Akbar, il più grande dei moghul

Akbar fu il terzo imperatore moghul dopo Babur, suo nonno e Humayun, suo padre. Lo divenne a soli 13 anni, nel 1556. Nacque mentre il padre, dopo essere stato sconfitto da Sher Shah Suri nella battaglia di Kanauj, nel 1540, era in esilio. Nella casa degli zii paterni, Akbar fu preparato all’arte della caccia e della guerra, mentre il suo governo era sorretto dal fidato Bairam Khan, almeno finché divenne maggiorenne. Come da sempre, quell’Impero faceva gola a molti. Alla morte di Humayun, nel 1556, il sultano afghano Mohammad Adil Shah inviò il suo generale Hemu ad assaltare Agra e Delhi che furono conquistate ed i moghul dovettero fuggire.Quello stesso anno Hemu salì al trono a dominare l’India del nord interrompendo, dopo 350 anni, l’egemonia musulmana. Ma Akbar, per riprendersi il regno di Delhi, affrontò, sempre nel 1556, nella battaglia di Panipat, il grande esercito di Hemu fatto di trentamila uomini e 1500 elefanti. La tattica militare di Bhairam Khan, alla guida delle truppe moghul, ebbe la meglio su Hemu, ferito da una freccia e portato al cospetto di Akbar che, non volendo decapitarlo personalmente, lasciò il compito al suo generale.I moghul si ripresero quindi i loro domini da Delhi al Punjab, Agra, Ajmer, Malwa, Gwalior, Nagor, Gondwana eccetera. Nella conquista di Gondwana, nel 1564, allora sotto i Rajput, gli antichi sovrani indu dell’India, Akbar si  scontrò con Rani Durgavati, la madre guerriera del giovane re Vir Narayan che, durante l’assedio, si suicidò, dopo che il figlio perse la vita. Molti rajput si sottomisero spontaneamente alla sua supremazia; il sovrano Udai Singh, Sisodia del Mewar, invece, non volle cedere e, nel 1567, il suo forte a Chittogarh, dopo 4 mesi di duro assedio, dovette arrendersi in favore di Akbar. Lo stesso avvenne anche a Ranthambore, nel 1576, dove il figlio di Udai Singh oppose una memorabile resistenza. Lo scontro di Haldighat, nel 1576, decretò la fine dell’ultimo dei difensori della dinastia rajput. Nel decennio successivo, i possedimenti di Akbar includevano anche il Deccan. Una volta consolidato il suo impero, Akbar si dedicò alla amministrazione che voleva stabile e garantista per il benessere economico e sociale dei suoi sudditi. Il potere legislativo e giudiziario erano nelle mani di Akbar che li gestiva supportato dai suoi ministri e da governanti locali (subadar). Infliggere la pena capitale dipendeva solo da lui.

Le entrate dell’impero arrivavano dalla terra; i contadini infatti dovevano versare tributi alle casse dell’impero ma potevano chiedere prestiti ed ottenere l’esenzione dai tributi in caso di calamità naturali. Akbar ordinò agli esattori di usare buone maniere con il suo popolo. Tutto questo gli permise di allargare il consenso popolare, migliorare i raccolti e quindi le entrate. Vi era cibo per tutti. La politica di Akbar era anche diretta alla tolleranza religiosa. Consentì la realizzazione di templi senza distinzione di fede. Perciò ritenne ingiusta la tassa sui pellegrinaggi che gravava sugli indù e quindi nel 1563 la abolì. Così musulmani e indù dovettero convivere. Lo stesso Akbar era profondamente religioso e lungi dal voler imporre la sua fede personale.Era seguace del sufi Sheikh Moinuddin Chishti che lo riceveva ad Ajmer e fondò la setta di Din-i-llahi (fede del divino) che dettava regole etiche del buon vivere, lontano da lussuria,orgoglio e calunnia. La benedizione del sufi gli aveva donato il figlio tanto desiderato (tutti gli altri suoi figli infatti erano morti) e dunque Akbar, nelle vicinanze della grotta in cui il sufi viveva, fece costruire la cittadella di Fatehpur Sikri, che designò nuova capitale del suo impero, dopo Agra. Ancora è visibile, nel cortile della moschea della “città della vittoria”, il mausoleo in marmo bianco di Salim Chrishti del 1570, dove si recano tutt’oggi le donne musulmane per chiedere al santo la fertilità, lasciando piccoli nastri in segno di voto.  

Anche i Rajput diventarono alleati militari e politici di Akbar, perché egli sposò, strategicamente, alcune delle loro donne, tra cui le principesse di Amber, Jaisalmer e Bikaner ed integrò alla sua corte uomini rajput assegnando loro incarichi amministrativi. Ebbe in totale 36 mogli ed otto figli.

Akbar ebbe una visione moderna, per l’epoca, anche dei rapporti sociali: incoraggiò le seconde nozze e denigrò i matrimoni infantili.

Amava l’arte, la letteratura e la cultura. Eppure, Akbar era analfabeta. Grazie al suo mecenatismo, giunsero a corte grandi artisti e letterati. Riversò il suo amore per l’architettura in quell’arte moghul bellissima e visibile ancora oggi: la cittadella di Fatehpur Sikri, il forte di Agra, la tomba di Humayun, il forte di Ajmer, il forte di Lahore e quello di Allahabad.

Akbar, soprannominato “il grande”, morì nel 1605 per una brutta dissenteria, all’età di 63 anni, nella sua Fatehpur Sikri. È sepolto a Sikandra, nei pressi di Agra. Si preparava il tempo per suo figlio Jahangir.

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Orchha, la cittadella medievale.

L’antica cittadella medievale di Orchha, è lì, sul fiume Betwa, dal 1500 d.C., nascosta tra i dhak (alberi con splendidi fiori rossi), da quando Rudra Pratap (1501-1531), il primo re della dinastia Bundela del clan Rajput, cominciò ad erigere diversi edifici prima di fare di Orchha, proprio l’anno in cui egli morì (1931), la nuova capitale del regno. E così ne venne fuori una fortezza priva di mura con il suo complesso di palazzi, appartamenti, cortili, jali (balconate a griglia), templi con shikhara (torri), havelis, bazaar, giardini, e padiglioni dove si stabilirono i sovrani bundela che, nel tempo, contribuirono a realizzare quella che fu allora Orchha e di cui ancora oggi possiamo ammirare la bellezza, non più fastosa come un tempo ma molto suggestiva. Tra i palazzi più interessanti il Raj Mahal (o Raja Mandir), il palazzo reale la cui costruzione, iniziata da Rudra Pratap, fu terminata da Madhukar Shah (1554-1591), che stabilì buoni rapporti con l’impero Moghul allora capeggiato da Akbar (1556-1605) che lo aveva da poco sconfitto in battaglia. Dopo il XV° secolo molti sovrani rajput (non così per Rudra Pratap e altri) tennero relazioni di amicizia con i Moghul tanto che alcuni nobili Rajput sposarono le loro figlie agli imperatori moghul, ovviamente per motivi politici. Del resto, è grazie a queste alleanze che Akbar riuscì a fare grande il suo impero.  L’interno del Raj Mahal presenta cortili, uno dei quali riservato alle regine bundela, su cui si affacciano gli appartamenti reali decorati con mosaici in vetro, pitture su pareti e soffitti che raffigurano scene di vita quotidiana ed avatar del dio Vishnu. Non lontano il Jahangir Mahal (XVII° secolo) realizzato durante il regno di Viz (Bir) Singh Deo (1605-1627) che lo costruì per ospitare il principe moghul Salim Jahangir (1569-1627), quarto re moghul e figlio di Akbar, durante la sua visita ad Orchha. Accadde infatti che Jahangir, impaziente di succedere al trono del padre, tentò di spodestarlo nel 1599. Così Akbar incaricò il suo braccio destro Abul Fazi di catturare suo figlio ma l’impresa non gli riuscì grazie all’intervento di Viz Singh Deo che portò a Jahangir la testa di Abul Fazi. Salim Jahangir alla fine si riconciliò con il padre e tornò ad Agra. Tre anni dopo, alla morte di Akbar, Jahangir, nuovo imperatore, riconobbe Vir Singh capo del Bundelkhand (la regione dei Bundela) che fu incoronato alla presenza di Jahangir, e fece costruire, per ospitarlo, il bel palazzo Jahangir Mahal, in stile indo-islamico, composto di ben 100 camere. Quella fu per Orchha l’età dell’oro e molti altri splendidi palazzi e templi in stile bundela furono costruiti. Continua a leggere qui

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Razia, la prima e ultima sultana di Delhi.

Sembra un romanzo, la storia di Razia, che l’Oriente ricorda come la sola donna musulmana che governò l’India. Razia apparteneva alla dinastia turca dei Mamelucchi che governarono su gran parte del Paese dal 1210 al 1526, conquistato qualche anno prima in una storica battaglia tra eserciti. Per la prima volta gli hindu erano diventati sudditi di genti straniere di fede diversa. In un’epoca in cui le donne musulmane vivevano velate e appartate nell’harem, Razia vestiva come un uomo e, a viso scoperto, cavalcava gli elefanti a capo del suo esercito. Le sue doti di donna saggia, coraggiosa e ottima amministratrice, oltre che bella, avevano condotto suo padre ltumish, che pur aveva altri due figli maschi, a sceglierla come suo successore. Anche la storia di Itumish è particolare perché, presumibilmente di origini nobili turche, era stato catturato, ridotto in schiavitù ed acquistato per la corte del sultano musulmano Maometto Ghùrì Sam che, proprio per le sue capacità, lo nominò suo assistente personale. Cominciò così la sua ascesa che lo portò a diventare un eccezionale statista e a fondare il sultanato di Delhi che, all’epoca, comprendeva gran parte del nord India e dell’attuale Pakistan. Durante il suo governo, dal 1211 al 1236, Itumish salvò l’India dall’attacco dei Mongoli; infatti, quando Gengis Khan scese sull’ Asia centrale nel 1219, Itumish riuscì a non farlo entrare in India salvando Delhi e Lahore dalle sue devastazioni. Itumish trasferì alla figlia Razia le sue capacità, educandola a dovere fino a farla diventare abile arciere e ottimo cavaliere che l’avrebbe spesso accompagnato nelle sue spedizioni militari. Itumish si rese conto delle capacità della figlia quando, occupato con l’assedio del forte di Gwalior, le affidò il sultanato di Delhi che lei, malgrado la diffidenza dei nobili, governò brillantemente e fu apprezzata dal popolo. I figli di Itumish non sarebbero stati all’altezza del compito. Iltumish disse: “I miei due figli si sono arresi al vino, donne, gioco d’azzardo e il culto di adulazione. Il governo è troppo pesante per le spalle da sopportare. Razia, anche se una donna, ha la testa e il cuore di un uomo ed è meglio di tali figli”. Quando Itumish morì, uno dei suoi figli, Rukn-ud-din Firuz occupò prepotentemente il trono governando Delhi per circa sette mesi ma, nel 1236, Razia, con il sostegno della gente di Delhi, sconfisse il fratello che venne assassinato insieme alla madre dopo che ella, all’assemblea della preghiera del Venerdì, raccontò degli eccessi del suo fratellastro e della sua dissolutezza.

Così Razia, all’età di 31 anni, pur malvista dalla nobiltà del tempo, ascese al trono di Delhi che governò dal 1236 al 1240. Tuttavia, la sua autorità non era legittima fino a quando il califfo di Baghdad avrebbe accettato la sua investitura. Anche se aveva perso tutti i suoi domini in Asia a causa dei mongoli, il califfo era infatti rimasto il capo spirituale e titolare dell’islam sunnita e portava il titolo di “emiro ul Momineen” (il capo dei credenti). Solo lui poteva dare legittimità ad un sultano. Razia, sunnita, dichiarò la sua fedeltà al califfo che la riconobbe come la “Malika” di Delhi (1237), garantendosi anche un baluardo sunnita ad est di vasti territori ora controllati dai Mongoli che si stavano avvicinando a Baghdad.

Razia, durante i suoi quattro anni di regno, fece coniare monete d’argento con il titolo ufficiale di “Jalaluddin” (gloria della fede) e si riferì a se stessa come “lmadatun Niwan”, la grande donna. La sultana dotò il suo impero di leggi, migliorò le infrastrutture del paese, favorì il commercio, la costruzione di strade, e lo scavo di pozzi. Fondò scuole, accademie, centri di ricerca, e biblioteche pubbliche dove era possibile leggere le opere degli antichi filosofi oltre che il Corano e le tradizioni di Muhammad. Volle che arti, scienze, filosofia, astronomia, letteratura indù fossero studiati nelle scuole e nelle università. Sostenne artisti, poeti, pittori e musicisti. Razia aveva capito infatti che il sultanato lungi dall’essere visto dal popolo indiano come una ingerenza straniera, dovesse essere sostenuto appieno dalla gente. Fece tradurre in arabo i testi in sanscrito e promosse dibattiti tra religioni diverse, così come avrebbe fatto anni dopo il grande sovrano moghul Akbar (1542-1605) che si impegnò per far convivere le religioni maggioritarie del regno, come l’induismo e l’islam.

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Ma il destino di Razia cambiò quand’ella si innamorò del custode delle reali scuderie, Jamal-ud-Din Yaqut, uno schiavo etiope Siddi, suo confidente; questo amore, vissuto in sordina non era un segreto nella corte di Delhi. Per alcuni storici le voci su questo amore proibito furono invece messe in giro dalla nobiltà per screditare Razia. Fatto sta che Malik Ikhtiar-ud-Din Altunia, governatore di Bhatinda, ed amico di infanzia di Razia, contrario a tale rapporto, forse innamorato a sua volta, fece assassinare l’uomo, imprigionò Razia e la costrinse a sposarlo. Altunia aveva potuto contare sull’appoggio dei Kadis (nobili) turchi che accusavano Razia di aver violato le regole della Sharia, la legge dell’Islam. Così Razia marciò insieme al marito per riconquistare la città di Delhi, l’eredità di suo padre. In una società patriarcale la donna accettò il ruolo di moglie, per continuare a governare all’ombra del marito non politicamente abile. Della situazione frammentata e instabile del regno approfittò il fratello minore di Razia, Muizuddin Bahram Shah, che, nel 1240, al comando di un gruppo di uomini armati, usurpò la corona, uccidendo la coppia nel mese di ottobre dello stesso anno. Qualche storico racconta che furono giustiziati il giorno successivo, qualcun altro che morirono in battaglia, altri ancora che Razia fuggì e fu uccisa da una banda di briganti o si rifugiò nella capanna di un contadino che non la riconobbe e la uccise nel sonno per poi essere catturato mentre vendeva il prezioso oro rubatole. Altra leggenda racconta che invece quest’ultimo pianse quando si accorse dell’anello imperiale e la riconobbe. Non si conosce dove sia sepolta la sultana. Una fonte racconta che si trovi nella vecchia Delhi, vicino al marito, nel luogo raffigurato dalla foto che non porta alcun epitaffio o iscrizione. Il luogo della sepoltura rimane controverso. Ibn Batuta uno dei più grandi viaggiatori del mondo, che ha vissuto in India (1335-1340) un centinaio di anni dopo Razia e che nei suoi scritti ha raccontato la sua storia, disse che la sua tomba era diventata luogo di pellegrinaggio. Sulla sua tomba era infatti stato eretto un gran bel mausoleo.

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Certo è che le donne, nel corso dei secoli, avrebbero invocato il nome di Razia in difesa dei loro diritti. Razia, la regina che aveva rifiutato il titolo di Sultana e pretendeva di essere chiamata Sultan. Nella cultura indiana, filmografia e letteratura incluse, ci sono leggende che raccontano di lei, la prima ed ultima sovrana donna islamica del grande sultanato di Delhi.

By PASSOININDIA

Seconda foto: tratta dal film per la tv indiana “Razia Sultan”

Terza foto: possibile tomba di Razia a Delhi

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