Eredità e dote.

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Secondo la legge indiana in materia di eredità, le donne hanno diritto ad una quota di proprietà pari a quella dell’uomo. Nella realtà le cose stanno diversamente e dimostrano che, anche su questo tema, le donne rischiano di essere perdenti. Infatti, in molte famiglie patriarcali, ancora si ritiene che il patrimonio di famiglia, grande o piccolo che sia, dovrebbe andare al figlio (i) maschio, anche se nato dopo la sorella che viene così privata, ancora una volta, di un suo legittimo diritto, soffocato da una tradizione ripetuta e dura a morire. Sono proprio i suoi legami di sangue che la donna deve affrontare, la madre, il padre e il fratello, la sua intera famiglia, quelli che lei ha amato e curato. L’educazione della donna in India è infatti incentrata sul ruolo a lei tradizionalmente riservato ovvero essere figlia, moglie e madre e l’apice della vita di una donna è proprio il matrimonio, combinato dalle famiglie dei futuri sposi e che costa, ai parenti della sposa, la dazione di una cospicua dote; la giovane, per decisione del padre e del fratello, viene privata, per compensare l’impegno economico per lei profuso, della quota di eredità che, secondo legge, le spetterebbe alla morte del padre. Questo perché la sua legittima quota di proprietà le è già stata concessa sotto forma di spese erogate per il suo matrimonio e per la sua dote. Ma la medaglia ha due facce, ed infatti la dote sarà pretesa dalla famiglia dello sposo proprio perché la ragazza non avrà eredità e anzi costituirà un nuovo onere a carico della nuova famiglia in cui andrà a vivere (è la sposa che va a vivere nella casa dello sposo). Tutto questo nonostante che nel 1960 il Dowry Prohibition Act abbia vietato l’estorsione coniugale (ovvero la domanda di dote). In realtà anche il matrimonio è un affare compiuto più nell’interesse della famiglia e della stirpe che in quello della donna e il fasto manifestato ne misura lo status sociale. Va da sé che ad una donna cui spetta esclusivamente un ruolo di moglie e madre poco o nulla verrà neppure speso per la sua formazione “culturale” e quindi molte donne continuano a subire, non avendo alcuna indipendenza economica. Siamo in un’India dove, nel 2011, la Corte Suprema ha sentenziato che la donna non possa essere punita per aver commesso adulterio, reato condannabile fino ad allora con una multa o una reclusione fino a 5 anni, ritenendo improbabile che una donna possa sottrarsi alla supremazia maschile del marito; il che, secondo la Corte, rende pertanto l’uomo, più che la donna, maggiormente imputabile dell’infedeltà di quest’ultima. Una picconata al sistema tradizionale? Parrebbe di no, considerato che in questo modo è come se anche i giuristi avessero riconosciuto la superiorità del maschio sulla femmina.

Ovviamente, ancora una volta, non sarebbe giusto generalizzare, nel rispetto di quelle famiglie il cui comportamento aiuterà, si spera in un vicino futuro, a cambiare le cose. 

testo e foto by PASSOININDIA

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