Hymn for the week end.

Buona settimana a tutti

Annunci

I danzatori KALBELIYAS

Questa è la storia dei Kalbeliyas, induisti, noti anche come Sapera,Jogira o Jogi, originari della regione di Barmer, in Rajasthan, tribù nomade di zingari, tradizionalmente noti come incantatori di serpenti (vedi su questo blog il post “Incantatori di serpenti”) che hanno trovato una fonte alternativa di reddito dalla danza e dai canti tradizionali delle loro donne che ballano nei loro tipici abiti dai colori e ricami accuratamente accostati, mentre gli uomini suonano strumenti a percussione tra cui il pungi,originariamente utilizzato per ipnotizzare i rettili. I movimenti della danza hanno somiglianze con quelli dei serpenti. Vivono in spazi fuori dal villaggio in campi di fortuna chiamatiDeras, conoscono bene la flora e la fauna del luogo e fanno rimedi a base di erbe che usano per varie malattie e che vendono procurandosi così una fonte alternativa di reddito insieme a quella che, ancora sporadicamente, arriva loro dall’arte dello spettacolo all’interno (ad esempio ai matrimoni) e fuori dell’India; ma molti membri della comunità lavorano nei campi o pascolano bovini per sopravvivere. Le canzoni dei Kalbelias, anche improvvisate, hanno a tema storie tratte dal folklore e dalla mitologia; balli speciali vengono eseguiti durante la Holi (leggi in questo blog il post “Holi la festa dei colori”). Questi canti e danze fanno parte di una tradizione orale che si tramanda oralmente da generazioni e per salvaguardarle, nel 2010, sono stati dichiarati Patrimonio Immateriale dall’UNESCO.

questo video racconta la storia che vi ho descritto. Se è di vostro interesse, merita di essere visto tutto perché è ben fatto.

anche questo merita una visita
a proposito: ora PASSOININDIA è anche su FACEBOOK, fateci una visita e se vi iscrivete alla pagina ne saremo lieti.
Noto che sotto i post viene inserita della pubblicità. Precisiamo che questo blog NON è sponsorizzato da NESSUNO.  Meglio non cliccare.

Il Bhangra, danza punjabi

Il Bhangra è una forma di danza e musica che ha origine nella regione del Punjab pakistano e indiano. Nasce come danza ballata dagli agricoltori per festeggiare l’arrivo della primavera, un tempo e ancora oggi festeggiata con il nome di Vaisakhi. E’ un misto di musica e canto, a ritmo del dhol (strumento musicale a percussione), del ektara (composto da una sola corda collegata ad un bastone, generalmente di bambù ed ad una cassa di risonanza, generalmente una zucca).), del tumbi (strumento tipico del nord)e della chimta (strumento a percussione tipico del sud). I testi contengono storie del Punjab. Ancora oggi i giovani ballano il bhangra e i film bolliwoodiani sono pieni di queste danze e di questa musica.

Vi propongo un video per farvi capire di cosa si tratta….E’ una bella danza.

Sulle orme dei Beatles

Mussida in India sulle orme dei Beatles: «A lezione di sitar per cercare la libertà nella musica»

da IL SOLE 24ORE DEL 21.12.2012

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-12-21/mussida-india-orme-beatles-092042.shtml?uuid=AbBfF5DH

“Febbraio 1968. Quattro giovani musicisti inglesi, con un imponente seguito di familiari, amici e curiosi, atterrano in India per studiare meditazione trascendentale, yoga, sitar e tabla. Si chiamano John, Paul, George e Ringo. Gennaio 2013. Quaranta giovani musicisti per la maggior parte italiani atterreranno in India per incontrare tre guru che li inizieranno ai segreti della tradizione musicale del subcontinente himalayano.

A guidare la spedizione, uno che nel ’68 era il chitarrista del complesso beat dei «Quelli». E che di lì a poco avrebbe innescato la rivoluzione del progressive italiano fondando nientemeno che la Premiata Forneria Marconi.
Stiamo parlando di Franco Mussida che con il Cpm, la «sua» scuola di musica, dal 2 all’11 gennaio sarà in Rajasthan, impegnato nel workshop internazionale di musica indiana «The Raaga Taala Lab». Un progetto nato proprio sulle orme di quello che fu il leggendario viaggio a Rishikesh dei Beatles, cui fino a questo punto hanno aderito cinquanta ragazzi tra musicisti e accompagnatori, provenienti in alcuni casi anche dal di fuori dell’Italia. «Faremo base a Jodhpur, – spiega Mussida – ma per il resto le nostre giornate saranno articolate come quelle del viaggio indiano dei Beatles. I ragazzi potranno scegliere tra un corso di yoga e uno di meditazione trascendentale al mattino, poi avranno modo di avvicinarsi alla musica locale attraverso lezioni di sitar, tabla e canto. Lavorare sulla tecnica e suonare con musicisti del posto».

 Mussida, cosa trova un musicista europeo in un viaggio in India?

Un approccio alla musica sensibilmente diverso dal nostro. Sul piano formale, certo, perché la musica indiana non è organizzata secondo i modelli razionali di quella europea. Ma anche sul piano della spontaneità di chi suona. In India a impressionare è il rapporto diretto che si riesce ad avere con le intenzioni del fare musica. Esiste anche da noi, ma lo si trova confinato nel territorio della musica etnica e di quella popolare. Noi occidentali ci siamo lasciati un po’ troppo appiattire dalla cassa in quattro. Al contrario, affacciarsi sull’India significa concedersi una salutare boccata d’aria. Ci sono tre guru che ci aspettano. Uno per il sitar, uno per la tabla e uno per il canto. Sarà bello lasciarsi contaminare. Spero però soprattutto in un’esperienza umana importante.

L’approccio indiano alla musica è iniziatico, quasi religioso. Le reazioni popolari alla recente scomparsa di Ravi Shankar lo dimostrano. Nulla di più lontano dal modo d’intendere di noi occidentali.
Anche da noi, però, ci sono ambiti che conservano una certa «sacralità». Penso alla taranta, alla pizzica, ai canti sardi. Torno a dirlo: ambiti confinati al recinto della musica tradizionale. Eppure da questi generi ci arriva una grande lezione di libertà che dovremmo rivalutare.

Negli anni Sessanta lei era un protagonista del cosiddetto beat italiano. I Beatles erano considerati i caposcuola del genere. Come prendeste la loro svolta indiana?
A livello personale ero preparato: adoravo i Byrds e i loro assoli di chitarra 12 corde. E in un certo senso, in quel sound c’erano atmosfere da sitar. L’arrivo dell’India nella musica dei Beatles fu una svolta di profondità. Una profondità che non si avvertiva certo in «Please please me», per quanto quello resti un pezzo molto divertente. Tra «Please please me» e «Within you without you» ci passa in mezzo un mondo. L’esperienza della musica indiana ha lasciato molto in Harrison e Lennon, te ne accorgi in brani direttamente influenzati da quell’immaginario, ma anche in brani insospettabili. Pure in «Imagine» e in «Here comes the sun» c’è la spontaneità dell’India, per esempio. Meno in McCartney che resta il classico istintivo inglese. Capace di scrivere brani di rara eleganza, ma molto più legato al modo di sentire la musica proprio dei britannici.

Dopo i Beatles, quasi tutte le maggiori band del periodo vollero introdurre l’elemento sitar nella loro musica. Dai Rolling Stones di «Paint it black» agli Yardbirds di «Heart full of soul», fino all’Equipe 84 di «Ladro». Ma non era complicato procurarsene uno in Occidente?
Altroché: era complicatissmo. Era difficile acquistare un sitar autentico e ancora più difficile imparare a suonarlo. Ma l’industria andava in soccorso della domanda dei musicisti: si cominciarono a produrre le chitarre-sitar. Erano chitarre elettriche ma, grazie a un ponticello di gomma, producevano un suono molto simile a quello dello strumento indiano per eccellenza. Ne usammo una anche nelle session de «La Buona Novella» di Fabrizio De André: la suonava Andrea Sacchi. Oggi sono roba da collezionisti. Il mio amico Radius dovrebbe averne ancora una.

Le atmosfere indiane favoriscono la composizione. I Beatles laggiù scrissero il White album. È il caso d’aspettarsi che vi verrà concepito pure il prossimo disco della Pfm?
Non lo so ancora. Ho deciso di non prepararmi nulla. La chitarra me la porto, certo. Per il resto proverò il sitar che non ho mai suonato prima d’ora. Voglio lasciarmi meravigliare. E spero sarà lo stesso anche per i 40 studenti che accompagnerò.”.

da IL SOLE 24ORE DEL 21.12.2012

RAGA (TRADITIONAL MUSIC)

La parola Raga (nel nord dell’India) o Ragam (nel sud dell’India) deriva dal sanscrito e significa “colore” o “passione”. Il Raga appartiene alla tradizione musicale indiana. Un raga si basa su una scala con un dato insieme di note disposte in un tipico ordine, ottenute enfatizzando certi gradi della scala, da cui derivano caratteristici motivi musicali. Attualmente si stanno utilizzando centinaia di raga diversi ma molti altri sarebbero possibili.
Nel nord dell’India, i raga sono classificati in base a circostanze quali l’umore, la stagione, l’ora ed altro, mentre, nel sud dell’India, i raga sono raggruppati in base alle caratteristiche tecniche delle loro scale. L’artista cerca di creare uno stato d’animo o di rendere una atmosfera (rasa) tipica di quel particolare raga. Tradizionalmente si attribuivano ai raga effetti soprannaturali quali ad esempio  piogge ed incendi. Uno spettacolo raga in genere dura mezz’ora o più e può anche essere totalmente o parzialmente improvvisato.

Una cara amica del blog ci ha pregato di informare i nostri lettori di questo appuntamento a GENOVA: