Le eterne grotte di Ajanta.

Sono 29, nel mezzo di una valle solitaria, una magnifica più dell’altra, a ridosso di una scogliera dove il fiume Waghora si snoda in una forma a ferro di cavallo, a 105 km. da Aurangabad, nello Stato indiano del Maharashtra. E’ stata una fortuna che gli inglesi casualmente ne scoprissero l’esistenza nel 1819. E’ il periodo dei monsoni e l’acqua sotto suona impetuosa a disturbare il ridondante silenzio delle ventinove grotte di Ajanta, mentre le raggiungo da un percorso a gradini che corre sulla roccia, più fortunato di coloro che, al tempo, vi accedevano dal lungofiume tramite una scala. Sono stati 200 monaci buddisti a scavare queste grotte per farne monasteri (viharas) e sale di preghiera (chaitya grihas) nel secolo II e, durante i periodi Gupta (uno dei maggiori imperi dell’India antica) e post Gupta, nei secoli V e VI a.C. Intorno a quelle grotte, per circa nove secoli, girò, insieme al culto buddista e all’arte degli artisti dedicati alle decorazioni, anche la didattica, perché i monaci, nei loro viaggi itineranti e diffusori del messaggio religioso, trovavano conforto in esse durante il periodo delle piogge in giornate proprio come quella odierna. La bellezza naturale della zona spiega il motivo per cui i monaci scelsero proprio questo luogo per le loro attività spirituali. Ed eccole, numerate da 1 a 29, un seriale splendore che rappresenta l’inizio dell’arte classica indiana. Comincio la mia visita che, con tutte le tassative raccomandazioni di non usare il flash, termina dopo circa 2 ore.

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Là dentro ho trovato tutta la decantata bellezza del sito, Patrimonio dell’Unesco, raffinate pitture murali, mandala, ammalianti decorazioni geometriche, animali e floreali, sublimi architetture e rappresentazioni del Buddha.

Ajanta Caves, Cave 2

Il Buddha, nelle grotte di scuola Theravada (II e inizi del I secolo a.C.), è raffigurato in forma simbolica, come un trono, un albero o una impronta. Nelle raffigurazioni di tradizione Mahayana (la scuola buddhista che incoraggia le rappresentazioni del Buddha attraverso dipinti e sculture), è invece dipinto in forma umana, tra i suoi bodhisattva (illluminati); qui, i coloratissimi murales ne descrivono le vicende prima (secondo quanto raccontano le storie Jataka) e dopo la sua reincarnazione. Nella dottrina Mahayana infatti qualunque essere seziente (tutti degli esseri viventi dotati di almeno un organo di senso che vivono nel saṃsāra cioè nei cicli di vita morte e rinascita) può raggiungere l’illuminazione (bodhisattva) e quindi lo stato di buddha (grazie alla pratica e alla scelta sincera di un voto di bodhisattva) in quanto la “natura di buddha” è insita in essi. Invece per il buddismo Theravada esiste un solo Buddha per ogni era e gli śrāvaka cioè i suoi seguaci, possono realizzare la bodhi divenendo degli arhat (i risvegliati degni di venerazione) e raggiungere il nirvāṇa (libertà dal desiderio), ma non possono realizzare la buddhità (l’illuminazione) poiché essa è preprogativa solo e unicamente del Buddha. Alcuni studiosi preferiscono chiamare Vakataka le grotte di tradizione Mahayaba, dal nome della dinastia regnante in quel periodo, supponendo che proprio un re indu di dinastia Vākāţaka possa essere stato il suo promotore.

          Ajanta Caves, India - paintings and sculptures            ajanta caves 2

Questi capolavori, in alcuni dei quali è evidente l’eredità ellenica portata in India da Alessandro Magno, si sono mantenuti nel tempo. I dipinti si sono conservati grazie alla complessa preparazione della superficie della roccia che li accoglie e che è stata incisa proprio perché ad essa aderisse efficacemente lo strato di terra ferrugginosa mischiata a graniglia, sabbia, fibre vegetali, sterco di vacca e peli di animali. Su di essa, una volta asciutti tutti gli strati, gli artisti dell’epoca (anche induisti) avrebbero eseguito le loro splendide pitture ottenute con pigmenti naturali ocra, rosso, verde, azzurro, legati tra loro da una specie di colla. Questo colori sono stati posati sulla roccia, per decorarla, non “af -fresco”, non quindi su calce bagnata (che nell’affresco ha lo scopo di legare i colori), ma come vere e proprie tempere. La calce veniva infatti utilizzata solo a decorazione ultimata per lisciare e lavare la superficie allo scopo di risaltarne i colori. Questi capolavori vennero realizzati in luoghi carenti di luce, tali erano e sono oggi queste grotte, con l’aiuto di piccole lampade ad olio, oppure della luce riflessa del sole su lastre di metallo o sulle pozze d’acqua appositamente raccolte davanti ad esse. Questo gesto antico è oggi necessariamente ricordato da un assistente alle visite del sito, che convoglia la luce del sole sulle superbe decorazioni con l’ausilio di uno specchio, allo scopo di farne ammirare al visitatore tutta la magnificenza.

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Lontano odo il suono delle cascate amplificato dalla gola in cui risiedono pacifiche le grotte di Ajanta. Il fiume, alto, gorgoglia, forse geloso del suo tesoro millenario.

Testo by PASSOININDIA

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RAKSHA BANDHAN. La festa dei fratelli e delle sorelle.

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Il 10 agosto in India (data non ricorrente ogni anno) si è festeggiato il Raksha Bandhan, la festa dell’amore e dei doveri tra fratelli e sorelle; questa festa è celebrata dagli induisti, ma anche da giainisti e sikh. Le sorelle legano un filo sacro detto Rakhi (dal sanscrito “nodo di protezione”) sul polso del fratello, pregando per il suo benessere e il fratello promette di prendersi cura della propria sorella in ogni evenienza. Così le donne cercano nei negozi i migliori Raksi, generalmente un filo di tessuto colorato magari impreziosito da qualche perlina o amuleto o lo fanno con le proprie mani. Nei tempi moderni può persino trattarsi di un orologio da polso. Così, nel giorno del Raksha Bandhan, il fratello e la sorella (non necessariamente parenti, può trattarsi anche di una stretta amicizia) si riuniscono formalmente in presenza di genitori e parenti e, se uno dei due è lontano da casa, l’augurio può correre via mail. Il rituale avviene solitamente davanti ad una lampada accesa (Diya) o ad una candela (a rappresentare la divinità del fuoco) a volte situate su un vassoio che lei fa ruotare attorno al volto di lui, legando quindi il Rakhi al polso del fratello (che egli indosserà tutto il giorno), recitando una preghiera per la sua felicità. Poi la sorella pone laTilak, un segno colorato sulla fronte del fratello che si impegna quindi a prendersene cura. Poi lei lo alimenta con le mani avvicinando alla sua bocca dolciumi o altre bontà. Il fratello le dona quindi un regalo che può essere ad esempio un vestito o del denaro e anche lui le pone alla bocca dolci, frutta secca etc. in segno di nutrizione. Infine si abbracciano e tutti si congratulano l’un l’altro. E’ un rituale antichissimo che si legge già nel Vishnu Purana quando Yasoda lega un Raksha Bandhan al polso di Krishna. Ma molte sono le sacre scritture antiche (Bhavishya Purana, Bhagavata Purana ecc.) oltre che i poemi epici come il Mahabaratha in cui si legge di questo braccialetto. Le antiche scritture indu sono ricche di storie che narrano di questo braccialetto. Per citarne una, nella Bhagavata Purana e Vishnu Purana dopo che Vishnu sconfisse il demone Bali, vincendo i tre mondi, su richiesta di Bali, andò a vivere nel suo palazzo. Ma alla moglie di Vishnu, la dea Lakshmi non piaceva il palazzo né la sua nuova amicizia con Bali, e preferiva tornare con suo marito a Vaikunta. Così legò al polso di Bali, un Rakhi in segno di fratellanza. Bali le chiese che regalo desiderasse e lei rispose di liberare Vishnu dalla promessa di vivere nel suo palazzo. Bali acconsentì, accettandola come sorella. e poi ci sono leggende storiche che vi fanno riferimento. Ma anche le leggende storiche citano il Rakhi. Infatti, secondo un racconto leggendario, quando Alessandro il Grande invase l’India nel 326 aC, Roxana (o Roshanak, sua moglie) inviò un filo sacro al re Poro, suo nemico, chiedendogli di non danneggiare il marito in battaglia. In accordo con la tradizione, Poro, rispettò la richiesta. Sul campo di battaglia, quindi, quando egli stava per sferrare un colpo finale ad Alessandro, vide il Rakhi sul suo polso e si trattenne dall’attaccarlo personalmente. Ci sono poi le storie dei giorni nostri. Accadde infatti che Rabindranath Tagore, l’indiano Premio Nobel per la letteratura, invocò il Raksha Bandhan e il Rakhi, come fonti di amore, rispetto e voto di protezione reciproca tra indù e musulmani durante il periodo coloniale in India. Nel 1905, l’impero britannico, sulla base delle differenti religioni, aveva diviso il Bengala, una provincia dell’India britannica. Tagore organizzò quindi una cerimonia per celebrare il Raksha Bandhan e rafforzare il legame di amore e di solidarietà tra indù e musulmani del Bengala esortandoli a protestare insieme contro l’impero britannico. Nel 1911, l’impero coloniale britannico annullò la partizione e unificò il Bengala, una unificazione cui non si opposero i musulmani del Bengala. Il tentativo di Tagore non ebbe quindi successo. Il Bengala, diviso durante l’era coloniale, da una parte è diventato il moderno Bangladesh, a prevalenza musulmana, dall’altro divenne lo Stato indiano del Bengala occidentale a prevalenza induista. Grazie al tentativo di Rabindranath Tagore, ancora oggi, in alcune parti del Bengala occidentale, la tradizione del Raksha Bandhan è molto sentita e continua ancora oggi.

con l’ausilio di WIKIPEDIA (traduzione dall’inglese).