LA MEZZANOTTE DELLA LIBERTÀ CHE CANCELLO’ L’ERA COLONIALE

LA MEZZANOTTE DELLA LIBERTÀ CHE CANCELLO’ L’ERA COLONIALE.


New Delhi. «Molti anni fa fissammo un appuntamento col destino e ora giunge il momento di tenere l’ impegno. Allo scoccare della mezzanotte mentre il mondo dorme l’ India si sveglierà alla vita e alla libertà. È uno di quei momenti che accadono raramente nella storia, quando usciamo dal vecchio ed entriamo nel nuovo, quando finisce un’ epoca, quando l’ anima di una nazione a lungo oppressa trova la voce».

Mancano pochi istanti alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto 1947, quando il primo ministro Jawaharlal Nehru pronuncia il fiero discorso che resterà scolpito nella memoria dei popoli del Terzo mondo. Nehru parla a New Delhi sotto la grande cupola del Legislative Council, il palazzo che fino a quell’istante è la sede del potere imperiale inglese. Ha davanti a sé Lord Mountbatten, bisnipote della regina Vittoria e ultimo viceré dell’ India. Mentre la bandiera dell’Union Jack viene ammainata, un quinto della popolazione del pianeta cessa di essere colonia. Anche se gli olandesi si aggrappano ancora all’Indonesia e i francesi rifiutano di lasciare l’ Indocina e l’ Algeria, è in quella notte di sessant’ anni fa che si chiude l’ età degli imperialismi: quasi mezzo millennio in cui l’uomo bianco ha conquistato il pianeta con le armi imponendo le sue leggi, la sua economia, la sua religione. Dignitosa e onorevole, la fine del Raj britannico segna tuttavia il tramonto dell’ idea di una «civiltà superiore». Le menti più brillanti dell’ impero britannico avevano condiviso quella superba ambizione. Nel 1891 lo scrittore Rudyard Kipling a chi lo interrogava sulla possibilità futura di un autogoverno indiano rispose con sarcasmo: «Oh no! Questa gente ha quattromila anni di storia, sono troppo vecchi per imparare a governarsi. Hanno bisogno di legge e ordine, tocca a noi darglieli». E nel 1931 il grande statista Winston Churchill aveva detto: «Abbandonare l’ India al governo dei suoi bramini sarebbe un atto di crudele e malvagia negligenza. Ricadrebbe rapidamente indietro nei secoli, in una barbarie medievale». Ma in quella mezzanotte del Ferragosto 1947 Churchill è ormai soltanto un ex capo di governo. Il leader che ha guidato gli inglesi nell’eroica resistenza contro il nazismo ha perso le elezioni due anni prima. La Gran Bretagna è uscita vittoriosa dalla guerra ma è una nazione stremata dai debiti. A Londra in quei giorni si razionano la carne, il pane, le patate. «Siamo diventati un paese povero – dice ai suoi connazionali l’economista John Maynard Keynes – e dobbiamo imparare a vivere poveramente». L’ immagine più potente che rimane di quel Ferragosto è una foto in bianco e nero scattata dalle mura del Red Fort. Si vede il premier Nehru nel tradizionale vestito immacolato, dritto in piedi su un palco dove sventola la bandiera indiana. Davanti a lui si stende una folla infinita, una marea umana a perdita d’ occhio. È l’istantanea di un trionfo, però si avverte anche un vuoto. Nell’ ora della rivincita sul dominatore coloniale manca qualcuno all’appuntamento con la storia. Nella mezzanotte della libertà il grande assente è Gandhi, il Mahatma, «la grande anima». «Nehru e il presidente dell’ assemblea costituente – racconta lo storico Ramachandra Guha – invocarono a più riprese nei loro discorsi il Padre della Nazione. Ogni volta che pronunciavano il suo nome dalla folla si alzava un boato. Ma Gandhi era ostentatamente assente dalla capitale. Quella sera si trovava a Calcutta e neppure lì volle partecipare a cerimonie. Lo andò a cercare la massima autorità locale, il primo ministro del Bengala, e lui rispose: il popolo muore di fame attorno a noi, perché mai organizzate una festa in mezzo a questo disastro? I reporter della Bbc assediavano la sua abitazione per strappare una citazione all’indiano più celebre del mondo, all’ uomo simbolo della lotta per l’ indipendenza. Lui non li ricevette. Gandhi era di umore terreo e il suo 15 agosto lo celebrò con un digiuno di ventiquatt’ore». Eppure tutto era cominciato proprio da lui, il «fachiro seminudo» (secondo la definizione sprezzante di Churchill) che ha cambiato la storia del Ventesimo secolo. Asceta, vegetariano rigoroso, appassionato studioso delle religioni in cui cerca una fede universale per tutta l’ umanità, per vent’ anni si è addestrato alla lotta per i diritti civili difendendo gli immigrati indiani in Sudafrica. Fa politica in modo diverso, cambia le regole del gioco. Il suo principio, la satyagraha, affascinerà il mondo intero ispirando Martin Luther King, Nelson Mandela, il Dalai Lama. Noi occidentali abbiamo tradotto satyagraha come non violenza o resistenza passiva. Gandhi non si riconosce in quei termini che implicano una negazione. Satyagraha vuol dire «la forza della verità»: l’idea che i conflitti si devono risolvere facendo leva sui valori comuni con l’ avversario, rispettandolo e perfino amandolo. Rientrato in India nel 1915 applica i metodi che ha collaudato in Sudafrica: scioperi fiscali, disobbedienza civile, marce pacifiche, boicottaggio delle importazioni made in England, digiuni a oltranza. Gli inglesi sono spiazzati. Ogni volta che rispondono con la repressione i dominatori coloniali si mettono dalla parte del torto, perdono prestigio morale nell’opinione pubblica mondiale e anche pezzi della società inglese sono indignati. Un trionfo della non violenza è la «protesta del sale» del 1930: Gandhi guida una marcia di popolo per 350 chilometri, dal suo ashram fino alla costa, dove fa bollire l’ acqua di mare per contestare l’ iniquo monopolio fiscale su un genere di prima necessità indispensabile ai contadini. Durante la Seconda guerra mondiale sarà il movimento Quit India – «Abbandonate l’India» – a dare il colpo di grazia al Raj britannico. C’ è un’ ombra fatale nel successo di Gandhi. La costruzione del Partito del Congresso – la più importante forza politica democratica del mondo – non riesce a far breccia tra gli indiani di religione islamica. Le cause della diffidenza sono antiche. Si sono aggravate alla fine dell’ Ottocento: i primi aneliti d’indipendenza hanno coinciso con la campagna per la difesa delle vacche sacre, che ha scavato un fossato tra indù e musulmani. Nel 1946 le elezioni generali sanciscono la separazione. Il Congresso ottiene la maggioranza ma gli islamici votano in massa per la Muslim League. I loro leader sognano un’ India governata per comunità confessionali, ciascuna con le sue leggi. è il contrario dello Stato laico e pluralista che vuole Nehru. Gli inglesi accettano la Partizione, cioè la secessione delle regioni a maggioranza musulmana e la nascita del futuro Pakistan. A quel punto scoppia la tragedia. I confini tra le due religioni attraversano ogni zona dell’ India, la Partizione non può essere un taglio chirurgico e asettico, da secoli le comunità sono mescolate nei quartieri, nei villaggi. La mezzanotte della libertà è preceduta da un anno di rivolte, pogrom, massacri: una “pulizia etnica” a fuoco incrociato, su scala gigantesca. Il bilancio della carneficina: un milione di morti. Undici milioni di rifugiati sono scappati per raggiungere zone sicure abitate da correligionari. è la più grande migrazione della storia umana concentrata in un arco di tempo così breve. In mezzo a questa ferocia Gandhi per la prima volta da decenni appare quasi irrilevante. Non appena scoppiano i primi disordini nel Bengala nell’estate del ’46 lui parte subito verso l’epicentro delle violenze. «Quest’ uomo di settantasette anni – ricorda Ramachandra Guha – cammina su terreni impraticabili, affondando nel fango, per arrivare a consolare gli indù che hanno avuto le perdite più gravi nei disordini. In un tour de force di sette settimane percorre 116 miglia a piedi nudi e parla a un centinaio di assemblee di villaggio. Poi visita il Bihar, dove sono i musulmani ad avere sofferto di più. Da lì va a Delhi dove si rovesciano i rifugiati dal Punjab, indù e sikh che hanno perso tutto nei massacri. Hanno sete di vendetta e Gandhi cerca di placarli. Infine raggiunge Calcutta, si stabilisce nella zona musulmana, in una misera capanna senza porte, annuncia che vuole far tornare la ragione nella città più grande dell’ India». La voce di Gandhi si perde tra gli scontri. La Partizione è una sua sconfitta. «La morte – aveva detto Gandhi – per me sarebbe una liberazione gioiosa, piuttosto che assistere da testimone impotente alla distruzione dell’ India, dell’ induismo, dell’islam e della religione sikh». Il destino lo esaudisce presto. Il 30 gennaio 1948 viene ucciso durante la sua preghiera del mattino. L’ assassino è un fanatico nazionalista indù che accusa Gandhi di collusione con i musulmani. Quel giorno Nehru dice: «La luce se n’ è andata dalle nostre vite, il buio ha prevalso ovunque». Il premier però ha ripreso il controllo della situazione. Prima ancora dell’ assassinio di Gandhi, alla fine del 1947 la situazione dell’ ordine pubblico è tornata quasi alla normalità. Il merito è delle strutture dello Stato lasciate dagli inglesi – dall’esercito alla pubblica amministrazione – che consentono ai nuovi governanti di affermare rapidamente la propria autorità. Nehru fa una scelta decisiva: mantiene ai loro posti tutti i dipendenti pubblici, compresi gli alti dirigenti che hanno servito il Raj britannico. A differenza di quello che accadrà in molti paesi del Terzo mondo dopo la decolonizzazione in India non avvengono epurazioni, nessun processo ai “collaborazionisti”, niente vendette di Stato contro chi aveva aiutato gli inglesi. L’ uccisione di Gandhi al culmine di un ciclo di violenze è una macchia durevole. Sembra il tradimento perpetrato dall’ intera nazione indiana nei confronti di un leader politico e spirituale a cui doveva moltissimo. Ma la stessa statura morale del Mahatma faceva di lui un esempio irraggiungibile. Il grande diplomatico e romanziere Shashi Tharoor ha detto: «La vita di Gandhi era la sua lezione. Era unico tra gli statisti del secolo per la determinazione con cui viveva secondo i suoi valori. In lui la personalità pubblica si fondeva completamente con il comportamento privato. Era un grande leader e al tempo stesso un filosofo che conduceva esperimenti su se stesso, per applicare a sé i propri ideali». Il gandhismo è un’ eredità quasi impossibile da onorare. Nel santificare il Mahatma post-mortem sono state spesso dimenticate le sue contraddizioni. La sua visione dell’ India era ancorata al passato. Non rinnegò mai completamente il sistema delle caste, anche se si prodigava per educare la gente ad amare gli intoccabili. Disapprovava l’industrializzazione, sognava un ritorno alla tradizione del villaggio, un’ arcaica autosufficienza basata sull’ agricoltura. Predicava uno stile di vita più adatto a comunità di monaci che a una società moderna. A posteriori è stato trasformato in un leader “di sinistra” ma non appoggiò mai l’egualitarismo, prese le distanze dalle battaglie dei contadini poveri per la redistribuzione delle terre, diffidò dei sindacati operai e della sinistra marxista. Nehru era un uomo più in sintonia con i suoi tempi, convinto sostenitore della modernizzazione del Paese. L’ India di oggi, la superpotenza ammirata nel mondo, è figlia di Nehru e della promessa che fece quando la Repubblica stava nascendo: «Il futuro ci chiama. Dove andremo e quali saranno le nostre conquiste? Portare le libertà e le opportunità alla gente del popolo; combattere la povertà, l’ignoranza e le malattie; costruire una nazione prospera, democratica e progressista; creare istituzioni politiche, sociali ed economiche che assicurino giustizia e soddisfazione a ogni uomo e a ogni donna». Oggi quelle sfide non sono certo state vinte tutte, o non completamente. Ma nessuno poteva immaginare, il 15 agosto 1947, quanto l’India si sarebbe avvicinata al sogno di quella notte.

FEDERICO RAMPINI
05 agosto 2007 sez.

Da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/08/05/la-mezzanotte-della-liberta-che-cancello.html

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LIBRI

Quel treno per il Pakistan – Kushwant Singh – ed. Marsilio

Stanotte la libertà – Dominique Lapierre e Larry Collinsb – ed. IBS

I figli della mezzanotte – Salman Rushdie – ed. Mondadori

FILM

I figli della mezzanotte

Il palazzo del viceré

Mumbai racconta la sua lunga storia.

Mumbai, l’ex Bombay, che si stende su una lingua di terra che dalla costa acquitrinosa giunge fino al Mare Arabico è patria di circa 16 milioni di persone, ed è la più grande metropoli dell’India oltre che la più densamente popolata al mondo. La moderna Mumbai, caotica, multiculturale e cosmopolita, ha una lunga stroria da raccontare. La città nacque sopra sette isolette paludose, Colaba, Mazagaon, Mahim, Parel, Bombay Island, Worli e Old Woman Island, abitate dai nativi pescatori koli, e che erano sotto il dominio di Ashoka (268-232 a.C.), l’imperatore che si convertì al buddismo e  che governava quasi tutto il subcontinente indiano. Dopo la sua scomparsa, queste terre passarono sotto l’egida di vari governanti della dinastia Silahara finché, nel 1343 d.C., vennero annesse al Regno di Bahadur Shah, sultano del Gujarat che le dominò fino a quando, nel 1535, concesse Mumbai – insieme ad altre terre – ai portoghesi in cambio del loro aiuto per riconquistare il Paese occupato dai Moghul. I portoghesi chiamarono questa terra Bom Bahia, “buona baia”. Il suo nome originario era, invero, Mumbai, in onore della dea locale Mumba Devi.

I primi inglesi a visitare Mumbai, nel 1626, furono predoni che la incendiarono e distrussero navi minando ciò che nel frattempo Bombay era diventata, ovvero un punto cruciale per i commerci di sete preziose, cotone e tabacco.

Nel 1661, re Carlo II d’Inghilterra sposò Caterina di Braganza, l’infanta del re del Portogallo la cui famiglia offrì in dote l’sola più grande del territorio portoghese; quattro anni dopo Carlo ricevette anche le altre isole ed il porto. Ma Carlo non intendeva governare queste isole e, nel 1668, le affittò alla East India Company per soli 10 chili di oro all’anno. Il nome della città che i portoghesi le avevano dato,“Bon Bahia”, divenne Bombay, più consono alla fonetica inglese. Gli inglesi fortificarono la città e si insidiarono nella zona che ancora oggi è chiamata ”fort”. Nel giro di pochi anni la città si trasformò, superando anche malaria, colera e monsoni. Fu Gerald Aungier, quarto governatore di Bombay dal 1669 al 1677, a ripianificare massicciamente la città, dotandola di un porto, di una nuova banchina, di magazzini, di una dogana, di nuove strade che collegavano le isole, di un forte e di un castello, di una chiesa, di un ospedale e di una zecca. Egli disse: “Bombay  è la città che, con l’assistenza di Dio, è destinata ad essere costruita”. Aungier fece in modo che a Bombay arrivassero, per stabilirvisi, commercianti, artigiani e altri professionisti, come anche i prestatori di denaro. I coloni erano musulmani, indu, ed anche parsi, molto bravi negli affari, ed arrivarono anche dalla Gran Bretagna; così, in circa sette anni, la popolazione della città passò da 10.000 a 60.000 abitanti nel 1675. Chiunque infatti poteva acquistare un terreno e costruirvi le propria casa. Questa regione diventò così la prima vera colonia inglese, nel senso proprio del termine, dove persone si stanziavano allontanandosi dalla madrepatria; in altri luoghi dell’India infatti gli inglesi si erano avocati solo diritti commerciali come, ad esempio, insediare le loro imprese. La politica di Aungier fu di tolleranza religiosa, aperta alle autonomie locali e portò anche alla istituzione di tribunali e di una milizia locale che in seguito divenne la Polizia di Bombay.

Nel 1687, la compagnia delle Indie orientali, che operava a Surat, trasferì la sua sede a Bombay perché il suo porto, più profondo, poteva accogliere le grandi navi.

Nel 1688 gli inglesi catturarono, durante un confltto, 14 navi moghul e, nel febbraio 1689, i moghul invasero Bombay mettendo il castello sotto assedio finché, a fine anno, gli inglesi ottennero un patto di pace. Bombay, distrutta, entro la fine del 1700 risorse, ancora una volta. Venne costruita una nuova flotta, la Bombay Marine. I commercianti e gli artigiani cominciarono di nuovo ad arrivare e a mettere in pratica il loro talento: gli orafi realizzavano favolosi gioielli, i tessitori filavano stoffe preziose, i commercianti trattavano prodotti che arrivavano da tutta l’India. Nel 1730, i costruttori navali si spostarono a Bombay e venne  creata una nuova industria del cotone tanto che, nel 1854, fu aperto il primo mulino di cotone indiano. Agli inizi del 1800, a Bombay si fece molto lavoro di ingegneria e nel 1845 le sette piccole isole su cui si era formata la città divennero una grande isola. Nel 1853, fu aperta la linea ferroviaria indiana che in 21 miglia si estendeva da Bombay a Thana; nel 1860 furono avviati i lavori per la realizzazione della Great Indian Peninsular Railway che creò nuovo lavoro e incoraggiò altre persone a stabilirsi a Bombay. Nel 1864, Bombay contava 816.562 abitanti.

Dal gateway di Bombay passava il cotone grezzo del Gujarat che veniva spedito a Lancashire in Inghilterra per essere filato, tessuto e reinviato a Bombay dove sarebbe stato venduto sul mercato indiano. Lo scoppio della guerra civile americana nel 1861, che mise in crisi il mercato del cotone americano, e l’apertura del Canale di Suez nel 1869 fecero si che l’Occidente si voltasse verso Bombay, realizzando così la sua fortuna.

Nel 1858, dopo la Prima Guerra d’Indipendenza del 1857, la East India Company, accusata di cattiva gestione, fu chiamata a restituire le isole alla Corona britannica. Dal 1862 al 1867 Bombay ebbe come governatore Sir Baartle che, costruendo, tra l’altro, i caratteristici edifici gotico–coloniali, come il Victoria Terminus contribuì a realizzare quella che è l’odierna Mumbai.

Nel 19° secolo, oltre al Victoria Terminus, vennero costruiti alcuni degli edifici che ancora oggi possiamo ammirare: il General Post Office, Municipal Corporation, il Prince of Wales Museum, Torre di Rajabai e Bombay University, Elphinstone college e il Cawasji Jehangir Hall, il mercato Crawford, il Segretariato Vecchio (Old Customs House) e il Dipartimento lavori pubblici (PWD). Il Gateway of India (porta dell’India), che si affaccia sul mare Arabico, è il simbolo di Mumbai, e fu costruito in questo punto, all’Apollo Bunder (molo),  per commemorare la visita a Bombay del re Giorgio V e della regina Maria nel 1911. Da qui passarono anche i Viceré e i nuovi governatori inglesi di Bombay.

 A Mumbai fu lanciato, nel 1842, il movimento di liberazione “Quit India”, capeggiato dal Mahatma Gandhi e dagli altri leader del Congresso nazionale indiano. I leader indiani furono arrestati dagli inglesi ma il movimento percorse la sua ineluttabile storia che condusse, dopo molteplici vicissitudini politiche e sociali, all’Indipendenza dell’India, il 15 agosto 1947, quando gli inglesi lasciarono l’India, passando, gli ultimi, proprio attraverso il Gateway of India, esattamento dove erano arrivati 282 anni prima. 

Nel 1995 la città ha cambiato nuovamente il suo nome recuperando quello che anticamente le avevano dato i pescatori d’altura in onore della loro amata dea Mumba.

(Testo PassoinIndia)

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Mahatma Gandhi a Roma

Gandhi a Roma

Gandhi arrivò a Roma il 12 dicembre 1931. Egli desiderava, tra l’altro vedere il Papa, che però non lo ricevette, pare per il succinto abito che indossava. Invece si incontrò con Benito Mussolini . Dopo incontrò Mussolini che disse di Gandhi “È un santone, un genio, che, cosa rara, usa la bontà come arma”. A sua volta Gandhi di Mussolini disse “Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attirano. Sembra aver fatto molto per i contadini. In verità, il guanto di ferro c’è. Ma poiché la forza è la base della società occidentale, le riforme di Mussolini sono degne di uno studio imparziale. La sua attenzione per i poveri, la sua opposizione alla superurbanizzazione, il suo sforzo per attuare una coordinazione tra il capitale e il lavoro, mi sembrano richiedere un’attenzione speciale. […] Il mio dubbio fondamentale riguarda il fatto che queste riforme sono attuate mediante la costrizione. Ma accade anche nelle istituzioni democratiche. Ciò che mi colpisce è che, dietro l’implacabilità di Mussolini, c’è il disegno di servire il proprio popolo. Anche dietro i suoi discorsi enfatici c’è un nocciolo di sincerità e di amore appassionato per il suo popolo. Mi sembra anche che la massa degli italiani ami il governo di ferro di Mussolini”.

Gandhi in Rome

Rivoluzione per la libertà. Bhagat Singh.

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Bhagat Singh (1907-1931) era un giovane sikh, nato in Punjab, ancora oggi ammirato dai giovani indiani come simbolo della lotta per l’indipendenza indiana. Contemporaneo di Gandhi, fu considerato un terrorista dagli invasori britannici. Studioso delle rivoluzioni europee e delle idee marxiste e leniniste, credeva che il solo modo per cacciare gli inglesi dal suo Paese fosse, contrariamente alle idee gandhiane della non violenza (Satyagraha) e non cooperazione con gli inglesi, la mobilitazione di massa per la lotta armata. I suoi ideali socialisti lo facevano aspirare ad un’India repubblicana libera e ricostruita che ponesse il potere nelle mani dei lavoratori. Queste idee patriottiche e rivoluzionarie gli furono trasmesse da genitori attivisti della lotta per la libertà (quando egli nasceva, il padre e due zii uscivano dal carcere) e fortificate, quand’egli aveva soli dodici anni, dalla strage che avvenne ad Amritsar al Jalianwala Bagh del 1919, dove migliaia di persone riunite in un incontro pubblico furono uccise dagli inglesi. La legge marziale inglese proibiva infatti le riunioni di cinque o più persone in città. Il massacro fu brutale e infido perché il Jalianwalla Bagh era un parco circondato da mura con una sola stretta apertura per l’accesso e l’uscita -vedi in questo blog https://passoinindia.wordpress.com/?s=vaisakhi

La frequentazione giovanile del National College di Lahore, fondato da Lala Lajpat Rai (un membro del Congresso del Punjabi), istituito come alternativa alle istituzioni gestite dal governo, dove si studiavano, tra gli altri, oltre Marx, anche Mazzini e Garibaldi, lo avvicinò agli inteventisti dell’epoca. Fuggì da un matrimonio combinato, ritenendo che la sua vita dovesse essere volta alla realizzaione del sogno di indipendenza ed incontrò il rivoluzionario Ganesh Shankar Vidyarthi da cui apprese principi di rivolta che diffuse in Punjab. A Lahore nel 1926 costituì la ‘Naujavan Bharat Sabha’ (l’ Organizzazione giovanile nazionalista indiana). Partecipando ad una riunione di rivoluzionari a Delhi entrò in contatto con Chandrasekhar Azad, considerato il suo mentore, aderendo all’ ‘Hindustan Socialist Republic Association‘. Venne costantemente sorvegliato dagli inglesi che lo arrestarono nel 1927 con l’accusa di essere responsabile di un attentato a Lahore e che lo rilasciarono su cauzione. Scrisse articoli, in lingua urdu e punjabi (ma conosceva anche il sanscrito e l’inglese) su giornali ed opuscoli di propaganda.

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Quando, nel 1928, il governo inglese costituì la Commissione Simon con la funzione di riferire sulla situazione indiana, e neppure un indiano venne chiamato a farne parte, scoppiarono proteste in tutto il paese. Quando la Commissione arrivò a Lahore il 30 ottobre 1928, Lala Lajpat Rai organizzò una marcia silenziosa in segno di protesta ma il sovrintendente di polizia, James A. Scott, ordinò di caricare i manifestanti e Raj venne ferito e morì di un infarto causato probabilmente dai disordini. Tempo dopo, Bhagat Singh, con l’intento di vendicarsi, sparò contro un tal Saunders, un assistente di polizia, scambiandolo per Scott. Nel 1929, Bhagat compì lo stesso gesto dell’ anarchico francese, Auguste Vaillant che, a Parigi, aveva bombardato la Camera dei Deputati. Con la bomba. che fece esplodere l’8 aprile 1929 all’interno della Assemblea legislativa centrale, Bhagat intendeva farsi arrestare per propagandare la sua causa davanti ad un tribunale e perciò, dopo l’esplosione che procurò solo feriti perché le bombe vennero lanciate lontano dalle persone, lui e il suo amico Batukeshwar Dutt rimasero gridando “Viva la rivoluzione” in mezzo ad una pioggia di volantini. Questo costò loro la prigione governativa e pesanti parole di critica da parte di Gandhi. Anche in prigione Bhagat difese i diritti dei carcerati con uno sciopero della fame durato 65 giorni, reclamando uguali diritti tra prigionieri indiani e prigionieri europei. Quando Bhagat Singh fu criticato per il suo ateismo egli rispose: “Io sono un uomo realista. Voglio vincere questa tendenza in me con l’aiuto della ragione. (…) Io vi dico che il governo britannico non è lì perché piace a Dio, ma per la ragione che ci manca la volontà e il coraggio di opporsi.(…) L’uomo deve essere realistico, gettare la sua fede da parte e affrontare tutti gli avversari con coraggio e valore.(…)Perché Dio non uccide i signori della guerra? Perché non infonde sentimenti umanistici nelle menti dei britannici in modo che possano volontariamente lasciare l’India? Perché egli non riempie i cuori di tutte le classi capitaliste con l’umanesimo altruista? (…)” (da “Perchè sono ateo” -1930). Bhagat non capiva perché induisti e musulmani, storicamente in conflitto, inizialmente uniti nella lotta contro gli inglesi, potessero poi scannarsi a causa delle loro differenze religiose.

bhagat images l’impiccagione sulla stampa

death bhagat il certificato della morte

Bhagat Singh è ammirato ancora oggi nonostante il suo ateismo perché, pur di estrazione borghese, difese i diritti degli oppressi e configurò il progetto di un’India nuova e indipendente basata su precetti specifici, non anarchica, ma realizzata all’interno di uno Stato di tipo marxista ispiratogli dalle letture di autori (atei) come Marx, Lenin, Trotsky, Bakunin. Il diario di Bhagat Singh, trovato in carcere dopo la sua morte, conteneva estratti dei classici di Engels. Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh fu impiccato con i due suoi compagni Rajguru e Sukhdev. Fu la prima volta che un’esecuzione ebbe luogo di sera e fu fatta 11 ore prima dell’ora stabilita, all’insaputa di tutti, per evitare disordini. Bhagat fu così consegnato per sempre alla storia e la sua popolarità crebbe e fu di esempio per le generazioni a venire. Ufficialmente è ricordato da una statua nel Parlamento indiano e da musei che ne testimoniano le gesta. Persino un francobollo lo ha commemorato nel 1968 e nel 2008 è stato votato come “greatest indian” in un sondaggio della rivista India Today. Popolarmente vive ancora nel cuore dei ragazzi, sulle loro magliette stampate col suo volto. Probabilmente il primo rivoluzionario indiano di stampo comunista. Chissà cosa avrebbe pensato della Partizione del 1947….

Shaheed-Bhagat-Singh-50 molti lo vorrebbero sulle banconote

Per rivoluzione intendiamo che l’attuale ordine di cose, che si basa su una palese ingiustizia, deve cambiare. I lavoratori, pur essendo l’elemento più necessario alla società, vengono derubati dagli sfruttatori del loro lavoro e privati dei loro diritti elementari. Il contadino, che coltiva mais per tutti, muore di fame con la sua famiglia; il tessitore che fornisce il mercato mondiale di tessuti, non ha abbastanza per coprire i corpi della sua famiglia; i muratori, fabbri e falegnami che erigono magnifici palazzi, vivono come paria nei bassifondi. I capitalisti e gli sfruttatori, i parassiti della società, sperperano milioni per i loro capricci ‘. Bhagat Singh.

Testo by PASSOININDIA

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L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA

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Non solo India

Agli amanti della fotografia e dei video, di quelle immagini che hanno fatto la storia e che ancora la faranno, consiglio vivamente questo link zeppo di informazioni visive mondiali, con relativa didascalia. Noi non potevamo che iniziare da qui… ma ce ne è per tutti i gusti e per tutte le curiosità;  l’ho trovato per caso ma ci vorrebbe un giorno di ferie per esplorarlo ….

http://life.time.com/history/life-behind-the-picture-gandhi-and-his-spinning-wheel-1946/#1

Divertitevi e guardate come eravamo.