Il significato del Bindi e del Sindoor (with English version)

L’eroina del primo romanzo di Mala Kishoendajal “Dame Blanche” racconta dell’origine del rito di applicare il sindoor nel corso della cerimonia matrimoniale indu: Nel Medio Evo i musulmani rapivano le ragazze indù e le violentavano. Come segno di questo stupro applicavano il sindoor sulla scriminatura dei capelli delle vittime. Da qualche parte, nel 13th secolo, un bramino intelligente ebbe una brillante idea per indurre in errore i musulmani: applicare il sindoor alla scriminatura dei capelli delle ragazze fin dal momento della loro nascita. In questo modo non era più possibile per i musulmani per scoprire chi era stata violentata e chi no.”.

Quando parliamo di segni sulla fronte facciamo riferimento a termini come tilak, kumkum, sindoor e bindi.

Il Bindi è in origine un segno rotondo sulla fronte delle femmine indù. La parola Bindi deriva dal sanscrito bindu che significa punto o goccia. E’ una tradizione molto antica tra gli uomini e le donne indù. L’antico nome di questo simbolo è tilaka (detto anche tikka). E’ fatto con terre colorate, ceneri di yajna (cioè derivanti dal rituale del sacrificio del fuoco), pasta di sandalo o unguenti.

Testi indiani sacri, miti e poemi epici parlano del tilaka e del sindoor. Si parla di tilaka nel poema del Maha Bharata, nei drammi in sanscrito di Kalidasa (il più grande poeta della letteratura classica indiana vissuto probabilmente tra il III e il V secolo aC ed il cui nome significa “servitore della dea Kali”) e altre opere come il Panchatantra e la Kathasarita Sagara (antiche raccolte indiane di favole e leggende). Tulsidas, un poeta indiano vissuto tra il 1500 e il 1600 la cita nella sua Ram Charit Manas quando racconta del matrimonio tra Rama e Sita.

Il colore rosso sia del bindi che del sindoor è collegato con raja, uno dei tre componenti della prakriti (la natura, descritti nella filosofia Sankhya, una delle sei filosofie della religione induista) che è sattva, rajas e tamas. Queste tre componenti della prakriti rappresentano la bontà, la passione e le tenebre. Ognuno di essi è rappresentato da un colore. Il colore bianco è per la bontà, il rosso per la passione e il nero è per l’oscurità e l’ignoranza. Il rosso rappresenta quindi l’aspetto passionale della prakriti. Il rosso implica anche l’amore, la fertilità e la forza. Sindoor infatti significa cinabro o solfuro di mercurio ed il minerale dal brillante pigmento rosso che si usa per tracciarlo. Per alcuni simboleggia la antica pratica di offrire sacrifici di sangue per compiacere gli Dei – in particolare la dea Shakti. Nel tempo, le comunità hanno posto fine a questi sacrifici ma il colore rosso è rimasto.

Gli studiosi non sono d’accordo circa l’origine dell’usanza del bindi o sindoor. Secondo alcuni studiosi, al tempo della antica società degli Aryan, lo sposo usava applicare il suo sangue sulla fronte della sposa come riconoscimento del matrimonio e da ciò deriverebbe questa usanza. Oggi, nella cerimonia del matrimonio indù lo sposo pone il sindoor sulla scriminatura dei capelli della sposa a simboleggiare vita coniugale eterna. L’applicazione del sindoor rappresenta quindi anche il cambio di status da sposa a moglie. Quando una donna indiana resta vedova deve smettere di indossare questo marchio. Allora la suocera o la cognata rimuovono il sindoor e la vedova romperà i suoi braccialetti e toglierà l’anello al naso (il nath). Il punto di separazione dei capelli adornato dal sindoor rappresenta infatti un fiume di sangue rosso pieno di vita e quando il sindoor viene rimosso, il fiume diventa sterile, arido e vuoto. Questa usanza è prevalente nelle aree rurali ed è seguita da tutte le caste e ceti sociali. Così il sindoor, oltre ad essere un ornamento di buon auspicio, svolge anche il ruolo di un silenzioso simbolo di comunicazione. Se c’è un lutto in famiglia, le donne non indossano il sindoor, al limite solo una striscia di curcuma, giusto per non indicare vedovanza. Durante le mestruazioni, alcune donne si astengono dall’ indossare il sindoor.      

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Il bindi è invece utilizzato anche dalle donne non sposate, come anche il Kumkum rosso a base di curcuma (la radice polverizzata di una pianta usata anche nella cucina indiana). Il bindi viene posizionato tra gli occhi perché, secondo i saggi indiani, l’area tra le sopracciglia è la sede della saggezza latente. Questo punto tra gli occhi, conosciuto con vari nomi come Ajna Chakra, occhio spirituale, e Terzo Occhio, si dice che sia il centro nevralgico più importante del corpo umano. Nel Kundalini Yoga e nella tradizione tantrica, durante la meditazione, la “kundalini” – la latente energia che sta alla base della spina dorsale – si risveglia e sale fino al punto di sahasrara (7 ° chakra) situata nella testa o nel cervello. 

Il punto centrale, il bindu, diventa quindi il possibile sbocco per questa potente energia.

Alcuni studiosi associano il bindi con la nascita di Kali dalla fronte di Durga. Si applica sulla fronte in tutti le occasioni religiose e cerimoniali. 

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Il tilaka, infine, è di più di un colore anche se normalmente è vermiglio e viene applicata in modo diverso dai membri delle diverse caste indù e sotto-caste.

Gli adoratori di Vishnu applicano una tilak rosso, giallo o zafferano a forma di “U”. Gli adoratori di Devi o Durga applicano un sindoor rosso. Gli adoratori di Shiva applicano una tripundra (tre linee orizzontali) ed è fatto con ceneri (Bhasma). Anche la fuliggine (Abhira) è usata come pigmento per applicare una tilak. .

In alcune zone il termine Tilak viene anche utilizzato per rappresentare il rito eseguito un po ‘prima della cerimonia del matrimonio per finalizzare e dare un timbro ufficiale al fidanzamento. Dopo che la famiglia dello sposo accetta la proposta della famiglia della sposa e gli oroscopi sono stati confrontati un giorno propizio è messo a punto dal sacerdote per la Tilak e il matrimonio. Si tratta di una vecchia usanza. La Tilak indica che lo sposo è pronto per il matrimonio.

In passato la regina Kshatriya utilizzò questo piccolo segno sulla fronte del marito per portargli fortuna sul campo di battaglia o per dargli il benvenuto a casa. Nei tempi moderni si usa per accogliere gli ospiti. Il bindi e kumkum porta con sé una ricchezza di significato ed collegato ad una tradizione molto antica. Nel mondo di oggi, non solo le damigelle indu usano apporre il bindi ma esso ha trovato la sua applicazione anche nelle case dei musulmani e cristiani. Il Kumkum può essere ottenuto come liquido, pasta, polvere o in forma di stick. Il Bindi è disponibile anche in molte forme. La nuova tendenza è lo “sticker-bindi”. Sono venduti sul mercato in piccoli pacchetti di diversi colori e disegni e hanno un po ‘di colla sul retro in modo che possano essere messi facilmente sulla fronte. L’adesivo-bindi è fatto di feltro, con colla su un lato. Alcuni sono creazioni davvero esotiche, utilizzando un sottile metallo nei colori oro e argento, tempestato di scintillanti pietre semi-preziose. Oggi le signore hanno una varietà di bindi tra cui scegliere. Il Bindi è una parte necessaria del trucco della donna, e ha trovato la sua strada nel mondo della moda internazionale.

(Wahid Saleh)

questo testo deriva dalla libera traduzione dal sito:

http://www.indiawijzer.nl/what_is_indiawijzer/wahid_press_and_publication/publication/10_bindi.pdf,

Si precisa che questo post contiene, rispetto al testo originale, qualche informazione aggiuntiva

THE BINDI AND THE SINDOOR

The heroin of Mala Kishoendajal’s first novel “Dame Blanche” mentions about the origin of the rite of applying sindoor during a Hindu marriage ceremony as follows:
In the Middle Ages Muslims kidnapped Hindu girls and raped them. As a mark of this rape they applied sindoor in the partition of hair of the victims. Somewhere in the 13th century, a clever Brahmin got a bright idea to mislead the Muslims. From their birth the sindoor was applied at the partition of the hair of the girls. This way it was not possible for the Muslims to find out who was raped and who was not. These remarks raised my curiosity to find out the origin of the Hindu rite of using tilak, kumkum, sindoor and bindi. The result is this article. Bindi originally is a round mark on the foreheads of Hindu females. Bindi is derived from the Sanskrit
word bindu meaning dot or drop. Making a mark on the forehead is a very old tradition among Hindu men and women. The old name for this mark is tilaka. Tilaka is made with coloured earth, ashes of  yajna (the fire offering), sandalwood paste or unguent. The term tika or tikka is a distorted form of the term tilaka.
Indian religious texts, scriptures, myths and epics mention the tilaka and sindoor. The mention of tilaka can be found in Maha Bharata, in Sanskrit plays of Kalidasa (1st century BC) and other works like Panchatantra or Kathasarita Sagara. Tulsidas mentions it in his Ram Charit Manas at the time of  the marriage between Ram and Sita. The term bindi is rather new.
The red colour is connected with rajas, one of the three constituents of prakriti (nature) that is sattva, rajas and tamas. These three constituents of prakriti represent goodness, passion and darkness. Each of these is represented by a colour. White colour is for goodness, red is for passion and black is for darkness and ignorance. These three constituents of prakriti are described in Sankhya philosophy of  Hindu religion. The red colour of bindi or sindoor represents the passionate aspect of prakriti. The red implies also love, fertility and strength. Sindoor (vermilion) is sublimed mercuric sulfide and is a brilliant red pigment.
Modern Hindu wedding rituals are described in books of rituals for the householders called Grahya Sutras. The most extensive of these is the Pāraskara Grahya Sutra (6th century BC). In Pāraskara Grahya Sutra there is no mention of bindi or sindoor. However it is mentioned that in addition to the rituals described in these books, people can also perform the rituals that are in vogue in the community. The colour red is significant. The red colour, some believe, symbolizes the far more ancient practice of  offering blood sacrifices to please the Gods – particularly the Goddess Shakti. In time, communities put an end to actual sacrifices and offered gifts instead, but the colour red remained. Scholars differ about the origin of using bindi or sindoor. According to some scholars in ancient times, in Aryan society, a groom used to apply his blood on-his bride’s forehead as recognition of wedlock. The existing practice among Indian women of applying a round shaped sindoor or red tilak could be a survival of this. In a Hindu marriage ceremony the groom places sindoor on the bride’s head, at the partition of the hair. This is a symbol of eternal, everlasting married life. In Bengal the groom dips a ring in sindoor and traces a red line through the parting in the bride’s hair. Application of sindoor is also the change of status from bride to wife. The bridegroom’s make-up is incomplete without the tilak. Red kumkum made from turmeric is also applied on the forehead. But kumkum and sindoor are not synonymous. Unmarried women can use kumkum, but they will never wear sindoor. Significantly when an Indian woman has the misfortune of becoming a widow she has to stop wearing
this mark. The sindoor, apart from being an auspicious adornment, also plays the role of a silent communicator. If there is a death in the family, women don’t wear sindoor. Many married women would use turmeric as a substitute merely to indicate not widowhood but a state of mourning in the family. During menstruation, some women refrain from wearing sindoor.
The positioning of the bindi in between the eyes is significant. According to the Indian sages, the area between the eyebrows is the seat of latent wisdom. This point between the eyes, known by various names such as Ajna Chakra, Spiritual Eye, and Third Eye, is said to be the major nerve center in the human body. In the Kundalini yoga and Tantric tradition during meditation, the “kundalini” – the latent energy that lies at the base of the spine is awakened and rises to the point of sahasrara (7th chakra) situated in the head or brain. The central point, the bindu, becomes therefore a possible outlet for this potent energy.
Some scholars associate the bindi with the birth of Kali from Durga’s forehead. It is supposed to signify the mystic third eye of a person. It is applied on the forehead on all religious and ceremonial occasions and means welcome. The tilaka is of more than one colour although normally it is vermilion. It does not have any standard shape and form and is applied differently by members of different Hindu sects and sub-sects.

The Vishnu worshippers apply a red, yellow or saffron tilak in the shape of “U”. The worshippers of Devi or Durga apply red indoor. Worshippers of lord Shiva apply a tripundra (three horizontal lines) and it consists of ash (Bhasma). Soot (Abhira) is also used as a pigment for applying a tilak. The forehead dot found on the 2nd and 3rd century AD sculptures of Lord Buddha are known as the “urna”. In some areas the term tilak is also used to represent the rite performed a little before the marriage ceremony to finalise and to give an official stamp to the betrothal. After the groom’s family accepts the proposal of the bride’s family and the horoscopes ave been compared an auspicious day is finalised by the priest for the tilak and the wedding. This is an old custom. Tilak symbolises hat the groom is ready for marriage. In the past Kshatriya queen used to apply this little mark on her husband’s forehead to bring him luck in the battlefield or used it to welcome him back home. In modern times too the same custom is used to welcome guests. The bindi and kumkum carries with it a wealth of meaning and is an on-going link with a very ancient tradition and past. In today’s world not only the Hindu damsels use bindi but it also found its way to the homes of Muslims and Christians Kumkum can be obtained as liquid, paste, powder or in stick form. The bindi comes also in many shapes. The new trend is “sticker-bindi”. They are sold in the market in small packets of different colours and designs and have a little bit of glue at the back so that they can be put on the forehead easily. The sticker-bindi is made of felt, with glue on one side. Some are truly exotic creations, using thin metal in gold and silver colours, encrusted with glittering semi-precious stones. Modern fashion conscious ladies today have a variety of bindis to choose from. Bindi is a necessary part of an Indian woman’s makeup, and has found its way to the international fashion world. .
(Wahid Saleh)

(This article was published in different magazines in India, The Netherlands, UK and USA.)

(http://www.indiawijzer.nl/what_is_indiawijzer/wahid_press_and_publication/publication/10_bindi.pdf,

IL SISTEMA DELLE CASTE IN INDIA (caste system in India)

foto by PASSOININDIA

La struttura sociale indiana è stratificata gerarchicamente in caste in cui i gruppi e gli individui che vi appartengono vengono guidati da prescritte norme, valori e sanzioni sociali (tra cui anche la definitiva esclusione dalla comunità) tipici di quella casta, realizzando così specifici modelli di comportamento. La casta viene ereditata per nascita. Nel concetto di casta vi sono quelli di varna e jati. Varna significa colore e, ad ogni casta, ne è associato uno. Ai Bramini (i sacerdoti, sacrificatori e conoscitori dei testi religiosi), gli appartenenti alla casta più alta nella gerarchia, venne associato il colore bianco, ai Kshatria (i guerrieri e i prinicipi) il rosso, ai Vaisia (gli agricoltori, i commercianti e gli artigiani) il giallo. Ai Shudra, i servitori degli altri tre Varna (cioè i gruppi nobili – arya – o rigenerati – dvija – ), venne associato il nero. La gerarchia dei varna configura anche il grado di purezza di ogni gruppo, partendo dai Brahmini, i più puri, fino ai Shudra, gli impuri o contaminati. Mentre le prime tre caste hanno pieno diritto di culto, ai Shudra non è sempre permesso di offrire sacrifici agli dei. L’appartenenza ad una casta determina il ruolo sociale di chi vi appartiene, quindi il tipo di professione svolta, la persona da sposare (che deve appartenere alla stessa casta – endogamia -) e persino l’alimentazione. Con l’emergere di nuovi gruppi sociali e nuove attività il sistema delle caste si è successivamente evoluto in sottocaste (jati o comunità). Non tutti gli individui appartengono ad una casta. I cosiddetti “fuori casta” (avarna – senza colore – anche detti “paria” o “intoccabili”) sono coloro che lavorano a contatto con la morte e le cose impure (ad esempio la rimozione delle carcasse di animali, la pulizia delle strade e delle latrine, la lavorazione delle pelli, l’uccisione dei topi), i barbari, i tribali (che vivono sulle montagne o nella giungla e comunque al di fuori della società) e i figli di unioni di jati diverse. Agli intoccabili è proibito entrare nei templi ed essi non possono essere cremati alla loro morte. Chi tocca un intoccabile deve immediatamente lavarsi le mani per purificarsi. Se un intoccabile osasse attingere acqua da un pozzo pubblico, l’acqua si inquinerebbe e nessun altro potrebbe usarlo.
Ogni individuo che nasce in una casta, ne assume incondizionatamente lo status e il ruolo conforme a questa identità. Ogni persona nasce quindi in un inalterabile status sociale. La casta è quindi un gruppo sociale chiuso. Questo sistema trova il suo fondamento religioso nei Veda, gli antichi testi religiosi a base dell’induismo, scritti in sanscrito (ma tramandati oralmente dalla loro antichissima origine), che hanno derivazione dal popolo degli Arii, arrivati in India settentrionale intorno al 1500 a.c. Una teoria storica fa addirittura coincidere la nascita dei varna con l’arrivo in India di questo popolo di pelle chiara, provenienti dal Nord dell’Asia e dall’europa del Sud, che trovò, al suo arrivo, altre razze che già vivevano in territorio indiano, come i Negrito, dalla pelle nera, simili agli africani, i Mongoloidi, simili ai cinesi, gli Austroloidi simili agli aborigeni australiani e i Dravidiani, i più numerosi, di origini mediterranee. Con gli Austroloidi e i Dravidiani, gli ariani ebbero la maggior parte dei loro contatti. Per il resto gli ariani non rispettarono le culture delle popolazioni locali che furono quindi costrette a diventare loro servi oppure a fuggire sulle montagne o verso sud.
Gli Ariani si organizzarono in tre gruppi, quello dei guerrieri (Rajayana poi divenuto Rajayana Kshatria), quello dei sacerdoti, (brahmani), che riuscirono a conquistare il potere, quello dei contadini e degli artigiani (Vaisia).
Nel Rig Veda (1700-1100 a.c.), uno dei testi della raccolta dei Veda, è raccontato che l’uomo primordiale – Purush – ha distrutto al fine di creare una società umana. Dalle parti del suo corpo sono stati creati i varna. Cosi, in base ad una gerarchia decrescente, dalla sua testa sono stati creati i brahmani, dalle sue mani i Kshatrias, dalle sue cosce i Vaishias e dai suoi piedi i Sudras. Altra teoria religiosa sostiene che i Varna abbiano avuto origine dagli organi del corpo di Brahma, l’assoluto creatore del mondo.
Nella popolare Bhagavad-Gita ancora di più viene sottolineata l’importanza di appartenenza alla casta e dell’adempiere il proprio dovere sociale.
Nell’induismo, l’obbedienza alle regole della casta cui si appartiene diventa un dovere religioso. L’appartenenza ad una casta, acquisita per nascita, è il risultato attuale di un comportamento passato e il buono o cattivo rispetto dei doveri di casta (secondo il principio del dharma), oggi, determinerà l’appartenenza ad una casta, superiore o inferiore, nella prossima vita (secondo il principio del kharma). Infatti, la casta nella quale un individuo nasce è il risultato delle azioni che ha commesso in una vita precedente. Così, una persona veramente virtuosa della casta Shudra (i servitori) potrebbe essere premiata con la rinascita a bramino nella sua prossima vita. Le anime possono muoversi non solo tra i diversi livelli della società umana, ma anche trasmigrare nel corpo di animali, il che spiega il vegetarismo di molti indù.
In questa visione le ineguaglianze fra gli uomini sono quindi la conseguenza di azioni nelle vite passate, ed hanno tuttavia un valore provvisorio, valgono cioè fino alla morte dell’individuo e alla sua successiva reincarnazione (samsara), dato che è possibile essere virtuosi nel corso della vita attuale al fine di raggiungere una stazione più alta nella prossima rinascita.
Il sistema delle caste venne usato dagli inglesi, insidiatisi in India nel 1757, come mezzo di controllo sociale. Si allearono con la casta dei bramini, ripristinando alcuni privilegi che erano stati abrogati dai governanti musulmani. Tuttavia, gli inglesi resero illegittime, in quanto considerate discriminatorie, alcune usanze indiane riguardanti le caste inferiori. Nel XIX e XX secolo si parlò addirittura di abolire lo status di intoccabile e nel 1928 fu permesso ai “dalit” di entrare in un tempio. Il grande Gandhi si è battutto per l’emancipazione dei dalit, dandogli il nuovo nome di Harijan o “figli di Dio” .
Il nuovo governo indiano insediatosi a seguito dell’Indipendenza indiana, avvenuta il 15 agosto 1947, ha istituito vari leggi per proteggere le “caste e le tribù”, includendovi sia gli intoccabili che i gruppi tribali che, ancora oggi, vivono stili di vita tradizionali. Queste leggi, tuttora vigenti, includono sistemi di quote per garantire l’accesso all’istruzione e ai posti di governo.
Infatti, per legge, in applicazione degli articoli 341 e 342 della Costituzione indiana del 1950, sono state formate le “Schedule Caste” e le “Schedule Tribes” ovvero gli elenchi delle caste degli intoccabili e delle tribù,. Sul sito del governo indiano http://www.indiangovernmentwebsite.com/how-do-i-obtain-caste-certificate/ è spiegato come ottenere il “certificato di casta” la cui funzione è così ivi descritta: “un certificato di casta è la prova della propria appartenenza ad una casta particolare, soprattutto nel caso in cui non si appartenga a nessuna delle “caste”, come specificato nella Costituzione indiana. Il governo ha ritenuto che le Scheduled Castes and Tribes abbiano bisogno di un incoraggiamento speciale e dell’opportunità di progredire allo stesso ritmo del resto della cittadinanza. Di conseguenza, l’Indian System of Protective Discrimination ha previsto alcuni privilegi speciali concessi a questa categoria di cittadini, quali la riserva di posti nelle assemblee legislative e di Governo, la riduzione parziale o totale delle tasse scolastiche e dei college, la riserva di quote di iscrizione alle istituzioni educative, il rilassamento dei limiti massimi di età per l’accesso a determinati posti di lavoro, ecc. Per poter usufruire di questi privilegi, un cittadino appartenente ad una casta deve essere in possesso di un valido certificato di casta.”. I moduli per ottenere il certificato di casta sono disponibili on-line o presso appositi uffici locali. Nel caso in cui nessuno dei familiari di chi chiede il certificato abbia già ricevuto un certificato di Casta, il governo, prima di rilasciare il certificato, opererà un’indagine locale e chiederà una prova di residenza nello Stato per un periodo minimo stabilito ed una dichiarazione giurata di appartenenza alla casta.
In India la maggior parte dei matrimoni sono combinati e per questo spesso le famiglie si rivolgono ai molti siti matrimoniali su internet, oltre alle agenzie locali, pubblicizzati anche sui giornali, per trovare il marito o la moglie perfetta per i loro figli. La ricerca parte proprio da una prima selezione basata sulla religione e la casta di appartenza.  Un sito famoso è http://www.shaadi.com/matrimonials/indian-castes.

Altre religioni in India come quelle dei Sikhs, Gianisti e Buddisti non riconoscono il sistema delle caste ma, in pratica, nella vita quotidiana (anche ai fini delle unioni matrimoniali) il sistema delle caste svolge un ruolo importante.

Testo Passoinindia

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