza inespugnabile) dell’Ignoranza. Tutto ciò che viene soppresso senza esserne pienamente liberati sprofonda là e rimane come semi pronti a germogliare ad ogni momento” (“Lettere sullo yoga”).

Il piano del Subconscio è anche responsabile delle malattie fisiche croniche o ricorrenti. Le memorie emozionali depositate nel corpo non vanno tuttavia confuse con la coscienza cellulare dello yoga integrale sviluppato da Aurobindo e da Mere. Per capire la differenza, occorre distinguere tra il Subconscio e l’Incosciente. Questo ultimo, da non confondere con l’Inconscio della psicologia che, come abbiamo detto coincide con il Subcosciente, rappresenta l’inversione densa e inconscia del Sacchidananda, ossia del livello più alto della coscienza. In esso, tutti gli esseri e l’esistenza sembrano scomparire, e in esso è contenuta la coscienza atomica e subatomica della materia, così come l’organizzazione molecolare della materia.

Nell’esperienza yogica l’Incosciente si estende esteriormente a tutte le sostanze materiali (persino una pietra ha una coscienza, per quanto elementare, ci dice Aurobindo), mentre internamente esso è di supporto alla coscienza delle cellule del corpo. Lo yoga delle cellule della Madre è proprio la trasformazione spirituale dell’Incosciente, il risvegliare la coscienza cellulare che è dormiente, ma presente. La Madre elaborò uno yoga delle cellule, dando alcuni strumenti formidabili, tra i quali un mantra – il mantra delle cellule – e questo yoga costituisce un’eccezionale esperienza di trasformazione spirituale dell’Inconsciente.

Ma che relazione esiste tra questo yoga cellulare, che cerca di risvegliare la coscienza nelle parti più piccole della materia, e gli altri strumenti psicologici che pure lavorano sulla consapevolezza corporea? Per capirlo è essenziale distinguere bene i piani sui quali lavorano le moderne pratiche psicoterapiche e lo yoga integrale. Le prime lavorano sul piano vitale e fisico, quindi sul Subconscio, mentre lo yoga delle cellule lavora sulla coscienza delle cellule che rappresenta il primo motore della trasformazione della materia, il supporto dello yoga integrale. Nessuna vera trasformazione degli esseri umani e della materia potrà veramente avvenire se non si arriva a toccare questa coscienza cellulare.

(continua…..)