Jagannath, il tempio dei misteri (Orissa).

 

Mi trovo a Puri, nello Stato indiano orientale dell’Orissa, vicino al tempio indu di Jagannath, particolarmente importante per gli induisti; il tempio è infatti uno dei quattro char dhams, cioè una delle quattro importanti mete di pellegrinaggio situate nei quattro punti cardinali dello Stato indiano che nella vita un induista deve visitare per ottenere la liberazione dai peccati e la salvezza eterna. Gli altri tre templi di questo tenore sono Badrinath, al Nord, Rameshwaram, al Sud, Dwarka, ad ovest. Per completezza va detto che esiste anche un altro Char Dham che conosciuto come “Chota CharDham“, nello Stato di Uttarakhand e conosciuto come “Terra degli Dei”.

Ma oggi è del Jagannath temple che vi voglio raccontare. Il tempio è dedicato al Signore Jagannath, considerato il Dio e monarca supremo dello Stato di Orissa, nonché avatar del dio Visnu. Il termine avatar, dal sanscrito, significa “disceso” ed è la consistenza che assume un Deva (dio) o una Devi (dea) quando si incarna in un corpo fisico per svolgere determinati compiti. Questo termine viene usato principalmente per definire le diverse incarnazioni di Vishnu, tra cui le più note sono Krishna e Rama. Il Dio Jagannath di Puri è importante perchè rappresenta tutte le divinità dei culti religiosi che rientrano nell’ambito dell’Induismo. Così è Shiva per un Saivite, Ganapati per un Ganapatya (devoto del Dio Ganesh con la testa di elefante), Kalika per un Sakta (colui che adora Sakti come moglie di Shiva) eccetera. Per questo il tempio di Puri è il luogo dove si realizza la massima integrazione tra correnti religiose differenti, vedica (strettamente collegata agli insegnamenti dei testi sacri Veda che originano dagli Arii, il popolo che nel 2200 a.C. arrivò in India nord occidentale), puranica (dagli antichissimi testi sacri Purana), tantrica (dai testi sacri risalenti 6° sec. d.C., ma di ispirazione anteriore e ricchi di simboli esoterici), vaisnava (dal Dio Vishnu), gianista, buddista e persino quella delle tribù aborigene, senza alcuna distinzione di casta. L’uguaglianza è mantenuta anche riguardo alla consumazione dei cibi a base di riso bollito che giornalmente vengono offerti. Pensate che ogni giorno avviene la preparazione del prasadam, il sacro cibo servito nel tempio prima agli dei e poi ai fedeli; e qui cade il primo mistero del tempio; infatti, seppur ad essere preparata è sempre la stessa quantità, sia che i fedeli siano 2000 o 20000, mai ne avanza e mai risulta insufficiente. La cottura del prasadam avviene impilando ben 7 contenitori uno sull’altro, che cuociono sulla legna e quello più alto è il primo a compiere la sua cottura e poi, in ordine, quello immediatamente sotto, fino all’ultimo. E questo è uno degli altri fatti inspiegabili del tempio.

Pare che il tempio sia stato costruito nel 12° secolo durante il regno del re Anantavarman Chodaganga Deva (1077-1150), sovrano della dinastia orientale di Ganga che governava la parte meridionale di Kalinga, storica zona dell’India nella regione costiera orientale che oggi comprende parte dello Stato di Odisha (Orissa) e una parte dello Stato di Andhra Pradesh. Il tempio, circondato da ben 30 templi, è la più grande attrazione di Puri; alto ben 65 metri (uno dei più alti in India) è delimitato da due muri, uno esterno, il Meghanada Pracira e uno interno, il Kurma Pracira. L’attuale struttura, risultato di una serie di manipolazioni nel tempo per mano dei vari governanti dello Stato che ne ha alterato il disegno originale, è uno splendido esempio di architettura Kalinga, l’antico nome di Orissa (Odisha).

Da più di un millennio, ogni giorno, al tempio di Jannagarh, un prete sale fino in cima alla cupola del tempio, alto come un palazzo di 45 piani, per cambiare la bandiera che tira sempre in direzione opposta a quella del vento (!). Se questo rituale dovesse saltare, il tempio dovrebbe essere chiuso per i successivi 18 anni.

Sul gopuram (la torre del tempio tipica del Sud India), a venti metri di altezza, è installato l’imponente Chakra di Sudarshan, costruito con tecniche ancora sconosciute, così in alto e così grande che è visibile da ogni angolo di Puri; da qualunque punti vi si arrivi, il simbolo guarda sempre dritto verso lo spettatore. Sopra il tempio non volano e non si posano uccelli ed anche ai velivoli è vietato farlo. Stesso mistero di realizzazione incombe sulla cupola principale che in nessun momento della giornata, comunque giri il sole, non fa alcuna ombra. Tutti fatti tuttora inspiegati.

Solo gli indù possono entrare nel tempio che tuttavia è visibile dalla cima dell’ Emar Matha, l’edificio situato vicino alla porta orientale del tempio. Chiunque visiti il tempio racconta che quando si oltrepassa la porta principale (Simhadwaram), si sente il suono dell’oceano che lambisce quella terra ma, quando si torna indietro nella stessa direzione da cui si è arrivati, quel suono non si sente più. Inoltre, la brezza del mare, che per natura di giorno dovrebbe arrivare verso terra e la sera andare verso il mare, a Puri fa il giro opposto.

La molteplicità dei rituali del tempio (c.d. “niti”) richiede la disponibilità di più di mille persone impegnate nel tempio, a partire dalla rimozione del sigillo per la apertura della porta alle cinque di mattina (Dwarpitha) in seguito alla quale si svolgono, nell’arco della mattinata, vari rituali che comprendono diversi cambi degli abiti e delle decorazioni delle divinità, anche con oro e pietre preziose, il loro bagno, compresa la pulizia dei denti, la lettura dell’Astrologo del tempio, il sacrificio del fuoco, la preghiera al sole fino al momento della colazione delle divinità, quando vengono fatte offerte di dolci e frutta. Nel pomeriggio le divinità si riposano e la sera comincia con la Sakala Dhupatà, la messa a letto delle divinità. La porta è sigillata poi dal Sevayat (Talichha Mohapatra) ed il tempio viene chiuso per la notte. Oltre a Jagannatha, altre divinità sono adorate nel tempio come Balabhadra e Subhadra e tutte insieme formano la trinità fondamentale. Con il divino Sarsarsano, anch’egli ivi adorato, costituiscono il Caturdha Murti, le quattro immagini divine. La maggior parte delle divinità sono fatte di pietra o metallo mentre Jagannath è in legno. Ogni dodici anni, con un particolare rituale (Navakalevara) le figure in legno vengono sostituite con nuove ricavate da alberi sacri che vengono scolpiti per realizzare una copia esatta della precedente. Le statue dismesse vengono sepolte l’una sull’altra e si crede che si disintegrino da sole.

Ogni anno, presso il tempio di Jannagath, si celebra il Rath Yatra, il più antico in India e nel mondo, letteralmente “viaggio su carri” (yatra vuol dire viaggio mentre i carri in lingua Odia sono chiamati ratha o rotho o deula). Le tre principali divinità, tra suoni musicali, in una atmosfera davvero festosa, vengono trasportate al fiume su carri decorati simili alle strutture del tempio per raggiungere, tirati con corde dai fedeli, il tempio di Gundicha che dista 2 chilometri. Ogni anno vengono costruiti carri nuovi con legno ricavato da un particolare albero. Fino al giorno prima della festa è vietato il darshan, il contatto visivo con la divinità di Jannagath per due settimane.

Un rituale che dura da secoli.

(testo by PASSOININDIA) vuoi viaggiare in India? vai su http://www.passoinindia.com

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L’odore dell’India

Ci piace riproporre i racconti di altri viaggiatori dell’India. Questo è scritto da un “Viaggiatore non per caso” e si chiama “L’odore dell’India” come il famoso libro di Pasolini.

Viaggiatore non per caso

Un viaggio in India non ha nulla di paragonabile rispetto alle precedenti esperienze. L’India è un Paese di forti contrapposizioni: affascinante e ripugnante, ordinato e caotico, saggio e folle. Un Paese di miseria assoluta e di straordinaria ricchezza. O lo si ama, o lo si odia! A nulla, o a poco, servono i consigli di chi ci è già stato perché il viaggio genera sentimenti contrastanti che possono risultare opposti ai propri.

L’interesse per l’India è presente nella mia mente sin da piccolo quando ero solito leggere i romanzi di Salgari, racconti di tigri, santoni, fakiri, incantatori di serpenti… Il viaggio intrapreso in questa Terra è stata un’esperienza indimenticabile, condivisa con la mia dolce metà, che ci ha portato ad esplorare, in parte, gli Stati dell’Uttar Pradesh, del Madhya Pradesh e del Rajasthan.

India - Delhi - Jama Masjid

Atterriamo a New Delhi, un forte odore di smog ci accoglie. Tutto intorno…

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La ragazzina (Mowgli) trovata in India.

bambina-indiana

Una giovane di 10 – 12 anni è stata trovata in una foresta di Katarniaghat nello stato di Uttar Pradesh nel nord dell’India. E’ stato un gruppo di boscaioli a vederla per prima volta e ad avvertire la polizia.

Il funzionario di polizia Dinesh TripathiI ha riferito che i boscaioli hanno raccontato che la ragazza era nuda e a suo agio in compagnia delle scimmie e si comportava come un primate e quando hanno cercato di salvarla sono stati cacciati via dalle scimmie.

Un agente di polizia è stato attaccato dalle scimmie, ma è stato in grado di salvare la ragazzina, secondo il sig. Tripathi. “Mentre stavamo portando via la ragazza nella macchina, le scimmie ci hanno seguito “, ha detto.

I medici stanno cercando di aiutare la ragazza e di umanizzare il suo comportamento, mentre la polizia sta rivedendo le liste dei bambini scomparsi nel tentativo di identificarla.

E’ stato riferito che la ragazza agiva in modo simile a una scimmia durante la sua permanenza  in ospedale, dove è stata collocata due mesi fa.

Non era in grado di comunicare e “urlava a gran voce se i medici cercavano di entrare in contatto con lei”, secondo il dottor DK Singh del District Hospital Bahraich, cosi come ha scriitto il New Indian Express. Altri medici hanno riferito di sentirla fare dei rumori come le scimmie.

Il modo in cui si muoveva, anche le sue abitudini alimentari erano come quelle di un animale “, ha detto il dottor Singh AP. “Lei gettava il cibo per terra e mangiava direttamente con la bocca, senza sollevarlo con le sue mani.”.

“Aveva l’abitudine di muoversi utilizzando solo i gomiti e le ginocchia.”

Secondo il personale medico il comportamento della ragazza ha reso difficile il trattamento.

Altri funzionari hanno ipotizzato che avesse vissuto nella foresta dalla nascita, anche se la lunghezza esatta del tempo sarà probabilmente difficile da quantificare.

Tuttavia, la condizione della ragazza sembra essere migliorata dopo diverse settimane in ospedale. Ha iniziato a camminare e mangiare normalmente.

Buona fortuna, Mowgli,come il protagonista del Libro della Giungla.

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LE DONNE INDIANE

In questo continente riarso 
le donne non mostrano visi accigliati
sui muri di fango

Pazientemente siedono 
come brocche vuote
 
ai bordi del pozzo del villaggio
 
la speranza in ogni treccia dei loro lunghi capelli
 
guardando in profondità lo specchio dell’acqua
 
con i loro occhi umidi.

Con scarabocchi zodiacali sulla sabbia 
custodiscono cosce tatuate

in attesa del ritorno dei loro uomini 
finché anche le ombre
 
rimboccano i loro contorni e se ne vanno  oltre le colline.

Poesia di Shiv K. Kuman, poeta indiano

La poesia è dedicata all’infinita pazienza della donna indiane che spesso ancora oggi si occupa di lavori pesanti che la relega in cronici stati di povertà (la casa fatta con il fango) Il continente è quello indiano, arido, con la sua società altamente patriarcale, in cui molte donne sono ancora oppresse. Abituata a non mostrare sofferenza, la donna è fin da piccola educata a gestire passivamente le emozioni, anche quelle che le derivano dal comportamento ingiusto degli altri. Tra le mura della sua casa è destinataria passiva delle attenzioni dell’uomo che troppo spesso la considera una sua proprietà privata (il tatuaggio con il nome del marito che le donne custodiscono tra le cosce). La donna non ha il potere di arrabbiarsi con qualcuno, neppure in ambito familiare (i muri di fango).  La pazienza è la virtù più cara di queste donne. Anche quando riempiono i vasi con l’acqua raccolta dal pozzo, la donna percorre lunghe distanze per portare alla famiglia quell’acqua, attinta così in profondità, e che riflette la sua immagine con gli occhi pieni di lacrime. Durante la lunga attesa del suo turno al pozzo la donna, quasi sempre analfabeta, con la punta dei piede disegna nella sabbia figure zodiacali abbassando il suo sguardo timido e pensando al suo uomo lontano oltre le colline. Lei lo aspetta finché anche le ombre se ne vanno, anch’esse oltre le colline.

Perchè in India la mucca è sacra?

Perchè in India la mucca è sacra? Molto spesso, in India, vediamo girovagare mucche in libertà in mezzo al traffico cittadino, una delle rare situazioni in cui le auto rallentano. Tutti sanno che la mucca è considerata sacra. Le ragioni sono religiose e sociali.

 Un indu risponderebbe alla domanda precisando di adorare non le mucche ma la divinità onnipresente che è dentro di esse e preciserebbe anche che per indu e giainisti tutti gli esseri viventi hanno un’anima e quindi sono sacri, particolarmente la mucca che li rappresenta tutti. Animale da cui tutto si può prendere, tranne la vita, la vacca richiede poco per vivere e fornisce il latte da cui si ottengono alimenti essenziali per l’uomo come il formaggio, lo yoghurt, il burro chiarificato (ghee), diventando simbolo, sin dai tempi antichi, dell’abbondanza e della Terra che nutre la vita.

 I cinque prodotti (pancagavya) della mucca – latte, cagliata, burro (ghee), urina e escrementi – sono tutti utilizzati nella puja (come avviene nella Yagna, l’adorazione del fuoco) e nei riti di estrema penitenza. Nelle scritture indù il latte è considerato tra le più alte forme di cibo (satvik) oltre che avere poteri calmanti e di ausilio alla meditazione.

Nel Rig Veda (4.28.1; 6), l’antichissimo testo sacro, si legge. “Le mucche sono venute e ci hanno portato fortuna. Nelle nostre stalle, contente, possano rimanere! Possano crescere per noi i vitelli, dando latte per Indra ogni giorno. (…). Rallegrate la nostra fattoria con piacevoli muggiti.” Versi del Rig Veda si riferiscono alla mucca come Devi (dea), identificata con la dea vedica Aditi, madre di tutte le forme esistenti, degli dei e degli esseri viventi.

 Della mucca non si butta niente. La sua urina e il suo sterco sono disinfettanti; i pavimenti di terra delle modeste abitazioni dei villaggi, un tempo non rivestiti, come oggi, di piastrelle o cemento, venivano coperti con strato di sterco di mucca a scopo  antisettico. Lo sterco essicato di mucca è inoltre da sempre utilizzato come combustibile (gobar) e l’urina viene impiegata nell’antica medicina ayurvedica.

Nella mitologia induista Kamadhenu (significato: da cui tutto ciò che è desiderato viene disegnato), chiamata anche Surabhi (in sancrito vuol dire gradevole, affascinante, fragrante – dal buon odore della mucca), è la dea madre di tutte le mucche, simbolo di prosperità ed è raffigurata in vari modi, talvolta con la testa femminile, il seno, le ali dell’aquila e la coda del pavone; altre volte con un corpo contenente le altre divinità dell’induismo: le gambe simboleggiano le sacre scritture Veda, le corna rappresentano la trinità Brahma, Vishnu e Shiva, gli occhi sono gli dei sole e luna, le spalle sono il simbolo di Agni, il dio del fuoco, e di Vayu, il dio del vento mentre e gli stinchi rappresentano l’Himalaya.

 La mucca è quindi considerata l’incarnazione terrena (avatar) di Kamadhenu diventando così un tempio vivente e mobile che non ha creato negli indu l’esigenza di avere templi specificamente dedicati a lei che, infatti, non è adorata in modo indipendente come una dea anche se in molti luoghi di culto vi si possono trovare sue raffigurazioni. Gli indiani indu onorano quindi la mucca, e addobbandola con ghrlande e colori, la festeggiano in certe occasioni, come ad esempio durante la festa annuale di Gopashtama.

 La mucca diventa cosi un componente della famiglia, da rispettare e onorare persino in vecchiaia; pensate che in Inda ci sono più di 3.000 Gaushalas, isitituti sorretti da beneficenza, che si prendono cura delle mucche vecchie e malate.

Nell’antica India, buoi e tori venivano sacrificati agli dei e la loro carne veniva mangiata. Eppure le antiche scritture vediche già incoraggiavano il vegetarianismo. Nei Veda infatti è scritto: “Non vi è alcun peccato nel mangiare carne … ma l’astensione porta grandi ricompense.” (Le leggi dell’uomo, V / 56).

 Più tardi gli indù smisero di mangiare carne di manzo per ragioni pratiche e non spirituali considerato come fosse oneroso macellare un animale per riti religiosi o per un ospite, privandosi così di un animale, come la mucca, che così tanto offre ll’uomo.  Inoltre l’industria del cuoio e quella della macellazione erano estremamente inquinanti.

 Alcuni studiosi ritengono che la tradizione di non mangiare carne sia stata trasmessa all’induismo dal giainismo.

Nei primi secoli d.C., la mucca veniva considerata il regalo più adatto per i brahmani (sacerdoti di alta casta) e quindi si credeva che uccidere una mucca equivalesse ad uccidere un sacerdote.

L’importanza dell’elemento pastorale nelle storie del Dio Krishna, in particolare dal X° secolo in poi, ha ulteriormente rafforzato la santità della mucca.

Questo docile bovino incarna la virtù induista della non-violenza, nota come ahimsa e ed esprime dignità, forza, resistenza, maternità e servizio incondizionato.

 Un giorno Gandhi disse: “Si può misurare la grandezza di una nazione e il suo progresso morale dal modo in cui tratta i suoi animali. Proteggere la mucca vuol dire proteggere tutto ciò che vive ed è impotente e debole nel mondo. La mucca rappresenta  l’intero mondo subumano.

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Auguri per un Anno migliore.

Non mi sono sentito di dire Buon Natale. Di fronte ad un mondo che alza muri più o meno alti, non può essere un Buon Natale. Se davvero il Buon Natale recuperasse il senso vero e proprio, quello più intimo di ogni cristiano, avulso dalla frenesia consumistica, allora avrei creduto in questo Natale, un Natale cristiano che implica l’amore per il prossimo, anche non conosciuto e non sempre lontano, che ha bisogno di noi. Gli Auguri per un Nuovo Anno guardano invece ad un momento in divenire che conduce ad un tempo che vorrei fosse migliore. Penso al prossimo anno, questo tempo delimitato dall’uomo che invece non ha soluzione di continuità, con la speranza di un mondo diverso dove un semplice grazie o un banale saluto recuperino il loro significato, un nuovo mondo dove l’incrocio di uno sguardo comporti un sorriso reciproco, dove la lentezza non sia una menomazione ma un’occasione per non perdere di vista noi stessi. Vorrei che gli uomini si parlassero e che la tecnologia diventasse funzionale all’uomo e non viceversa. Credo nell’uomo che si autocelebra per i buoni gesti, per dare il buon esempio, e non si immortala, senza sapere che eterno non è, in un anonimo scatto digitale che impedisce la percezione di un attimo che fugge via. Mi piacerebbe che gli uomini riprendessero a parlarsi guardandosi negli occhi, stringendosi le mani e scambiandosi parole vere, eludendo la freddezza di questi nuovi sistemi di comunicazione dove le frasi troppo spesso procedono dai tasti e non dal cuore, senza emozione, senza tono, senza attesa di risposta. Vorrei che fosse aperto a chi bussa alla porta, senza limiti e senza risvolti di convenienza anche morale; vorrei che fosse davvero sentito, come un impulso universale, il bisogno di aprire le braccia, di sentire come nostra la tragedia altrui, il bisogno di piangere. Voglio aspettarmi che il tempo che verrà porti con sé buone intenzioni, la voglia di imparare, di sapere, di istruirsi e di informarsi, resa più accessibile dalla lodabile rete affinché gli uomini imparino dal passato la lezione per il presente. Vorrei infine che la bellezza fosse cercata negli occhi, da sempre lo specchio dell’anima, sia di noi stessi che dell’altro, e non in un capo firmato o un qualunque altra ostentata manifestazione di superficiale benessere. Mi piacerebbe che fosse riscoperto il valore della semplicità, la percezione di cosa davvero serve all’uomo e del peso di ciò che è inutile. Vorrei che dell’acqua, del sole, del sale e del pane si rinnovasse quotidianamente il senso del loro prezioso apporto, e del passo verso casa si godesse appieno al crepuscolo, allegramente, dopo una giornata serena e costruttiva di lavoro.

Vorrei, vorrei vorrei…. Quante cose ancora vorrei. Il mondo naturale, così come qualche Dio lo ha creato, sarebbe perfetto. L’uomo lo ha alterato, rendendo più vulnerabile anche se stesso.

Aspetto, forse invano, un anno fatto di mari e di cieli blu di lapislazzuli, di alberi smeraldo e di montagne color dell’ocra. Mille colori, insomma, anche di uomini.

Tanti Auguri, allora, di Buon Anno a tutti.

(testo PassoinIndia)