L’indipendenza indiana e la partizione del 1947.

Oggi è un giorno importante per l’India. PASSOININDIA ripropone per i nuovi iscritti al blog il racconto di quello che successe nel 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA


Razia, la prima e ultima sultana di Delhi.

Sembra un romanzo, la storia di Razia, che l’Oriente ricorda come la sola donna musulmana che governò l’India. Razia apparteneva alla dinastia turca dei Mamelucchi che governarono su gran parte del Paese dal 1210 al 1526, conquistato qualche anno prima in una storica battaglia tra eserciti. Per la prima volta gli hindu erano diventati sudditi di genti straniere di fede diversa. In un’epoca in cui le donne musulmane vivevano velate e appartate nell’harem, Razia vestiva come un uomo e, a viso scoperto, cavalcava gli elefanti a capo del suo esercito. Le sue doti di donna saggia, coraggiosa e ottima amministratrice, oltre che bella, avevano condotto suo padre ltumish, che pur aveva altri due figli maschi, a sceglierla come suo successore. Anche la storia di Itumish è particolare perché, presumibilmente di origini nobili turche, era stato catturato, ridotto in schiavitù ed acquistato per la corte del sultano musulmano Maometto Ghùrì Sam che, proprio per le sue capacità, lo nominò suo assistente personale. Cominciò così la sua ascesa che lo portò a diventare un eccezionale statista e a fondare il sultanato di Delhi che, all’epoca, comprendeva gran parte del nord India e dell’attuale Pakistan. Durante il suo governo, dal 1211 al 1236, Itumish salvò l’India dall’attacco dei Mongoli; infatti, quando Gengis Khan scese sull’ Asia centrale nel 1219, Itumish riuscì a non farlo entrare in India salvando Delhi e Lahore dalle sue devastazioni. Itumish trasferì alla figlia Razia le sue capacità, educandola a dovere fino a farla diventare abile arciere e ottimo cavaliere che l’avrebbe spesso accompagnato nelle sue spedizioni militari. Itumish si rese conto delle capacità della figlia quando, occupato con l’assedio del forte di Gwalior, le affidò il sultanato di Delhi che lei, malgrado la diffidenza dei nobili, governò brillantemente e fu apprezzata dal popolo. I figli di Itumish non sarebbero stati all’altezza del compito. Iltumish disse: “I miei due figli si sono arresi al vino, donne, gioco d’azzardo e il culto di adulazione. Il governo è troppo pesante per le spalle da sopportare. Razia, anche se una donna, ha la testa e il cuore di un uomo ed è meglio di tali figli”. Quando Itumish morì, uno dei suoi figli, Rukn-ud-din Firuz occupò prepotentemente il trono governando Delhi per circa sette mesi ma, nel 1236, Razia, con il sostegno della gente di Delhi, sconfisse il fratello che venne assassinato insieme alla madre dopo che ella, all’assemblea della preghiera del Venerdì, raccontò degli eccessi del suo fratellastro e della sua dissolutezza.

Così Razia, all’età di 31 anni, pur malvista dalla nobiltà del tempo, ascese al trono di Delhi che governò dal 1236 al 1240. Tuttavia, la sua autorità non era legittima fino a quando il califfo di Baghdad avrebbe accettato la sua investitura. Anche se aveva perso tutti i suoi domini in Asia a causa dei mongoli, il califfo era infatti rimasto il capo spirituale e titolare dell’islam sunnita e portava il titolo di “emiro ul Momineen” (il capo dei credenti). Solo lui poteva dare legittimità ad un sultano. Razia, sunnita, dichiarò la sua fedeltà al califfo che la riconobbe come la “Malika” di Delhi (1237), garantendosi anche un baluardo sunnita ad est di vasti territori ora controllati dai Mongoli che si stavano avvicinando a Baghdad.

Razia, durante i suoi quattro anni di regno, fece coniare monete d’argento con il titolo ufficiale di “Jalaluddin” (gloria della fede) e si riferì a se stessa come “lmadatun Niwan”, la grande donna. La sultana dotò il suo impero di leggi, migliorò le infrastrutture del paese, favorì il commercio, la costruzione di strade, e lo scavo di pozzi. Fondò scuole, accademie, centri di ricerca, e biblioteche pubbliche dove era possibile leggere le opere degli antichi filosofi oltre che il Corano e le tradizioni di Muhammad. Volle che arti, scienze, filosofia, astronomia, letteratura indù fossero studiati nelle scuole e nelle università. Sostenne artisti, poeti, pittori e musicisti. Razia aveva capito infatti che il sultanato lungi dall’essere visto dal popolo indiano come una ingerenza straniera, dovesse essere sostenuto appieno dalla gente. Fece tradurre in arabo i testi in sanscrito e promosse dibattiti tra religioni diverse, così come avrebbe fatto anni dopo il grande sovrano moghul Akbar (1542-1605) che si impegnò per far convivere le religioni maggioritarie del regno, come l’induismo e l’islam.

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Ma il destino di Razia cambiò quand’ella si innamorò del custode delle reali scuderie, Jamal-ud-Din Yaqut, uno schiavo etiope Siddi, suo confidente; questo amore, vissuto in sordina non era un segreto nella corte di Delhi. Per alcuni storici le voci su questo amore proibito furono invece messe in giro dalla nobiltà per screditare Razia. Fatto sta che Malik Ikhtiar-ud-Din Altunia, governatore di Bhatinda, ed amico di infanzia di Razia, contrario a tale rapporto, forse innamorato a sua volta, fece assassinare l’uomo, imprigionò Razia e la costrinse a sposarlo. Altunia aveva potuto contare sull’appoggio dei Kadis (nobili) turchi che accusavano Razia di aver violato le regole della Sharia, la legge dell’Islam. Così Razia marciò insieme al marito per riconquistare la città di Delhi, l’eredità di suo padre. In una società patriarcale la donna accettò il ruolo di moglie, per continuare a governare all’ombra del marito non politicamente abile. Della situazione frammentata e instabile del regno approfittò il fratello minore di Razia, Muizuddin Bahram Shah, che, nel 1240, al comando di un gruppo di uomini armati, usurpò la corona, uccidendo la coppia nel mese di ottobre dello stesso anno. Qualche storico racconta che furono giustiziati il giorno successivo, qualcun altro che morirono in battaglia, altri ancora che Razia fuggì e fu uccisa da una banda di briganti o si rifugiò nella capanna di un contadino che non la riconobbe e la uccise nel sonno per poi essere catturato mentre vendeva il prezioso oro rubatole. Altra leggenda racconta che invece quest’ultimo pianse quando si accorse dell’anello imperiale e la riconobbe. Non si conosce dove sia sepolta la sultana. Una fonte racconta che si trovi nella vecchia Delhi, vicino al marito, nel luogo raffigurato dalla foto che non porta alcun epitaffio o iscrizione. Il luogo della sepoltura rimane controverso. Ibn Batuta uno dei più grandi viaggiatori del mondo, che ha vissuto in India (1335-1340) un centinaio di anni dopo Razia e che nei suoi scritti ha raccontato la sua storia, disse che la sua tomba era diventata luogo di pellegrinaggio. Sulla sua tomba era infatti stato eretto un gran bel mausoleo.

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Certo è che le donne, nel corso dei secoli, avrebbero invocato il nome di Razia in difesa dei loro diritti. Razia, la regina che aveva rifiutato il titolo di Sultana e pretendeva di essere chiamata Sultan. Nella cultura indiana, filmografia e letteratura incluse, ci sono leggende che raccontano di lei, la prima ed ultima sovrana donna islamica del grande sultanato di Delhi.

By PASSOININDIA

Seconda foto: tratta dal film per la tv indiana “Razia Sultan”

Terza foto: possibile tomba di Razia a Delhi

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Rivoluzione per la libertà. Bhagat Singh.

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Bhagat Singh (1907-1931) era un giovane sikh, nato in Punjab, ancora oggi ammirato dai giovani indiani come simbolo della lotta per l’indipendenza indiana. Contemporaneo di Gandhi, fu considerato un terrorista dagli invasori britannici. Studioso delle rivoluzioni europee e delle idee marxiste e leniniste, credeva che il solo modo per cacciare gli inglesi dal suo Paese fosse, contrariamente alle idee gandhiane della non violenza (Satyagraha) e non cooperazione con gli inglesi, la mobilitazione di massa per la lotta armata. I suoi ideali socialisti lo facevano aspirare ad un’India repubblicana libera e ricostruita che ponesse il potere nelle mani dei lavoratori. Queste idee patriottiche e rivoluzionarie gli furono trasmesse da genitori attivisti della lotta per la libertà (quando egli nasceva, il padre e due zii uscivano dal carcere) e fortificate, quand’egli aveva soli dodici anni, dalla strage che avvenne ad Amritsar al Jalianwala Bagh del 1919, dove migliaia di persone riunite in un incontro pubblico furono uccise dagli inglesi. La legge marziale inglese proibiva infatti le riunioni di cinque o più persone in città. Il massacro fu brutale e infido perché il Jalianwalla Bagh era un parco circondato da mura con una sola stretta apertura per l’accesso e l’uscita -vedi in questo blog https://passoinindia.wordpress.com/?s=vaisakhi

La frequentazione giovanile del National College di Lahore, fondato da Lala Lajpat Rai (un membro del Congresso del Punjabi), istituito come alternativa alle istituzioni gestite dal governo, dove si studiavano, tra gli altri, oltre Marx, anche Mazzini e Garibaldi, lo avvicinò agli inteventisti dell’epoca. Fuggì da un matrimonio combinato, ritenendo che la sua vita dovesse essere volta alla realizzaione del sogno di indipendenza ed incontrò il rivoluzionario Ganesh Shankar Vidyarthi da cui apprese principi di rivolta che diffuse in Punjab. A Lahore nel 1926 costituì la ‘Naujavan Bharat Sabha’ (l’ Organizzazione giovanile nazionalista indiana). Partecipando ad una riunione di rivoluzionari a Delhi entrò in contatto con Chandrasekhar Azad, considerato il suo mentore, aderendo all’ ‘Hindustan Socialist Republic Association‘. Venne costantemente sorvegliato dagli inglesi che lo arrestarono nel 1927 con l’accusa di essere responsabile di un attentato a Lahore e che lo rilasciarono su cauzione. Scrisse articoli, in lingua urdu e punjabi (ma conosceva anche il sanscrito e l’inglese) su giornali ed opuscoli di propaganda.

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Quando, nel 1928, il governo inglese costituì la Commissione Simon con la funzione di riferire sulla situazione indiana, e neppure un indiano venne chiamato a farne parte, scoppiarono proteste in tutto il paese. Quando la Commissione arrivò a Lahore il 30 ottobre 1928, Lala Lajpat Rai organizzò una marcia silenziosa in segno di protesta ma il sovrintendente di polizia, James A. Scott, ordinò di caricare i manifestanti e Raj venne ferito e morì di un infarto causato probabilmente dai disordini. Tempo dopo, Bhagat Singh, con l’intento di vendicarsi, sparò contro un tal Saunders, un assistente di polizia, scambiandolo per Scott. Nel 1929, Bhagat compì lo stesso gesto dell’ anarchico francese, Auguste Vaillant che, a Parigi, aveva bombardato la Camera dei Deputati. Con la bomba. che fece esplodere l’8 aprile 1929 all’interno della Assemblea legislativa centrale, Bhagat intendeva farsi arrestare per propagandare la sua causa davanti ad un tribunale e perciò, dopo l’esplosione che procurò solo feriti perché le bombe vennero lanciate lontano dalle persone, lui e il suo amico Batukeshwar Dutt rimasero gridando “Viva la rivoluzione” in mezzo ad una pioggia di volantini. Questo costò loro la prigione governativa e pesanti parole di critica da parte di Gandhi. Anche in prigione Bhagat difese i diritti dei carcerati con uno sciopero della fame durato 65 giorni, reclamando uguali diritti tra prigionieri indiani e prigionieri europei. Quando Bhagat Singh fu criticato per il suo ateismo egli rispose: “Io sono un uomo realista. Voglio vincere questa tendenza in me con l’aiuto della ragione. (…) Io vi dico che il governo britannico non è lì perché piace a Dio, ma per la ragione che ci manca la volontà e il coraggio di opporsi.(…) L’uomo deve essere realistico, gettare la sua fede da parte e affrontare tutti gli avversari con coraggio e valore.(…)Perché Dio non uccide i signori della guerra? Perché non infonde sentimenti umanistici nelle menti dei britannici in modo che possano volontariamente lasciare l’India? Perché egli non riempie i cuori di tutte le classi capitaliste con l’umanesimo altruista? (…)” (da “Perchè sono ateo” -1930). Bhagat non capiva perché induisti e musulmani, storicamente in conflitto, inizialmente uniti nella lotta contro gli inglesi, potessero poi scannarsi a causa delle loro differenze religiose.

bhagat images l’impiccagione sulla stampa

death bhagat il certificato della morte

Bhagat Singh è ammirato ancora oggi nonostante il suo ateismo perché, pur di estrazione borghese, difese i diritti degli oppressi e configurò il progetto di un’India nuova e indipendente basata su precetti specifici, non anarchica, ma realizzata all’interno di uno Stato di tipo marxista ispiratogli dalle letture di autori (atei) come Marx, Lenin, Trotsky, Bakunin. Il diario di Bhagat Singh, trovato in carcere dopo la sua morte, conteneva estratti dei classici di Engels. Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh fu impiccato con i due suoi compagni Rajguru e Sukhdev. Fu la prima volta che un’esecuzione ebbe luogo di sera e fu fatta 11 ore prima dell’ora stabilita, all’insaputa di tutti, per evitare disordini. Bhagat fu così consegnato per sempre alla storia e la sua popolarità crebbe e fu di esempio per le generazioni a venire. Ufficialmente è ricordato da una statua nel Parlamento indiano e da musei che ne testimoniano le gesta. Persino un francobollo lo ha commemorato nel 1968 e nel 2008 è stato votato come “greatest indian” in un sondaggio della rivista India Today. Popolarmente vive ancora nel cuore dei ragazzi, sulle loro magliette stampate col suo volto. Probabilmente il primo rivoluzionario indiano di stampo comunista. Chissà cosa avrebbe pensato della Partizione del 1947….

Shaheed-Bhagat-Singh-50 molti lo vorrebbero sulle banconote

Per rivoluzione intendiamo che l’attuale ordine di cose, che si basa su una palese ingiustizia, deve cambiare. I lavoratori, pur essendo l’elemento più necessario alla società, vengono derubati dagli sfruttatori del loro lavoro e privati dei loro diritti elementari. Il contadino, che coltiva mais per tutti, muore di fame con la sua famiglia; il tessitore che fornisce il mercato mondiale di tessuti, non ha abbastanza per coprire i corpi della sua famiglia; i muratori, fabbri e falegnami che erigono magnifici palazzi, vivono come paria nei bassifondi. I capitalisti e gli sfruttatori, i parassiti della società, sperperano milioni per i loro capricci ‘. Bhagat Singh.

Testo by PASSOININDIA

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Fu re d’Egitto ma non dell’India (Alessandro Magno).

Lui era il Grande Alessando, detto Magno. Dopo numerose battaglie che ne decretarono l’appellativo e dopo essersi fatto re d’Egitto ed aver conquistato la Persia, questo guerriero macedone, nel 326 a.C., si spinse sino in India con il suo potente esercito. Vi entrò attraverso l’unica via all’epoca possibile, il Khyber Pass, che collegava, oggi come allora, il Pakistan con l’Afghanistan. Altri famosi condottieri come Dario, Gengis Khan, arabi e i turchi percorsero questo valico. Così arrivò in Punjab, attraversando il fiume Jhelum, all’epoca chiamato Idaspe. Laggiù, c’era il regno del grande Poro che dominava un territorio oggi pakistano.

Si sa, l’astuzia è la prima forza in battaglia e, mentre le sue truppe erano ancora ben visibili al di là della sponda del fiume sotto gli occhi del re Poro, Alessandro, inaspettatamente, attraversò, con parte dei suoi uomini, a 27 km. a monte del suo campo, quel fiume profondo ed irruento.

Poro, che aveva sottovalutato il grande guerriero, mandò suo figlio a contrastare, con una piccola guarnigione, l’avanzata di Alessandro che, ancora una volta, pur avendo perso in battaglia il suo cavallo, riuscì ad avere la meglio e ad uccidere il figlio del re. Poi, i due grandi eserciti si fronteggiarono. Secondo un disegno vincente più volte adottato da Alessandro, una parte delle sue milizie attaccò da dietro le forze di Poro. Ma eravamo in India e Poro, pronto con la cavalleria sui fianchi e la fanteria dietro, schierava, oltre ad uomini, anche enormi elefanti, così grandi che i cavalli di Alessandro si spaventarono e la sua cavalleria non potè creare alcuna breccia per raggiungere i combattenti di Poro. Alessandrò attaccò quindi sulla sinistra delle forze del re, il che costrinse quest’ultimo a chiamare la cavalleria stanziata sul lato destro. Così, gli uomini di Alessandro poterono avanzare e fronteggiare il nemico. Immaginate la battaglia, guerrieri, arcieri, giavellotti, catapulte, carri da guerra, cavalli, elefanti, polvere, sangue. Non si moriva solo di ferite di lancia ma anche sotto il calpestio dei pachidermi e sotto i loro pesanti resti mortali. I cavalli, terrorizzati dagli elefanti e dal suono dei tamburi indiani, scaraventavano a terra i loro cavalieri. Ma, onorando la sua leggenda, il Grande Alessandro ebbe la meglio ed inseguì personalmente il re Poro ormai ferito sul suo elefante. Ma l’animale, anch’esso morente, scivolò verso terra, inginocchiandosi, consentendo al re di scendere. Insieme a lui anche gli altri pachidermi si inginocchiarono, essendo così addestrati, e la battaglia terminò. Poro, creduto morto, fu spogliato della sua corazza e il grande animale cercò invano di proteggere il suo re ormai preda dell’assalto del nemico. Quando Alessandro, colpito dalla strenua resistenza di Poro gli chiese come voleva essere trattato, il re rispose “Trattami, Alessandro, nel modo in cui un re tratta un altro Re”. E così, Alessandro il Grande, sempre spietato verso i suoi oppositori, dal temperamento incontrollabile ed ambizioso, convinto di avere una natura divina, risparmiò la vita al suo avversario e ai suoi 200 elefanti. Poro continuò quindi a governare il suo regno anche dopo la battaglia di Hydaspes che fu l’ultima grande battaglia combattuta da Alessandro.

Alessandro, utilizzando le mappe non corrette dei Greci, credeva che il mondo finisse a solo 1000 km di distanza da quel punto, ai margini dell’India. La sua intenzione era quella di proseguire la marcia e le sue conquiste. Ma il suo esercito questa volta si rifiutò di avanzare verso est. Tornarono quindi verso Babilonia. Alessandro, per punire i suoi uomini, decise di attraversare le avversità del deserto di Makran dove sete e fame li decimarono. Il fiume Hydaspes segna quindi l’estensione più orientale delle conquiste di Alessandro.

In India Alessandro Magno è conosciuto anche come “Sikandar”.

L’arrivo in India di Alessandro Magno ha promosso una penetrazione della cultura ellenica in Asia occidentale ed è questa la più grande e vera conquista, anche se involontaria, di Sikandar.

Le prime rappresentazioni “umane” del Buddha, proprie di quel periodo, hanno preso a modello le statue greche di Apollo. La commistione tra l’arte greca e quella indiana ha dato infatti origine all’arte del Gandhara dove temi religiosi buddisti sposano rappresentazioni tipiche della cultura e della mitologia ellenica. Alcune pratiche cerimoniali come il bruciare l’incenso, posare fiori e alimenti sugli altari sono simili a quelle praticate dagli antichi Greci. L’astronomia indiana, che sino ad allora credeva che la Terra fosse piatta e circolare è stata influenzata, da quel momento, dal concetto greco di una terra sferica circondata da pianeti.

Alessandro morì a Babilonia il 13 giugno 323 a.C., dopo aver conquistato tutto il conquistabile, almeno sino all’India.

Testo PASSOININDIA (con l’ausilio delle info sul web)

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L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA


L’Operazione Blue Star al Tempio di Amritsar. 1984.

Era il 3 giugno 1984. L’Harmandir Sahib, costruito nel 16^ secolo dal Guru Arjun Dev, conosciuto come il Tempio d’Oro di Amritsar, nel Punjab Indiano, luogo sacro per i fedeli del Sikhismo, era affollato di pellegrini che commemoravano il martirio del Guru (profeta) Arjun Dev. Dal 1983 questo luogo era diventato anche il quartier generale di Jarnail Singh Bhindranwale (foto sotto) e dei suoi seguaci Sikh.

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Quest’uomo era il capo del Damdami Taksal (una corrente integralista del Sikhismo) che rivendicava la creazione, mai concretizzata, di uno Stato indipendente teocratico (cioè fondato sui principi puri della religione Sikh) che avrebbe dovuto chiamarsi Khalistan (Terra dei Khalsa, Terra dei puri) e comprendere il Punjab (ancora oggi roccaforte del Sikkismo) ed i territori limitrofi.  Jarnail Singh Bhindranwale era molto conosciuto dai mass media dell’epoca, anche per la sua opera di arruolamento nelle campagne punjabi diretta ad apportare nuove leve al movimento. Egli parlava ai giovani Sikh invitandoli a lasciare la via della perdizione e a fare ritorno sulla retta via del Khalsa, l’ordine dei Sikh. Bhindranwale partecipò anche all’ attività politica. Nel 1979, pur non intervenendo in prima persona, propose quaranta candidati nelle elezioni dell’SGPC (l’organizzazione che sovrintende alla manutenzione dei gurudwara) per un totale di 140 seggi, ma, pur sostenuto anche dal Congresso, ne ottenne solo quattro. Un anno dopo, durante le elezioni generali, Bhindranwale venne invitato dal Congresso (proprio il partito dei Gandhi sotto il cui fuoco morirà qualche anno dopo) a fare campagna politica attiva per il partito (Il Congresso aveva ben compreso la convenienza di avere Jarnail Singh nei suoi ranghi, vista la popolarità che aveva acquisita).

Nel 1981 Jarnail Singh venne accusato dell’assassinio di Nirankari Gurbachan Sing che avrebbe ridicolizzato il decimo Guru Gind Singh e tre anni dopo un membro dell’ Akhand Kirtani Jatha, Ranjit Singh, si consegnò per aver commesso l’omicidio e fu condannato a scontare tredici anni di carcere. Jarnail venne rilasciato per mancanza di prove esattamente come avvenne quando il governo lo accusò, nel 1983, dell’assassinio del Vice Ispettore Generale della Polizia Punjabi As Atwal.

Torniamo al Tempio e a quello che successe nel 1984.

Indira Gandhi, l’allora Primo Ministro e leader del partito del Congresso (quello, per capirci, che ha perso alla grande alle ultime elezioni) decise di intervenire. Il Generale Sinha sconsigliò l’attuazione del piano sacrilego di Indira e fu quindi rimpiazzato dal generale Arun Shridhar Vaidya che diventò il nuovo capo dell’esercito indiano.

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Il 3 giugno 1984 il governo impose il coprifuoco, ordinò l’interruzione delle comunicazioni e della fornitura di energia elettrica. Intanto milizie e paramilitari pattugliavano l’intero Punjab e bloccavano tutte le vie di accesso e di uscita nel complesso del Tempio (ci sono quattro porte per entrare nell’Harmandir Sahib a simboleggiare l’apertura dei Sikh nei confronti di tutti i popoli e religioni). Era’ solo l’inizio. Il 4 giugno l’esercito bombardò la storica e strategica Ramgarhia Bungas (torre di architettura squisitamente sikh, costruita nel 1755 da un sikh guerriero per proteggere il sacro complesso da una invasione dall’esterno) e altre posizioni fortificate.

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 (sopra: la Ramgarhia Bungas, sotto: l’ Akal Takht)

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In cielo, gli elicotteri militari controllavano la zona. Il 5 giugno, al Tempio, come in tutto il Paese, la temperatura era elevata e la notte stava scorrendo sul sonno dei pellegrini ospitati nelle guest house del Gurudwara (il nome dei templi Siikh).

La piscina del Tempio, contenente l’acqua sacra per le quotidiane abluzioni dei pellegrini, restituiva scintille di luce. Intanto, l’esercito indiano, comandato da Kuldip Singh Brar, obbediva all’ordine ricevuto dal Primo Ministro e dava attuazione a quella che venne chiamata “Operazione Blue Star“; con molti uomini e 20 carri armati fece irruzione nel Tempio d’Oro ed attaccò la Akal Takht, (la più alta sede dell’autorità terrena del Khalsa, l’ordine dei sikh). Il 7 giugno, dopo una sanguinosa battaglia, ottenne il pieno controllo del Tempio. Moltissime le vittime civili e militari, tra cui lo stesso Jarnail Singh, e i feriti; lo stesso Harmandir Sahib fu colpito da almeno 300 proiettili. Contemporaneamente altri 38 gurudwara punjabi erano teatri di altrettanti combattimenti. 

 rovine tempio

                                             indiatoday.indiatoday.in

Il 31 ottobre di quello stesso anno Indira Gandhi fu uccisa da due delle sue guardie del corpo Sikh, e probabilmente pagò per aver avviato l’Operazione Blue Star di pochi mesi prima. L’assassinio provocò indiscriminate ed ingiustificate rappresaglie verso il popolo Sikh, fino al grande vergognoso genocidio del 31 ottobre 1984, presumibilmente organizzato dagli esponenti del Congresso.

(vedi su questo blog https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/27/massacro-dei-sikh-1984/ ).

                                        1984 anti sikh riots

L’esercito si ritirò dal Tempio d’Oro nel 1984 in seguito al pressante invito del popolo Sikh a lasciare quel luogo sacro. Il generale Arun Shridhar Vaidya venne assassinato nel 1986 a Pune da due sikh poi condannati a morte per impiccagione nel 1992.

Attualmente in Punjab la situazione è assolutamente tranquilla. Il popolo Sikh è un popolo tranquillo che continua, pacifico, ad osservare le sue tradizioni religiose che peraltro sono fondate su principi di tolleranza, fratellanza ed uguaglianza. E’ Sikh anche il Primo Ministro uscente dalle ultime elezioni, Manmohan Singh.

Sono passati 30 anni da quel triste episodio ma le ferite profonde di un popolo non si rimarginano facilmente. I giornali di pochi giorni fa hanno raccontato degli scontri (in questo caso tra Sikh) che si sono verificati in occasione della commemorazione di quei fatti, pubblicando foto di Sikh dalla lunga barba che sventolano minacciose sciabole e coltelli senza neppure raccontare i fatti dell’epoca. Il pugnale è un simbolo dei Sikh che essi portano quando indossano costumi tradizionali come in quella occasione e sarebbe errato identificare in assoluto questa ampia e rispettabile comunità con gli episodi di violenza in cui, loro malgrado, si sono visti coinvolti oggi come allora.

In assenza degli incidenti diplomatici dovuti alle accuse rivolte ai marò italiani probabilmente non se ne sarebbe neppure parlato.

Articoli complementari al presente che si consiglia di leggere per comprendere appieno l’argomento:

https://passoinindia.wordpress.com/2013/11/17/happy-gurpurab-guru-nanak/

https://passoinindia.wordpress.com/2012/09/30/che-cos-e-il-sikhismo/

https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/27/massacro-dei-sikh-1984/

Testo PASSOININDIA con l’ausilio delle informazioni sul Web.

 

720-Aerial-View-of-Golden-Temple-Amritsar-Punjab1            1024px-Sikh_pilgrim_at_the_Golden_Temple_(Harmandir_Sahib)_in_Amritsar,_India

 

fonte foto:  http://sikhgurusandgurdwaras.info/

http://www.sikhmuseum.com/bluestar/photographs/#tn3=0/slide30

http://it.wikipedia.org/wiki/Akal_Takht

 

 

La tragedia di Bhopal.

ll 4 maggio 1969 il ministero dell’Agricoltura indiano informa con una lettera l’emissario della Union Carbide dell’intenzione di concedere la licenza per fabbricare ogni anno 5.000 tonnellate di pesticidi. “Erano già 38 i paesi in cui la Union Carbide aveva issato la sua bandiera con la losanga blu e bianca, ma l’India era stato il primo ad avere stretto con la società rapporti così buoni, forse perché, grazie alla multinazionale, centinaia di migliaia di indiani sprovvisti di corrente godevano da quasi un secolo di un bene prezioso quanto l’aria o l’acqua: le torce elettriche …” che la Union Carbide India Limited produceva già in regime di monopolio, insieme a prodotti chimici, elettrodi industriali, vetro laminato e tanto altro, in 14 stabilimenti funzionanti in quell’immenso paese povero.

Dal 1977 al 1984 la “bella fabbrica”- lo stabilimento della Union Carbide a Bhopal – produce l’Experimental Insecticide Seven Seven, l’Insetticida sperimentale sette, detto Sevin, un veleno dall’odore di cavolo lesso. L’obiettivo è sfornarne trentamila tonnellate l’anno. Il sevin si produce a partire dal Mic. Isocianato di metile. Una molecola talmente “irascibile” da scatenare, al solo contatto con qualche goccia d’acqua o qualche grammo di polvere metallica, reazioni di incontrollabile violenza. Sull’etichetta è scritto “Pericolo mortale in caso di inalazione”.

La notte fra il 2 e il 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di una miscela di gas letali fuoriuscirono dall’impianto di produzione di pesticidi della UNION CARBIDE aBhopal, in India. La miscela era composta di isocianato di metile, acido cianidricoed altri gas tossici che si liberarono a seguito di una reazione incontrollata dovuta alla penetrazione di acqua nel reattore. La carenza di manutenzione dell’impianto e la disattivazione di molti sistemi di allarme fecero si che la nube venefica si diffondesse nelle aree adiacenti l’impianto, senza che alcun dispositivo di allarme si attivasse. L’esposizione alla miscela gassosa causò subito l’ustione dei tessuti degli occhi e dei polmoni dei lavoratori e della gente che risiedeva vicino l’impianto. La Union Carbide si rifiutò di fornire le informazioni sull’esatta composizione dei gas emessi e non fu quindi possibile un intervento medico specifico ed immediato. 2.500 persone morirono nelle ore immediatamente successive all’esplosione, con i polmoni intossicati e bruciati dal veleno. Dopo tre giorni si contarono altre 8.000 vittime. A tutt’oggi si stima in circa 25.000 il numero delle persone morte per il disastro e almeno mezzo milione di persone ancora subiscono le ripercussioni di quell’incidente.

L’incidente fu solo l’inizio di una tragedia che oggi, dopo più di 25 anni, continua a pesare sui sopravvissuti al disastro e sulla popolazione residente. Subito dopo l’incidente, la compagnia statunitense abbandonò il sito industriale senza effettuare alcun intervento di bonifica e di risanamento dell’area, lasciando sul posto enormi quantità di composti inquinanti. Il suolo e le risorse idriche, superficiali e profonde, sono ancora contaminate da sostanze tossiche, come composti del cloro (cloroformio, tetracloruro di carbonio, clorobenzene), metalli pesanti (mercurio, piombo, nickel, cromo) e il pesticida Sevin, prodotto nello stabilimento di Bhopal. Le patologie più diffuse tra le vittime sono danni permanenti agli occhi (cecità, generale diminuzione della vista, insorgenza di cataratte in età precoce), alterazioni delle funzioni polmonari (tosse persistente, affanno), disturbi neurologici, alterazione del sistema ormonale (ciclo mestruale irregolare), insonnia, depressione, mancanza di appetito, astenia. I casi di cancro e di tubercolosi sono aumentati in modo allarmante. Uno studio condotto a Bhopal sui modelli di crescita degli adolescenti, pubblicato dal “Journal of American Medical Association” nel 2003, ha trovato un ritardo selettivo nella crescita dei bambini maschi nati da genitori esposti a quella miscela gassosa.

Nel 2001 la Union Carbide è stata acquistata per 9,3 miliardi di dollari dalla Dow Chemical Company, la più grande multinazionale dell’industria chimica. Presente in 160 Paesi (con circa 46.000 dipendenti), la Dow è leader nella produzione di materie plastiche, prodotti chimici di base e prodotti per l’agricoltura, con un fatturato di 57,5 miliardi di dollari nel 2008. E’ responsabile della sintesi di alcuni dei composti più pericolosi messi in commercio negli ultimi 100 anni, fra cui il DDT, l’agente arancio (usato nella guerra in Vietnam), il dibromocloropropano (pesticida vietato in America nel 1978 perché capace di provocare sterilità e cancro) e il pesticida dursban (neurotossina capace anche di alterare il sistema endocrino). Nonostante il divieto negli Stati Uniti dal 1995, la Dow ha continuato a produrre e vendere il dursban in Sudafrica e in India almeno fino al 2002.

Greenpeace, insieme ai comitati delle vittime del disastro, da anni lavora per fare pressione sui vertici aziendali della Dow. Delegazioni di Greenpeace si sono incontrate più volte con i rappresentanti della società in India, in Europa e negli Stati Uniti, dove si trova la sede centrale. La gente di Bhopal da anni protesta per lostato di abbandono in cui vive e per la carenza e la difficoltà di ricevere un’adeguata assistenza sanitaria. La contaminazione ambientale continua a inquinare le risorse idriche mentre Warren Anderson, amministratore delegato della Union Carbide al tempo dell’incidente, continua a essere impunito. I movimenti che vogliono giustizia per Bhopal chiedono l’arresto e l’estradizione di Anderson che in tutti questi anni ha vissuto indisturbato negli Stati Uniti, nonostante l’esistenza di una mandato di cattura internazionale dell’Interpol a suo carico. Nell’ottobre 2002 due delle vittime della tragedia di Bhopal, Rashida Bee, membro della Campagna Internazionale Giustizia per Bhopal (ICJB) e il Dr. Mohammad Ali Quaiser, medico dell’ospedale creato per assistere gratuitamente i sopravvissuti, si sono recate in un tour europeo. Allo scopo di sollevare le loro richieste di fronte ai vertici delle filiali della Dow in Europa, sono venute anche in Italia. Qui Rashida Bee e il Dr. Mohammad Ali Quaiser hanno incontrato alcuni rappresentanti della sede legale della Dow Italia a Milano. A distanza di tanti anni, le promesse sono aumentate ma i fatti no. Greenpeace e Amnesty International hanno organizzato una serie di eventi e attività d’informazione a Milano e Roma per sollevare ancora una volta le richieste della gente di Bhopal:

Assicurare che il primo imputato Warren Anderson, presidente della Union Carbide all’epoca del disastro, cessi di fuggire e affronti il processo nella Corte di giustizia di Bhopal;

Sostenere i costi di trattamento medico a lungo termine per le persone sopravvissute e il lavoro di ricerca necessario per valutare l’esposizione delle generazioni future;

Bonificare il sito industriale della ex Union Carbide e garantire l’uso di acqua potabile alle comunità locali;

Assicurare un equo rimborso economico per le vittime e i loro familiari.

Greenpeace ritiene che la Dow Chemical Company, nel momento in cui ha acquistato la Union Carbide, si sia assunta la responsabilità non solo di gestire gli utili, ma anche le perdite del gruppo. Tra queste devono essere conteggiati i disastri ambientali e sanitari in attesa di essere ripagati, come quello di Bhopal. Fino ad oggi la Dow ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di assumersi la responsabilità dell’incidente. A marzo 2003 ha addirittura avanzato una richiesta di risarcimento pari a 10.000 dollari contro le donne sopravvissute, che pacificamente avevano protestato all’esterno degli uffici della Dow di Bombay in occasione del 18esimo anniversario del disastro. (…).

La tragedia di Bhopal è un esempio del duplice fallimento del governo nella tutela della salute pubblica e dell’aziende nel rispetto delle norme di sicurezza. Troppo spesso, infatti, multinazionali come la Dow Chemical evitano di assumersi la responsabilità per i danni arrecati alle persone e all’ambiente.

Fonte: http://www.greenpeace.it/bhopal/bhopal.php

Foto: Raghu Rai.

Raghu Rai è uno dei più grandi fotografi indiani e membro della prestigiosa cooperativa la “Magnum Photos”. Le sue fotografie e i suoi saggi sono apparsi in molti importanti periodici e quotidiani internazionali come Time, New York Times, Paris Match, Geo e National Geographic. Ha esposto le sue mostre in diverse capitali mondiali come New Delhi, Amburgo, Praga, New York, Parigi e Tokyo.Raghu Rai è conosciuto per le numerose immagini e temi legati all’India di Madre Teresa, Indira Gandhi e della città sacra di Varanasi, con le quali ha colto gli aspetti più intimi della religione e della società indiana. Quando Raghu Rai arriva a Bhopal, la mattina dopo l’incidente della Union Carbide, vede un’India molto diversa, scopre un paese distrutto, i cui abitanti vivono nel panico e nella disperazione. Raghu Rai rimane profondamente scioccato dalla tragedia di Bhopal e comincia immediatamente a documentarne l’orrore. Le sue foto racconteranno a tutto il mondo il trauma di una società costretta a pagare le colpe di altri. Alcuni giorni più tardi Raghu Rai pubblica lo scatto “Sepoltura di un bambino sconosciuto”. Questa fotografia, così dura, diviene in poco tempo un’icona della tragedia di Bhopal (la foto qui pubblicata).

http://www.greenpeace.it/bhopal/foto.php

http://www.greenpeace.it/bhopal/mostra.php

Per saperne di più, un bellissimo libro MEZZANOTTE E CINQUE A BHOPAL– Dominique LAPIERRE.

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