Viaggiare nel 1500

Scorrendo le pagine del sito della BBC – News India (http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-india-20038986 ) del 25 ottobre 2012 vedo “In pictures: Itinerary, first ‘travel best-seller‘ on India”, una serie di dipinti (che vi invito a guardare) che “parlano” di un viaggio in India, percorso da un tale di nome Ludovico de Varthema, italiano. Allora mi viene la curiosità e comincio a cercare…..

Il nome di Ludovico de Varthema, nato (forse) a Bologna (si suppone nel 1470) non ha l’onore di comparire sui libri di scuola invece concesso ad altri famosi viaggiatori ed esploratori; eppure egli fu un vero antesignano del viaggiare. Di lui si conosce solo ciò che egli stesso ha raccontato (sapeva leggere e scrivere, il che fa supporre che derivasse da famiglia benestante) nei resoconti dei suoi viaggi durati ben sei anni, in giro per il mondo, scritti al suo rientro in Italia, nel 1508, raccolti e stampati nel 1510, nella sua opera “Itinerario di Ludovico de Varthema nello Egipto, nella Siria, nella Arabia deserta e felice, nella Persia, nell’India e nella Etiopia“. Questo scritto in italiano ebbe un grande successo di pubblico (e fu fonte di informazioni sulle attività portoghesi in India e nelle Isole delle Spezie), e venne tradotto nel tempo in varie lingue. Ne emerge il quadro di un personaggio avido di conoscenza, grande testimone di luoghi inesplorati che descrive con dovizia di particolari raccontandone usi e costumi. Con la sua camaleontica capacità di adattarsi all’ambiente e di immedesimarvisi integralmente, a costo di assumere identità e fedi religiose sempre diverse (mercante, medico, esperto di armi, musulmano, cristiano), riuscì a superare ogni avversa eventualità. Percorre il suo cammino nell’epoca in cui il viaggio, concepito come sola esperienza singola, non si traduceva ancora in un arricchimento culturale sociale perché l’ambiente culturale del tempo, pur se affascinato dal viaggio d’oltremare, non dava la giusta considerazione alle esperienze tratte e riferite da coloro che viaggiavano per ragioni oggettive (ad esempio per aprire nuove rotte commerciali); eppure Varthema, spinto prevalentemente dalla curiosità personale (che comunque gli procurò profitto) solo in seguito venne apprezzato dall’élite erudita del tempo.

Lasciando moglie e figlio cominciò il suo viaggio da Venezia nel 1500 da dove, percorrendo il Nilo su una feluca, raggiunse il Cairo dove si fermò due anni per apprendere la lingua e farsi arruolare fra i Mamelucchi; poi si imbarcò a Beirut e di là arrivò a Tripoli, Aleppo e infine a Damasco (Siria); qui apprese un po’ di arabo e assunse il nome, arabo, di Yunas (da Giona, uno dei profeti biblici) e si unì alla guarnigione mamelucca incaricata di proteggere Damasco. Proseguì fino a La Mecca e Medina e, come membro della scorta mamelucca, poté godere di protezione dagli attacchi dei predoni. Con lo scopo di raggiungere l’India, si imbarcò a Gedda, il porto di La Mecca, e navigò lungo il Mar Rosso, attraversò lo stretto di Bab-el Mandeb di Aden, dove venne arrestato e imprigionato come spia cristiana. Riguadagnata la libertà, si recò in Yemen, visitando anche Sana’a; poi, prese la nave a Aden per il Golfo Persico e quindi arrivò in India (dove divenne un mercante),approdando presso il porto di Diu, un piccolo isolotto nell’attuale stato del Gujarat, già possedimento dei Portoghesi presidiato da una superba fortezza. Visitò la Persia, lo Sry Lanka, il Siam, Sumatra, Giava, il Borneo, Mombasa, il Mozambico e S. Elena. Visse alcuni anni nelle Azzorre ed in altri possedimenti portoghesi come consulente militare, e, nel 1508 giunse a Lisbona, terminando così il suo viaggio in cui, dopo aver lasciato l’india per l’Europa, dovette anche affrontare le temibili tempeste del Capo di Buona Speranza. In Portogallo, il re lo accolse cordialmente, ospitandolo qualche giorno a corte “per conoscere l’India,” ed impresse il sigillo reale e la sua firma al suo titolo di cavaliere. Il suo racconto nell’ ”Itinerario” finisce a Roma, dove si congeda con il lettore.

 Alcuni storici hanno messo in dubbio la veridicità dei racconti di Varthema perché certi viaggi, secondo i suoi racconti, venivano da lui percorsi più rapidamente rispetto a quanto consentivano i metodi di viaggio dell’epoca e alcune sue descrizioni sono superficiali.

Autentico o no, l’ ”Itinerario” è una fonte inesauribile di notizie su luoghi, persone, costumi, usi, fauna, metodi di guerra e di commercio, pratiche sessuali, religiose, burocratiche e credenze di tutto il Medio Oriente, dell’India e delle Isole delle Spezie (destinazione originaria di Colombo nel 1492), che ha regalato emozioni di viaggio e stimoli di curiosità alla élite colta di tutta Europa che diversamente neppure avrebbe avuto notizia dell’esistenza di quei luoghi, anche sacri, alcuni mai visitati prima.

Da allora il nome di Ludovico de Verthema venne associato ai disegni raffiguranti viaggiatori usati per decorare edizioni di carte geografiche e mappamondi.

“Il desiderio che ha spronato altri a visitare i diversi regni del mondo, mi incitò similmente alla medesima impresa. E, poiché molti paesi sono stati assai illustrati dai veneziani, io deliberai nel mio animo di vedere luoghi meno frequentati da loro. Per cui noi, sciogliendo le vele ai venti e col favore di essi, invocammo l’aiuto divino e ci affidammo al mare”.
Ludovico de Varthema – “Itinerario nello Egypto, nella Suria, nella Arabia Deserta e Felice, nella Persia, nella India e nella Ethyopia, 1510″.

Fonti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Ludovico_de_Varthema

http://ageofex.marinersmuseum.org/?type=travelwriter&id=11

http://historicalleys.blogspot.it/2009/05/ludovicos-ludicrousness.html

http://www.bbc.co.uk/news/world-asia-india-20038986

http://www.eurasia-rivista.org/ludovico-de-varthema-un-turista-del-cinquecento-da-bologna-ai-confini-del-mondo/8646/

http://www.coesia.com/ita/news_media_on_1_2011-20.html

 

L’odore della memoria

Ricorre di frequente che, tornando a casa con l’intento di mandare via un po’ di polvere, mi ritrovi invece ad osservare vari oggetti che invadono l’arredamento. Sono memorie accumulate negli anni che accendono i ricordi di un tempo più o meno remoto. I primi ad arrivare furono quelli ritenuti più congeniali ad un alloggio funzionale ed alla moda, quando ancora due servizi da pietanza e qualche soprammobile, connotati da una firma prestigiosa, sembravano fare la differenza. Con gli anni arrivarono nuove cose, a testimonianza di emozioni di viaggio, grandi vasi di vetro riempiti di terre d’altrove, vecchie targhe di irripetibili on the road, mappe segnate dai percorsi improvvisati, saccenti fotografie dell’accaduto e guide pratiche del viaggiatore. Gli oggetti del vissuto cominciavano a sostituirsi alle vettovaglie inutilizzate ed al corredo da baule mai impiegato ed oggi li hanno ampiamente soppiantati. Lo sguardo cade su piccoli elefanti arrivati da un’Africa lontana, su una locomotiva posterizzata affiancata da una vecchia Ford T Model, sui simboli religiosi dell’incredibile India. Negli angoli di casa ci sono mucchi di pietre rubate al mare, di tutti i colori, sulle quali, non so perché, non si posa mai la polvere; sono sassi levigati dal ritorno delle onde che hanno scoperto gli intarsi della loro anima pennellata dai miei viaggi emozionali. Agli amici chiedo spesso di tralasciare souvenirs e portarmi terra e pietre da stringere nelle mani. Cerco la ragione di questo bisogno di possedere empiriche prove di un luogo amato senza confidare invece sull’autonoma capacità della memoria a sovvenire. Eppure, mi dico, sono comportamenti comuni. L’elaborazione di un ricordo sembra resa più agevole dal possesso di qualcosa che lo incarna perché non sempre confidiamo sui voli pindarici della mente che pure potenzierebbe quel ricordo. La mente, del resto, è più caparbia nel configurarsi il futuro.

Gli odori, invece, quasi sempre non si possono conservare ed allora, un profumo ritrovato riaccende la memoria sensoriale che ci regala la migliore prova di sé. I ricordi allora riaffiorano inaspettati dai meandri più reconditi, forti, concisi, superbi. Per questo, il ritorno di un viaggio sarà sempre sublimato dall’inchino del mio zaino che esala il suo ultimo respiro.

 Testo e Photo by PASSOININDIA

Il tempo è il vero protagonista dei romanzi, anche del romanzo della vita (Marcel Proust).