LA MEZZANOTTE DELLA LIBERTÀ CHE CANCELLO’ L’ERA COLONIALE

LA MEZZANOTTE DELLA LIBERTÀ CHE CANCELLO’ L’ERA COLONIALE.


New Delhi. «Molti anni fa fissammo un appuntamento col destino e ora giunge il momento di tenere l’ impegno. Allo scoccare della mezzanotte mentre il mondo dorme l’ India si sveglierà alla vita e alla libertà. È uno di quei momenti che accadono raramente nella storia, quando usciamo dal vecchio ed entriamo nel nuovo, quando finisce un’ epoca, quando l’ anima di una nazione a lungo oppressa trova la voce».

Mancano pochi istanti alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto 1947, quando il primo ministro Jawaharlal Nehru pronuncia il fiero discorso che resterà scolpito nella memoria dei popoli del Terzo mondo. Nehru parla a New Delhi sotto la grande cupola del Legislative Council, il palazzo che fino a quell’istante è la sede del potere imperiale inglese. Ha davanti a sé Lord Mountbatten, bisnipote della regina Vittoria e ultimo viceré dell’ India. Mentre la bandiera dell’Union Jack viene ammainata, un quinto della popolazione del pianeta cessa di essere colonia. Anche se gli olandesi si aggrappano ancora all’Indonesia e i francesi rifiutano di lasciare l’ Indocina e l’ Algeria, è in quella notte di sessant’ anni fa che si chiude l’ età degli imperialismi: quasi mezzo millennio in cui l’uomo bianco ha conquistato il pianeta con le armi imponendo le sue leggi, la sua economia, la sua religione. Dignitosa e onorevole, la fine del Raj britannico segna tuttavia il tramonto dell’ idea di una «civiltà superiore». Le menti più brillanti dell’ impero britannico avevano condiviso quella superba ambizione. Nel 1891 lo scrittore Rudyard Kipling a chi lo interrogava sulla possibilità futura di un autogoverno indiano rispose con sarcasmo: «Oh no! Questa gente ha quattromila anni di storia, sono troppo vecchi per imparare a governarsi. Hanno bisogno di legge e ordine, tocca a noi darglieli». E nel 1931 il grande statista Winston Churchill aveva detto: «Abbandonare l’ India al governo dei suoi bramini sarebbe un atto di crudele e malvagia negligenza. Ricadrebbe rapidamente indietro nei secoli, in una barbarie medievale». Ma in quella mezzanotte del Ferragosto 1947 Churchill è ormai soltanto un ex capo di governo. Il leader che ha guidato gli inglesi nell’eroica resistenza contro il nazismo ha perso le elezioni due anni prima. La Gran Bretagna è uscita vittoriosa dalla guerra ma è una nazione stremata dai debiti. A Londra in quei giorni si razionano la carne, il pane, le patate. «Siamo diventati un paese povero – dice ai suoi connazionali l’economista John Maynard Keynes – e dobbiamo imparare a vivere poveramente». L’ immagine più potente che rimane di quel Ferragosto è una foto in bianco e nero scattata dalle mura del Red Fort. Si vede il premier Nehru nel tradizionale vestito immacolato, dritto in piedi su un palco dove sventola la bandiera indiana. Davanti a lui si stende una folla infinita, una marea umana a perdita d’ occhio. È l’istantanea di un trionfo, però si avverte anche un vuoto. Nell’ ora della rivincita sul dominatore coloniale manca qualcuno all’appuntamento con la storia. Nella mezzanotte della libertà il grande assente è Gandhi, il Mahatma, «la grande anima». «Nehru e il presidente dell’ assemblea costituente – racconta lo storico Ramachandra Guha – invocarono a più riprese nei loro discorsi il Padre della Nazione. Ogni volta che pronunciavano il suo nome dalla folla si alzava un boato. Ma Gandhi era ostentatamente assente dalla capitale. Quella sera si trovava a Calcutta e neppure lì volle partecipare a cerimonie. Lo andò a cercare la massima autorità locale, il primo ministro del Bengala, e lui rispose: il popolo muore di fame attorno a noi, perché mai organizzate una festa in mezzo a questo disastro? I reporter della Bbc assediavano la sua abitazione per strappare una citazione all’indiano più celebre del mondo, all’ uomo simbolo della lotta per l’ indipendenza. Lui non li ricevette. Gandhi era di umore terreo e il suo 15 agosto lo celebrò con un digiuno di ventiquatt’ore». Eppure tutto era cominciato proprio da lui, il «fachiro seminudo» (secondo la definizione sprezzante di Churchill) che ha cambiato la storia del Ventesimo secolo. Asceta, vegetariano rigoroso, appassionato studioso delle religioni in cui cerca una fede universale per tutta l’ umanità, per vent’ anni si è addestrato alla lotta per i diritti civili difendendo gli immigrati indiani in Sudafrica. Fa politica in modo diverso, cambia le regole del gioco. Il suo principio, la satyagraha, affascinerà il mondo intero ispirando Martin Luther King, Nelson Mandela, il Dalai Lama. Noi occidentali abbiamo tradotto satyagraha come non violenza o resistenza passiva. Gandhi non si riconosce in quei termini che implicano una negazione. Satyagraha vuol dire «la forza della verità»: l’idea che i conflitti si devono risolvere facendo leva sui valori comuni con l’ avversario, rispettandolo e perfino amandolo. Rientrato in India nel 1915 applica i metodi che ha collaudato in Sudafrica: scioperi fiscali, disobbedienza civile, marce pacifiche, boicottaggio delle importazioni made in England, digiuni a oltranza. Gli inglesi sono spiazzati. Ogni volta che rispondono con la repressione i dominatori coloniali si mettono dalla parte del torto, perdono prestigio morale nell’opinione pubblica mondiale e anche pezzi della società inglese sono indignati. Un trionfo della non violenza è la «protesta del sale» del 1930: Gandhi guida una marcia di popolo per 350 chilometri, dal suo ashram fino alla costa, dove fa bollire l’ acqua di mare per contestare l’ iniquo monopolio fiscale su un genere di prima necessità indispensabile ai contadini. Durante la Seconda guerra mondiale sarà il movimento Quit India – «Abbandonate l’India» – a dare il colpo di grazia al Raj britannico. C’ è un’ ombra fatale nel successo di Gandhi. La costruzione del Partito del Congresso – la più importante forza politica democratica del mondo – non riesce a far breccia tra gli indiani di religione islamica. Le cause della diffidenza sono antiche. Si sono aggravate alla fine dell’ Ottocento: i primi aneliti d’indipendenza hanno coinciso con la campagna per la difesa delle vacche sacre, che ha scavato un fossato tra indù e musulmani. Nel 1946 le elezioni generali sanciscono la separazione. Il Congresso ottiene la maggioranza ma gli islamici votano in massa per la Muslim League. I loro leader sognano un’ India governata per comunità confessionali, ciascuna con le sue leggi. è il contrario dello Stato laico e pluralista che vuole Nehru. Gli inglesi accettano la Partizione, cioè la secessione delle regioni a maggioranza musulmana e la nascita del futuro Pakistan. A quel punto scoppia la tragedia. I confini tra le due religioni attraversano ogni zona dell’ India, la Partizione non può essere un taglio chirurgico e asettico, da secoli le comunità sono mescolate nei quartieri, nei villaggi. La mezzanotte della libertà è preceduta da un anno di rivolte, pogrom, massacri: una “pulizia etnica” a fuoco incrociato, su scala gigantesca. Il bilancio della carneficina: un milione di morti. Undici milioni di rifugiati sono scappati per raggiungere zone sicure abitate da correligionari. è la più grande migrazione della storia umana concentrata in un arco di tempo così breve. In mezzo a questa ferocia Gandhi per la prima volta da decenni appare quasi irrilevante. Non appena scoppiano i primi disordini nel Bengala nell’estate del ’46 lui parte subito verso l’epicentro delle violenze. «Quest’ uomo di settantasette anni – ricorda Ramachandra Guha – cammina su terreni impraticabili, affondando nel fango, per arrivare a consolare gli indù che hanno avuto le perdite più gravi nei disordini. In un tour de force di sette settimane percorre 116 miglia a piedi nudi e parla a un centinaio di assemblee di villaggio. Poi visita il Bihar, dove sono i musulmani ad avere sofferto di più. Da lì va a Delhi dove si rovesciano i rifugiati dal Punjab, indù e sikh che hanno perso tutto nei massacri. Hanno sete di vendetta e Gandhi cerca di placarli. Infine raggiunge Calcutta, si stabilisce nella zona musulmana, in una misera capanna senza porte, annuncia che vuole far tornare la ragione nella città più grande dell’ India». La voce di Gandhi si perde tra gli scontri. La Partizione è una sua sconfitta. «La morte – aveva detto Gandhi – per me sarebbe una liberazione gioiosa, piuttosto che assistere da testimone impotente alla distruzione dell’ India, dell’ induismo, dell’islam e della religione sikh». Il destino lo esaudisce presto. Il 30 gennaio 1948 viene ucciso durante la sua preghiera del mattino. L’ assassino è un fanatico nazionalista indù che accusa Gandhi di collusione con i musulmani. Quel giorno Nehru dice: «La luce se n’ è andata dalle nostre vite, il buio ha prevalso ovunque». Il premier però ha ripreso il controllo della situazione. Prima ancora dell’ assassinio di Gandhi, alla fine del 1947 la situazione dell’ ordine pubblico è tornata quasi alla normalità. Il merito è delle strutture dello Stato lasciate dagli inglesi – dall’esercito alla pubblica amministrazione – che consentono ai nuovi governanti di affermare rapidamente la propria autorità. Nehru fa una scelta decisiva: mantiene ai loro posti tutti i dipendenti pubblici, compresi gli alti dirigenti che hanno servito il Raj britannico. A differenza di quello che accadrà in molti paesi del Terzo mondo dopo la decolonizzazione in India non avvengono epurazioni, nessun processo ai “collaborazionisti”, niente vendette di Stato contro chi aveva aiutato gli inglesi. L’ uccisione di Gandhi al culmine di un ciclo di violenze è una macchia durevole. Sembra il tradimento perpetrato dall’ intera nazione indiana nei confronti di un leader politico e spirituale a cui doveva moltissimo. Ma la stessa statura morale del Mahatma faceva di lui un esempio irraggiungibile. Il grande diplomatico e romanziere Shashi Tharoor ha detto: «La vita di Gandhi era la sua lezione. Era unico tra gli statisti del secolo per la determinazione con cui viveva secondo i suoi valori. In lui la personalità pubblica si fondeva completamente con il comportamento privato. Era un grande leader e al tempo stesso un filosofo che conduceva esperimenti su se stesso, per applicare a sé i propri ideali». Il gandhismo è un’ eredità quasi impossibile da onorare. Nel santificare il Mahatma post-mortem sono state spesso dimenticate le sue contraddizioni. La sua visione dell’ India era ancorata al passato. Non rinnegò mai completamente il sistema delle caste, anche se si prodigava per educare la gente ad amare gli intoccabili. Disapprovava l’industrializzazione, sognava un ritorno alla tradizione del villaggio, un’ arcaica autosufficienza basata sull’ agricoltura. Predicava uno stile di vita più adatto a comunità di monaci che a una società moderna. A posteriori è stato trasformato in un leader “di sinistra” ma non appoggiò mai l’egualitarismo, prese le distanze dalle battaglie dei contadini poveri per la redistribuzione delle terre, diffidò dei sindacati operai e della sinistra marxista. Nehru era un uomo più in sintonia con i suoi tempi, convinto sostenitore della modernizzazione del Paese. L’ India di oggi, la superpotenza ammirata nel mondo, è figlia di Nehru e della promessa che fece quando la Repubblica stava nascendo: «Il futuro ci chiama. Dove andremo e quali saranno le nostre conquiste? Portare le libertà e le opportunità alla gente del popolo; combattere la povertà, l’ignoranza e le malattie; costruire una nazione prospera, democratica e progressista; creare istituzioni politiche, sociali ed economiche che assicurino giustizia e soddisfazione a ogni uomo e a ogni donna». Oggi quelle sfide non sono certo state vinte tutte, o non completamente. Ma nessuno poteva immaginare, il 15 agosto 1947, quanto l’India si sarebbe avvicinata al sogno di quella notte.

FEDERICO RAMPINI
05 agosto 2007 sez.

Da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/08/05/la-mezzanotte-della-liberta-che-cancello.html

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LIBRI

Quel treno per il Pakistan – Kushwant Singh – ed. Marsilio

Stanotte la libertà – Dominique Lapierre e Larry Collinsb – ed. IBS

I figli della mezzanotte – Salman Rushdie – ed. Mondadori

FILM

I figli della mezzanotte

Il palazzo del viceré

L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA

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