BRAHMA, IL CREATORE COSMICO

In India sentirete meno parlare di Brahma, molto più di Vishnu, Ganesh, Shiva, Kali eccetera. Eppure questo Dio, a capo del Pantheon induista, appartiene, insieme a Shiva e Vishnu, alla Trimurti, la triade delle divinità supreme che comprende gli dei a cui si deve la creazione del mondo e delle sue creature, appunto Brahma, la preservazione del mondo, competenza di Vishnu, e la distruzione del mondo al fine di ricrearlo, ruolo di Shiva, il tutto in un ciclo eterno senza inizio né fine che si realizza attraverso un susseguirsi incessante di eventi cosmici.

Brahma sprigionò le acque primordiali e le fecondò; egli si rivelò dall’uovo cosmico d’oro ove egli risiedeva; dalla parte superiore dell’uovo originò il mondo celeste e da quella inferiore si materializzò il mondo terreno. Si manifestarono così tutti gli elementi del cosmo.

Una teoria religiosa sostiene che i quattro gruppi sociali (da cui ebbero luogo le caste), siano derivati dagli organi del corpo di Brahma: dalla sua testa i Brahmini (i sacerdoti, sacrificatori e conoscitori dei testi religiosi), dalle sue braccia gli Kshatria (i guerrieri e i prinicipi), dalle sue gambe i Vaisia (gli agricoltori, i commercianti e gli artigiani) e dai suoi piedi gli Shudra, i servitori.

Nell’iconografia indu, Brahma è raffigurato vestito di bianco o rosso o rosa, con la barba, simbolo di vecchiaia e sapienza e quattro teste rivolte ai quattro punti cardinali ognuna delle quali recita i Veda, gli antichi testi sacri dell’Induismo che egli ha cantato con i Rishi, i cantori ispirati degli inni sacri. Con le sue teste può anche ammirare la sua timida e schiva sposa, Sarasvati, dea della conoscenza e delle arti.

Le sue quattro braccia tengono in mano un rosario fatto con semi del frutto dell’albero di rudraksham (mala), un kamandalu (brocca che nell’iconografia indù accompagna spesso le divinità legate all’ascetismo o all’acqua), i Veda e un fiore di loro (a volte vi è seduto sopra).

Anche se la letteratura vedica ne parla ampiamente, Brahma non è oggi così venerato. La mitologia indu fornisce diverse motivazioni a proposito di questa scarsa venerazione. Secondo una di queste, Brahma si era infatuato della bella Shatarupa, la donna da lui creata, affinché lo aiutasse nella creazione. La seguiva ovunque con lo sguardo creando un certo disagio alla timida Shatarupa ma, qualunque direzione lei prendesse, Brahma continuava ad osservarla così insistentemente che sviluppò ben quattro teste. Shatarupa, che non ne poteva di più, cercò di allora di saltellare per evitare di essere guardata; Brahma sviluppò quindi una quinta testa. Lord Shiva criticò Brahma per il suo comportamento e gli tranciò la quinta testa rivolgendogli una maledizione: siccome Brahma aveva distratto la sua mente dall’anima lasciandosi tentare da desideri carnali, le persone non avrebbero adorato Brahma. Pentendosi, Brahma cominciò quindi a recitare i quattro Veda.

Un’altra ragione sul perché Brahma non è adorato è da trovare nel suo ruolo che, in quanto creatore dell’Universo, sarebbe terminato. Vishnu continua invece a preservarlo e Shiva a distruggerlo per continuare il percorso di reincarnazione cosmica. O forse, ancora, perché lo status così elevato di Brahma lo coinvolge meno nei miti in cui gli dei assumono forma e carattere umano.

Tra i pochissimi templi dedicati a Brahma sono popolari quello di Pushkar, vicino ad Ajmer, nel Rajasthan, la cui età si fa risalire a circa 2000 anni e quello a Khedbrahma, vicino a Idar, nello Stato di Gujarat, che si suppone del 12° secolo circa. A proposito del primo, il mito racconta che la nascita di Pushkar si deve ad una lotta tra Lord Brahma e il demone Vajra Nabh. Brahma uccise il demone con l’ausilio di un fiore di loto e tre dei suoi petali caddero sulla terra, dando vita ai tre laghi di Pushkar. Secondo un’altra storia pare che invece siano state le lacrime di Brahma a creare i laghi della città dove ancora oggi Brahma è celebrato con una cerimonia annuale.

PUSKAR- BRAHMA- TEMPLE

Premesso che, nell’induismo, ogni divinità è associata ad un proprio animale, anch’essa creatura divina, che ne rispecchia una qualità essenziale e che questi animali sono detti “vahana”, “veicoli”, “cavalcature” (perché nelle immagini le divinità sono spesso raffigurate sedute su essi), il veicolo di Brahma è il cigno; infatti Brahma è il dio dell’elemento acqua, che rappresenta la coscienza e la mente che purifica e illumina con la conoscenza sacra e la saggezza.

BRAHMA VEHICLE

Ecco perché il cigno che è agile in acqua e capace di separare le impurità dall’acqua rappresenta il suo veicolo ideale, talvolta rappresentato anche da un pavone o un’oca.

La vita di Brahma è lunghissima ma non eterna: la sua morte coincide con una “grande dissoluzione” dell’universo. Egli rinasce dal fiore di loto che fuoriesce dall’ombelico di Vishnu disteso in sonno yogico. E tutto ha di nuovo inizio.

TESTO BY PASSOININDIA

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HAPPY DIWALI A TUTTI!

Significato del Diwali.

Dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza, dall’infelicità alla beatitudine, questo è davvero il messaggio vero e profondo che il festival di Diwali porta ogni anno con le sue gioiose celebrazioni. Il festival di Diwali è il festival più celebrato e tanto atteso che ispira le persone a credere nel potere del bene. Diwali è annunciato come uno dei festival più significativi degli indù ed è celebrato in tutta l’India e in tutto il mondo. Gli indù del nord celebrano principalmente questo festival per commemorare la leggenda del ritorno di Lord Rama nel Regno di Ayodhya dopo un esilio di 14 anni mentre nel Sud, è celebrato per ricordare la sconfitta di un demone chiamato Narakasura per mano del Signore Krishna . Tuttavia, il festival delle luci ha un grande significato anche in altre religioni, che includono il Sikhismo e il Giainismo, anche se per ragioni diverse. Questo articolo esplora il profondo significato di Diwali nel contesto di varie fedi e sistemi di credenze.


Significato spirituale nell’Induismo.
Il festival delle luci, Diwali è la speranza e ispira tutti ad accendere una candela piuttosto che maledire l’oscurità. Diwali non riguarda solo l’illuminazione esterna, ma promuove la consapevolezza della luce interiore che è il nucleo di ogni essere umano. La spiritualità è la vera essenza dell’Induismo e profetizza che una persona non è solo un corpo o una mente ma qualcosa al di là di essa – una fonte di energia pura, potente ed eterna, chiamata Atman. Diwali è la celebrazione della realizzazione di questa luce interiore, che ha il potere di mostrare la via della rettitudine anche nei momenti più bui dei tempi. Il risveglio del vero sé, Atman, introduce ciascuno alla pace immensa, alla compassione universale, all’amore e alla consapevolezza dell’unità di tutte le cose (conoscenza superiore). Questo è uno stato di vera felicità che Diwali commemora. Le storie e le leggende su questo festival possono cambiare da regione a regione, ma questa essenza sottostante rimane la stessa.

Importanza nel Giainismo.
Diwali è un’occasione molto speciale per il popolo della comunità Jain, come il Natale è per i cristiani o il Buddha Purnima è per i buddisti. Secondo la storia e le scritture jainiste, Lord Mahavira, l’ultimo dei Jain Tirthankaras, fondatore del Giainismo, raggiunse il Nirvana o Moksha nel giorno di Diwali a Pavapuri il 15 ottobre 527 aC. Si ritiene che, oltre al divino Signore stesso, il suo discepolo più devoto, Ganadhara Gautam Swami abbia raggiunto l’illuminazione (Kevalgyana) in questo giorno. Questo rende Diwali uno dei festival più significativi per i Jain. Le celebrazioni Jain di Diwali sono lontane dalla stravaganza ed infatti la comunità ascetica Jain celebra Diwali per tre giorni durante il mese di Kartik. Gli Shvetambara, discepoli di una delle maggiori correnti del giainismo, meditano e leggono ad alta voce gli insegnamenti di Lord Mahavira, nel Sutra Uttaradhyayan, l’ultimo insegnamento che diede prima della sua liberazione. Nel jainismo, la liberazione o moksha o nirvana è il più alto e il più nobile obiettivo è l’unico che una persona dovrebbe avere; altri obiettivi sono contrari alla vera natura dell’anima. Con la giusta visione, conoscenza e sforzi, tutte le anime possono raggiungere questo stato. Si dice che un’anima liberata (siddha) raggiunga la sua vera natura incontaminata di beatitudine, conoscenza e percezione infinite, liberandosi dal ciclo di nascita e morte dopo la distruzione di tutti i legami karmici. Questo è il motivo per cui il Giainismo è anche conosciuto come mokṣamārga o “via della liberazione. Durante il Diwali, molti jainisti fanno un pellegrinaggio a Pavapuri, nel Bihar, dove Mahavira raggiunge il Nirvana.

Importanza nel Sikhismo.
Nel Sikhismo, Diwali è considerato un giorno molto importante, in quanto molti eventi significativi della storia dei Sikh sono associati ad esso. I sikh celebrano Diwali in grande stile e il giorno viene anche chiamato “Bandi Chhorh Diwas”, che rappresenta il “giorno della liberazione dei detenuti”. In questo giorno del 1619, il sesto guru, Guru Hargobind Ji, insieme a 52 altri principi, fu rilasciato dal forte di Gwalior, dove tutti furono imprigionati per ordine dell’imperatore Mughal Jahangir. La comunità sikh si rallegrò per l’occasione illuminando il Tempio d’oro.
Un altro evento significativo che sottolinea l’importanza di Diwali per i sikh è il martirio di Bhai Mani Singh ji. In questo giorno, sacrificò la sua vita per proteggere la comunità sikh dal genocidio per mano dei Moghul nel 1737, cancellando le celebrazioni di Diwali al Tempio d’oro. Infatti nel 1737 ca., Bhai Mani Singh chiese al governatore di Lahore, viceré dell’impero moghul, il permesso di tenere il festival Diwali per celebrare il Divas Bandi Chhor presso l’Harmandir Sahib o tempio d’oro. Gli fu concesso per Rs. 5.000, quale tassa religiosa di jizya, imposta dai moghul ai non musulmani, che Bhai Mani Singh avrebbe raccolto come offerte dai Sikh che sarebbero venuti al tempio. Il Governatore ordinò invece ai militari di attaccare a sorpresa i Sikh durante il festival. Bhai Mani Singh ne venne a conoscenza e comunicò ai sikh di non andare al tempio d’oro. Non gli fu così possibile pagare il denaro ai Mughal che gli ordinarono di convertirsi all’Islam. Rifiutando di rinunciare alle sue convinzioni, venne giustiziato  per smembramento. La sua morte spinse i sikh a lottare per la libertà dall’oppressione moghul.

Quindi HAPPY DIWALI!

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Oggi in India la festa di Dussehra

Dussehra (Vijaya Dashami, Dasara, o Dashain) è una festa indù. E’ considerata festività nazionale indiana che ricorre 20 giorni prima del Diwali  (la festa delle luci), altra importante festività religiosa indiana. Con Dussehra gli induisti celebrano la vittoria del dio indù Rama sul re demone Ravana (re di Sri Lanka). Questa storia mitica è raccontata nel grande racconto epico Ramayana. Ravana aveva una sorella, nota come Shoorpanakha che si è innamorata dei fratelli Lakshamana ( fratello di Rama) e Rama e voleva sposare uno di loro. Ma Lakshamana rifiutò di sposarla e Rama non poté farlo perché era già sposato con Sita. Shoorpanakha minacciò quindi di uccidere Sita, in modo da poter sposare Rama. Questo fece arrabbiare Lakshamana che quindi le tagliò il naso e le orecchie. Quando il re di Sri Lanka, Ravana, seppe ciò, rapì Sita per vendicare le ferite di sua sorella. Rama e Lakshamana combatterono quindi una battaglia per salvare Sita, aiutati dal dio di scimmia Hanuman e da un enorme esercito di scimmie. Qui Rama rappresenta il trionfo del bene sul male ed è questo che si celebra con il Dussehra. In questo giorno i fedeli si incontrano nelle case e nei templi per pregare (puja) gli dei e offrire loro cibo. Ci sono fiere all’aperto (melas) e le effigi di Ravana vengono allestite durante il giorno per essere bruciate alla sera sui falò ( i fuochi di artificio vengono posti dentro queste statue di carta e legno). Dussehra è il culmine del festival Navaratri (Navratri è un festival di nove notti – da cui il nome – dedicato al culto di una divinità indù Shakt, dea della forza. La Dussehra cade il decimo giorno di questo periodo). Nei giorni antecedenti il Dussehra vengono rappresentate, all’aperto, nel Nord India, i miti del Ramlila, una versione breve del poema epico Ramayana. Gli attori interpretano, in costumi tradizionai e antichi, le storie di Rama, Sita, Ravana, Hanuman, Lakashman, Sugriv, Meghnath e così via. Si ritiene che questa festa sia l’occasione migliore per iniziare qualcosa di nuovo, ad esempio un viaggio, o un progetto e per comprare gioielli d’oro e d’argento, utensili o oggetti per la casa. In questo periodo infatti in molti negozi vengono praticati sconti sui prezzi; di fatto, questa festa coincide con la fine del raccolto per cui rappresenta il momento in cui le persone dispongono di più denaro. Nel giorno di Dussehra gli uffici governativi e i negozi sono chiusi.

All’interno di questa festa, ogni zona dell’India svolge riti tradizionali diversi. Ad esempio nel Karnataka si fa una grande processione in onore della dea Chamundeshwari che viene trasportata su un trono a dorso di elefante nella città di Mysore. Ancora, sempre nel Karnataka, si usa far benedire strumenti di uso domestico o lavorativo come libri, computer, pentole, auto ecc. Nel Bengala invece si preparano speciali cibi tra cui il pane fritto e snacks di patate speziate.

Durante questa festa vengono ricordate anche le mitiche storie indu del Mahabharata, dove si racconta dei cinque fratelli Pandava che combatterono le forze del male e, prima di andare in esilio per un anno, abbandonarono le loro speciali armi in un albero Shami dove, al loro ritorno, ancora le trovarono.Per questo, prima di combattere una battaglia, che poi avrebbero vinto, si prostravano in adorazione di quello stesso albero.

By Passoinindia

Il mito indu: la zangolatura dell’Oceano di latte

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Il SAGARA MANTHAN o Samudra Manthan o Ksheera Sagara Manthan raccontato nel Bhagavata Purana, nel Vishnu Purana, e nel poema epico Mahabharata, è uno dei più famosi miti dell’induismo. La storia comincia con l’eterna lotta tra  i DEVA (dei) e gli ASURA (antidei) che agognano al dominio sui tre mondi. I deva, allora non immortali, quindi semidei, hanno bisogno, per vincere i demoni, dell’AMRITA, nettare dell’immortalità che si trova dentro il grande OCEANO DI LATTE. Per raccogliere questo nettare è necessario frullare l’oceano, impresa grandiosa che, come VISHNU suggerisce ai deva, può riuscire solo se essi chiedono aiuto agli asura. Così i deva seguono il consiglio di Vishnu e promettono agli asura che divideranno con loro il nettare. Per zangolare l’immensa distesa di acqua, intendono utilizzare il monte più alto dell’ universo, il MANDARA e, per staccarlo dalla sua sede, interviene GARUDA, l’aquila divina, veicolo e seconda incarnazione di Vishnu, che porta il monte al centro dell’Oceano. (Ogni divinità dell’induismo ha un proprio animale caratteristico, che rispecchia una sua qualità essenziale e che è chiamato vahana, “veicolo” o “cavalcatura”, perché le divinità sono spesso rappresentate sedute su di essi).

Avendo essi anche bisogno di una corda da avvolgere intorno al monte affinché questo, ruotando, smuova il mare, accorre VASUKI, il re dei serpenti. I deva tengono la coda del serpente, gli asura la sua testa (forse l’hanno preteso o forse gli è stato concesso, visto che  l’enorme testa di Vasuki è considerata la parte più nobile). Grazie al loro grande sforzo, la montagna inizia a ruotare sempre più velocemente finché Vasuki vomita buttando fuori il suo veleno (HALAHAL) che ora invade l’oceano e rischia di avvelenare tutto ciò che vi si trova. I deva chiedono quindi aiuto a SHIVA che beve il veleno ma, su raccomandazione della sua consorte PARVATI, lo trattiene nella sua gola che da allora diventa blu e lo resterà per sempre. La montagna sta affondando ma Vishnu, sotto forma di KURMA, la tartaruga, sostiene la montagna con il suo carapace. L’oceano di latte, frullato, è ora tutto schiuma e latte. Dopo mille anni e più di fatica qualcosa finalmente viene a galla. Sono i RATHA, i tesori del mare. Vi sono dee, tra cui LAKSHMI, la dea della salute, fortuna e prosperità che prende subito per mano Vishnu diventandone consorte; SURA, dea del vino che inebria ed altre ninfee divine.Vi sono 3 animali, KAMADHENU, il bue bianco che soddisfa i desideri e che Vishnu darà ai saggi affinché il burro (ghee) derivato dal suo latte venga utilizzato nei sacrifici, AIRAVATA ed altri elefanti, UCHHAISHRAVAS, il divino cavallo a sette teste, che verrà dato agli Asura. Dalle acque emergono anche tre oggetti che vediamo rappresentati nell’immagine di Vishnu, KAUSTUBHA, il gioiello più prezioso al mondo, l’ARCO, che ricorda la belligeranza degli asura, la CONCHIGLIA che procura un suono (Om) che atterrisce i demoni e li fa fuggire. E poi, ancora, il PARIJAT, l’albero divino dai fiori perenni, che gli dei porteranno all’ Indraloka, il paradiso di Indra, CHANDRA, la luna che adorna la testa di Shiva, DHANVANTARI, il  medico degli dei con la coppa che contiene il nettare dell’immortalità! Ora devi e asura litigano per l’Amrita che ognuno vuole per sé. Vishnu dunque interviene questa volta sotto forma di MOHINI, l’eterno femminino. Tutti d’accordo che sia lei a distribuire il nettare. Ma lei, ballando, da agli asura vino inebriante e ai deva il nettare dell immortalità.

 

Significato del mito.

Simbolicamente, questo mito rappresenta lo sforzo spirituale degli esseri umani per ottenere l’immortalità o la liberazione (Moksha) dal ciclo delle rinascite attraverso pratiche yogiche come la concentrazione, il ritiro dei sensi, l’autocontrollo, il distacco, le austerità e la rinuncia. Il corpo umano è un cosmo, proprio come l’oceano di latte, dove gli dei rappresentano gli organi di senso, la virtù e il principio del piacere, la purezza e l’intelligenza, mentre i demoni rappresentano l’illusione, le tendenze malvagie, il principio del dolore, l’oscurità e grossolanità del corpo. La zangolatura dell’oceano è il processo del cambiamento che richiede l’integrazione e lo sfruttamento di energie positive e negative, di corpi sottili e grossolani. Le negatività concorrono a rafforzare la determinazione e il carattere. L’oceano di latte (ksheer sagar) è la mente o la coscienza, nell’induismo sempre paragonata a un oceano (mano sagaram) mentre pensieri, emozioni, e proiezioni della mente sono assimilati alle movimento delle onde. L’oceano simboleggia anche il Samsara o il mondo fenomenico (samsara sagaram), un misto tra il bene e il male che partecipano alla continuazione del mondo e svolgono un ruolo importante nella liberazione degli esseri umani. Il veleno è la morte e il comportamento causato dal desiderio e dall’attaccamento che produce karma negativo. Il nome della montagna, Mandhara  è formato da due parole che significano uomo e linea (o punto) che quindi simboleggia una mente ferma in uno stato di concentrazione. La tartaruga qui sta per pratyahara, il ritiro in se stessi, essenziale per praticare la concentrazione (dharana) e la meditazione o la contemplazione (dhyana). Dio, il Sé o Vishnu, è il supporto per la mente in qualsiasi azione spirituale. La tartaruga ha un duro guscio e un corpo tenero tenere, come lo stato mentale di uno yogi, impenetrabile ma compassionevole qe pieno di devozione a Dio. La tartaruga simboleggia anche la testa umana. Il guscio è il cranio e le parti interne sono il cervello. La testa è il supporto di tutte le attività spirituali proprio come Vishnu è nella zangolatura dell’oceano.

Il grande serpente Vasuki rappresenta il desiderio o l’intenzione. Nel simbolismo indù, il desiderio è tradizionalmente paragonato a mille serpenti incappucciati.  Per ottenere la liberazione occorre intenzione e iniziazione alla spiritualità. I desideri sono anche le forze motrici delle nostre azioni o dei nostri sacrifici. Le azioni guidate dal desiderio sono responsabili del karma, mentre le azioni senza desideri, che sono eseguite per il benessere del mondo, come i sacrifici quotidiani, o come offerte sacrificali a Dio, portano alla liberazione. Sia gli dei che i demoni usano il desiderio come corda (mezzi). Tuttavia, le divinità agitano l’oceano secondo le istruzioni di Vishnu per il benessere dei mondi e per proteggerli dal male, mentre i demoni lo agitano unicamente con l’intenzione egoistica di usare l’Amrita per i propri fini. Per questo, alla fine, i demoni non riescono a raggiungere la liberazione.
Per agitare gli oceani, sia gli dei che i demoni tengono il serpente costantemente. Ciò simboleggia autocontrollo o controllo dei desideri nella pratica spirituale. La zangolatura (Manthan) è la trasformazione spirituale o la purificazione della mente e del corpo sul sentiero della liberazione. Quando il latte è sbollentato, il burro si separa dal latte. Nello zangolarsi spirituale,  “sattva”, la brillantezza mentale (medha) e la pura intelligenza, bianche come il burro, si separano dalle impurità proprio come fa il burro, il che consente di vedere le cose chiaramente e la mente si stabilizza nella contemplazione del Sé. Così come il burro funge da offerta in un sacrificio di fuoco (yajna), il sattva e l’intelligenza servono da offerte nel sacrificio interiore (antar yajna) della mente e del corpo. Quando il burro viene riscaldato sul fuoco, diventa burro chiarificato, che viene usato anche nei sacrifici come offerta. L’immortalità o la liberazione è il burro chiarificato o il prodotto finale nella pratica dello yoga, proprio come l’ Amrit è nella zangolatura degli oceani. L’Halahal, il veleno, rappresenta tutta la negatività che affiora nella nostra coscienza quando iniziamo la pratica spirituale. Rappresenta il dolore e la sofferenza, i cattivi pensieri, i sentimenti negativi e le emozioni come la rabbia, l’orgoglio, il dubbio, l’illusione o la disperazione che avviano l’esperienza all’inizio della pratica spirituale. L’intervento di Lord Shiva per risolvere il problema dell’halahal simboleggia l’importanza dello yoga o dell’ascetismo, della virtù e della purezza nella vita spirituale, l’importanza della grazia divina (anugraha) e della mediazione di un maestro spirituale (guru) nel processo della liberazione. Lord Shiva simboleggia uno yogi o un rinunciante (Sanyasi). Rappresenta i valori ascetici di rinuncia, equanimità, disciplina, virtù, conoscenza e autocontrollo. È puro, sincero, intelligente, propizio e interiormente distaccato. È in grado di consumare il veleno sorto dalla zangolatura dell’oceano perché è puro, forte e divino. Lord Shiva è anche il signore del respiro, prananath o praneshwar che, nel corpo, è purificatore e stabilizzatore. È il signore degli organi, che mantiene puri in mente e corpo rimuovendo le loro impurità e influenze maligne, negatività, irrequietezza, stress, paura e pigrizia. Gli yogi avanzati ottengono un grande controllo sul loro respiro, che molti possono anche trattenere per una lunga durata. Durante la meditazione imparano anche a mantenere le loro menti ferme e libere dalle impurità trattenendo il respiro in gola, vicino al palato. I vari oggetti che escono dall’oceano simboleggiano i poteri o le perfezioni psichiche, spirituali o soprannaturali (siddhi), che si manifestano quando uno yogi avanza sul sentiero dello yoga o della liberazione. Secondo la tradizione indù, bisogna stare attenti a tali poteri poiché possono seriamente interferire con il proprio progresso spirituale. Dovrebbero essere usati con grande cautela e discrezione per il benessere del mondo o di altri, piuttosto che per guadagni egoistici. Probabilmente è per questo che dèi e demoni distribuiscono prontamente quei poteri senza alcuna discussione, dal momento che non vogliono essere distratti dal loro obiettivo finale di raggiungere la liberazione. Lakshmi simboleggia la ricchezza materiale o l’abbondanza. Il simbolismo che sta alla base dell’atto di donarla a Vishnu è che, poiché tutta la ricchezza nell’universo appartiene a Dio o Brahman (Vishnu), è necessario restituirgli tutta la ricchezza che un devoto trova o guadagna nella sua vita. Il suo sacrificio lo terrà libero dal debito karmico e faciliterà i suoi progressi sul sentiero.
Come dichiara l’Isa Upanishad, Brahman è il vero abitante dell’universo e ogni cosa nell’universo appartiene a lui. Si dovrebbe quindi vivere disinteressatamente, compiendo tutte le azioni come offerta a Dio. Le Scritture come la Bhagavadgita suggeriscono anche che sul sentiero spirituale, quando la ricchezza si manifesta come il frutto delle proprie azioni, si dovrebbe rinunciare ad essa e offrirla a Dio come sacrificio.
Dhanvantari è il medico divino. Rappresenta la salute o il benessere fisico. Durante la zangolatura dell’oceano si manifesta alla fine con la brocca che contiene l’Amrit. Dhanvantari simboleggia il vigore fisico, l’energia e lo splendore mentale che derivano dalla lunga e ardua pratica dello yoga e dell’austerità e che, se prolungate portano alla liberazione e all’immortalità. Quindi, il corpo di un essere liberato (jivanmukta) non è solo sano ma anche divino come un vaso dell’immortalità.

Al momento della distribuzione dell’elisir, il Signore Vishnu si manifesta come Mohini, una bella fanciulla celestiale che assicura che l’Amrita venga distribuita agli dei piuttosto che ai demoni, compiendo così il suo dovere di sostenitore di Rta (ordine e regolarità), Karma e Dharma.
Gli Asura sono persone malvagie. Nessuno ha negato loro l’immortalità. Lo hanno negato a se stessi con le loro azioni e intenzioni crudeli e malvagie. Le azioni di Vishnu simboleggiano il ruolo di Dio nella creazione come sostenitore del Dharma. Suggerisce che non importa quanto sei bravo, o quanto buona possa essere la tua azione attuale, non puoi sfuggire ai peccati del tuo passato o al karma che hai subito come conseguenza delle tue azioni. Negando la distribuzione di Amrit ai demoni, salva il mondo dalla loro oppressione e protegge il Dharma.
Mohini simboleggia anche il potere di Maya, che illude i mondi e gli esseri dal perseguire la liberazione sottoponendoli a delusione, desiderio, dualità e ignoranza. A causa della loro natura malvagia e delle qualità demoniache, gli asura cadono facilmente sotto l’incantesimo di Maya perdendo la possibilità di diventare immortali. Gli dei sono intenzionati a ottenere l’immortalità. Quindi, sono concentrati su di essa e si mantengono quindi liberi dall’incantesimo.
C’è anche un messaggio importante in questo. La vita umana è preziosa perché solo gli umani possono praticare la spiritualità e ottenere la liberazione usando la loro intelligenza. Pertanto, le persone non dovrebbero buttare via la preziosa opportunità perseguendo desideri malvagi o impegnandosi in azioni egoistiche sotto l’incantesimo di Maya. Dovrebbero praticare lo yoga, coltivare le qualità divine e lavorare per la liberazione per diventare immortali, senza ilkudersi o distrarsi e senza perdere la concentrazione sulla liberazione. Questo è in breve il simbolismo nascosto nella storia di Sagar Manthan.

Le coppie dell’induismo. Shiva e Parvati.

 Shiva è una tra le più importanti divinità nell’Induismo, considerato creatore, distruttore del male e trasformatore. Nello Shivaismo, una corrente dell’Induismo, è ritenuto l’Essere Supremo, mentre nell’induismo classico l’Essere Supremo è costituito dalla Trimurti, la Trinità cui Shiva appartiene insieme a Brahma e Vishnu. La sua raffigurazione può essere quella benevola di uno yogi (asceta) che vive isolato su monte Kailash, in Himalaya, in compagnia della moglie Parvati e dei suoi due figli Ganesha e Kartikeya, oppure quella temibile che uccide i demoni. Shiva è anche conosciuto come Adiyogi Shiva, patrono dello yoga, della meditazione e delle arti. Nell’iconografia indu viene rappresentato con un serpente attorno al collo, la luna crescente, il terzo occhio sacro sulla fronte, il tridente (trishula), il tamburo (damaru) e il Gange, il fiume sacro, che scorre tra i suoi capelli. Shiva è anche adorato nella sua forma di lingam, simbolo fallico.

(sono varie le rappresentazioni del lingam di Shiva e dello yoni di Parvati)

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Parvati, il cui nome significa “figlia della montagna” è la dea benevola dell’induismo, simbolo di fertilità, amore e devozione, nonché espressione dell’energia e del potere creativo (Shakti) di Shiva, con il quale è quasi sempre raffigurata. Nella letteratura indu, Parvati assume diversi nomi, come descrive la Lalita Sahasranama, un testo del Brahmanda Purana (testo sacro) che ne contiene ben 1.000.

Nelle sue forme terrificanti Parvati è conosciuta come Durga e Kali. Insieme a Lakshmi, la dea della ricchezza e della prosperità, e Saraswati, la dea della conoscenza e dell’apprendimento, forma la Tridevi, la trinità delle dee indù.

Nell’iconografia indu, Parvati è raffigurata con due o più braccia che tengono talvolta una conchiglia, oppure una corona, uno specchio, un rosario, una campana, un piatto, un attrezzo agricolo, una canna da zucchero o fiori, come il loto. Così come Shiva è spesso rappresentato da un lingam, Parvati è rappresentata da uno yoni, simbolo dell’utero e della gestazione. E’ particolarmente adorata dalle donne.

Sia il sacro testo Ramayana (databile tra il VI° e il III° secolo a.C.) che il poema epico Mahabharata (databile tra il 400 a.C.-400 d.C.), i due maggiori poemi epici indu, raccontano della coppia Parvati-Sati (Parvati è la reincarnazione della prima moglie di Parvati, come leggerete nella loro storia) ma sono e i Purana (IV°- XIII° secolo) e le opere di Kalidasa, grande poeta della letteratura indiana classica, come il romanzo epico Kumārasāmbhavam, (V° e VI° secolo), che ci descrivono dettagli sulla loro unione.

E questa è dunque la loro storia.

Tarakasura, un demonio potente, portava il terrore tra uomini e dei ma nessuno era in grado di sconfiggerlo. Venne quindi chiesto aiuto al grande Signore Brahma che rispose che solo il figlio di Shiva avrebbe potuto distruggere quel malvagio. Ma Shiva, dopo la morte della moglie, la Dea Sati, si era ormai ritirato a meditare sull’ Himalaya e si poteva disturbarlo. Brahma disse quindi che era necessario porsi in adorazione di Mahadevi, la grande dea di cui Sati era un’incarnazione. Mahadevi, invocata, disse loro che si sarebbe reincarnata per sposare Shiva così il loro figlio avrebbe sconfitto Tarakasura. Himavat, re del Regno dell’Himalaya e la sua regina Menaka avevano una figlia, Parvati, nome che significa “delle colline”, una bellissima bambina, educata, che, invece di giocare con gli amici, preferiva dedicarsi alla devozione del Dio Shiva. Tutti la chiedevano in sposa, ma Parvati voleva come marito solo il Dio Shiva. Himavat ne sarebbe stato felice ma sapeva che Shiva era in meditazione. Apparve allora il saggio Narada, l’indisciplinato figlio di Brahma, mai espulso dagli dei perchè ogni sua azione, alla fine, si concludeva positivamente. Egli disse che Parvati era la Dea Mahadevi reincarnatasi per sposare Shiva ed avvisò Parvati che il suo percorso sarebbe stato tutt’altro che semplice. Narada invitò dunque il re Himavat a condurre sua figlia da Shiva che avrebbe servirlo nelle sue puja (preghiere) giornaliere. Dunque Shiva vide Parvati ma non riusciva a riconoscerla come reincarnazione della sua amata Sati. Ma Shiva acconsentì che Parvati si fermasse per aiutarlo. Il tempo passava e gli dei, sempre più terrorizzati dal demone Tarakasura, temevano che a nulla valesse su Shiva il fascino di Parvati e quindi si recarono da Kamadeva, Dio dell’amore, che promise loro di aiutarli. Prese allora il suo arco fiorito con le frecce di canna da zucchero e andò dove Shiva stava meditando, sparandogli cinque frecce d’amore. Così Shiva si accorse della bellezza di Parvati. Questo gli fece perdere la concentrazione della meditazione, e così aprì il suo terzo occhio e bruciò Kamadeva che divenne cenere. Poi si rivolse a Parvati e le disse, arrabbiato, di andarsene. Parvati era afflitta perché innamorata di Shiva. Apparve allora di nuovo il saggio Narada che le consigliò di agire non con il suo fascino ma con la sua devozione. Parvati capì che per conquistare Shiva avrebbe dovuto fare una lunga penitenza e si ritirò quindi in un bosco sull’Himalaya per meditare. Rati, la consorte di Kamadeva, era disperata per la morte del marito e spaventata da Shiva. Fu Parvati a prometterle che un giorno, quando avesse conquistato Shiva, gli avrebbe chiesto di riportare in vita il suo amato. Parvati sapeva di essere la reincarnazione di Sati che aveva rinunciato alla sua vita perché suo padre Daksha aveva offeso Shiva (come è descritto nei Purana, un gruppo di testi sacri hindū, redatti in lingua sanscrita). Per anni Parvati invocò Shiva che però non appariva mai. Attraverso la sua lunga meditazione Parvati divenne potente, digiunò, lasciando cibo, acqua e aria. Molti asceti vennero da lei ma lei non li notò. Ma gli Dei erano inquieti ed andarono a reclamare dal dio Brahma. Questi, insieme a Vishnu, si recò da Shiva dicendogli di porre fine alla penitenza di Parvati oppure l’intero regno sarebbe bruciato. Shiva comprese la forza di Parvati e cominciò a credere…

Parvati venne un giorno raggiunta da un asceta che le chiese il perché di tanta penitenza. Lei rispose che lo faceva per amore. Quel giovane era Shiva, che scoppiò a ridere. Poi le chiese come avrebbe potuto sposare un asceta che non ha casa e si circonda di cenere e teschi. Parvati si arrabbiò molto a quella considerazione e rispose con orgoglio che Shiva è il padrone dei tre mondi! A queste parole il giovane si rivelò essere Shiva, il suo amato Shiva che la guardò teneramente e si rese conto che Parvati era davvero la reincarnazione della sua defunta moglie Sati. Si guardarono e si sentirono che in realtà si appartenevano da tempo. Quindi Shiva si recò dal re Himavat, il padre di Parvati, a chiedere la mano di sua figlia, il quale acconsentì al matrimonio che presto avvenne in pompa magna. Dalla loro unione nacque il dio Kartikeyan che sconfisse il malvagio Tarakasura.

Shiva riportò in vita Kamadeva, come Parvati aveva promesso a Rati.

Parvati è celebrata con il Teej festival, di cui parleremo prossimamente.

(testo by Passoinindia)

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Perchè in India la mucca è sacra?

Perchè in India la mucca è sacra? Molto spesso, in India, vediamo girovagare mucche in libertà in mezzo al traffico cittadino, una delle rare situazioni in cui le auto rallentano. Tutti sanno che la mucca è considerata sacra. Le ragioni sono religiose e sociali.

 Un indu risponderebbe alla domanda precisando di adorare non le mucche ma la divinità onnipresente che è dentro di esse e preciserebbe anche che per indu e giainisti tutti gli esseri viventi hanno un’anima e quindi sono sacri, particolarmente la mucca che li rappresenta tutti. Animale da cui tutto si può prendere, tranne la vita, la vacca richiede poco per vivere e fornisce il latte da cui si ottengono alimenti essenziali per l’uomo come il formaggio, lo yoghurt, il burro chiarificato (ghee), diventando simbolo, sin dai tempi antichi, dell’abbondanza e della Terra che nutre la vita.

 I cinque prodotti (pancagavya) della mucca – latte, cagliata, burro (ghee), urina e escrementi – sono tutti utilizzati nella puja (come avviene nella Yagna, l’adorazione del fuoco) e nei riti di estrema penitenza. Nelle scritture indù il latte è considerato tra le più alte forme di cibo (satvik) oltre che avere poteri calmanti e di ausilio alla meditazione.

Nel Rig Veda (4.28.1; 6), l’antichissimo testo sacro, si legge. “Le mucche sono venute e ci hanno portato fortuna. Nelle nostre stalle, contente, possano rimanere! Possano crescere per noi i vitelli, dando latte per Indra ogni giorno. (…). Rallegrate la nostra fattoria con piacevoli muggiti.” Versi del Rig Veda si riferiscono alla mucca come Devi (dea), identificata con la dea vedica Aditi, madre di tutte le forme esistenti, degli dei e degli esseri viventi.

 Della mucca non si butta niente. La sua urina e il suo sterco sono disinfettanti; i pavimenti di terra delle modeste abitazioni dei villaggi, un tempo non rivestiti, come oggi, di piastrelle o cemento, venivano coperti con strato di sterco di mucca a scopo  antisettico. Lo sterco essicato di mucca è inoltre da sempre utilizzato come combustibile (gobar) e l’urina viene impiegata nell’antica medicina ayurvedica.

Nella mitologia induista Kamadhenu (significato: da cui tutto ciò che è desiderato viene disegnato), chiamata anche Surabhi (in sancrito vuol dire gradevole, affascinante, fragrante – dal buon odore della mucca), è la dea madre di tutte le mucche, simbolo di prosperità ed è raffigurata in vari modi, talvolta con la testa femminile, il seno, le ali dell’aquila e la coda del pavone; altre volte con un corpo contenente le altre divinità dell’induismo: le gambe simboleggiano le sacre scritture Veda, le corna rappresentano la trinità Brahma, Vishnu e Shiva, gli occhi sono gli dei sole e luna, le spalle sono il simbolo di Agni, il dio del fuoco, e di Vayu, il dio del vento mentre e gli stinchi rappresentano l’Himalaya.

 La mucca è quindi considerata l’incarnazione terrena (avatar) di Kamadhenu diventando così un tempio vivente e mobile che non ha creato negli indu l’esigenza di avere templi specificamente dedicati a lei che, infatti, non è adorata in modo indipendente come una dea anche se in molti luoghi di culto vi si possono trovare sue raffigurazioni. Gli indiani indu onorano quindi la mucca, e addobbandola con ghrlande e colori, la festeggiano in certe occasioni, come ad esempio durante la festa annuale di Gopashtama.

 La mucca diventa cosi un componente della famiglia, da rispettare e onorare persino in vecchiaia; pensate che in Inda ci sono più di 3.000 Gaushalas, isitituti sorretti da beneficenza, che si prendono cura delle mucche vecchie e malate.

Nell’antica India, buoi e tori venivano sacrificati agli dei e la loro carne veniva mangiata. Eppure le antiche scritture vediche già incoraggiavano il vegetarianismo. Nei Veda infatti è scritto: “Non vi è alcun peccato nel mangiare carne … ma l’astensione porta grandi ricompense.” (Le leggi dell’uomo, V / 56).

 Più tardi gli indù smisero di mangiare carne di manzo per ragioni pratiche e non spirituali considerato come fosse oneroso macellare un animale per riti religiosi o per un ospite, privandosi così di un animale, come la mucca, che così tanto offre ll’uomo.  Inoltre l’industria del cuoio e quella della macellazione erano estremamente inquinanti.

 Alcuni studiosi ritengono che la tradizione di non mangiare carne sia stata trasmessa all’induismo dal giainismo.

Nei primi secoli d.C., la mucca veniva considerata il regalo più adatto per i brahmani (sacerdoti di alta casta) e quindi si credeva che uccidere una mucca equivalesse ad uccidere un sacerdote.

L’importanza dell’elemento pastorale nelle storie del Dio Krishna, in particolare dal X° secolo in poi, ha ulteriormente rafforzato la santità della mucca.

Questo docile bovino incarna la virtù induista della non-violenza, nota come ahimsa e ed esprime dignità, forza, resistenza, maternità e servizio incondizionato.

 Un giorno Gandhi disse: “Si può misurare la grandezza di una nazione e il suo progresso morale dal modo in cui tratta i suoi animali. Proteggere la mucca vuol dire proteggere tutto ciò che vive ed è impotente e debole nel mondo. La mucca rappresenta  l’intero mondo subumano.

http://www.passoinindia.com/single-post/2016/04/04/Perch%C3%A8-in-India-la-mucca-%C3%A8-sacra

Makar Sankranti. La festa del Sole.

Oggi in India si è celebrata una festa molto importante per gli induisti (ma anche i Sikh, la festeggiano), ritenuta la più propizia di tutto l’anno. Infatti, il 14 gennaio è il giorno di Sankranti, considerato particolarmente sacro perché in questo giorno il Sole, secondo le scritture vediche, lascia il Sagittario (Dhanu Rashi)  ed entra nel Capricorno (Makar Rashi), iniziando così il suo viaggio dall’emisfero Sud (Dakshinayana) all’emisfero Nord (Uttarayana). Nell’astrologia indiana Shankranti significa trasmigrazione del Sole da uno zodiaco verso un altro zodiaco. Questa festa cade circa 21 giorni dopo il solstizio d’inverno (il giorno più breve e la notte più lunga dell’anno) che, nell’emisfero settentrionale, ha luogo tra il 20 e il 23 dicembre. Sono gli Ariani ad avere iniziato a celebrare come propizio per i festeggiamenti questo giorno che anche apre la stagione del raccolto.

sankranti-lotus

Anche nel poema Mahabharata, si racconta di questo giorno di buon auspicio. Bhishma Pitamah, uno dei protagonisti del grande capolavoro epico, pur ferito in guerra resistette 58 notti alla morte fino allo momento dello Uttarayan così da raggiungere la dimora celeste in un momento di buon auspicio. Ancora oggi si crede che morire in questo giorno porti la Moksha (liberazione dal ciclo delle reincarnazioni) o la salvezza per il defunto.

Da oggi, in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata, le giornate diverrano più lunghe e calde.

La festa, quindi, è dedicata a Surya Deva (il Dio Sole), il Signore dell’energia e della Luce, che nutre tutta la vita sulla Terra. Anche se ci sono dodici Sankranti nel calendario indù, il Makar Sankranti è quello religiosamente più significativo ed è diventato lo Sankranti per eccellenza. La festa, una delle poche che si celebra unanimemente in tutta l’India ed in una data fissa ogni anno, viene celebrata per due o quattro giorni, a seconda della regione, dove assume via via nomi diversi e dove variano anche i rituali celebrativi e le leggende locali che li animano. Gli induisti operano sacre abluzioni, fanno opere di carità, accendono falò un giorno prima di Makar Sankranti, celebrano il Dio Sole, offrono agli dei il Prasad (il cui nome significa “grazioso regalo”ed è rappresentato da cibo), preparano dolci e fanno, soprattutto in Sud India, un bagno d’olio; insomma, si compiono tutte le cerimonie rituali considerate di buon augurio. Gli stati di Bihar, Bengala, Punjab, Maharashtra, Gujarat, Rajasthan e Tamil Nadu celebrano la festa con grande fervore. In Tamil Nadu il festival è conosciuto come Pongal, in Assam come Bhogali Bihu, nel Punjab, come Lohiri, nel Gujarat e Rajasthan, come Uttararayan. Al di fuori dell’India, questo giorno è festeggiato in Nepal, dove conosciuto come Maghe Sakrati o Maghi, in Thailandia dove è chiamato Songkran e in Myanmar celebrato come Thingyan.

Buon Sankranti a tutti!

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(foto da Hindutan Times. Celebrazioni e raccolta dei fiori di loto)

Razia, la prima e ultima sultana di Delhi.

Sembra un romanzo, la storia di Razia, che l’Oriente ricorda come la sola donna musulmana che governò l’India. Razia apparteneva alla dinastia turca dei Mamelucchi che governarono su gran parte del Paese dal 1210 al 1526, conquistato qualche anno prima in una storica battaglia tra eserciti. Per la prima volta gli hindu erano diventati sudditi di genti straniere di fede diversa. In un’epoca in cui le donne musulmane vivevano velate e appartate nell’harem, Razia vestiva come un uomo e, a viso scoperto, cavalcava gli elefanti a capo del suo esercito. Le sue doti di donna saggia, coraggiosa e ottima amministratrice, oltre che bella, avevano condotto suo padre ltumish, che pur aveva altri due figli maschi, a sceglierla come suo successore. Anche la storia di Itumish è particolare perché, presumibilmente di origini nobili turche, era stato catturato, ridotto in schiavitù ed acquistato per la corte del sultano musulmano Maometto Ghùrì Sam che, proprio per le sue capacità, lo nominò suo assistente personale. Cominciò così la sua ascesa che lo portò a diventare un eccezionale statista e a fondare il sultanato di Delhi che, all’epoca, comprendeva gran parte del nord India e dell’attuale Pakistan. Durante il suo governo, dal 1211 al 1236, Itumish salvò l’India dall’attacco dei Mongoli; infatti, quando Gengis Khan scese sull’ Asia centrale nel 1219, Itumish riuscì a non farlo entrare in India salvando Delhi e Lahore dalle sue devastazioni. Itumish trasferì alla figlia Razia le sue capacità, educandola a dovere fino a farla diventare abile arciere e ottimo cavaliere che l’avrebbe spesso accompagnato nelle sue spedizioni militari. Itumish si rese conto delle capacità della figlia quando, occupato con l’assedio del forte di Gwalior, le affidò il sultanato di Delhi che lei, malgrado la diffidenza dei nobili, governò brillantemente e fu apprezzata dal popolo. I figli di Itumish non sarebbero stati all’altezza del compito. Iltumish disse: “I miei due figli si sono arresi al vino, donne, gioco d’azzardo e il culto di adulazione. Il governo è troppo pesante per le spalle da sopportare. Razia, anche se una donna, ha la testa e il cuore di un uomo ed è meglio di tali figli”. Quando Itumish morì, uno dei suoi figli, Rukn-ud-din Firuz occupò prepotentemente il trono governando Delhi per circa sette mesi ma, nel 1236, Razia, con il sostegno della gente di Delhi, sconfisse il fratello che venne assassinato insieme alla madre dopo che ella, all’assemblea della preghiera del Venerdì, raccontò degli eccessi del suo fratellastro e della sua dissolutezza.

Così Razia, all’età di 31 anni, pur malvista dalla nobiltà del tempo, ascese al trono di Delhi che governò dal 1236 al 1240. Tuttavia, la sua autorità non era legittima fino a quando il califfo di Baghdad avrebbe accettato la sua investitura. Anche se aveva perso tutti i suoi domini in Asia a causa dei mongoli, il califfo era infatti rimasto il capo spirituale e titolare dell’islam sunnita e portava il titolo di “emiro ul Momineen” (il capo dei credenti). Solo lui poteva dare legittimità ad un sultano. Razia, sunnita, dichiarò la sua fedeltà al califfo che la riconobbe come la “Malika” di Delhi (1237), garantendosi anche un baluardo sunnita ad est di vasti territori ora controllati dai Mongoli che si stavano avvicinando a Baghdad.

Razia, durante i suoi quattro anni di regno, fece coniare monete d’argento con il titolo ufficiale di “Jalaluddin” (gloria della fede) e si riferì a se stessa come “lmadatun Niwan”, la grande donna. La sultana dotò il suo impero di leggi, migliorò le infrastrutture del paese, favorì il commercio, la costruzione di strade, e lo scavo di pozzi. Fondò scuole, accademie, centri di ricerca, e biblioteche pubbliche dove era possibile leggere le opere degli antichi filosofi oltre che il Corano e le tradizioni di Muhammad. Volle che arti, scienze, filosofia, astronomia, letteratura indù fossero studiati nelle scuole e nelle università. Sostenne artisti, poeti, pittori e musicisti. Razia aveva capito infatti che il sultanato lungi dall’essere visto dal popolo indiano come una ingerenza straniera, dovesse essere sostenuto appieno dalla gente. Fece tradurre in arabo i testi in sanscrito e promosse dibattiti tra religioni diverse, così come avrebbe fatto anni dopo il grande sovrano moghul Akbar (1542-1605) che si impegnò per far convivere le religioni maggioritarie del regno, come l’induismo e l’islam.

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Ma il destino di Razia cambiò quand’ella si innamorò del custode delle reali scuderie, Jamal-ud-Din Yaqut, uno schiavo etiope Siddi, suo confidente; questo amore, vissuto in sordina non era un segreto nella corte di Delhi. Per alcuni storici le voci su questo amore proibito furono invece messe in giro dalla nobiltà per screditare Razia. Fatto sta che Malik Ikhtiar-ud-Din Altunia, governatore di Bhatinda, ed amico di infanzia di Razia, contrario a tale rapporto, forse innamorato a sua volta, fece assassinare l’uomo, imprigionò Razia e la costrinse a sposarlo. Altunia aveva potuto contare sull’appoggio dei Kadis (nobili) turchi che accusavano Razia di aver violato le regole della Sharia, la legge dell’Islam. Così Razia marciò insieme al marito per riconquistare la città di Delhi, l’eredità di suo padre. In una società patriarcale la donna accettò il ruolo di moglie, per continuare a governare all’ombra del marito non politicamente abile. Della situazione frammentata e instabile del regno approfittò il fratello minore di Razia, Muizuddin Bahram Shah, che, nel 1240, al comando di un gruppo di uomini armati, usurpò la corona, uccidendo la coppia nel mese di ottobre dello stesso anno. Qualche storico racconta che furono giustiziati il giorno successivo, qualcun altro che morirono in battaglia, altri ancora che Razia fuggì e fu uccisa da una banda di briganti o si rifugiò nella capanna di un contadino che non la riconobbe e la uccise nel sonno per poi essere catturato mentre vendeva il prezioso oro rubatole. Altra leggenda racconta che invece quest’ultimo pianse quando si accorse dell’anello imperiale e la riconobbe. Non si conosce dove sia sepolta la sultana. Una fonte racconta che si trovi nella vecchia Delhi, vicino al marito, nel luogo raffigurato dalla foto che non porta alcun epitaffio o iscrizione. Il luogo della sepoltura rimane controverso. Ibn Batuta uno dei più grandi viaggiatori del mondo, che ha vissuto in India (1335-1340) un centinaio di anni dopo Razia e che nei suoi scritti ha raccontato la sua storia, disse che la sua tomba era diventata luogo di pellegrinaggio. Sulla sua tomba era infatti stato eretto un gran bel mausoleo.

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Certo è che le donne, nel corso dei secoli, avrebbero invocato il nome di Razia in difesa dei loro diritti. Razia, la regina che aveva rifiutato il titolo di Sultana e pretendeva di essere chiamata Sultan. Nella cultura indiana, filmografia e letteratura incluse, ci sono leggende che raccontano di lei, la prima ed ultima sovrana donna islamica del grande sultanato di Delhi.

By PASSOININDIA

Seconda foto: tratta dal film per la tv indiana “Razia Sultan”

Terza foto: possibile tomba di Razia a Delhi

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Lo yatra alla grotta di Amarnath.

I pellegrini percorrono strade impervie per arrivare a questo luogo, tra i più sacri dell’induismo, salendo fino a poco meno di 4000 metri tra le montagne innevate del Kashmir indiano. Arrivano su su fino alla grotta di Amarnath per omaggiare una stalagmite di ghiaccio formatasi nel tempo dal gocciolare dell’acqua che scende all’interno della caverna alta ben 40 metri. Questa formazione, venerata come lingam di Shiva, è il simbolo fallico devozionale di questa divinità conosciuta come una delle forme primarie di Dio; nella religione indu il lingam rappresenta sia la forza maschile (la Conoscenza), sia quella femminile (la Saggezza).

Shiva è il distruttore del male, il purificatore e il trasformatore e fa parte della santa trimurti insieme a Brahma, il creatore e Vishnu, il continuatore della vita; Shiva è anche visto in aspetti benevoli, quando è asceta sul monte Kailash in Tibet dove vive con la moglie Parvati e i suoi figli Ganesha e Kartikeya o in aspetti feroci quando uccide i demoni. Le caratteristiche principali nell’iconografia di Shiva (ovvero come lo si vede rappresentato) sono il toro Nandi, che è la sua cavalcatura, il serpente al collo, il terzo occhio, la falce di luna, il fiume sacro Gange che scende dai suoi capelli, il tridente e un piccolo tamburo a doppia faccia.


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(lord Shiva con Parvati e i loro figli)

Non è infrequente in India, anzi, vedere Shiva venerato attraverso la rappresentazione del lingam.

shiva-lingam

(venerazione di un lingam di Shiva)

Oggi vi racconto la storia del lingam della grotta di Amarnath. Sul monte Kailash il saggio Narada convinse Parvati a farsi raccontare da Shiva il mantra per diventare immortale. Parvati si reco’ così da Shiva che indossava una collana di teschi ognuno dei quali simboleggiava le varie vite di Parvati. Dopo aver esitato, Shiva acconsentì alla richiesta di Parvati decidendo tuttavia di fare la segreta rivelazione in un luogo discreto, lontano da orecchie mortali. Andarono quindi in Kashmir, a Pahalgam dove egli lascio’ Nandi, il suo toro. Proseguendo per Chandanwadi, Shiva lascio’ il suo sandalo e la luna. Raggiunse poi Pisu Top dove Parvati si perse in una fitta foresta. Così Shiva aprì il suo terzo occhio e bruciò la giungla che, come lui gli aveva comandato, non era riuscita a trovare Parvati. Ecco perché Pisu Top è oggi un deserto. Poi Shiva lascio’ il suo serpente e, a Panchtarni, lasciò il Ganga. Così tutto cio’ che era vivente non sarebbe stato con loro durante quella rivelazione. Ordinò che fosse realizzato un luogo nascosto per lui e sua moglie. Così la montagna venne spaccata e fu creata la grotta di Amarnath. Un saggio di nome Vasudev aveva sentito dire che Shiva avrebbe illustrato a Parvati il mantra dell’ immortalità e quindi mise nella grotta delle uova di piccione. Pur avendo Shiva bruciato tutto ciò che era vivo intorno alla grotta, risparmiò le uova perché ancora non erano vita. Poi Shiva cominciò a recitare il mantra. Ma Parvati si addormentò. In quel momento, dalle uova nacquero i piccoli, una nuova vita, ma Shiva, non accortosi delle nascite, continuò a raccontare il mantra. Solo allora egli si rese conto che sua moglie stava dormendo e vide Vasudev scappare. Gli scagliò allora contro una freccia che lo colpì e lo uccise. Ancora oggi la gente del posto dice che i due piccioni, ormai immortali, visitano la grotta a mezzanotte di ogni luna piena.

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Quando ha luogo il pellegrinaggio (Yatra), che quest’anno si svolge nell’arco di 59 giorni dal 2 luglio fino al 29 agosto, centinaia di migliaia di persone (più di 600.000 nel 2011 e 2012!), non senza vittime durante la salita, percorrono in fila indiana sentieri sconnessi e non facili.

Amarnath  Cave Yatra                             camp

Per arrivare alla grotta di Amarnath i devoti devono raggiungere via strada carrabile Pahalgam (a 315 Km. da Jammu e 96 km. da Srinagar) e poi Chandanwari (16 km.) dove vengono allestiti campi tendati (pandals) e forniti approvvigionamenti alimentari. Poi iniziano la salita per arrivare al Pissu Top che si crede di essere formato dai cadaveri dei Rakshas, malvagi e cannibali umanoidi mitologici, che sono stati uccisi da Shiva. Da Sheshnag, la salita si fa ancora più ripida, ben 4,6 Km. per arrivare a Panchtarni, l’ultimo campo, tra cascate che scendono tra monti innevati e picchi dalla forma di testa del mitico serpente, quando ormai comincia a mancare l’ossigeno. Sono sufficienti altri 6 Km. per arrivare alla grotta tra un paesaggio maestoso. La recente alternativa è partire da Baltal (400 Km. da Jammu) che dista solo 14 km dalle grotte di Amarnath da percorrere a piedi. Il percorso è più breve ma più ripido che da Pahalgam e può essere completato in un giorno facendo campo a Baltal.

amarnath yatra

Amarnath_Yatra_Route

Secondo il credo Hindu, la dimensione del lingam aumenta e diminuisce con le diverse fasi della luna. In alcune stagioni il lingam si è sciolto per l’effetto dell’innalzamento delle temperature e certamente anche per cause antropogeniche cioè a causa dell’afflusso dei pellegrini (a volte 25.000 al giorno); gli induisti tuttavia non cadono in sconforto credendo che ciò succeda quando Shiva torna in anticipo a meditare in Kailash.

La gente del luogo racconta che la grotta è stata scoperta da un pastore. Certo è che se ne parla negli antichi testi sacri dell’induismo.

(Testo by PASSOININDIA con l’ausilio del web).

immagini da:

http://hinduexistence.org/tag/975000-pilgrims-perform-darshan-at-amarnath-cave/

http://festival247.blogspot.it/2011/07/amarnath-yatra-amarnath-yatra-routes.html

https://immanentterrain.wordpress.com/2011/05/17/the-tantric-egg-a-bwo/

http://www.gujaratsamachar.com/

Bastoncini profumati. L’incenso indiano.

Vero è che gli incensi furono utilizzati nell’antico Egitto per favorire un collegamento con i morti e persino la tomba di Tutankamon fu stipata di profumi e incensi. Anche i Babilonesi ne fecero uso nelle cerimonie religiose. In Israele fu importato nel 5° secolo aC e da lì, secondo alcuni, si sarebbe diffuso verso la Grecia, Roma e India. Una leggenda racconta che Ippocrate (460-377 aC) combatté la peste ad Atene bruciando piante aromatiche in tutta la città. Presso i romani divenne importante elemento per i sacrifici pubblici e privati. Anche gli indiani d’America hanno da sempre corredato di incenso le loro cerimonie religiose. Nella penisola arabica il commercio di incenso si sviluppò per secoli, soprattutto in Oman. E persino l’Antico e il Nuovo Testamento raccontano di questa inebriante sostanza che costituì prezioso dono per la nascita di Cristo insieme all’oro e alla mirra. Le Chiese cattolica romana, protestante e ortodossa lo bruciano in particolari occasioni. Probabilmente anche i Maya e gli Atzechi lo utilizzarono per culto. L’incenso arriva in Cina nel 200 dC e in Giappone grazie ai monaci buddisti che ivi si recavano per diffondere il loro messaggio. In Tibet cominciò ad essere importante supporto alla meditazione. Eppure, l’odore di incenso mi conduce inevitabilmente all’India. Tra villaggi e templi indiani continua a stimolare i sensi un inebriante profumo di incenso che appartiene da secoli alla tradizione popolare e viene utilizzato ancora oggi per scopi religiosi. Si parla di incenso già nei Veda, gli antichi testi sacri, scritti dagli Arii che nel 2200 aC arrivarono nell’India nord occidentale, dove se ne descrive il suo impiego per la profumazione ambientale e per la medicina ayurvedica (che, secondo i più, prende origine proprio dalla tradizione dei Veda) praticata dagli antichi monaci; questi veri e propri medici ayurvedici, per esaltarne il potere curativo, ne definirono gli ingredienti fatti di frutta, come l’anice stellato, di materiale arboreo come il legno di sandalo, di aloe, di cedro, di cassia, di radici, come la curcuma, il vetiver, lo zenzero, di fiori come chiodi di garofano e patchouli. Nella più antica tradizione popolare si utilizzavano anche gelsomino, rosa, sandalo, champa, cedro e muschio.

Ma il grande palcoscenico dell’incenso è la profonda tradizione religiosa durante il rituale induista, buddista e giainista della Dhupa quando, durante la Puja, cioè la preghiera, l’incenso viene offerto alla divinità per conferigli rispetto, per allontanare i demoni, oltre che in segno di purificazione. L’incenso, bruciando, simboleggia il fuoco che trasforma la materia in spirito.

Un tempo usato sotto forma di Dhoop (pasta), oggi il suo più diffuso utilizzo è sotto forma di bastoncini chiamati agarbathi che in sanscito significa odore, aroma, realizzati con polvere di carbone e masala cioè una miscela di spezie arrotolate attorno a un bastoncino di bambu’. Ma non fu sempre così. Fu agli inizi del 1900 che al Maharaja di Mysore venne in mente da avvolgere la pasta dell’incenso su bastoncini di bambu’ arrotolati a mano da artigiani locali soprattutto donne, il che migliorò l’economia locale grazie al gran successo popolare che questa nuova forma ebbe grazie alla facilità d’uso. L’incenso viene tuttavia utilizzato anche sotto forma di coni e resine. Ancora oggi Mysore, con Bangalore, nello Stato del Karnataka, rappresentano i maggiori centri di produzione degli incensi.

L’incenso è anche l’antenato dell’aromaterapia praticata per ridurre ansia e stress ed accendere l’energia. La molecola dell’odore stimola, infatti, attraverso i nervi olfattivi, il sistema limbico, una zona primitiva del cervello responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni che, anche attraverso essi, compone la memoria, determina il comportamento e sviluppa l’ apprendimento.

Nella mia piccola casa l’accensione di un incenso è ormai un consolidato piacere come bere il caffé la mattina. Ne assaporo l’aroma, i ricordi che evoca, il colore e la forma dategli da mani lontane che simbolicamente stringo preparandomi ad allumare quella piccola fonte di estasiante profumo.

(by Passoinindia)

immagine di copertina https://kihm2.wordpress.com/2009/04/21/incense-1906-2/