Le danze del festival di Paro (Bhutan).

Con la primavera, quando le nevi cominciano a scogliersi, a Paro, in Bhutan, lo Stato ormai noto per essere il più felice del mondo, ha luogo il Tshechu, uno dei festival religiosi buddisti più importanti dell’omonimo distretto. Questo evento attira moltissimi viaggiatori ma non è affatto costruito per essere un’attrazione turistica, trattandosi invece di una festa religiosa autenticamente celebrata dalle comunità locali bhutanesi. Tshechu significa “decimo giorno” essendo tenuta il decimo giorno del secondo mese del calendario lunare bhutanese, corrispondente al compleanno di Guru Rimpoche, il prezioso maestro.

Guru Rimpoche è il nome popolare di Guru Padmasambhava, parola che vuol dire “colui che è nato da un fiore di loto”; questo santo, intorno all’800 d.C., diffuse in Bhutan il Buddismo Vajrayana, (buddismo del veicolo del diamante) chiamato anche Buddismo Matrayana (veicolo dei mantra segreti) o anche Tantrayaba (veicolo del Tantra, da cui buddismo tantrico), che complessivamente è noto come buddismo tibetano di cui quindi Guru Rimpoche è considerato il fondatore. Si tratta di scuole, lignaggi e dottrine che promulgano nuovi insegnamenti mirati a raggiungere, intento comune a tutto il buddismo, la conoscenza e quindi l’illuminazione. Il buddismo butanese, pur originando da quello tibetano, ha poi assunto caratteristiche specifiche per rituali, liturgia e organizzazione monastica, secondo le regole del Buddismo Mahayana (il Grande Veicolo). Il Bhutan è il solo Paese al mondo che ha mantenuto il buddismo Mahayana, nella sua connotazione tantrica Vajrayana, come religione ufficiale di Stato.

Il festival di Paro si svolge ogni anno sin dal XVII° secolo, quando Zhabdrung Ngawang Namgyal (il fondatore dello stato del Bhutan) e Ponpo Rigzin Nyingpo lo iniziarono nel 1644 in occasione della consacrazione dello Dzong della città.

Lo Dzong, struttura tipica del Bhutan che ne conserva di straordinari e visitabili, è un edificio costruito come una fortezza in pietra (i tetti invece sono in legno e assemblati senza uso di chiodi con tecniche di incastro) il cui interno è tuttavia adibito a monastero e alla gestione degli affari amministrativi della comunità; si noti che, per ragioni di sicurezza, il primo piano non presenta mai alcuna finestra. Chi ha visto il film “Il piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci troverà familiare il Rinpung Dzong di Paro perché qui sono state ambientate alcune scene del film.

In realtà sono vari gli Tshechu che si tengono in varie zone, templi, monasteri e dzong del Bhutan in vari periodi dell’anno; praticamente ogni luogo importante del Bhutan ha il suo Tshechu, così come avviene a Thimphu (l’altro famoso insieme a quello di Paro), Punakha, Wangdue e Bumthang.

Durante questa festa che dura 5 giorni, al ritmo di tombe, cembali, flauti e canti popolari, si svolgono rituali e spettacolari danze e forme di teatro (cham) in coloratissimi ed elaborati costumi tradizionali dove i danzatori, monaci e laici, hanno il viso coperto da incredibili maschere dal profondo e particolare significato; danzando essi rappresentano delle storie o accadimenti dell’ VIII° secolo, il tempo di Guru Rimpoche di cui ricordano la vita e le gesta; durante le rappresentazioni vengono invocate le divinità e gli insegnamenti tantrici che con la loro benedizione hanno il potere di annientare il male e portare pace e felicità al Regno.

Per i bhutanesi, che per l’occasione indossano i loro gioielli e abiti migliori, bevono té al burro e bevande d’orzo, partecipare al Tshechu significa venire benedetti, purificarsi dai peccati e guadagnare meriti; per i turisti è sicuramente il modo migliore per avvicinarsi alla gente e alla cultura bhutanese. Il momento più importante del Tsechu di Paro (ma anche degli altri Tsechu) è quando nel cortile interno dello Dzong viene dispiegato il Thangka (o Tangka), un enorme arazzo, magnifico esempio di arte buddista, che viene esposto solo per poche ore all’alba dell’ultimo giorno della festa. Il termine deriva dalla parola “than” che significa “piano” e “ka” che vuol dire “dipinto”; quindi il Thangka è un tipo di dipinto realizzato su una superficie piana.

Questo dipinto di 30 × 45 metri raffigura Padmasambhava al centro affiancato dalle sue due consorti (Mandarava e Yeshe Tsogyal) e dalle sue otto incarnazioni. Di solito Padmasambhava viene raffigurato con baffi e barbetta mentre in mano tiene un “vajra” e una “khatvanga”. Quest’ultimo è lungo bastone, in origine un’arma, adottato poi come simbolo religionso nel buddismo Vajrayana. Il Vajra è quell’oggetto simbolico, costituito da una sfera centrale ai cui estremi si trovano due loti con otto petali (che rappresentano i due mondi opposti, quello fenomenico del Samsara e quello tangibile del Nirvana) che dal punto di vista del “vuoto” sono assolutamtne uguali; gli otto petali rappresentano i quattro Bodhisattva, gli illuminati, e le loro consorti. Questo simbolo è ricorrente anche nell’Induismo e nel Tantrismo il cui nome, dal sanscrito, significa “diamante” o “fulmine” e rappresenta l’infrangibilità, l’immutabilità e l’autenticità della Verità ultima ma anche la vacuità, vera essenza di tutti gli uomini e del reale; inoltre, la trasparenza del diamante indica anche che la mente illuminata è “chiara”, “limpida” e “vuota” ed il “vuoto” è rappresentato proprio dalla sfera, ha la stessa natura dell’illuminazione. La Verità è come il fulmine ed indistruttibile come il diamante che distrugge ignoranza e inconsapevolezza. Da Vajra deriva il nome Vajrayana cioè il “veicolo di diamante”, la terza grande trasformazione del buddismo dopo lo Hinayana e il Mahayana.

Chi guarda il grande arazzo riceve in dono la liberazione dal peccato e questo è proprio il significato letterale del termine bhutanese ‘thongdroel‘, così come è anche chiamato questo grande Thangka. Dopo l’estensione del Thangka hanno luogo la danza del Signore della Morte (Shingje Yab Yum) e della sua consorte, la Durdag (danza dei signori dei terreni di cremazione), la danza dei cappelli neri (Shanag), la danza del tamburo (Drametse Ngacham), la danza delle otto specie di spiriti (De Gye mang cham) e altri canti e danze tradizionali. Poi il thangka viene arrotolato e riposto all’interno del Dzong per essere nuovamente ammirato l’anno seguente.

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Quest’anno, nel 2017, il festival di Paro si terrà dal 7 al 11 aprile.

Per il festival di Thimpu queste sono le date:

Thimpu Drubchen: dal 25 al 29 settembre 2017

Thimpu Tsechu dal 30 settembre al 2 ottobre 2017

Paro (2.250 m.s.l.m.) si trova in una delle più ampie valli del regno, la Paro Valley, ricca di risaie fertili, attraversata da un fiume di acqua purissima. Anche al di fuori del festival Paro merita una visita essendovi più di 155 templi e monasteri nel distretto, alcuni del XIV° secolo. Spettacolare è il monastero di Taktsang, chiamato “il nido della tigre” che si aggrappa ad una scogliera rocciosa a strapiombo sulla valle, raggiungibile con una salita a piedi o a dorso di mulo attraverso boschi di querce e rododendri. Secondo la tradizione bhutanese Padmasambhava si fermò qui quando arrivò in Bhutan volando aggrappato alla sua moglie tibetana Yeshe Tsogyal, trasformata in una tigre volante, da cui il nome del monastero.

Paro dispone di aeroporto internazionale e già il sorvolo è uno spettacolo.

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Maitreya, il Buddha del futuro.

Durante un viaggio in Ladakh, nel nord India, rimasi sorpresa da una grande statua di Buddha posta proprio sopra una collinetta antistante il monastero di DISKIT, che dominava il panorama mozzafiato della VALLE DI NUBRA, a 3048 metri slm. I suoi colori, dalle prevalenti tonalità rosso, rosa e giallo, sposavano un cielo immenso, a corona delle grandi montagne.

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Ci girai attorno, incontrando qua e là qualche monaco, guardai in su e mi dissi che era davvero altissima, la più grande che avessi mai visto, stante i suoi ben 32 metri che mi rendevano formica. Mi colpì la sua maestosità, in quella terra già maestosa e maestra di suo. Regnava imponentemente su quel territorio, con le mani giunte, a pregare per l’Umanità intera. Era rassicurante stare lì sotto, coccolata da quel silenzio himalaiano e dalla protezione del Buddha. Scoprii presto che quei grandi piedi appartenevano a MAITREYA, in onore del quale la statua è stata eretta. Maitreya è considerato il Buddha del futuro, il Buddha che ancora deve arrivare, successore di GAUTAMA BUDDHA, quello che comunemente conosciamo come SIDDHARTA e che visse presumibilmente tra il 566 a.C. e il 486 a.C. (avete letto il libro di Hermann Hesse?).

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Le varie correnti buddiste, che lo venerano all’unisono, ne aspettano la venuta essendo così scritto nei testi sacri ed avendo lo stesso Buddha predetto di non essere l’ultimo. Maitreya, che significa gentilezza amorevole, otterrà l’illuminazione e avrà compassione e buona disposizione d’animo verso tutti. Come in altre sue simbologie, Maitreya, è seduto su un trono, con i piedi per terra, pronto ad alzarsi e a venire sulla Terra quando sarà l’ora; quindi gli oceani si ritireranno, Maitreya lì attraverserà e farà cessare guerre, carestie ed epidemie e, in sette giorni, otterrà l’illuminazione, la Bodhi (la mèta del percorso religioso, quella che per gli induisti si chiama moksa, l’uscita dal ciclo delle reincarnazioni),grazie alle sue molte vite spese per diventare Bodhisattva. Egli svelerà il nuovo DHARMA (gli insegnamenti del Buddha e la via verso l’Illuminazione, simboleggiata da una ruota, il dharmachakra) all’umanità, fondando un nuovo mondo e ponendo fine ad un’era di decadenza. In altre rappresentazioni, Maitreya è raffigurato in piedi, come sospeso in aria, libero dal samsara (il ciclo delle rinascite). La statua che ho davanti lo raffigura con le mani giunte ma in altre immagini questo Buddha  tiene in mano la kalaśa, una fialetta di amrta, il nettare dell’immortalità che rappresenta il nirvāṇa (il fine ultimo della vita, lo stato in cui si ottiene la liberazione dal dolore), e altre volte regge il chakra, la ruota poggiata su un loto a significare che egli rimetterà in moto la Ruota del Dharma che si era ormai fermata sulla Terra. Maitreya è venerato anche nell’Induismo, considerato un avatar (cioè la discesa sulla terra della divinità per ristabilire il dharma) di amore e compassione, per portare un nuovo insegnamento basato sui principi di giustizia, libertà e condivisione.

Una brezza leggera mi sfiorò, alzai il capo, colpita dal bagliore del sole riflesso sulla statua del Buddha.

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foto PASSOININDIA

testo PASSOININDIA con l’ausilio di Wikipedia