Sedici passi verso la bellezza. Il solah shringar.

Abbiamo ormai compreso quanto siano importanti i gioielli (ed anche il matrimonio) per la sposa, in rispondenza ad una antica tradizione culturale e religiosa che conferisce ad ognuno di essi un particolare significato.

In ogni gioielleria indiana, troverai un apposito spazio dedicato ai gioielli da sposa, in inglese i “Jewellery Bridal”, dove i potenziali acquirenti sono fatti accomodare con tutto rispetto e gentilezza. Da sempre, in India, alle spose che, a causa del matrimonio (quasi sempre combinato), devono lasciare la loro casa e la loro famiglia natia, (tradizionalmente vanno infatti a vivere con la famiglia del marito) vengono donati i preziosi gioielli, un corredo che rappresenta potere e femminilità e che viene chiamato “stridhan” o “dhan stri”, ovvero “la ricchezza delle donne”, visto che quei preziosi, oltre ad aggiungere loro bellezza, rappresentano qualcosa di personale che potrà essere utilizzato in caso di contingente necessità.

Da sempre ognI generazione tramanda le regole non scritte dei “Solah Shringar“, parola che potrebbe tradursi con “i sedici passi per la belleza di una donna” e spesso usata nei film di Bollywood e nelle canzoni; il “Solah Shringar” corrisponde alle sedici fasi della luna; si dice che queste fasi abbiano un effetto negativo sul ciclo mestruale della donna; il Solah Shringar, secondo la credenza, annullerebbe tale effetto; per questo sono sedici gli ornamenti che non possono mancare nell’abbellimento di una sposa indu. Lo spiega bene il libro di Ved Bhatnagar “Shringaar, the Ras raj, indian classical view” secondo cui il Shringar evoca immagini di bellezza, piacere dei sensi, e ringiovanimento…

I bellissimi gioielli della sposa sono di varia fattura secondo le culture regionali sono generalmente in oro giallo (per i più facoltosi anche iin platino), corredati di pietre di vario valore, dai diamanti ai rubini, dalle pietre ametista alle perle. Il valore dei gioielli della sposa rappresenta lo status della famiglia.

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Tutto il corpo è ingioiellato, dalla testa (sede della conoscenza e illuminazione), alle orecchie, al collo, alle braccia, agli avambracci, ai fianchi, alle caviglie e alle dita dei piedi. Parenti femminili ed amiche della sposa partecipano al rituale. In Queste parti del corpo “decorate” sono punti di pressione che corrispondono ai “chakra”, i centri di energia del corpo che, come sancito nelle scritture indiane, regolano il flusso del Prana, l’energia vitale, in tutto il corpo. E quando tutti questi punti sono attivati, l’intero corpo ottiene una corretta circolazione sanguigna e tutti gli organi funzionano come devono. I gioielli infonderebbero quindi benessere a tutto il corpo.

Secondo gli induisti la donna sposata è una rappresentante della dea Lakshmi (ricordate che l’oro è il suo metallo simbolo) mentre il marito è il rappresentante simbolico del dio Vishnu. Le ragazze non sposate raramente indossano gioielli o abiti appariscenti (di sete davvero stupende), prerogative delle sole donne sposande o sposate.

Matrimonio a parte, i gioielli compaiono con il loro significato nelle fasi importanti della vita, come ad esempio la nascita di un figlio.

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Di alcuni abbiamo già parlato, di altri parleremo. Tra i 16 must del Solah Shringar vi è l’abito, tradizionalmente rosso, talvolta marrone, oro, magenta o verde. Può trattarsi di saree (la lunga stoffa che si avvolge attorno al corpo), lehenga (una lunga gonna ricamata e plissettata che lascia nudi la parte bassa della schiena e l’ombelico – tipico del nord) o di salwar kurta (una camicia lunga indossata su classici pantaloni indiani), comunque sia di stoffa preziosa (seta ad esempio) ornati di pietre, perline e fili d’oro. Prima, la sposa lava, olia ed acconcia i suoi capelli (con gioielli, perle o fiori) e fa un bagno a base di miscela di farina di ceci, curcuma e sandalo in polvere, kesar (zafferano) e olio. L’itar, il profumo, infonde alla sposa un buon odore. Poi, l’incarnato del viso viene illuminato da fard e rossetto e dall’immancabile kajal o kohl che rende accattivante lo sguardo.

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Ecco, insieme al vestito, anche la cura dei capelli, il bagno ed il kajal fanno parte dei 16 passi di bellezza, insieme con il mehndi, i disegni all’henné che decorano il corpo e di cui vi ho già raccontato. La prossima volta non mi resta che parlarvi degli ultimi gioielli della sposa: maangtika, il bindi, kamarband, hathphool. Ci sarete?

(testo by PASSOININDIA)

contributi:

foto di copertina,fonte: http://blog.cbazaar.com/solah-sringar-for-an-indian-bride/

foto abito lehenga, fonte: https://www.a1designerwear.com/chic-maroon-lehenga-cholia

foto abito salwar kurta, fonte:

http://salwarsuitsneckdesigns2014.blogspot.it/2014/12/punjabi-salwar-kameez-suits-salwar.html

foto abito saree, fonte: http://sanjjayasaree.blogspot.it/2011/12/saree-types.html

foto di sposa seduta, fonte: http://www.weddingsonline.in/blog/the-solah-shringar-sixteen-steps-to-beauty/

foto bagno sposa, fonte:

http://bangalorebride.blogspot.it/2013/10/solah-shringar-16-adornments-that.html

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Flash mob at the station

Flash mob (dall’inglese flash: lampo, inteso come cosa rapida, improvvisa, e mob: folla) è un termine coniato nel 2003 per indicare una riunione, che si dissolve nel giro di poco tempo, di un gruppo di persone in uno spazio pubblico, con la finalità comune di mettere in pratica un’azione insolita. Il raduno viene generalmente organizzato via internet (email, social networks) o telefonia cellulare. Le regole dell’azione possono essere illustrate ai partecipanti pochi minuti prima che questa abbia luogo o possono essere diffuse con un anticipo tale da consentire ai partecipanti di prepararsi adeguatamente. Generalmente la finalità dei flash mob è di intrattenimento o spettacolo; il termine non è usato per eventi e performance organizzate a fini politici, commerciali, di lucro o di protesta (definizione da WIKIPEDIA).

Qui proponiamo due esempi di flash mob organizzati in luoghi apparentemente distanti ma forse non così tanto. Li accomuna la stazione ma in un caso è Mumbay (India) e nell’altro caso è Londra. L’entusiasmo e lo stupore delle persone che guardano è lo stesso. La gioia di chi partecipa anche.

Incontro con l’induismo (parte 2)

Continua (da parte 1) il viaggio nell’ Induismo

 di Matteo Tomasina (SAMSARAROUTE.COM)

Mentre Anu mi elenca le molteplici divinità dell’Induismo, e tutte le loro avventurose e incredibile vicende (matrimoni, tradimenti, lotte, coinvolgimento più o meno frequente con gli affari degli uomini) molte domande mi frullano in testa. Vorrei chiederle, molto semplicemente, se lei a tutte queste storie crede davvero. E’ comunque una persona istruita, membra di un’associazione studentesca internazionale, per lo più mi ha detto che studia ingegneria. E ha in casa un pantheon del primo millennio avanti Cristo. So che queste cose succedono, ma questa volta mi sento al limite dell’assurdo. Non mi sento di fare una domanda troppo diretta, quindi punto per una più obliqua, apparentemente più ingenua. “Ma tutti questi dei, dove sono? Quando e dove hanno fatto le cose che hanno fatto?”. Ammetto che ho anche un pò di supponenza, perchè così mi sembra di mettermi più al suo livello.

Anu sorride, e credo abbia intuito il senso della mia domanda. Questi miti, queste leggende, esistono come esistono tutte le altre cose del mondo? Ci si può veramente credere al giorno d’oggi? Lei è una ragazza che vive in città, studia ed è aperta agli scambi con l’esterno, in fondo non può che non aderire a una visione dell’induismo più raffinata. Così, mi risponde: <<In realtà non ci sono veramente diversi dei, ma un unico Dio che è dappertutto, che si manifesta in molteplici forme per potere così apparire di fronte a noi e permetterci di vederlo e di adorarlo>>. Si può appena pensare a questo Dio, in ogni caso non lo si può rappresentare o descrivere. Come dire che il divino non può essere conosciuto, se non quando assume forme particolari, limitate. In fondo, il divino, senza potere essere visto o toccato, è dappertutto. <<Per provare ad avvicinarti a questa idea, puoi pensare all’aria, che è invisibile ma dappertutto. Ma non pensare che Dio sia neppure l’aria, o uno spirito che aleggia!>>. Mi chiedo se sono davanti a religione o filosofia, ma forse queste partizioni e categorie qui non reggono, un pò come la distinzione fra culto politeista e monoteista (culto di un’unico dio o di vari dei) mi è stata apparentemente appena smontata.

Questo messaggio ha in realtà importanti ricadute pratiche. Anu, dal suo punto di vista, può avere una visione distorta delle altre religioni, ma la sua prospettiva è molto tollerante. Mi dice che per lei pregare in una chiesa cristiana non è un problema, e neanche in una moschea, se la facessero entrare. Anche cristiani e mussulmani, come tutti gli altri religiosi, pregano Dio in forme diverse. Per lei, i cristiani lo pregano semplicemente come Gesù. Per di più, mi dice che ritratti di Gesù si trovano anche nei templi induisti. Non è un problema infatti accogliere immagini di altre religioni.

In tutti i casi, mi mostrerà anche questo alla sera, dopo che ci saremmo accuratamente lavati e vestiti per l’occasione che mi offre di visitare il tempio di Sai Baba che si trova vicino a casa sua. Lei svolge lì la sua puja giornaliera. Nel frattempo, con tutti questi discorsi, non mi stupisce troppo la domanda che mi fa suo fratello, che dopo averci sentito parlare per un pò di queste cose, mi chiede tranquillamente: <<Ma voi Zeus e Thor, là in Europa, li pregate ancora?>>.

P.s: in realtà la domanda del fratello di Anu, Hari, mi ha colpito, ma per il fatto che una cosa simile la riporta anche Terzani (lo racconta nell’introduzione al libro di Francesco D’Orazi Flavoni Rabari: gli ultimi nomadi). Link:http://www.tizianoterzani.com/index.php?option=com_content&view=article&id=23:rabari-gli-ultimi-nomadi&catid=19:prefazioni-di-terzani&Itemid=23

continua parte 3

Il governo buddista di Ashoka

Re Ashoka (che in sanscrito vuol dire “senza dolore”), il terzo monarca della dinastia indiana Mauryan (268-232 a.c.), nato intorno al 304 a.c., fu un re crudele e spietato che si convertì al buddismo e divenne così un re virtuoso. Il suo regno ha coperto la maggior parte dell’India e della Persia, l’Asia del Sud, il Bengala e Mysore. fino all’attuale Afghanistan. La sua ammirevole politica è testimoniata dagli editti che egli scrisse su rocce e colonne che nel XIX secolo furono trovati in India, Nepal, Pakistan e Afghanistan. Con questi editti Ashoka intendeva trasferire ai posteri i principi del suo governo e quindi, dalle incisioni sulla pietra, è stato possibile conoscere i suoi principi morali che informarono le sue riforme e guidarono la creazione di una società giusta e umana. Dagli studi di questi scritti emerge la figura di un sovrano potente e in grado di stabilire un impero fondato sulla giustizia e sul benessere morale e spirituale dei suoi sudditi. Egli assunse il titolo  di “Devanampiya Piyadassi” che significa “amato dagli dei, colui che guarda con affetto.”La sua conversione a questi principi ebbe origine da  due anni di guerra di successione in cui  fu  ucciso almeno uno dei suoi fratelli. Nel 262 a.c., infatti, otto anni dopo la sua incoronazione, l’esercito di Ashoka attaccò e conquistò Kalinga (territorio corrispondente all’attuale Orissa). L’enorme perdita di vite umane e la grande disperazione che ne derivò, determinò un cambiamento completo nella sua personalità. Così egli cominciò ad applicare i principi buddisti per la gestione del suo vasto impero che diffuse sia in India che all’estero tanto che, si ritiene, furono opera sua i primi  monumenti buddisti (stupa, nonasteri ecc.).

Nei suoi editti Ashoka fa spesso riferimento alle opere buone che ha fatto e dice ai suoi sudditi, che egli considerava come suoi figli, che il loro benessere è la sua principale preoccupazione; Ashoka si scusa per la guerra di Kalinga e rassicura la gente oltre i confini del suo impero di non avere intenti di conquista dei loro territori. Ashoka infatti  rinunciò alla politica estera predatoria che sino ad allora aveva dominato la politica del suo impero, sostituendolo con una politica di coesistenza pacifica. Egli sperava di infondere nei suoi sudditi la sua filosofia religiosa, pur divulgando principi di tolleranza, promozione e protezione, quale dovere di Stato,  verso le altre religioni da cui il suo popolo avrebbe dovuto mutuare i buoni insegnamenti. Egli parla della morale di Stato e della moralità individuale, entrambe ispirate  ai  valori buddisti della compassione, della moderazione, della tolleranza e del rispetto per ogni forma di vita.  Ashoka riformò il sistema giudiziario informandolo a principi di equità, sospendendo l’esecuzione ai condannati a morte e condonando le pene ai prigionieri; abolì la tortura e ogni forma di abuso. Egli, secondo gli insegnamenti del Buddha, bandì lo sperpero della spesa pubblica e utilizzò le risorse statali per utili opere pubbliche, tra cui l’importazione e la coltivazione di erbe mediche, la costruzione di case di riposo ed ospedali, lo scavo di pozzi lungo le strade principali e la coltivazione di frutta e alberi da ombra. Pose termine alle inutili cerimonie di buon auspicio  sancendo che fosse più importante trattare correttamente le persone. Ashoka si avvicinò alla sua gente per comprenderne i bisogni e diede la sua piena disponibilità all’ascolto del popolo, qualunque faccenda lo tenesse occupato in quel momento. Lo Stato aveva la responsabilità non solo di proteggere e promuovere il benessere del suo popolo, ma anche la sua fauna. Vietò così la caccia  di alcune specie di animali selvatici e la crudeltà verso tutti gli animali domestici e selvatici, bandendone il sacrificio nei rituali religiosi ed insegnando il rispetto per ogni forma di vita.

Con la moralità individuale Ashoka promosse il rispetto e la generosità verso i genitori, gli anziani, gli insegnanti, gli amici, i servi, gli asceti e i bramani,  secondo il consiglio dato a Sigala dal Buddha, nonché verso i funzionari e i dipendenti. Per lui, moralità individuale significava anche  cortesia, auto analisi, veridicità, gratitudine, purezza di cuore, entusiasmo, fedeltà, auto-controllo e amore per il Dharma. Promosse  i pellegrinaggi e lui stesso andò sino a Lumbini e Bodh Gaya e inviò i suoi monaci a diffondere il grande messaggio buddista. Non si sa molto delle conseguenze delle sue riforme ma quel che è certo è che egli le sentì doverose in ottemperanza alla filosofia  buddista che aveva pervaso la sua vita e che rappresentò un perenne esempio per tutti i monaci del mondo.

Così si legge in uno dei suoi editti_

Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo”.

E ancora…

In verità, ritengo che il benessere di tutti sia il mio dovere, e la radice di questo dovere sta nello sforzo e nella azione profusi per questo scopo. Non c’è lavoro migliore che promuovere il benessere di tutte le persone e intendo ripagare il debito nei confronti di tutti gli esseri umani per assicurare loro la felicità in questa vita e il raggiungimento del cielo nella prossima. Pertanto, questo editto Dhamma è stato scritto per durare a lungo affinché i miei figli, nipoti e pronipoti possano agire in conformità con esso per il bene del mondo.”.

Ashoka morì nel 232 a.C. nel trentottesimo anno del suo regno.

Ogni colonna riportante gli editti di Ashoka era stata originariamente ricoperto da un capitello, a volte un leone, un toro o un cavallo e quei pochi ancora rimasti  sono capolavori dell’arte indiana.

Una delle colonne di Ashoka più famose è quella di Sarnath dove si trova ancora oggi (Sarnath è a 20 kn da Varanasi, dove il Buddha tenne il suo primo discorso da illuminato). Sulla colonna è scritto “Nessuno deve provocare divisioni nell’ordine dei monaci”. Il capitello, che in origine lo sovrastava, formato da quattro leoni che si danno le spalle, si trova  attualmente  nel Museo di  Sarnath ed è stato adottato come emblema nazionale dell’India; il disegno della ruota a 24 raggi che, sul capitello, simboleggia il Chakra di Ashoka o ruota (o ciclo) della Giustizia (in sanscrito Dhamma o Dharma), dal 22 luglio 1947 è stato posto al centro della bandiera nazionale dell’India.

Gli editti di Ashoka vennero scritti in una lingua vicina al sanscrito  ma un editto in Afghanistan è bilingue (greco ed aramaico).

un sito interessante a proposito:

http://www.cs.colostate.edu/~malaiya/ashoka.html

Un testo intressante: “Gli editti di Ashoka” Ediz. Adelphi.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

A PASSOININDIA non poteva mancare un post sull’induismo. Sarebbe riduttivo definire l’Induismo come una religione rappresentando esso piuttosto un’intera cultura che condiziona le relazioni e i comportamenti quotidiani degli indiani. La parola deriva dal sanscrito sindhu, in latino indus, che significa fiume. Quando, alla fine del XII secolo, i turchi islamici si stabilirono nel Nord India, chiamarono la nuova terra conquistata Hind, da cui Hindi la lingua e Hindù coloro che la abitavano. Più tardi gli inglesi crearono il neologismo Hinduism da cui deriva oggi la parola che conosciamo. Abbiamo mutuato il post che segue da SAMSARAROUTE.WORDPRESS.COM che avvicina questo complesso argomento attraverso l’esperienza vissuta di un viaggio in India poiché il viaggio, secondo la filosofia di SAMSARAROUTE,  diventa “una catena di incontri memorabili, episodi apparentemente fortuiti ma che trasmettono il “senso del luogo” e noi, pienamente, condividiamo.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

di Matteo Tomasina

L’induismo è una delle più antiche religioni al mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, con la stesura dei primi testi sacri, i “Veda”, più di 3.500 anni fa. Una religione che sopravvive da più tempo del cristianesimo e la cui tradizione scritta è più antica di quella biblica. Leggere i Veda significa forse approcciarsi al più antico testo dell’umanità.

Che questa religione sia tutt’ora viva e vitale in India, che abbia centinaia di milioni di fedeli e sia sopravvisuta all’arrivo violento dell’Islam e delle altre religioni monoteiste (cristianesimo compreso) rappresenta uno dei fattori che culturalmente più mi affascinano. In India tutto si conserva, e non si è mai verificato quel “crepuscolo degli dei” che invece l’Occidente ha conosciuto con la fine dell’Impero romano e l’avvento del mono cristiano. Le analogie, o le risonanze, tra l’induismo e le antiche religioni del mondo greco e romano mi colpiscono, e mi sembra di assistere in prima pesona a discorsi e situazioni che provengono da un’altra dimensione, da un altro tempo, e che solitamente mi ritrovavo a studiare al liceo.

L’idea di religione “pagana”, politeista, non rigidamente codificata dai dogmi, priva di una chiesa (nel senso di una gerarchia e di un’organizazzione) a noi sembra museale, vaga, quasi mitica. Ma questi termini, tutti contrapposti a quelli del cristianesimo e dell’Islam, avvicinano allla realtà dell’induismo.                                                                                                                                                              

Ci sono sicuramente grandi differenze tra la religione storica dell’India e quelle antiche dell’Europa. Ma quando passo di fronte ai templi indù, alcuni completamente verniciati di bianco, altri colorati in modo sgargiante di rosso, arancione, verde, blu e giallo, con le statue policrome delle divinità collocate sopra l’ingresso e poi, per l’adorazione, al centro e in diverse celle laterali, mi torna in mente che anche le statua greche, e i templi (come il Partenone) erano all’origine coloratissimi e la loro “pulizia splendente” è un’invenzione della cultura moderna. Un tempio hinduista può anche apparire ai nostri occhi eccessivo, ingenuo, quasi pacchiano e un pò carnevalesco, ma collocato in questa luce mi rendo conto che la mia idea di sacro è molto viziata da certe visioni.

Tempio indu

Posso fare esperienza di come l’induismo viene vissuto dalle persone quando io ed Elisa siamo ospitati per due giorni da Anurdha, una ragazza di Hyderabad membra dello staff di AIESEC. Si tratta della nostra ultima sistemazione momentanea e improvvisata prima del nostro definitivo trasferimento all’Ong. E’ anche l’ultima volta che ci troviamo a vivere nel cuore di Hyderabad, perchè poi la nostra sede di “lavoro” sarà fuori città, nella campagna vicino a un quartiere chiamato Uppal, in ogni caso la zona “popolare”.

La zona in cui abita Anu con la famiglia (il padre e il fratello) è invece un quartiere vivace, fatto di palazzine dipinte a colori accesi, e immerse in quello che ai miei occhi sembra sempre un immenso bazar. Si passeggia fra una miriade di negozietti, chioschi e bancarelle più o meno improvvisati che vendono di tutto, dai vestiti al cibo, passando per ciabatte, bigiotteria, coperte, roba da ferramenta, pezzi di ricambio per auto e moto, cellulari, medicine, sigarette sfuse e spezie. Non ci sono orari di chiusura o di apertura, il viavai è continuo, al rumore dei clacson e dei motori (moto e autorisciò si buttano tranquillamente in mezzo alla marea di pedoni) si sovrappone il gran vociare delle persone che chiacchierano o che contrattano.

In casa si respira invece non a caso un certo clima di “spiritualità”. Siamo ospitati da una famiglia religiosa, almeno in senso indiano. Il padre della nostra amica fa l’insegnante di sanscrito (la lingua sacra in cui sono scritti i Veda, affine per molti versi al nostro greco), e ci tiene a conservare e osservare tutte le tradizioni della sua religione. E’ la versione contemporanea di un brahmano, la casta di uomini di lettere – sacerdoti un tempo al vertice della società indu. Mi colpisce che una piccola stanza della casa (di dimensioni piuttosto modeste), di fianco alla sala, è occupata semplicemente da un piccolo altare, su cui sono appoggiate le icone di diverse divinità. In un angolo, ci sono quelli che sembrano diversi libri di preghiere. Anu mi accompagna all’ interno, e mi spiega che è la stanza in cui suo padre tutte le mattine alle sette mette in atto la puja, quella che noi chiameremmo “adorazione”. Si tratta in realtà di un piccolo rituale di offerta, in cui ci si propizia le divinità portando cibo, soprattutto frutta, bruciando incenso o altre sostanze e compiendo gesti rituali. C’è la puja domestica, quella al tempio, come quella giornaliera e la puja per giorni speciali. Con tutte le sue varianti, assomiglia forse più a un rituale di sacrificio che alla nostra comune idea di preghiera. Davanti alle icone delle sue divinità il padre di Anu tiene infatti dei piattini con semi, arachidi, bacchette di incenso e piccoli cubetti di materiale combustibile.

Stanza della Puja

Le divinità le conosco poco, ma riconosco Shiva, col corpo blu, la posizione seduta e l’aspetto regale. Un’altra divinità ha sembianze femminili, mentre sulla destra c’è un ritratto di Sai Baba con la barba bianca e la mano aperta. Questo ultimo personaggio è molto interessante, e non deve essere confuso col più famoso Sathya Sai Baba, il controverso predicatore morto di recente e che aveva seguaci anche in Europa. Il Sai Baba storico (di cui Sathya pretendeva di essere la reincarnazion) era infatti un guru (maestro spirituale) vissuto alla fine dell’Ottocento, che è stato poi divinizzato dagli induisti (ma anche santificato dai mussulmani). E’ rappresentato insieme alle altre divinità induiste e ci sono templi a lui esclusivamente dedicati, nella cui zona centrale troneggia la sua statua (che è comunque quella di un povero mendicante, come in effetti aveva deciso di vivere, a differenza del suo emulo recente). Comunque, si tratta di una figura storica fra personaggi mitologici!

Shirdi Sai Baba (fonte saibaba.rw)

Tempio di Sai Baba

Anu si mette a raccontarmi la storia dei diversi dei, e faccio fatica a seguirle fra le innumerevoli vicende. Sono dei, come quelli greci romani, che si sposano, fanno figli, si alleano, si tradiscono, si combattono, giocano a intervenire nelle vicende degli uomini. A volte sembrano portatori di grandi verità filosofiche, altre sono in preda a passioni e capricci come i loro “fratelli minori”. Mi colpisce come Anu tratti a volte quelli che sono i “suoi” dei anche con leggerezza e ironia (forse perchè ha la percezione di annoiarmi): mi dice che Ganesh, il dio della testa di elefante, è in fondo una figura paffuta e simpatica, mentre Sai Baba assomiglia un pò a Babbo Natale..

In ogni caso, non sembra interessata a persuadermi di nulla, mi racconta le cose con tranquillità. L’induismo non conosce la conversione, è una religione etnica e tradizionale. E’ una fenomeno proprio dell’India e del popolo indiano, che è naturale abbia i suoi culti come altri popoli hanno i loro. Si trasmette di generazione in generazione, ma essendo legato spesso a pratiche e circostanze locali, non ha senso che esca fuori dai suoi confini. Per questa ragione, non avendo pretesa di universalità, l’induismo può essere declinato in chiave molto tollerante.

 (segue parte 2)

 

con Anuradha e suo padre

Viaggiare

Viaggiare

Posted on gennaio 18, 2013  da noruleswords.wordpress.com

Viaggiare è una delle cose più belle che esistano. Le sensazioni che ti regala un viaggio, ciò che provi quando le gomme dell’auto mordono l’asfalto, è qualcosa di sublime. Lasciarsi trascinare dal proprio istinto e godersi il viaggio è molto più appagante dell’arrivo alla meta. Perché in quel momento ti rendi conto che qualcosa è terminato.

Viaggiare senza destinazione, senza sapere dove stai andando, facendoti trasportare da meravigliose emozioni e dall’istinto, è inimitabile. Essere in viaggio stimola la tua mente. Non sai cosa troverai dietro la prossima curva, non sai quale panorama potrai godere una volta uscito dalla galleria, mentre il sole ti abbaglierà perforando il parabrezza e il suo calore vitale colmerà il tuo corpo di gioia.
I campi di grano riempiranno d’invendibile oro i tuoi occhi, verdi vallate costellate di vigne che produrranno ottimo nettare degli dei s’inerpicheranno dentro di te fino a raggiungere il tuo cuore, fianchi di montagne e alte vette innevate si staglieranno all’orizzonte a ricordare la loro immensa eternità.
Intanto i giri del motore accompagnano le tue sensazioni, le cullano come dolci onde del mare calmatosi dopo una bufera, come una nonna che cantando una ninna nanna vuole far addormentare un cucciolo d’uomo, e quell’ottuso e soffice rombo ti ricorda che stai ancora viaggiando, che stai percorrendo strade sconosciute verso mete forestiere, che non sei sul solito percorso del quale conosci a memoria la posizione di buche e tombini, la durata del rosso ai semafori, le precedenze e la posizione di tutte le strisce pedonali.
La radio a basso volume trasmette una canzone rock che ti fa venire voglia di prendere un flessibile ed eliminare per sempre il tettuccio della tua auto, perché tu possa godere anche del vento che accarezza amichevolmente le guance facendole arrossire quasi d’imbarazzo, come un caldo abbraccio di un vecchio amico.
Sì viaggiare, cantava uno che di musica ne capiva davvero.
Poi ti accorgi che devi ancora girare le chiavi nel cruscotto, e allora sorridi, perché ti rendi conto che riesci ancora a viaggiare nel migliore dei modi.

da NORULESWORDS.WORDPRESS.COM

Ultimi indimenticabili momenti

In una domenica d’ottobre, sono andato con certi amici  in un ricovero per anziani perché dovevano visitare un loro parente, qualcuno che conosco anch’io molto bene. Era un po’ fuori città, in mezzo alla  natura e vicino ad un piccolo fiume;  era la prima volta che ne visitavo l’interno quindi ero molto curioso di  vederlo; eravamo appena entrati, quando ho visto che qualcuno stava guardando la tv, qualcuno stava mangiando, qualcuno stava bevendo, qualcuno si stava addormentando sulla sedia. Tutto il posto era molto pulito e anche gli assistenti e le infermiere sembravano piuttosto gentili. Ci siamo seduti in una grande sala con al centro un vecchio camino di maiolica, purtroppo spento. C’erano  già altri visitatori. Poco dopo ho notato che la Signora seduta alla mia sinistra stava parlando da sola e stava piangendo da sola e, di fianco, c’era un’altra Signora, paralizzata, che stava mangiando aiutata dall’ infermiera. Mi sono guardato attorno e ho visto, sulla destra, un’anziana coppia; Lui aveva una rivista nelle mani dove erano pubblicate le foto di “Dallas”e la notizia che presto quella serie di telefilm sarebbe ricominciata; Lui stava parlando con Lei: “te lo ricordi Dallas? Guarda, quel programma sta per ricominciare. Te lo ricordi che lo guardavamo tutti insieme? E che non abbiamo mai lasciato neppure una puntata? Ti ricordi quanto ti piaceva Bobby? E, guarda, adesso tornerà anche il cattivo della famiglia….”. Era lo stesso programma, forse gli stessi autori, le stesse emozioni ma ormai Lei non c’era più con la sua memoria per capire tutto ciò che Lui le stava raccontando.

In solo mezz’ora erano arrivate altre nuove facce di visitatori ma le domande erano sempre le stesse: “ora come stai? come ti senti? mangi? (…)”. Anche se tutti rispondevano che stavano bene, la loro tristezza si vedeva sui loro volti, tanto che ogni domanda del genere appariva superflua; erano tutti lì, radunati, come fosse una squadra che ha appena perduto una partita importante. Forse era la loro solitudine, la nostalgia di stare lontano dalla propria casa, quella stessa casa che avevano costruita con il  sudore, risparmiando ogni piccolo denaro, piena di cose comprate  con altrettanta emozione.  Forse era lo stare lontano dalla famiglia o da tutti quegli amici con cui erano cresciuti e avevano passato la maggior parte dalla loro vita. Forse era per il fatto che la vita non dava loro più nessuna felicità. Forse non rimaneva quasi niente che li rendesse davvero contenti.

Ad ogni mio respiro mi facevo un sacco di domande; cosa è la vita? quale ne è il senso? Sono nato e cresciuto in un piccolo villaggio del nord India e mia mamma diceva sempre che andare ad un funerale è più importante che participare ad un matrimonio, perchè durante una cremazione (da me i morti vengono bruciati) ci si sente ancora più vicini a Dio e quei momenti sono preziosi perché fanno riflettere sulla verità della vita. Anche qui ho provato le stessi emozioni e mi sono fatto le stesse domande; mi sono detto che un giorno noi tutti faremo la stessa fine proprio come quelle Signore e Signori davanti al grande camino. Mi chiedo allora il perchè di tutta questa fatica, il perchè di tutte queste corse per fare carriera, del perchè sia fondamentale stabilire cosa è mio e cosa è tuo se, alla fine, non rimane niente, neanche questo nostro povero corpo di polvere che trucchiamo ogni giorno, per ore ed ore. Spesso sento dire che nella vecchiaia gli anziani diventano cattivi, si arrabbiano con facilità, diventano come bambini. In realta è la vecchiaia che li fa diventare così e basterebbe che qualcuno condividesse con loro un po’ più di qualche momento.

La vecchiaia è davvero brutta, anche se fu una delle cose che, insieme alla morte e alla sofferenza, aveva impressionato Buddha prima che decidesse di lasciare tutti i suoi beni e percorrere il suo cammino di spiritualità.  Non sappiamo se dopo la morte  esista  anche un’altra vita ma quello che so è che tutti avremmo bisogno di ultimi momenti indimenticabili, di tanta cura, prima di poter lasciare tranquillamente questo mondo. Ero sotto questa montagna di domande quando ho sentito la voce del mio amico che mi diceva “andiamo via”. Eravamo vicini all’uscita principale quando la voce di un’infermiera  disse: “aspettate un momento, perché è attivo l’allarme”. Un’altra voce dietro di me disse: “non siamo così preziosi che qualcuno ci porta via”.

Testo e foto by PASSOININDIA

La mia LOHRI

La Lohri è una festa importante del Nord dell’ India, celebrata da tutti (a prescinder dalla appartenenza religiosa)  il giorno 13 Gennaio (secondo il calendario indu) di ogni anno, che ha le sue origni nello stato del Punjab anche se oggi, grazie alla sua popolarità, è festeggiata anche in Haryana, Himachal Pradesh, Jammu e Delhi.

Il nome Punjab significa “terra dei cinque fiumi”  ed è il nome di una delle regioni indiane più fertili, tanto che viene chiamata “granaio dell’India”; la maggior parte dei suoi abitanti lavora in agricoltura e perciò, nella loro vita, ogni stagione ha la sua importanza poiché da esse dipende il futuro raccolto. Per questo ad ogni stagione è dedicata una festa che viene celebrata con tutto l’entusiasmo e la gioia. La Lohri è appunto dedicata alla fine dell’ Inverno, cosi  la festa Basant è dedicata all’esordio della primavera, e, con la festa di Teeyan, si celebrano i Monsoni.

Con la Lohri si  festeggia il solstizio di inverno (scientificamente però questo avviene il 21-22 Dicembre) e si saluta così la notta più lunga cui seguiranno giorni più lunghi. Sono state proposte numerose teorie  riguardanti la derivazione del termine ‘Lohri’. Molti sostengono che il festival prenda il nome dal Loi, moglie del Santo Kabir.  Altri credono che il termine ‘Lohri’  abbia origine da ‘loh’, il nome di una padella di ferro utilizzato per la preparazione dei cibi.

Lohri è la festa della fertilità  e del ringraziamento per il buon raccolto agli elementi naturali come l’acqua, il vento e il fuoco. La Lohri è tradizionalmente associata alla raccolta delle colture Rabi (la raccolta di primavera). Le persone offrono a Dio le arachidi, il rewri (un dolce tradizionale fatto con semi di sesamo), farina, burro e prodotti alimentari vari per ringraziarlo del un buon raccolto.

Quando ero piccolo aspettavo felice l’arrivo della Lohri che era una della mie feste perferite. Durante il giorno, andavo con i miei amici a bussare a tutte le porte del villaggio cantando le storie di  Dulha Bhatti, un famoso eroe leggendario.  Tutti ci offrivano i loro dolci, i popcorn, le arachidi e i soldi, di solito 5, 10 rupie. Tornavamo a casa contenti di questo nostro “piccolo raccolto” di Lohri, perché tornare a mani vuote era considerato di cattivo auspicio. Anche le ragazze, molto eleganti nei loro salwar kameez (nome del vestito tradizionale punjabi) facevano come noi e quasi sempre loro riuscivano ad ottenere una Lohri molto più cospicua.Se alzavo lo sguardo al cielo vedevo tutti, grandi e bambini, giocare con bellissimi  aquiloni che coloravano tutto il cielo. La sera la festa continuava ed era particolarmente viva nelle case abitate da novelli sposi (la famiglia della donna si recava a trovarla per portarle dei doni) o dove era appena nato un bambino. Era tradizione di offrire agli ospiti gachchak (un dolce fatto con  zucchero di canna e arachidi), gur (dolce fatto con zucchero di canna), moongphali (arachidi) e phuliya o popcorn Nella piazza principale e nei cortili delle case la gente si riuniva intorno a un falò che rendeva la notte più chiara. Intorno, tutti cantavano le canzoni tipiche della Lohri e ballavano, soprattutto le ragazze, la tipica danza tradizionale del Punjab chiamata “Gidha”, mentre i ragazzi ballavano la “Bhangra” al ritmo del dhol (tipico tamburo) fino a che il fuoco non si spegneva. Semi di sesamo, gur, zucchero candito e rewaries venivano buttati nelle fiamme. Alcune persone facevano  una preghiera e giravano intorno al fuoco in segno di rispetto per  questo elemento naturale. Gli induisti versavano anche latte e acqua intorno al falò. Questo rituale veniva  eseguito per ringraziare il dio del sole e cercare la sua protezione continua.

Ancora oggi la Lohri si festeggia nel modo che vi ho raccontato, con la stessa vivacità e gioia. Sono contento che nulla sia cambiato a parte il fatto che oggi gli auguri di “Happy Lohri” si mandano e si ricevono anche via SMS.

Una leggenda legata alla Lohri racconta la storia di Dulla Bhatti  vissuto in Punjab, durante il regno di Mughal dell’imperatore Akbar, dove fu considerato un eroe perché, oltre a rubare i ricchi, salvò delle ragazze che furono prese con la forza per essere vendute nel mercato degli schiavi del Medio Oriente. Egli organizzò il loro matrimonio con ragazzi della loro religione con i rituali previsti , offrendo loro le doti.  Per questo nelle canzoni di Lohri  si esprime gratitudine a Dulla Bhatti.

testo by PASSOININDIA

foto by http://the-long-walk-home.blogspot.it/2011/01/of-lohri-and-its-good-ole-robin-hood.html

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150esimo anniversario della nascita di Swami VIVEKANANDA

Swami Vivekananda, conosciuto nella sua prima vita monastica come Narendra Nath Datta, nacque in una famiglia benestante a Calcutta il 12 gennaio 1863. Ragazzo studioso e dedito alla meditazione, alle soglie della giovinezza Narendra passò un periodo di crisi spirituale, assalito dai dubbi circa l’esistenza di Dio. E ‘stato in quel momento che sentì parlare di Sri Ramakrishna da uno dei suoi professori al college inglese. Un giorno, nel mese di novembre 1881, Narendra andò ad incontrare Sri Ramakrishna, che si trovava presso il Tempio di Kali Dakshineshwar, al quale subito porse una  domanda già fatta a molti altri  ma che non aveva ancora avuto risposte soddisfacenti: “Signore, hai visto Dio?” Senza un attimo di esitazione, Sri Ramakrishna rispose: “Sì, l’ho fatto. Lo vedo chiaramente come vedo te, solo in un senso molto più intenso. ”

Oltre a rimuovere i dubbi dalla mente di Narendra, Sri Ramakrishna lo conquistò con il suo amore puro e disinteressato. Iniziò così una relazione guru-discepolo unica nella storia dei maestri spirituali. Narendra, sotto la guida del Mastro, fece rapidi progressi sul sentiero spirituale.

Quando nel 1885 Sri Ramakrishna si ammalò di cancro alla gola, Swamiji, nonostante la povertà della sua famiglia (il padre era morto da poco)  e l’incapacità di trovare un lavoro per se stesso, entrò nel gruppo dei discepoli come leader.

Sri Ramakrishna instillò in questi giovani lo spirito di rinuncia e di amore fraterno uno per l’altro. Un giorno distribuì loro vesti ocra  e li inviò a chiedere l’elemosina di cibo. In questo modo egli stesso pose  le basi per un nuovo ordine monastico. Diede istruzioni specifiche a Narendra sulla formazione del nuovo ordine monastico. Nel 1886 Sri Ramakrishna morì.

Dopo la morte del Maestro, quindici dei suoi giovani discepoli  cominciarono a vivere insieme in un edificio fatiscente a Baranagar nel Nord Calcutta. Sotto la guida di Narendra, formarono una nuova fraternità monastica. Narendra divenne così Swami Vivekananda (anche se questo nome venne assunto in realtà molto più tardi.)

Dopo aver stabilito il nuovo ordine monastico, Vivekananda sentì la chiamata interiore per la missione più grande della sua vita. Mentre la maggior parte dei seguaci di Sri Ramakrishna pensarono a lui in relazione alla loro vita personale, il pensiero di  Vivekananda era invece rivolto  all’India  India e al resto del mondo, il che lo portò a girare solo per il mondo.  Così, nel bel mezzo del 1890, dopo aver ricevuto le benedizioni di Sri Sarada Devi, la divina consorte di Sri Ramakrishna, nota al mondo come Santa Madre, che allora stava a Calcutta, Swamiji lasciò Math Baranagar e intraprese un lungo viaggio di esplorazione alla scoperta dell’India.

Durante i suoi viaggi in tutta l’India, Swami Vivekananda fu profondamente commosso nel vedere la povertà spaventosa e l’arretratezza delle masse. Fu  il primo leader religioso in India a capire e dichiarare apertamente che la vera causa della caduta dell’India fu l’abbandono della gente. La necessità immediata era  quella di fornire cibo e altre necessità primarie della vita a milioni affamati. Per questo egli sostenne che dovessero essere insegnati metodi di  miglioramento in agricoltura, industria ecc. Fu  in questo contesto che Vivekananda colse  il nocciolo del problema della povertà in India (che era sfuggito all’attenzione dei riformatori sociali dei suoi giorni): a causa di secoli di oppressione, le masse oppresse avevano perso fiducia nella loro capacità di migliorare la loro condizione. Il suo messaggio fu utile ad infondere nelle genti fiducia in se stesse. Esse trovarono in Swamiji un ispiratore  e seguirono il messaggio contenuto  nel principio dell’Atman, la dottrina della potenziale divinità dell’anima, insegnato nei Vedanta, l’antico sistema di filosofia religiosa dell’India. Egli vide che, nonostante la povertà, le masse si erano aggrappate alla religione, ma non era mai stato insegnato loro chi avesse dato la vita, così egli  nobilitò i principi dei Vedanta e spiegò come applicarli nella vita pratica.

Le masse avevano  bisogno di due tipi di conoscenza: la conoscenza secolare per migliorare la loro condizione economica, e la conoscenza spirituale per acquisire fiducia in se stessi e rafforzare il loro senso morale. La domanda successiva fu, come diffondere questi due tipi di conoscenza tra le masse? Attraverso l’educazione – questa fu  la risposta che Swamiji trovò.

Una cosa fu chiara a Swamiji: per realizzare i suoi piani per la diffusione dell’istruzione e per il sollevamento delle masse povere, e anche delle donne, era necessaria una organizzazione efficiente di persone che vi  si dedicassero.  Come disse più tardi, la sua intenzione era di “mettere in moto un meccanismo che porterà più nobili idee finanche il più povero e il più cattivo.” Perciò pochi anni dopo Swamiji fondò la Missione Ramakrishna.

E ‘stato quando queste idee prendevano forma nella sua mente, nel corso delle sue peregrinazioni che Swami Vivekananda sentì parlare del Parlamento delle Religioni del mondo che si sarebbe tenuto  a Chicago nel 1893. I suoi amici e ammiratori in India volevano che frequentasse  il Parlamento. Lui  sentiva che il Parlamento sarebbe stato il luogo giusto per presentare il messaggio del suo Maestro per il mondo, e così decise di andare in America. Un altro motivo che ha spinto Swamiji di andare in America fu quello di cercare un aiuto finanziario per il suo progetto di elevazione delle masse.

Mentre era seduto in meditazione profonda sulla roccia-isola a Kanyakumari,  Swamiji ebbe la certezza della chimata divina a portare aventi questa sua missione. Con i fondi in parte raccolti dai suoi discepoli, Swami Vivekananda partì per l’America da Mumbai il 31 maggio 1893.

I suoi discorsi al Parlamento del mondo delle religioni tenutosi  nel settembre 1893 lo rese famoso come ‘oratore per diritto divino’ e come ‘messaggero di saggezza indiana al mondo occidentale’. Dopo il Parlamento, Swamiji  trascorse quasi tre anni e mezzo di propagazione dei Vedanta,  come vissuti e insegnati da Sri Ramakrishna, per lo più nella parte orientale degli Stati Uniti e anche a Londra.

Tornò in India nel mese di gennaio 1897. In risposta l’accoglienza entusiasta che ebbe ricevuto in tutto il mondo, tenne  una serie di conferenze in diverse parti dell’India, che crearono un grande scalpore in tutto il paese. Attraverso queste lezioni stimolanti e profondamente significative Swamiji tentò di

–          risvegliare la coscienza religiosa del popolo e creare in lui l’orgoglio per il proprio patrimonio culturale;

–           effettuare un  processo di unificazione dell’ induismo, sottolineando le basi comuni delle sette in cui questo si divideva;

–          focalizzare l’attenzione delle persone istruite sulla situazione delle masse oppresse, e di esporre il suo piano per il loro sollevamento mediante l’applicazione dei principi di Pratica Vedanta.

Poco dopo il suo ritorno a Calcutta, Swami Vivekananda compì un altro importante compito della sua missione sulla terra. Fondò il 1 maggio 1897 un tipo unico di organizzazione nota come Ramakrishna Mission, in cui monaci e laici si impegnavano congiuntamente nella  propagazione della pratica Vedanta, e in varie forme di servizio sociale, come realizzazion di ospedali,  scuole, collegi, ostelli, centri di sviluppo rurale ecc, e conduzione di soccorso di massa e lavoro di riabilitazione per le vittime di terremoti, cicloni e altre calamità, in diverse parti dell’India e di altri paesi.

Nei primi mesi del 1898 Swami Vivekananda acquisì un grande  pezzo di terra sulla riva occidentale del Gange in un luogo chiamato Belur per avere una dimora permanente per il monastero e per l’Ordine monastico originariamente iniziato a Baranagar; lo registrò come Ramakrishna Math dopo un paio di anni. Qui Swamiji stabilì un nuovo, modello universale della vita monastica, adattando antichi ideali monastici  alle condizioni della vita moderna, che dava uguale importanza all’illuminazione personale e al servizio sociale, e che era aperta a tutti gli uomini senza distinzione di religione, razza o casta .

Anche  in Occidente molte  persone furono  influenzate dalla vita di Swami Vivekananda e dal suo messaggio. Alcuni di loro divennero suoi discepoli o amici devoti. Tra questi, i nomi di Margaret Noble (più tardi conosciuta come Sorella Nivedita), il capitano e la signora Sevier, Josephine McLeod e Sara Ole Bull, meritano una menzione speciale. Nivedita dedicò la sua vita a educare le ragazze a Calcutta. Swamiji ebbe anche moltissimi dicepoli indiani.

Nel giugno del 1899, arrivò nuovamente in Occidente  per la seconda volta, dove trascorse la maggior parte del suo tempo nella costa occidentale degli Stati Uniti. Dopo aver tenuto numerose conferenze, tornò a Belur Math nel mese di dicembre 1900. Spese in India il resto della sua vita che ispirò e fu guida per molte persone, sia monastici che e laici. Lavorò incessantemente, soprattutto tenendo conferenze. finché la sua salute si consumò e Swamiji morì la notte del 4 luglio 1902. Prima della sua Mahasamadhi (che vuol dire lasciare il corpo perché l’anima non muore mai)  scrisse ad un seguace occidentale: “Può darsi che sia buona cosa lasciare questo corpo o gettarlo via come un abito usurato. Ma non cesserò  di lavorare. Io ispirerò gli uomini in tutto il mondo fino a quando il mondo intero saprà di essere un tutt’uno con Dio.”.

L’eminente storico britannico A L Basham fece una valutazione oggettiva dei contributi di Swami Vivekananda alla cultura mondiale; Egli disse di Swamiji: “nei secoli a venire, sarà ricordato come uno dei principali  formatori del mondo moderno …” Alcuni dei principali contributi che Swamiji apportò al  mondo moderno sono di seguito indicate:

1. Nuovo significato della Religione: Uno dei contributi più significativi di Swami Vivekananda al mondo moderno è la sua interpretazione della religione come esperienza universale della Realtà trascendente, comune a tutta l’umanità. Swamiji ha incontrato la sfida della scienza moderna, mostrando che la religione è tanto scientifica quanto lo è la scienza stessa, la religione è la ‘scienza della coscienza’. In quanto tale, la religione e la scienza non sono in contraddizione tra loro, ma sono complementari. E’ una concezione universale della religione libera da superstizioni, dogmatismo, clericalismo e intolleranza,  che fa della religione l’esercizio più alto e più nobile, la ricerca della suprema libertà, conoscenza, felicità.

2. Nuova considerazion dell’uomo: Il concetto di ‘divinità potenziale dell’anima’ diffuso da Vivekananda nobilita l’uomo. L’epoca attuale è l’età dell’umanesimo in cui l’uomo dovrebbe essere la preoccupazione principale e il centro di tutte le attività e di pensiero. Attraverso la scienza e la tecnologia l’uomo ha raggiunto grande prosperità e potenza, e i moderni mezzi di comunicazione e i viaggi hanno trasformato la società umana in un ‘villaggio globale’. Ma la degradazione dell’uomo è avvenuta a ritmo sostenuto, come testimonia l’enorme aumento di famiglie divise, l’immoralità, la violenza, la criminalità, ecc. nella società moderna. Il concetto di divinità potenzialità dell’anima impedisce questo degrado, divinizza le relazioni umane, e rende la vita significativa e degna di essere vissuta. Swamiji ha gettato le basi per un’umanesimo’, che si manifesta attraverso una serie di movimenti neo-umanistico e nell’interesse attuale della meditazione in tutto il mondo.

3. Nuovi principii di morale ed etica: La morale prevalente, sia nella vita individuale che nella vita sociale, si basa soprattutto sulla paura – la paura della polizia, paura del ridicolo pubblico, la paura del castigo di Dio, la paura del Karma, e così via. Le attuali teorie di etica, inoltre, non spiegano perché una persona dovrebbe essere morale ed essere buona con gli altri. Vivekananda ha dato una nuova teoria di etica e nuovo principio della morale in base alla purezza intrinseca e all’unicità della Atman (anima). Dovremmo essere puri perché la purezza è la nostra vera natura, il nostro vero Sé divino o Atman. Allo stesso modo, dobbiamo amare e servire il nostro prossimo, perché siamo tutti un uno con lo Spirito Supremo conosciuto come Paramatman o Brahman.

4. Ponte tra Oriente e Occidente: Un altro grande contributo di Swami Vivekananda fu quello di costruire un ponte tra la cultura indiana e la cultura occidentale. Lo fece attraverso l’interpretazione delle  scritture indù, della filosofia indù, del modo di vita e delle istituzioni spiegandolo ai cittadini occidentali in un idioma che si poteva capire. Fece si che gli occidentali si rendessero conto che dovevano imparare molto dalla spiritualità indiana per il loro benessere. Egli ha dimostrato che, nonostante la sua povertà e arretratezza, l’India ha portato un grande contributo alla cultura mondiale. In questo modo è stato determinante nel porre fine all’isolamento culturale dell’India dal resto del mondo. E ‘stato l’India il primo grande ambasciatore culturale in Occidente.

D’altra parte, l’interpretazione di Swamiji delle antiche scritture indù, la filosofia, le istituzioni, ecc. ha preparato la mente degli indiani ad accettare e applicare nella vita pratica i due migliori elementi della cultura occidentale, vale a dire la scienza e la tecnologia e l’ umanesimo. Swamiji ha insegnato agli indiani come padroneggiare la scienza occidentale e la tecnologia e, al tempo stesso, lo sviluppo spirituale. Swamiji ha anche insegnato agli indiani come adattare l’umanesimo occidentale (in particolare le idee di libertà individuale, l’uguaglianza e la giustizia sociale e il rispetto per le donne) alla cultura indiana.

 
Contributi di Swamiji in India.
 
Nonostante le sue innumerevoli diversità linguistiche, etniche, storiche e regionale, l’India ha avuto da sempre un forte senso di unità culturale. E ‘stato, tuttavia, Swami Vivekananda che ha rivelato i veri fondamenti di questa cultura, e quindi chiaramente definito e rafforzato il senso di unità come nazione.Swamiji ha insegnato agli indiani a comprendere il grande patrimonio spirituale del loro paese, e quindi ha dato loro l’orgoglio per il  loro passato. Inoltre, ha sottolineato gli inconvenienti della cultura occidentale e la necessità del contributo indiano per ovviare a questi inconvenienti. In questo modo Swamiji ha reso l’India una nazione con una missione globale.Senso di unità, orgoglio del passato, senso della missione – questi sono stati i fattori che hanno dato vera forza e scopo al movimento nazionalista indiano. Diversi leader del movimento di liberazione dell’India hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Swamiji. Netaji Subhash Chandra Bose ha scritto:” Swamiji ha armonizzato l’Oriente e l’Occidente, la religione e la scienza, passato e presente. Ed è per questo che è grande. I nostri connazionali hanno ottenuto, come mai prima, rispetto di sé, autonomia e autoaffermazione dai suoi insegnamenti. “

Il contributo più esclusivo di Swamiji alla creazione di  una nuova India è stato quello di aprire le menti degli Indiani al loro dovere di masse oppresse. Molto prima che le idee di Karl Marx fossero conosciute in India, Swamiji aveva parlato del ruolo delle classi lavoratrici nella produzione della ricchezza del paese. Swamiji fu il primo leader religioso in India a parlare per le masse, formulare una filosofia precisa di servizio, e organizzare su larga scala dei servizi sociali.

Liberamente tradotto da http://www.belurmath.org/swamivivekananda.htm

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 6)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO (a cura di Sabina Guzzanti)

Parte 6 (continua da parte 5)

Come si cambia  (Il Karma)

Scrive Nichiren Daishonin: «Mentre il saggio osservava i principi e assegnava i nomi a tutte le cose, percepì l’esistenza di una legge meravigliosa (myoho) dotata simultaneamente di causa ed effetto (renge) e la chiamò Myoho-renge. Questa Legge di Myoho-renge comprende in sé tutti i fenomeni dei dieci mondi e dei tremila regni, nessuno escluso. Chiunque pratichi questa Legge otterrà simultaneamente sia la causa che l’effetto della Buddità»(ibidem, vol. 9, pp. 11-12).
Il grande maestro T’ien-t’ai nel trattato sul Sutra del Loto scrive: «Qui il termine renge non è un simbolo, è l’insegnamento del Sutra del Loto. Tale insegnamento è puro e incorrotto e spiega minutamente la Legge di causa ed effetto. Perciò gli è stato dato il nome di renge o fiore di loto. Questo nome designa l’entità percepita nella meditazione sul Sutra del Loto, non è una metafora» (ibidem, p. 11).
La simbologia del loto ci rimanda al problema della trasformazione del karma.
Se, come abbiamo detto, gli altri sono uno specchio della causa karmica che esiste dentro di noi, cambiando questa causa l’ambiente in cui viviamo cambierà nella stessa misura.
È importante sottolineare che il cambiamento non è determinato dalla paura della punizione o dall’attesa di un premio. Il cambiamento invisibile che avviene dentro di noi e che porta a cambiamenti visibili nella nostra vita è solo quello che nasce da un’automotivazione, per decisione personale.
Se cambio per paura di una punizione, ad esempio, otterrò un effetto conseguente a quella paura; bisogna sempre ricordare che è l’intenzione o ichinen a plasmare il futuro, non l’apparenza.
Per comprendere fino in fondo la teoria del karma è necessario evitare le separazioni: comprendere che la mente non è separata dal corpo, l’io non è separato dall’altro, l’individuo non è separato dall’ambiente, la vita non è separata dalla morte, il presente non è separato dal futuro, noi stessi non siamo separati da noi stessi.
Il karma è ad ogni modo una forza profonda e difficile tra trasformare. Per vincere questa forza oscura che ci sottrae libertà e gioia sono necessarie una forte fede e una forte determinazione. Innanzitutto è importante verificare che la nostra mente sia rivolta verso il futuro. Se guardiamo al passato pieni di rimpianto o se viviamo alla giornata, senza avere un progetto, un sogno, qualcosa che ci spinga a migliorare e a porci tante domande su noi stessi e sulla vita, non faremo nessun progresso. La nostra esistenza sarà statica o retrocederà.
Nella vita quotidiana è importante mantenere sempre uno stesso ciclo: stabilire uno scopo, pregare con sincerità, sforzarsi al massimo per trovare un modo di realizzarlo (vale a dire agire) e ottenere un effetto (cioè realizzare l’obiettivo).
Non è sufficiente decidere una volta, è necessario mantenere questa decisione costante nel tempo. Ribadire con noi stessi la nostra decisione ogni volta che ci scoraggiamo, ci distraiamo o ci troviamo di fronte a un ostacolo sul nostro cammino che sembra troppo faticoso superare.
Mantenendo questo ciclo si accumulano esperienze che rafforzano la nostra fede. Ci fanno sentire che ciò che il Buddismo insegna corrisponde davvero al funzionamento della vita.
Preparare una grande determinazione è fondamentale ma non è però sufficiente. Nichiren Daishonin afferma: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» (ibidem, vol. 4, p. 195). Il che significa che dopo avere preso una decisione dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo saremo in grado di:
– manifestare la saggezza del Budda, che è superiore alla nostra saggezza di comuni mortali e ci permetterà di trovare la soluzione più appropriata;
– avere più forza vitale e intraprendere quindi l’azione migliore;
– rendere l’ambiente favorevole al nostro sviluppo.
Mantenendo questo tipo di determinazione e di pratica, come scrive Daisaku Ikeda nella Rivoluzione umana «l’impossibile si trasforma in possibile».