La scoperta del mare.

Solo quando sono arrivato in Italia ho visto il mare, dall’alto, da quel volo che mi avrebbe portato sin qui. Le cartoline e le immagini non rendono la bellezza della grande distesa di acqua azzurra che è il vostro mare, ora un po’ anche mio. La prima volta che mi immersi nell’acqua fu qui, in una delle piscine sportive di questo Paese, retto da una serie di aggeggi adatti a farmi stare a galla. Ma poiché credo che le opportunità vadano colte, decisi che avrei imparato a nuotare. In cinque abluzioni sono riuscito a galleggiare e a domare quello strano disagio procurato da ciò che non si conosce. Proteggevo i miei capelli con una cuffia gommata e i miei occhi con un paio di buffi occhialetti che non avevo mai indossato prima. In fondo, ero come un bambino perché tutti torniamo piccoli davanti a ciò che, di nuovo, ci colpisce piacevolmente. Cosi, arrivata l’estate, mi sono avvicinato al mare, deciso a rifuggire da ogni paura e titubanza. Certo, quelle onde lunghe e regolari che spingono e risucchiano erano un fenomeno nuovo che la piscina non mi aveva mostrato. Così, nella sabbia degradante della battigia, mossi i primi passi verso l’acqua. La sensazione dei piccoli granelli che grattavano i piedi e la schiuma che massaggiava le gambe erano una sensazione meravigliosa e quando entrai in acqua, prudentemente, diventai come una bolla di sapone, leggera e fluttuante, in balia delle onde, mentre, con tutto l’impegno, muovevo le membra. Poi, ragionai che siamo fatti di acqua, mi diedi una calmata e cominciai a rilassarmi. Restava il problema di come uscirne ma lo spirito di imitazione, guardando gli altri, mi avrebbe aiutato. Nel mare, i miei occhialini diventavano la lente di ingrandimento per ammirare tutta la vita che c’è là sotto, i pesci, le piante, persino gli scogli e pensai di aver avuto una bella opportunità.

Eppure anche la mia India ha le sue belle spiagge, come quelle del Kerala, nel Sud, bianchissime, bagnate da acqua cristallina e protette da verdissima vegetazione di palme da cocco, resa ancora più lussureggiante dalle backwaters, la miriade di lagune che, per una lunghezza di 60 Km, ospitano mangrovie e foreste pluviali. Oppure quelle di Goa, uno dei 34 hotspot di biodiversità della Terra o delle Laccadive e delle Andamane, con i loro magnifici atolli corallini, ancora poco conosciute dal turismo di massa. In ogni caso, non mi sono mai spinto sin laggiù con l’idea di vivere il mare come lo faccio adesso.

Quindi, fatto il grande passo, ammirai l’azzurro che il mare mutuava dal cielo, misurando la linea in cui questi si toccano ed osservavo quei grandi yacht cavalcare quella infinita tavola di sale, chiedendomi se anche loro fossero felici come me. Osservai come i piccoli pezzi di stoffa indossati dalle belle donne italiane rivelassero una profonda differenza culturale rispetto a quella indiana dove, ancora, il sari entra in acqua con il corpo. Poi, mi accorsi che la spiaggia aveva altro da regalarmi, tutte quelli piccole pietre arrotondate, risultato di un lavoro costante e paziente della natura, qualche conchiglia qua e là, chissà perché abbandonata, e una miriade di piccole gemme multicolori, levigate dall’acqua, verdi, azzurre, bianche, marroni, un tempo piccoli frammenti di bottiglia, epilogo di una dispettosa serata tra ragazzi. Con cura, ancora oggi le cerco, le raccolgo e le osservo, ne ammiro le forme e le conservo in bottiglie di vetro che ne risaltano il colore, così la mia casa appare più bella ed il mare continua a raccontare la sua storia.

testo  e foto by PASSOININDIA

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