L’importanza dei sogni (favola)

C’era una volta un principe bello, giovane e rampollo di una ricca famiglia ed era innamorato di una bellissima ragazza che presto sarebbe diventata la sua sposa; sapeva cavalcare, usare la spada, adorava la caccia ed organizzava per i suoi ospiti memorabili banchetti preparati dai cuochi migliori della regione. La sua era una vita tutta di amore e divertimento nell’attesa di diventare il futuro e saggio re. Ma la sua angoscia era la notte. Dopo essersi addormentato nel suo castello tra le setose lenzuola del letto, veniva tormentato dagli incubi peggiori: in una buia e calda caverna nelle viscere della terra lui era uno schiavo curvo e sofferente, imprigionato da catene come gli altri prigionieri intorno a lui obbligati in fila ai lavori forzati e sorvegliati da guardiani cui piaceva usare la frusta. La mattina, al suo risveglio, il principe tornava un uomo libero ma pieno di cicatrici nel profondo della sua anima e di nuove rughe che segnavano il suo volto, al pensiero terrificante di un’altra notte di incubi. Egli era potente, bello e ricco ma nessuno avrebbe potuto liberarlo dalla schiavitù della paura di quei sogni più reali della vita vera che appesantivano il suo cuore.

C’era una volta un minatore, povero, sfortunato, che lavorava come schiavo del potente signore del luogo nelle afose miniere di carbone; non c’era un lavoro peggiore, duro e faticoso per la mente e per il corpo. I suoi pasti erano scarsi e di pessima qualità e nessun divertimento poteva compensare quella infame vita trascorsa tra mille stenti e fatiche in quel luogo buio e caldo. Le catene erano sempre ai suoi piedi e i guardiani sopprimevano sempre con ferocia fughe e rivolte. I suoi polmoni si riempivano della polvere del carbone ed anche il suo cuore doveva essere diventato nero. Ma la sua speranza era la notte. Alla fine della giornata, ormai distrutto dalla fatica, poteva accasciarsi su un lurido giaciglio umido e pietroso e dopo essersi addormentato veniva rasserenato dai sogni più belli: era un principe ricco, bello e innamorato, che cavalcava all’aria aperta, sotto uno splendido sole oppure duellava con la spada o parlava d’amore alla sua futura sposa. Al suo risveglio, ancora lurido, dolorante e sporco di carbone, con le catene ai piedi continuava da sveglio il suo sogno immaginandone gli sviluppi, i banchetti, le cacce e gli amori… Il suo cuore di schiavo batteva ancora più forte ed i suoi occhi erano sereni. E mentre il suo guardiano lo frustava per indurlo a lavorare egli pensava “frustami pure… ma io stanotte sarò ancora principe!”ed ogni notte infatti egli tornava ad essere un uomo felice. E ogni mattina, quando ricominciava il suo faticoso lavoro, pur sapendo che la sua vita mai sarebbe cambiata, era un uomo sereno perché la sua anima si sarebbe salvata, aggrappata a quei sogni di amore e di felicità.

(foto: Passoinindia)

Fonte http://www.raccontiepoesie.org/Indici/Frame_Indice_Fiabe.htm

Seguite il vostro cuore, la bussola è nei sentimenti (U. Galimberti – La Repubblica 24.02.2003)

Oggi la si chiama “resilienza”, una volta la si chiamava “forza d´animo”, Platone la nominava “tymoidés” e indicava la sua sede nel cuore.
Il cuore è l´espressione metaforica del “sentimento”, una parola dove ancora risuona la platonica “tymoidés”. Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell´anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, perché in una scelta piuttosto che in un´altra ci si sente a casa. E guai a imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.
La forza d´animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi. Qui è la salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli “altrove” della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perché altri, da cui pensiamo dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no.
Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l´animo si indebolisce si ripiega su se stesso nell´inutile fatica di compiacere agli altri. Alla fine l´anima si ammala, perché la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita. Bisogna essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d´animo. Ma per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la nostra ombra. Che è poi ciò che di noi stessi rifiutiamo. Quella parte oscura che, quando qualcuno ce la sfiora, ci sentiamo “punti nel vivo”. Perché l´ombra è viva e vuole essere accolta. Anche un quadro senza ombra non ci dà le sue figure. Accolta, l´ombra cede la sua forza. Cessa la guerra tra noi e noi stessi. Siamo in grado di dire a noi stessi: “Ebbene sì, sono anche questo”. Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d´animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga.
“Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte”, scrive Nietzsche. Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui. Perché il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede via d´uscita. Eppure la cerca, perché sa che il buio della notte non è l´unico colore del cielo.
Di forza d´animo abbiamo bisogno soprattutto oggi perché non siamo più sostenuti da una tradizione, perché si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perché si è smarrito il senso dell´esistenza e incerta s´è fatta la sua direzione. La storia non racconta più la vita dei nostri padri, e la parola che rivolgiamo ai figli è insicura e incerta. Gli sguardi si incontrano solo per evitarsi. Siamo persino riconoscenti al ritmo del lavoro settimanale che giustifica l´abituale lontananza dalla nostra vita. E a quel lavoro ci attacchiamo come naufraghi che attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perché il mare è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato.
Passiamo così il tempo della nostra vita, senza sentimento, senza nobiltà, confusi tra i piccoli uomini a cui basta, secondo Nietzsche: “Una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute”. Perché ormai della vita abbiamo solo una concezione quantitativa. Vivere a lungo è diventato il nostro ideale. Il “come” non ci riguarda più, perché il contatto con noi stessi s´è perso nel rumore del mondo.
Passioncelle generiche sfiorano le nostre anime assopite. Ma non le risvegliano. Non hanno forza. Sono state acquietate da quell´ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona educazione. E invece è sonno, dimenticanza di sé. Nulla del coraggio del navigante che, lasciata la terra che era solo terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore. Il cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza, sua animazione, affinché le idee divengano attive e facciano storia. Una storia più soddisfacente.

Articolo di Umberto Galimberti: Seguite il vostro cuore la bussola è nei sentimenti
Tratto da “la Repubblica”, 24 febbraio 2003