ll monastero di Chimi Lhakhang e i suoi simboli fallici.

Si raggiunge il monastero buddista di Chimi Lhakhang dopo una piacevole passeggiata tra le bellissime case antiche e i campi di riso. Siamo a Punakha, in Bhutan. Questo monastero è stato costruito in onore di Lama Drukpa Kunley vissuto tra il 15° ed il 16° secolo.  Egli era conosciuto come “uomo pazzo divino” perché era appassionato di donne e di vino ed aveva adottato modi blasfemi e non ortodossi per insegnare il buddismo. Lama Drukpa Kunley viene chiamato anche “il santo della fertilità ” e per questo motivo le donne di tutto il mondo vengono qui per essere bendette. È stato  infatti proprio lui a diffondere la leggenda che i simboli fallici dipinti sui muri e sulle case servissero a scacciare i demoni.

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Il fallo di Kunley, come dipinto, è chiamato la “Folgore di ardente sapienza”. Secondo la leggenda, questo Lama usava il proprio fallo per colpire le demonesse e trasformarle in divinità protettrici. Si dice anche che egli è “forse l’unico santo nelle religioni del mondo che si identifica quasi esclusivamente con il fallo e la sua forza creativa”. È per questo motivo che il suo fallo, come simbolo, è raffigurato sui muri delle case ed è presente nei dipinti Thangka dove egli è raffigurato con un “bastone di legno con la testa del pene”. Il monastero ospita oggi diversi falli di legno, tra cui uno con manico in argento che il santo pazzo si suppone abbia portato dal Tibet e che oggi viene spesso utilizzato, dall’ attuale Lama del monastero, per colpire le donne in testa come benedizione di fertilità. Tradizionalmente, in Bhutan, i simboli di un pene eretto in Bhutan sono utilizzati per scacciare malocchio e maldicenze.

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Le eterne grotte di Ajanta.

Sono 29, nel mezzo di una valle solitaria, una magnifica più dell’altra, a ridosso di una scogliera dove il fiume Waghora si snoda in una forma a ferro di cavallo, a 105 km. da Aurangabad, nello Stato indiano del Maharashtra. E’ stata una fortuna che gli inglesi casualmente ne scoprissero l’esistenza nel 1819. E’ il periodo dei monsoni e l’acqua sotto suona impetuosa a disturbare il ridondante silenzio delle ventinove grotte di Ajanta, mentre le raggiungo da un percorso a gradini che corre sulla roccia, più fortunato di coloro che, al tempo, vi accedevano dal lungofiume tramite una scala. Sono stati 200 monaci buddisti a scavare queste grotte per farne monasteri (viharas) e sale di preghiera (chaitya grihas) nel secolo II e, durante i periodi Gupta (uno dei maggiori imperi dell’India antica) e post Gupta, nei secoli V e VI a.C. Intorno a quelle grotte, per circa nove secoli, girò, insieme al culto buddista e all’arte degli artisti dedicati alle decorazioni, anche la didattica, perché i monaci, nei loro viaggi itineranti e diffusori del messaggio religioso, trovavano conforto in esse durante il periodo delle piogge in giornate proprio come quella odierna. La bellezza naturale della zona spiega il motivo per cui i monaci scelsero proprio questo luogo per le loro attività spirituali. Ed eccole, numerate da 1 a 29, un seriale splendore che rappresenta l’inizio dell’arte classica indiana. Comincio la mia visita che, con tutte le tassative raccomandazioni di non usare il flash, termina dopo circa 2 ore.

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Là dentro ho trovato tutta la decantata bellezza del sito, Patrimonio dell’Unesco, raffinate pitture murali, mandala, ammalianti decorazioni geometriche, animali e floreali, sublimi architetture e rappresentazioni del Buddha.

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Il Buddha, nelle grotte di scuola Theravada (II e inizi del I secolo a.C.), è raffigurato in forma simbolica, come un trono, un albero o una impronta. Nelle raffigurazioni di tradizione Mahayana (la scuola buddhista che incoraggia le rappresentazioni del Buddha attraverso dipinti e sculture), è invece dipinto in forma umana, tra i suoi bodhisattva (illluminati); qui, i coloratissimi murales ne descrivono le vicende prima (secondo quanto raccontano le storie Jataka) e dopo la sua reincarnazione. Nella dottrina Mahayana infatti qualunque essere seziente (tutti degli esseri viventi dotati di almeno un organo di senso che vivono nel saṃsāra cioè nei cicli di vita morte e rinascita) può raggiungere l’illuminazione (bodhisattva) e quindi lo stato di buddha (grazie alla pratica e alla scelta sincera di un voto di bodhisattva) in quanto la “natura di buddha” è insita in essi. Invece per il buddismo Theravada esiste un solo Buddha per ogni era e gli śrāvaka cioè i suoi seguaci, possono realizzare la bodhi divenendo degli arhat (i risvegliati degni di venerazione) e raggiungere il nirvāṇa (libertà dal desiderio), ma non possono realizzare la buddhità (l’illuminazione) poiché essa è preprogativa solo e unicamente del Buddha. Alcuni studiosi preferiscono chiamare Vakataka le grotte di tradizione Mahayaba, dal nome della dinastia regnante in quel periodo, supponendo che proprio un re indu di dinastia Vākāţaka possa essere stato il suo promotore.

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Questi capolavori, in alcuni dei quali è evidente l’eredità ellenica portata in India da Alessandro Magno, si sono mantenuti nel tempo. I dipinti si sono conservati grazie alla complessa preparazione della superficie della roccia che li accoglie e che è stata incisa proprio perché ad essa aderisse efficacemente lo strato di terra ferrugginosa mischiata a graniglia, sabbia, fibre vegetali, sterco di vacca e peli di animali. Su di essa, una volta asciutti tutti gli strati, gli artisti dell’epoca (anche induisti) avrebbero eseguito le loro splendide pitture ottenute con pigmenti naturali ocra, rosso, verde, azzurro, legati tra loro da una specie di colla. Questo colori sono stati posati sulla roccia, per decorarla, non “af -fresco”, non quindi su calce bagnata (che nell’affresco ha lo scopo di legare i colori), ma come vere e proprie tempere. La calce veniva infatti utilizzata solo a decorazione ultimata per lisciare e lavare la superficie allo scopo di risaltarne i colori. Questi capolavori vennero realizzati in luoghi carenti di luce, tali erano e sono oggi queste grotte, con l’aiuto di piccole lampade ad olio, oppure della luce riflessa del sole su lastre di metallo o sulle pozze d’acqua appositamente raccolte davanti ad esse. Questo gesto antico è oggi necessariamente ricordato da un assistente alle visite del sito, che convoglia la luce del sole sulle superbe decorazioni con l’ausilio di uno specchio, allo scopo di farne ammirare al visitatore tutta la magnificenza.

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Lontano odo il suono delle cascate amplificato dalla gola in cui risiedono pacifiche le grotte di Ajanta. Il fiume, alto, gorgoglia, forse geloso del suo tesoro millenario.

Testo by PASSOININDIA

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Fu re d’Egitto ma non dell’India (Alessandro Magno).

Lui era il Grande Alessando, detto Magno. Dopo numerose battaglie che ne decretarono l’appellativo e dopo essersi fatto re d’Egitto ed aver conquistato la Persia, questo guerriero macedone, nel 326 a.C., si spinse sino in India con il suo potente esercito. Vi entrò attraverso l’unica via all’epoca possibile, il Khyber Pass, che collegava, oggi come allora, il Pakistan con l’Afghanistan. Altri famosi condottieri come Dario, Gengis Khan, arabi e i turchi percorsero questo valico. Così arrivò in Punjab, attraversando il fiume Jhelum, all’epoca chiamato Idaspe. Laggiù, c’era il regno del grande Poro che dominava un territorio oggi pakistano.

Si sa, l’astuzia è la prima forza in battaglia e, mentre le sue truppe erano ancora ben visibili al di là della sponda del fiume sotto gli occhi del re Poro, Alessandro, inaspettatamente, attraversò, con parte dei suoi uomini, a 27 km. a monte del suo campo, quel fiume profondo ed irruento.

Poro, che aveva sottovalutato il grande guerriero, mandò suo figlio a contrastare, con una piccola guarnigione, l’avanzata di Alessandro che, ancora una volta, pur avendo perso in battaglia il suo cavallo, riuscì ad avere la meglio e ad uccidere il figlio del re. Poi, i due grandi eserciti si fronteggiarono. Secondo un disegno vincente più volte adottato da Alessandro, una parte delle sue milizie attaccò da dietro le forze di Poro. Ma eravamo in India e Poro, pronto con la cavalleria sui fianchi e la fanteria dietro, schierava, oltre ad uomini, anche enormi elefanti, così grandi che i cavalli di Alessandro si spaventarono e la sua cavalleria non potè creare alcuna breccia per raggiungere i combattenti di Poro. Alessandrò attaccò quindi sulla sinistra delle forze del re, il che costrinse quest’ultimo a chiamare la cavalleria stanziata sul lato destro. Così, gli uomini di Alessandro poterono avanzare e fronteggiare il nemico. Immaginate la battaglia, guerrieri, arcieri, giavellotti, catapulte, carri da guerra, cavalli, elefanti, polvere, sangue. Non si moriva solo di ferite di lancia ma anche sotto il calpestio dei pachidermi e sotto i loro pesanti resti mortali. I cavalli, terrorizzati dagli elefanti e dal suono dei tamburi indiani, scaraventavano a terra i loro cavalieri. Ma, onorando la sua leggenda, il Grande Alessandro ebbe la meglio ed inseguì personalmente il re Poro ormai ferito sul suo elefante. Ma l’animale, anch’esso morente, scivolò verso terra, inginocchiandosi, consentendo al re di scendere. Insieme a lui anche gli altri pachidermi si inginocchiarono, essendo così addestrati, e la battaglia terminò. Poro, creduto morto, fu spogliato della sua corazza e il grande animale cercò invano di proteggere il suo re ormai preda dell’assalto del nemico. Quando Alessandro, colpito dalla strenua resistenza di Poro gli chiese come voleva essere trattato, il re rispose “Trattami, Alessandro, nel modo in cui un re tratta un altro Re”. E così, Alessandro il Grande, sempre spietato verso i suoi oppositori, dal temperamento incontrollabile ed ambizioso, convinto di avere una natura divina, risparmiò la vita al suo avversario e ai suoi 200 elefanti. Poro continuò quindi a governare il suo regno anche dopo la battaglia di Hydaspes che fu l’ultima grande battaglia combattuta da Alessandro.

Alessandro, utilizzando le mappe non corrette dei Greci, credeva che il mondo finisse a solo 1000 km di distanza da quel punto, ai margini dell’India. La sua intenzione era quella di proseguire la marcia e le sue conquiste. Ma il suo esercito questa volta si rifiutò di avanzare verso est. Tornarono quindi verso Babilonia. Alessandro, per punire i suoi uomini, decise di attraversare le avversità del deserto di Makran dove sete e fame li decimarono. Il fiume Hydaspes segna quindi l’estensione più orientale delle conquiste di Alessandro.

In India Alessandro Magno è conosciuto anche come “Sikandar”.

L’arrivo in India di Alessandro Magno ha promosso una penetrazione della cultura ellenica in Asia occidentale ed è questa la più grande e vera conquista, anche se involontaria, di Sikandar.

Le prime rappresentazioni “umane” del Buddha, proprie di quel periodo, hanno preso a modello le statue greche di Apollo. La commistione tra l’arte greca e quella indiana ha dato infatti origine all’arte del Gandhara dove temi religiosi buddisti sposano rappresentazioni tipiche della cultura e della mitologia ellenica. Alcune pratiche cerimoniali come il bruciare l’incenso, posare fiori e alimenti sugli altari sono simili a quelle praticate dagli antichi Greci. L’astronomia indiana, che sino ad allora credeva che la Terra fosse piatta e circolare è stata influenzata, da quel momento, dal concetto greco di una terra sferica circondata da pianeti.

Alessandro morì a Babilonia il 13 giugno 323 a.C., dopo aver conquistato tutto il conquistabile, almeno sino all’India.

Testo PASSOININDIA (con l’ausilio delle info sul web)

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La lezione del Buddha.

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Un giorno un uomo ricco andò dal Buddha e disse: “Vedo che tu sei il risvegliato. Vengo a te per un consiglio.”

Il Buddha gli chiese di condividere ciò che aveva in mente.

L’uomo ricco continuò, “La mia vita è incentrata sul mio lavoro. Anche se ho fatto un sacco di soldi, io sono preoccupato. Molte persone lavorano per me e io sono responsabile per loro. Essi dipendono da me per il loro successo. Eppure, mi piace il mio lavoro e mi piace lavorare sodo. Quando ho incontrato i tuoi seguaci hanno parlato dell’importanza di vivere la vita come un recluso. Ho anche notato che tu stesso eri il figlio di un re, che vivevi in ricchezza e splendore, ma hai dato fino a vagare come un eremita senza tetto in cerca di illuminazione. Vorrei sapere se devo fare la stessa cosa e dare la mia ricchezza. Io voglio fare la cosa giusta ed essere una benedizione per il mio popolo. Dovrei anche rinunciare a tutto quello che ho per trovare la verità? “

Il compassionevole Buddha gli disse: “Chiunque può ricevere la beatitudine di trovare la verità finché egli segue un percorso di altruismo. Se hai intenzione di aggrapparti alla tua ricchezza, allora è meglio buttarla piuttosto che lasciare che avveleni il tuo cuore. Ma se non ti aggrappi ad essa e la usi con saggezza, allora sarai una benedizione per le persone. Non sono la ricchezza e il potere che rendono schiavi le persone, ma l’attaccamento ad essi.”

Il Buddha spiegò che il suo insegnamento non richiede a nessuno di diventare un senzatetto o di rinunciare al mondo, se non lo vuole. Ma ha chiesto alle persone di liberarsi dall’illusione che il corpo e il mondo siano la loro casa permanente. Ha detto che il suo insegnamento ha richiesto alle persone di condurre una vita etica.

Il Buddha disse: “Qualunque cosa le persone facciano, sia nel mondo o come eremiti, dovrebbero metterci tutto il cuore. Le persone dovrebbero impegnarsi, in qualunque cosa facciano, con piena energia. Se si trovano ad affrontare le lotte, devono farlo senza odio o invidia. Le persone dovrebbero vivere una vita non di ego, ma di verità, e allora la beatitudine riempirà la loro anima. “

Il “non attaccamento” non significa che dobbiamo rinunciare alle nostre case, alla ricchezza, alle famiglie e a ciò che abbiamo ricevuto nella vita. Si richiede solo che rinunciamo all’attaccamento a queste cose. Qualunque sia la situazione in cui ci troviamo, essa è arrivata a noi a causa del nostro karma. Il nostro attaccamento dovrebbe essere a Dio. La nostra attenzione dovrebbe essere verso l’alto, assicurandoci che la nostra anima raggiunga la comunione con Dio.

Coloro che sono benedetti dalla ricchezza dovrebbero fare il miglior uso di essa prendendosi cura delle loro responsabilità familiari e poi condividerla con gli altri. Non dobbiamo rinunciare a tutto. Siamo in grado di vivere nel mondo e fare del nostro meglio, ma mantenendo la nostra attenzione e l’attenzione alla ricerca di Dio. I nostri cuori possono sviluppare purezza, un atteggiamento di servizio disinteressato e la condivisione con gli altri. Non dobbiamo essere attaccati alla nostra situazione esterna. Possiamo lavorare per guadagnarci da vivere, e lavorando svilupparci spiritualmente. Se siamo benedetti con la ricchezza, non dobbiamo buttarla via, ma dovremmo usarla per aiutare gli altri e per beneficiare del tempo libero che abbiamo per meditare e fare servizio disinteressato. La chiave è quella di vivere nel mondo, ma di non essere attaccato ad esso.

LA TANA DELLA TIGRE (BHUTAN).

C’è una salita di due ore che parte dal fondovalle, a 10 chilometri da Paro e a circa 2500 mt. di altitudine; il sentiero che imbocco è solo uno dei tre punti di accesso alla mia meta e lo scelgo perché è quello percorso dai devoti; è ben tenuto ma molto ripido e i tornanti, salendo, si fanno sempre più impegnativi; arranco lento, con il respiro affaticato, tra pini blu e rododendri in fiore. Rallento, per meglio gestire l’altitudine che aumenta e mi guardo intorno, sorpreso e incredulo di essere quasi arrivato lassù. Proseguo lungo una mulattiera, in una foresta decorata da bandiere colorate su cui i fedeli hanno scritto le loro preghiere.Tra un albero e l’altro lo vedo, viene e scompare, si fa desiderare, mi chiama con il tocco delle sue campane. Mi sorpassano, con i loro piccoli bambini, le madri del luogo e i muli, che rasentano il precipizio, al servizio dei turisti già stanchi. Non mi scoraggio e proseguo, certo che ne avrò la meritata soddisfazione. Eccolo, lo vedo ancora, superbo, colorato, sacro, avvolto dalla nebbia del Buthan. In fondo al canyon, una cascata d’ acqua che salta 60 metri, considerata sacra in quel luogo interamente sacro, che crea un alveo attraversabile tramite un ponte. Arrivo esausto e, tolte le scarpe, tramite uno stretto passaggio, entro finalmente nella caverna della Tigre, alta e profonda che respira freddo e gela il sudore; nell’oscurità, dozzine di immagini di Bodhisattva, scintillanti lampade votive e una sacra scrittura realizzata in polvere d’oro e d’osso dal divino Lama. Mi trovo al Monastero di Taktsang Palphug, costruito a strapiombo sul fianco di una montagna a 3200 metri di altezza sul livello del mare (si fa per dire), 700 mt. sopra la Valle di Paro, Buthan, nelle pieghe della catena himalayana. Davanti agli occhi, una costruzione composta di più templi in cui dominano il colore rosso ed oro dei tetti e il bianco cangiante delle mura di mattoni. La roccia sorregge questo gompa dal 1692 quando venne posata la prima pietra di questo capolavoro. E il gompa ricambia l’affetto abbracciando la caverna di Taktsang Senge Samdup, anch’essa sacra, perché qui Padmasambhava meditò per tre mesi nell’VIII secolo. Infatti, i primi monaci buddisti erano asceti che, diffondendo il messaggio del Buddha, trovavano ricovero nelle grotte. Ebbene, questo Guru (vuol dire spiritualmente “pesante”), considerato il secondo Buddha è colui che, bramino, diffuse il buddismo tantrico attraverso il Bhutan e il Tibet nel ‘700. Padmasambhava è il guru Rinpoche(“prezioso”) per eccellenza, titolo onorifico utilizzato frequentemente all’interno del Buddismo tibetano, riservato ai lama e ai tulku, i bodhisattva   che hanno rinunciato alla moksa (la liberazione dal ciclo nascita, morte e rinascita) e si sono reincarnati per diffondere il messaggio illuminato. La caverna intorno alla quale è costruito il monastero si chiama Tana della Tigre e gli regala il nome, Taktsang, perché Padmasambhava è giunto lì dal Tibet cavalcando proprio una tigre volante. Si dice anche che quella tigre fosse in realtà la moglie di un imperatore che, volendo diventare discepola del Guru, si trasformò in una tigre portandolo sul suo dorso dal Tibet a Taktsang. Per questo il luogo è consacrato alla divinità della tigre. Tutto è mistico, l’edificio, i monaci in rosso, la splendida natura e il panorama mozzafiato. Persino colui che ne iniziò la costruzione, Tenzin Rabgye è considerato sacro perché ritenuto la reincarnazione del guru Padmasmabhava; egli infatti frequentava la grotta, si alimentava con poco cibo, e scongiurò ogni sorta di incidenti durante i lavori; si dice che in quel tempo la gente di Paro vide formarsi nel cielo, sopra il tempio, figure di diversi animali oltreché simboli religiosi come piogge di fiori che apparivano nell’aria e svanivano prima di toccare terra.

Giro tutto intorno al gompa, attraverso i piccoli passaggi, scalinate realizzate in roccia locale e ponti di legno sospesi e mi accorgo che nulla è fuori posto; tutto è in perfetta armonia con l’ambiente circostante; ci sono quattro templi principali e le residenze dei monaci. Mi spiegano che i monaci che praticano il buddismo Vajrayana (la religione di stato del Bhutan) devono vivere formalmente qui per tre anni prima di scendere nella valle di Paro. Oltre alla Tana della Tigre ci sono altre sette caverne, ma solo tre facilmente accessibili al pubblico. Cerco e trovo la magnificenza di una statua del Buddha. Il santuario principale di Taktshang è anche la residenza del Lama Capo, Karma Thupden Chokyi Nyenci. Gli interni non sono da meno del fuori, decorati con splendidi dipinti raffiguranti Klu, il semidio rappresentato con testa umana e corpo di serpente, che si dice risiedesse nei laghi a guardia di tesori nascosti; colorati arcobaleni, fiori di loto, il Buddha nella sua lotta contro i demoni e il paradiso che avvolge il santo Guru Padmashambahava. Mi affaccio ad una delle decorate balconate del tempio, conscio di aver vissuto un giorno fortunato. Dopo i lavori di restauro nel 2005 resi necessari da un incendio che colpì Taktshang nel 1998 e che costarono ben 135 milioni il tempio è risorto più bello di prima. Chissà, forse tornerò nella valle di Paro, durante il festival popolare di Tsechuene che ogni anno i bhutanesi celebrano in onore del grande Guru e che nel 2014 avrà luogo dall’11 al 15 Aprile. Se Padmashambahava vorrà, io ci sarò.

Testo PASSOININDIA 

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Le reliquie di Buddha

Reliquiosamente

Las reliquias de Buda                                                                                             Puedes leer este artículo en español abriendo este enlace

Buddha

Una collezione di reliquie di Buddha e di altri maestri buddhisti sta ultimamente facendo il giro del mondo, il ‘Maitreya Heart Shrine Relic Tour’, dimostrando che il culto delle reliquie è molto presente anche nella religione buddhista. Vengono esposte, fra altri oggetti, le famose ‘sharira’ (reliquie) o ‘ringsel’. Si tratta di particelle arrotondate di diversi colori, una specie di sassolini, dure e di natura indeterminata. Le sharira possono essere prodotte non solo dai Buddha, ma anche da altre persone che abbiano raggiunto un alto…

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