In India anche le rane si sposano.

Tutti sanno che in molte parti dell’India l’acqua scarseggia e ad essa è legata la vita dei contadini che, già poveri, quando il monsone tarda ad arrivare, rischiano di perdere il frutto del loro duro lavoro. Sono molti i suicidi che si registrano tra gli agricoltori. Questo vasto Paese, in quanto a numero di dighe, si pone dopo Cina e Stati Uniti contandone più di cinquemila. La siccità rimane comunque un serio problema aggravato dai cambiamenti climatici e dall’uso di combustibili fossili impiegati per lo sviluppo industriale. Quando non piove da tempo le riserve d’acqua, anche quelle dei pozzi, non sono più sufficienti e il prezzo per l’acquisto di autobotti di questa preziosa risorsa tende a salire.

Pochi sanno che in molti villaggi rurali, ad esempio negli Stati di Assam, Orissa, Tripura, Karnataka, per citarne alcuni, ha luogo un particolarissimo rituale che origina dalla antichissima tradizione vedica, quella raccolta nei libri sacri indù, che viene celebrato da secoli perché ritenuto prospero per avere abbondanti piogge. Ebbene, secondo una credenza mitologica occorre unire in matrimonio due rane selvatiche allo scopo di chiedere pietà agli dei della pioggia come sono Indra, Parjanya e Varuna. Nella religione induista, Indra è signore della folgore e dio del temporale, delle piogge e della magia; Varuṇa è una delle più antiche e importanti divinità vediche ed il più importante Asura nel Ṛigveda (Asura è il termine con cui nel Ṛgveda, il testo vedico risalente tra il XX e il XV secolo a.C., vengono chiamate alcune divinità tra cui appunto anche Varuṇa e Indra), controlla l’Ordine cosmico, e tutti i fenomeni celesti e sotterranei; Parjanya, vedico, è un dio della pioggia e colui che fertilizza la terra. Quindi, se si vuole l’acqua piovana, è a loro che bisogna rivolgersi.

Il matrimonio tra rane è una vera e propria celebrazione gioiosa così come quando a sposarsi sono le persone, tra preghiere, addobbi e vivande a base di riso. Gli anfibi, sono catturati senza alcuna violenza dal loro ambiente naturale e, visibilmente perplessi, vengono lavati e vestiti secondo tradizione. Alla sposa, come rituale di nozze richiede, viene applicato sulla testa il sindoor (https://passoinindia.wordpress.com/2014/06/28/il-significato-del-bindi-e-del-sindoor/), il segno in polvere di colore rosso.

La cerimonia ha luogo di solito in un sacro tempio ed è seguita con ardore da tutti gli abitanti del villaggio che, con profonda devozione, accarezzano dolcemente la coppia. Al termine, i due novelli sposi vengono benedetti e rilasciati nel loro ambiente naturale.

(testo by PassoinIndia)

 

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Gli illuminati del giainismo.

Secondo le tradizioni Jaina, i ventiquattro Tirthankaras, noti anche come Arihants o Jina, furono i propulsori della religione e della filosofia Jaina e raggiunsero l’illuminazione attraverso la meditazione e la realizzazione di sé. Di questi,i primi ventidue sono di dubbia storicità mente degli ultimi due, Parsvanatha, il 23° e Mahavira, il 24°, anche testimonianze buddiste confermano la storicità. Parsvanatha era il figlio del re Ashvasena di Varanasi e della sua regina Vaina. All’età di 30 anni abbandonò il trono scegliendo una vita da asceta e ricevendo, dopo 84 giorni di penitenza, l’lluminazione. Morì all’età di 100 anni, quasi 250 anni prima di Mahavira. Parsvanatha credeva nell’eternità della materia e lasciò dietro di sé un buon numero di seguaci che usavano indossare una veste tutta bianca.
Il ventiquattresimo ed ultimo Tirthankara fu Vardhamana Mahavira. Nato a Kundagrama, nello Stato del Bihar, fu un contemporaneo del Buddha. Suo padre, Siddhartha era il capo dei Jnatrikas, un clan Kshatriya. Sua madre era Trishala, una principessa Lichchhavi. Vardharnana ricevette una buona educazione e si sposò con Yashoda dalla quale abbe una figlia. All’età di trent’anni, Vardhamana lasciò la sua casa e divenne un asceta. Dopo 13 mesi abbandonò il solo capo che indossava e cominciò a vagare come un ‘monaco nudo’ in una completa austerita per dodici anni e. nel 13° anno della sua ascesi, all’età di 42 anni, raggiunse la ‘conoscenza suprema’. Più tardi fu conosciuto come ‘Mahavira’ (l’eroe supremo), o Jina ‘(il conquistatore). E ‘stato anche salutato come ‘Nirgrantha’ (libero da vincoli). Per i successivi 30 anni si trasferì da un posto all’altro finché morì a Pava (ora Pavapuri) all’età di 72 anni. La notte della sua salvezza, la gente celebrò la Festa delle Luci (Dipavali, che si celebra ancora oggi) in suo onore. Mahavira accolse la maggior parte delle dottrine religiose stabilite da Parsvanatha, operando tuttavia alcune modifiche. Parsvanatha, il predecessore di Mahavira, sosteneva quattro principi:

la verità, cioè non dire bugie (Satya)

la non-violenza e il vegetarianismo, vale a dire, che non operare qualsiasi forma di omicidio

il non possesso, vale a dire, la povertà volontaria

il non rubare, cioè non ricevere nulla che non sia stato dato volontariamente (Asteya)

Mahavira vi aggiunse il celibato (Brahmacharya).


Mahavira credeva che l’anima (jiva) e la materia (ajiva) fossero i due elementi di base esistenti. Secondo lui, l’anima è in uno stato di schiavitù creato dal desiderio accumulato attraverso le nascite precedenti. Mediante continui sforzi l’anima può essere sollevata da questa schiavitù ottendendo la sua liberazione finale (moksha). L’anima liberata diventa allora l”anima pura’ e brilla con la sua originalità. Secondo il Jainismo, un uomo è il creatore del proprio destino e si può raggiungere la ‘moksha’ perseguendo una vita di purezza, virtù e rinuncia. La Moksha può essere raggiunta osservando i tre principi cioè la giusta fede, la giusta conoscenza e la giusta azione.

Mahavira fu a favore di una vita di ascesi di severa ed estrema penitenza per il raggiungimento del più alto stato spirituale. Credeva anche che il mondo non è stato creato da un creatore supremo e che il mondo sia governato da una legge eterna di degrado e di sviluppo. Pensava che tutti gli oggetti, animati e inanimati avessero un’anima e che per questo potessero sentire dolore. Per questo ancora oggi si vedono jainisti con una mascherina sulla bocca per non inghiottire inavvertitamente insetti; inoltre la cucina dei gianisti esclude tuberi e vegetali che, essendo radici, non possono essere estirpati senza uccidere la pianta. Mahavira rifiutò l’autorità dei Veda e contestò i rituali vedici e la supremazia della classe sacerdotale indù. Prescrisse un codice di condotta per capifamiglia e monaci. Attirò persone di tutti i ceti sociali, ricchi e poveri, re e popolani, uomini e donne, principi e sacerdoti, e persino gli intoccabili. Al fine di evitare karma malvagi, un capofamiglia doveva rispettare i cinque voti.

Fu un principio cardine anche la carità di offrire i cibi ai bisognosi. Mahavira predicava anche che i fedeli laici non dovessero dedicarsi all’agricoltura, dal momento che questo comportava la distruzione di piante e insetti. Il Jainisimo crede che la vita monastica è essenziale per raggiungere la salvezza. 

Organizzò i suoi seguaci, in quattro ordini:

  • monaco (Sadhu)

  • monache (Sadhvi)

  • laico (Shravak)

  • laica (Shravika)

In seguito essi divennero noti come Jains.

Secondo la tradizione le dottrine originali insegnate da Mahavira erano contenuti in 14 testi antichi conosciuti come ‘Purva’.

india 171  foto by Passoinindia in Ranakpur Temple

Gli insegnamenti di Mahavira diventarono molto popolari tra le masse. I seguaci di Mahavira li diffusero lentamente in tutto il paese. Monaci Jain sono stati visti sulle rive del fiume Indo, quando Alessandro invase l’India nel 326 aC. Anche Chandragupta Maurya (nonno del famoso re buddista Ashoka) fu seguace del Jainismo e migrò verso sud per svilupparvi il gianismo. Durante i primi secoli dell’era cristiana, Mathura e Ujjain divennero grandi centri del Jainismo. Il Giainismo non si è diffuso velocemente come il Buddismo, pur evolvendosi come questo, e tuttavia, dai primi secoli dell’era cristiana, il giainismo aveva consolidato la sua posizione in India. Ma il Jainismo, a differenza del Buddhismo, non ha tentato di diffondere le sue dottrine di fuori dell’India. Anche se i seguaci di questa religione erano meno dei Buddisti, sono riusciti a sopravvivere durante i più di mille anni di assalto musulmano. Anche dei re patrocinarono e praticarono il Jainismo tra cui il sovrano di Kalinga (il moderno stato di Orissa) che dedicò alcune grotte all’uso dei monaci Jaina nelle colline Udayagiri. Quasi tutti i seguaci del Jainismo sono ricche comunità imprenditoriali. La Scuola di Arte Mathura ha prodotto molte immagini del Tirthankaras e altri oggetti di culto per i giainisti.

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“Qui il linguaggio della pietra sorpassa la lingua dell’uomo” (Rabindranath Tagore). Il tempio del Sole di Konark, Orissa (India)

Il Tempio del Sole di Konark è conosciuto anche come la Pagoda Nera, il nome avuto dai marinai europei che lo ritenevano un riferimento per la navigazione; il tempio, infatti, che oggi dista dal mare 2 chilometri, era a quel tempo sulle rive dell’oceano; è uno dei monumenti religiosi più belli al mondo e,descritto sulla lista delle 7 meraviglie dell’ India, dagli anni ’80 è anche patrimonio mondiale dell’Unesco. Si presume che sia stato fatto costruire dal re Narasimhadeva della dinastia Gangaintorno al 1250, in onore del Dio Sole, Surya. Questo re regnava su Kan-Kan e, dall’unione fra “Kan” (o “Kona”, “dio”) e “Arka” (sole), nacque l’attuale nome “Konark”, che e` prima di tutto il nome della divinita` ivi adorata dagli indu`. Secondo una popolare leggenda, Narasimhadeva, per costruire il tempio, aveva assunto un architetto, Bisu Maharana, e una forza lavoro di dodicimila persone; dopo dodici anni la costruzione non era ancora terminata per le difficoltà nel montare la pietra superiore del tempio; ma il re fu tassativo: il tempio doveva essere finito in tre giorni o gli artigiani sarebbero stati uccisi; ma il figlio tredicenne dell’architetto, Dharmapada, giunse in quei giorni in quel luogo e si incontrò con il padre che non lo aveva mai visto avendo lasciato il suo villaggio quando la moglie era ancora incinta; il ragazzo trovò la soluzione per montare la pietra e lo fece; ma gli artigiani, oltre a sentirsi umiliati, pensarono che il re si sarebbe arrabbiato ancor di più sapendo che un ragazzo era riuscito dove i suoi migliori artigiani avevano fallito. Dharmapada salì quindi sul tempio e si gettò in mare per salvare suo padre e i lavoratori (qualche variante della leggenda dice che fossero statiproprio loro ad ucciderlo). Un’altra leggenda vuole che Samba, figlio di Krishna e Jambavati, entrò nel bagno delle altre mogli di suo padre; Samba infatti, bello e somigliante a Khrishna, usava il suo aspetto per ingannare le altre consorti del padre; così Krishna lo maledisse di essere colpito dalla lebbra; Samba dichiarò la sua innocenza ma una maledizione non poteva essere revocata così Krishna gli consigliò di pregare il dio del Sole, Surya, e andare a bagnarsi nelle acque sacre del mare di Konark; Samba allora pregò per 12 anni, le acque lo guarirono e quindi decise, in ringraziamento, di fare erigere in quel luogo un tempio al Sole.

La forma del tempio è a piramide, simile all’architettura dei templi che si trovano in Kalinga; molto, purtroppo, è andato distrutto o in rovina. Il tempio, costruito con pietra Khondalite, è fatto a forma di carro e poggiato su una piattaforma (pitha) alta cinque metri riccamente decorata da 5000 sculture. Sulla prima base di questa “pitha”, alta circa 30 cm, sono scolpiti 2.000 elefanti, oltre scene di marce reali con palanchine e scorte armate. Le grandi ruote, anche esse finemente scolpite, sono 24, come le ore del giorno; ogni ruota è divisa in otto raggi, corrispondenti a un’antica partizione del giorno, quindi poteva essere usata anche come meridiana; essendo un carro, non potevano mancare i cavalli e, anticamente, sette (come i giorni della settimana) coppie di questi esemplari sembravano trascinarlo. La posizione del tempio è orientata ad est affinché i raggi dell’alba colpiscano l’entrata principale. L’ingresso principale, ornato da leoni di pietra issati sul dorso di elefanti, introduce al portico (o “Jagmohan”) di laterite, 30 metri quadrati di base e una geometria a piu` livelli. Da questo portico si sale al “Mukhasala”, anch’esso di pietra, la struttura piramidale piu` visibile, che un tempo era alta 50 metri. Il tetto di questa struttura ha tre strati a forma di loto e ogni strato ha sette gradini. Il tetto è sostenuto da colonne e altre bellissime sculture.

Nella parte occidentale del tempio, c’è il “Viman”, il tempio vero e proprio, originariamente alto 70 metri, sormontato da tre divinita`, ciascuna raggiungibile tramite scalinate di pietra. Una scalinata in discesa porta invece al “sanctum”, la parte centrale e piu` sacra del monumento. Altri cavalli sorvegliano la porta sud mentre quella a nord è guardata da elefanti. Le pareti della piattaforma sono tappezzate di decorazioni mitologiche, simili a quelle piu` celebri del tempio di Kajuraho, compresi anche i motivi erotici di maithunas. (Maithunas o Mithuna è un termine sanscrito usato nel Tantra che indica una unione sessuale in un contesto rituale. Tantra,sanscrito, vuol dire “principio”, “essenza”, “sistema”, “dottrina”, “tecnica”, per indicare un insieme di testi e insegnamenti spirituali e tradizioni esotericheoriginatesi nelle culture religiose indiane, buddiste, giainiste e tibetane).

Tutto il tempio ha raffigurati animali come serpenti, giraffe, elefanti, ecc. oltre a figure mitologiche, le immagini degli dei Vishnu e Shiva e della Dea Shakti. Ai tempi in cui venne costruito, le attuali divinita` indu` erano probabilmente oscurate dal culto delle due super-divinita`: quella della terra e quella del sole. Gli studiosi indu` ritengono che cerimoniali dedicati al Sole venissero compiuti regolarmente fin da 1900 anni prima di Cristo. In seguito queste due divinita` si ampliarono a cinque: Ganesh, Vishnu, Siva, Durga e il Sole. Konark rimase sempre al centro dell’adorazione del dio Sole. Molti studiosi ritengono Konark il prodotto di una cultura buddista, che in seguito venne semplicemente convertita a rituali indu`, ma la intensa decorazione del tempio del sole contrasta con la semplicità dei templi buddisti.

Si dice che il tempio non è stato completato come concepito perché la fondazione non era abbastanza forte per sostenere il peso della cupola pesante. Diverse storie riguardanti il tempio raccontano che esso possiede un enorme alone di potere che gli deriva da due potenti magneti che sarebbero stati utilizzati nella costruzione della torre e, a causa di questi effetti magnetici le navi che attraversavano il mare Konark avrebbero subito gravi danni e problemi di orientamento; perciò i portoghesi, per salvare le spedizioni dei loro navigatori, avrebbero portato via la pietra centrale che conteneva i magneti ma le pareti del tempio persero l’equilibrio e caddero. Ma la torre del Viman crollò un secolo fa e soltanto da poco sono iniziati i lavori di restauro. All’interno, le uniche sale sopravvissute alla distruzione sono la sala delle udienze, alta 30 mt. (pensate che la sala principale, distrutta totalmente, era alta 128 mt.), alcune parti della sala Danza, e la sala da pranzo.

La storia più accreditata racconta che la rovina di questo tempio e di altri in Orissa, è dovuta all’attacco nel 1568 di Kalaphad, un generale al servizio di Sulaiman Khan Karran, sultano del Bengala.

Nessuno sa perché e quando Konark venne abbiandonato ma si pensa che il luogo abbia perduto la sua sacralita` nel sedicesimo o diciassettessimo secolo; alcune leggende raccontano quando il santo Dharmapad che si suicido` nel tempio, cosi` facendo, lo sconsacro`; per altre il tempio collasso` per un difetto di costruzione e venne considerato maledetto dagli dei; per altre ancora, i mussulmani rubarono la grande pietra di piombo dalla cima della torre perché faceva deviare le bussole delle navi. Comunque, nel giro di tre secoli il tempio era stato depredato e abbandonato.

Del tempio si parla anche nel famoso poema epico Mahabarata. L’area esterna al tempio è ricca di alberi tra cui il palissandro e il mogano e sembras siano stati piantati per proteggere la costruzione dai venti.

Konark (o Konarak) si trova 30 chilometri a est di Puri, sul mare. Il tempio, a differenza di quello di Puri, non e` piu` in uso e pertanto e` aperto ai turisti di tutte le religioni. Il treno espresso di Calcutta ferma sia a Bhubaneswar, capitale dell’Orissa, sia a Puri e costituisce il mezzo piu` naturale per arrivare a Konark.

Fonti

http://www.scaruffi.com/travel/konark.html

http://www.cintec.com/media/casestudies/18%20-%20Region-India/Konark%20Sun%20Temple%20%20-%203pg.pdf

http://en.wikipedia.org/wiki/Konark_Sun_Temple

http://konark.nic.in/suntemple.htm

http://konark.nic.in/suntemple.htm

http://konark.nic.in/fall.HTM

 

Le tribù dell’Orissa (India)

In India vi è un amalgama di 437 tribù di cui 62 solo in Orissa (o Odisha) che corrisponde a circa sette milioni di persone ovvero il circa 22,21 % della popolazione totale dello Stato. Linguisticamente le tribù dell’India sono classificate in quattro categorie, quelle di lingua indo–ariana, quelle di lingua dravidica, quelle di lingua tibetano-birmano e quelle di lingua austric. ln Orissa manca il ceppo lingustico tibetano-birmano mentre sono presenti gli altri tre che, a loro volta, comprendono altre sottosuddivisioni linguistiche. Tuttavia queste tribù hanno in comune caratteristiche socio-culturali che rendono omogenea la loro primitiva cultura tribale.
I loro villaggi, in maggioranza unietnici, sono situati in zone collinose o boscose e solitamente lontane dalle pianure alluvionali vicino ai fiumi. Vivono di caccia, pesca e agricoltura. Questa economia di sussistenza, limitata a soddisfare i bisogni della famiglia, è caratterizzata da una tecnologia semplice, con produzioni in piccola scala e nessun investimento di capitali. E’ una economia primitiva dovuta alla povertà dell’ambiente e alla mancata conoscenza di efficienti tecniche di sfruttamento delle risorse naturali, che implica anche l’esistenza del baratto e la mancanza di scambi commerciali. Non ultime, l’assenza di energia per l’irrigazione, l’inadeguatezza delle strade, che spesso neppure esistono, la mancanza di istruzione e di prospettive di modernizzazione.
Le tribù Kharia, Mankidi, Mankidia e Birhor dipendono esclusivamente dalle risorse forestali per il loro sostentamento, praticando la caccia e la raccolta. Vivono in piccolissime capanne provvisorie fatte con i materiali trovati nel bosco e la loro visione del mondo è pienamente in armonia con l’ecosistema forestale. Le tribu’ Koya, che appartengono al gruppo linguistico dravidico, sono pastori e stanno affrontando la loro crisi per mancanza di pascoli.
I Loharas, abili artigiani, vivono producendo primitivi utensili in ferro e legno anche per altre tribù vicine. I Mahalis si guadagnano da vivere facendo i cestini per altre comunità. Entrambe le tribù si trovano ad affrontare il problema della scarsità di materie prime. Ci sono poi tribù (Juang, Bhuyan, Kondh, Saora, Koya, Parenga, Didayi, Dharua e Bondo) che praticano la rotazione nella coltivazione anche spostandosi da un luogo all’altro. Le tecniche di coltivazione comprendono la scelta di un terreno adatto, il taglio degli alberi e degli arbusti che verranno bruciati per utilizzare la cenere come concime, la semina, la protezione delle colture, soprattutto dai monsoni, la raccolta, la trebbiatura e la conservazione dei prodotti.
Tutti i membri della famiglia sono coinvolti in queste operazioni. I maschi adulti, tra i 18 ei 60 anni di età, fanno il faticoso lavoro del taglio degli alberi, l’aratura, la zappatura e la sorveglianza notturna delle colture, mentre la pulizia dei semi per la semina e il diserbo sono curati dalle donne.
Altre grandi tribù, come i Santal, Munda, Ho, Bhumij, Oraon, Gond, Mirdha, Savara ecc. integrano la loro economia agricola con la caccia.
Nel corso degli ultimi trenta anni una considerevole parte delle comunità tribali, quelle più avanzate, Santal, Munda, Ho, Oraon, Kisan, Gond ecc. si è trasferita verso le miniere e le aree industriali e urbane per guadagnarsi un lavoro salariato.
In alcuni casi, l’industrializzazione e l’attività estrattiva ha portato allo sradicamento dei villaggi tribali e alla creazione di nomadi industriali spesso frustrati dalla mancanza di lavoro.
Fra le tribù la specializzazione dei ruoli sociali è basata soprattutto sulla differenziazione in termini di parentela, di sesso e nei mestieri, se escludiamo i ruoli specifici di capo villaggio, prete, sciamano (sacerdote, profeta e uomo di medicina) e di Haruspex (colui che è addestrato a praticare le forme di divinazione). La posizione del sacerdote e del capo del villaggio è ereditaria. Le pene e le misure correttive stabilite dalla comunità in caso di violazione di norme comportamentali sono proporzionali alla gravità della violazione stessa e vanno dal semplice ammonimento orale ad altre misure, come le punizioni corporali, l’imposizione di sanzioni, il pagamento di un indennizzo e la scomunica dalla comunità.
Per quanto riguarda l’acquisizione di spose per il matrimonio, la prassi più diffusa tra le tribù dell’Orissa è attraverso la “cattura” , ma non mancano pratiche di acquisto e di negoziazione per combinare il matrimonio. Il pagamento del prezzo della sposa, anche in termini di dote, è una parte inseparabile del matrimonio tribale.
La religione delle tribù dell’Orissa è un miscuglio di animismo, animalismo,natura-culto, feticismo, sciamanesimo e antropomorfismo e comprende anche il culto degli antenati cioè un insieme di pratiche e credenze religiose basate sull’idea che i membri defunti di una famiglia veglino sui propri discendenti e siano in grado di influire positivamente o negativamente sul loro destino. Tutte queste credenze e pratiche, anche occulte, totemiche e soprannaturali, hanno lo scopo di garantire la sicurezza personale e la felicità così come il benessere della comunità e della solidarietà di gruppo allo scopo di assicurare una condizione economica stabile, il recupero della fertilità in declino del suolo, la protezione delle colture dai danni, il benessere umano e del bestiame, la sicurezza contro gli animali predatori e i rettili velenosi e di ottenere una buona resa delle colture annuali e perenni. Il ciclo annuale dei rituali comincia proprio con l’inizio di operazioni agricole in una data fissata dal capo villaggio in consultazione con la figura religiosa del villaggio.
Il Pantheon delle divinità, nella maggior parte dei casi, è costituito dal Dio Sole e dalla Madre Terra e da una gerarchia più bassa di Dei e spiriti, classificati in benevoli, che portano prosperità, e malevoli, che portano miseria. Una peculiarità del culto tribale è l’offerta del sangue di un animale o di un uccello, e a tali sacrifici e rituali vengono chiesti la felicità e la sicurezza in questo mondo, l’abbondanza dei raccolti, la protezione del bestiame, delle piante e della progenie. La malattia non è naturale per un tribale, ma è considerato una derivazione della macchinazione di alcuni spiriti maligni o dell’indignazione degli spiriti degli antenati o degli dei. A volte, la malattia è anche considerata come la conseguenza di certe cadute di comportamento da parte di un individuo o di un gruppo. Pertanto la liberazione deve essere ricercata attraverso la propiziazione e l’osservanza dei riti.
Le popolazioni tribali esprimono la loro identità culturale nella loro organizzazione sociale, nella loro lingua, nei loro rituali, nelle loro feste e anche nel loro modo di vestire e di ornarsi, nella loro arte e artigianato. Le tribù hanno mantenuto il loro modo di gestire gli affari interni del villaggio principalmente attraverso due istituzioni e cioè , il consiglio del villaggio e il “dormitorio dei giovani” che è il cuore della cultura tribale e rafforza le antiche tradizioni. La Mandaghar è la capanna più grande, formata da tre muri ed aperta davanti, con parti in legno e simboli decorativi di animali raffigurate sulle pareti. I ragazzi vi appendono il loro changu, un tamburello piatto come un tamburo che viene utilizzato al momento della danza. Davanti alla Mandaghar vi è infatti un piccolo spazio aperto dove si svolge la danza quasi ogni sera alla fine della giornata di lavoro. Il dormitorioè per così dire una scuola di danza e di espressione dell’arte della comunità. Gli anziani del villaggio si riuniscono ogni giorno in questa capanna per discutere di eventi importanti o per la celebrazione delle feste paesane. La grande capanna diventa quindi il centro della vita sociale, economica e religiosa della villaggio .
L’incredibile insieme di tradizioni, credenze e filosofie che insieme costituiscono i rituali e le feste delle tribù è disceso dall’antichità ed è stato conservato inalterato fino ai giorni nostri. Ogni aspetto della vita tribale è intimamente connesso con le credenze religiose e le pratiche rituali. Sono questi aspetti della loro cultura che danno senso e profondità alle loro vite.
Le tribù credono che la loro vita ed il loro lavoro siano controllati da esseri soprannaturali cui la residenza è intorno a loro, sulle colline, nei boschi, nei fiumi e nelle case.
E ‘molto difficile standardizzare gli dei e gli spiriti poiché la loro composizione cambia continuamente quando quelli vecchi vengono sostituiti dall’introduzione di nuovi. Ma tutti gli atti rituali sono diretti a stimolare i processi naturali. La malattia o la sfortuna sono attribuite al dispiacere e all’ atto doloso degli Dei o degli antenati. La natura estremamente superstiziosa del tribale vieta lo svolgimento di qualsiasi attività a meno che gli Dei vengano prima placati ed i presagi siano resi propizi.
Le cerimonie e le feste delle tribù possono essere classificati in due gruppi, quelle che riguardano le singole famiglie e quelle che riguardano il paese nel suo complesso. Le cerimonie e riti relativi alla nascita di un figlio, il matrimonio, la morte si osservano in famiglia, quelle riguardanti il ciclo agricolo e la caccia, ecc. sono osservati nella comunità del villaggio .
Con il passare del tempo si nota la presenza di riti mutuati dal Pantheon Hindu, come l’ adorazione di Siva, Parvati e Jagannath e la celebrazione di feste indù come Raja , Laxmipuja , Dasahara e Gamha stanno diventando sempre più popolari.
Le tribù dell’ Odisha, hanno conservato il loro patrimonio ricco e variegato di danza colorata e musicale che forma parte integrante delle loro feste e rituali. Attraverso i canti e le danze queste tribù cercano di soddisfare la loro spinta interiore per rivelare la loro anima e dare espressione ai loro sentimenti interiori, alle loro gioie e dolori, ai loro affetti naturali e alla passione ed apprezzamento della bellezza in natura e nell’uomo. Il modello di danza e musica varia da tribù a tribù, ma ci sono alcune caratteristiche comuni. Il ritmo viene mantenuto dal battere di mani o di tamburi o da una orchestra di strumenti diversi. Ogni danza è accompagnata da una canzone. Uomini e donne, giovani e meno giovani danzano e cantano ma l’orchestra di accompagnamento o la musica è di solito fornita dai membri maschi. La danza tribale si caratterizza non solo per la sua originalità e spontaneità, ma anche per la sua vasta gamma di movimenti perché molte parti del corpo, come la testa, la schiena, le braccia, i piedi e le dita sono messi in gioco.
Come la danza, anche le canzoni differiscono da una tribù all’altra. Comunque, nelle tribù tutti sono potenziali musicisti e poeti e, quando felicemente ispirati, possono realizzare una canzone e cantarla. Queste canzoni contengono barzellette, romanticismo, satire, critiche, rabbia. Anche se non vi è modernità e finezza, le idee sono naturali, le composizioni buone, stimolanti e melodiose. I canti eseguiti in occasione delle puja (preghiere) e delle feste religiose descrivono la storia degli dei, il processo di creazione e alcune storie epiche.
L’ abilità artistica e il senso estetico dei popoli tribali non si manifesta solo nella danza e nella musica, ma anche nel modo di vestire e negli ornamenti, negli affreschi che decorano la grande capanna, nelle sculture in legno e nelle decorazioni (ad esempio disegni floreali e geometrici, figure di piante, animali e esseri umani). Le donne, anche abili nel ricamare, adorano gli ornamenti del corpo e, a seconda della tribù di appartenenza, indossano fasce di erba, collane di perline colorate e guaine in ottone. Le tribù producono ottimi lavori artigianali realizzati con legno, metallo, canna di bambù, vimini ecc.
Ecco alcune delle famose danze delle tribù dell’Orissa:
Le danze della tribù Juang sono la “Chaangu danza” eseguita da uomini e donne, la danza dei cervi, la danza dell’elefante, la danza dell’arco, la danza del piccione, il ballo dell’orso, la danza dell’uccello il ballo del pavone. Non hanno alcun abito speciale per la danza ma esprimono in essa tutta la loro felicità. Mentre la danza ha luogo, le ragazze stanno in una linea retta davanti ai ragazzi. Poi, la linea diventa semicircolare e le ragazze si tengono per mano e si muovono, flettendosi, avanti e indietro. Ugualmente, i ragazzi stanno in linea retta che diventa una curva durante la danza. Gli strumenti musicali utilizzati sono il tamburo e il tamburello.
Le tribù Saoras non ballano frequentemente come le Juangs e la loro danza è molto semplice e meno artistica e si svolge di solito durante le cerimonie, le feste , i matrimoni, e quando qualche persona importante visita il loro villaggio. Nella loro danza, gruppi di uomini e donne ballano insieme a ritmo di musica, indossando costumi colorati, spesso decorati da piume di uccello bianco e piume di pavone. Vecchie stoffe di cotone e seta colorate sono utilizzate dagli uomini come turbante e dalle donne avvolte intorno al petto. Mentre ballano portano spade, bastoni, e altri attrezzi che fanno suoni particolari. Gli strumenti musicali utilizzati sono costituiti da oggetti di varie dimensioni tra cui i piatti in ottone.
Tra i Gonds la danza viene eseguita durante tutto l’anno oltre che in particolari occasioni come il matrimonio. I ragazzi, per ballare, si vestono con grembiuli colorati ornati con piccoli pezzi di specchio e turbanti decorati con conchiglie. Le ragazze sono vestite in sari tessuti a mano e ornamenti d’argento. Un gruppo di danza è normalmente formato da 20 o 30 persone di entrambi i sessi ma solo i ragazzi e le ragazze non sposate partecipano alla danza. I ragazzi suonano gli strumenti musicali, tra cui tamburi di legno. Le ragazze ballano in cerchio con semplici passi, piegando il corpo in avanti.
Le tribù Koya danzano un ballo vario e sofisticato. L’occasione più importante per la danza è il culto della dea madre nel mese di Chaitra (aprile-maggio). Normalmente sia i ragazzi che le ragazze partecipano al ballo ma al festival partecipano solo ragazze. Durante il ballo, le ragazze fanno ritmo battendo bastoni per terra dotati di piccole campane. I gruppi di ballo sono formati da circa 30 a 40 persone. Il movimento più cospicuo di questa danza è il complicato avvolgimento e svolgimento dei cerchi formati dalle ragazze.
La danza dei Gadaba viene eseguita da donne che indossano i famosi sari ” Keranga ” e hanno un particolare stile di capigliatura. Gli uomini suonano gli strumenti musicali. Le donne formano dei semicerchi con passi di tre e quattro, che a poco a poco cambiano a otto. Il corpo è spesso piegato in avanti. Mosse molto abili sono fatte sui talloni .
La danza dei Kondh è per lo più limitata a ragazzi e ragazze non sposate e consente la libera miscelazione dei sessi. Le danze sono eseguite soprattutto quando i ragazzi o le ragazze di un villaggio arrivano a visitate un altro villaggio. La danza costituisce un elemento nella routine quotidiana della tribù Kondh quando i ragazzi e le ragazze si incontrano dopo la fatica della giornata . Nessuno strumento accompagna la danza delle Kondhs di Koraput. Le ragazze ballano in linee ed i ragazzi ballano dietro e di fronte a loro. La danza dei Kondh di Phulbani è più colorata. Le ragazze indossano sari in due pezzi e cavigliere. Ballano in fila, di fronte a file di ragazzi che cantano canzoni e suonano tamburi. Le canzoni giocano un ruolo molto importante nella danza. Danze speciali vengono eseguite durante il sacrificio del bufalo, chiamato festival Kedu .
La danza dei Parajas, durante il mese di Chaitra, dura dal tramonto all’alba. Le ragazze indossano coloratissimi sari, gioielli in argento e ottone, tenendo un mazzo di penne di pavone nelle loro mani. I movimenti sono estremamente aggraziati e la musica è fornita dal tamburo, dal flauto e dal ” Dudunga “, uno strumento a corda.
La ceramica è usata per i rituali, anche a forma di animali, i templi e gli oggetti di uso quotidiano come tegole, utensili, vasi, ciotole, piatti e boccali, stufe da cucina e giocattoli. Il bambù serve per fare cesti di varie forme, corde, stringhe, scope ed altro.
Speciali argille e bio-rifiuti vengono trattati e usati per il corpo. Con la carta e gli stracci viene realizzata la cartapesta. L’intonaco nelle abitazioni è spesso il mezzo della donna rurale per esprimere la sua creatività che si riflette in termini di colori e simboli che testimoniano la stretta identificazione dell’uomo con la natura. Dalla creta si ottiene il colore ocra , il grigio antracite e il bianco che sono usati naturalmente o sono miscelati con pigmenti acquistati dai mercati. Le forme sono prevalentemente geometriche, una linea retta, onde, triangoli che hanno il loro significato, ma quello della fertilità è implicito in tutti loro. Gli strumenti utilizzati per l’applicazione degli intonaci sia sulle pareti o i pavimenti delle capanne sono ramoscelli, dita, mani e stracci. Con la pietra si fanno oggetti di uso quotidiano e tradizionali sculture religiose o decorative. Almeno 200 diverse varietà di riso vengono prodotte o crescono spontaneamente. Alcune sono per il consumo durante le feste e i matrimoni, altri per il loro sapore, il colore o l’odore, e altri ancora sono coltivate per le loro caratteristiche di antiparassitari o per rendere più fecondo il suolo. Diverse piante vengono utilizzate per il loro valore medicinale. Per esempio, il fusto della pianta “Hadbhanga” viene applicato alle ossa fratturate per una una più rapida calcificazione e il frutto del ‘Utkapali’ è usato per curare l’emicrania. La conoscenza e l’ uso di coloranti vegetali e minerali naturali risale a tempi preistorici in India e tuttavia, dopo che i colori chimici hanno invaso i mercati, solo un piccolo numero di tintori ha proseguito nell’utilizzo di coloranti naturali come l’indaco. Le foglie secche vengono usate in molti modi anche per fare cappelli che assicurano ai braccianti e allevatori una protezione dal sole e sono impermeabili. Nei templi e alle feste di paese , il cibo è ancora servito in piatti e ciotole di foglie. Le donne di alcune tribù utilizzano il rifiuto di un insetto, una specie di lacca, per realizzare scatole di canna e figure in terracotta decorate con motivi naturali, geometrici, religiosi.
Anche il metallo, il bronzo e i minerali vengono utilizzati per realizzare prodotti che combinano funzionalità ed estetica.
I quadri tribali sono come preghiere che diventano parte delle offerte fatte a dèi, antenati e spiriti. I membri della tribù Saora disegnano pittogrammi rituali sulle pareti interne delle loro abitazioni di fango detti ‘Ittlans’ . Le icone sono dipinte per conservare l’abbondanza dei raccolti, scongiurare la malattia, onorare i morti, promuovere la fertilità e così via. Lo spirito è infatti invocato e invitato a occupare quella pittura tridimensionale. Dal momento che sono fondamentalmente le espressioni di una comunità agricola vi è l’accento sulla natura, la vita all’aria aperta e anche sul ciclo di aratura, semina e raccolto. Ma poiché il mondo esterno incide sempre più sulla loro vita, auto, sedie, tavoli e aerei hanno cominciato ad apparire nei dipinti.
Il vestito dei tribali non serve solo a coprire il corpo ma anche riflette l’identità culturale e il sentimento di appartenenza ad alla tribù. I tribali utilizzano costumi diversi secondo le occasioni. I costumi dei membri maschi della tribù sono differenti da quelli delle femmine che prestano maggiore attenzione nel coprire il loro corpo. Una donna tribale indossa anche una varietà di abiti, dalla sua nascita alla morte, corrispondenti alle diverse fasi della sua vita. Per esempio, una fanciulla si adorna di bei vestiti per attirare l’attenzione degli altri, mentre la sacerdotessa indossa abiti formali per adorare gli dei. L’abito aiuta anche a superare le avversità e a propiziare gli dei e le dee che li tutelano contro il male. L’ abito varia anche a seconda della posizione del singolo nella società, (ad esempio come capo del clan, sacerdote, ecc) oltreché secondo le occasioni (matrimonio, nascita, morte, culto, danza ecc.). La semplicità o meno di un abito dipende dall’uso che se ne fa, quindi è semplice un abito da lavoro mentre per la spesa al mercato o per la visita di una fiera o la partecipazione ad una festa si sceglie un vestito più esuberante.
Ci sono diverse tribù come il Bondo e Gadaba che tessono i loro vestiti, mentre le altre tribù acquistano il loro abito da un’altra comunità. L’abito tribale e gli ornamenti per lo più derivano da gruppi non-tribali perché ci sono pochissimi artigiani tribali. Gli artigiani tessitori non-tribali vivono proprio accanto ai villaggi tribali e producono i costumi di una tribù specifica vendendoli poi nel mercato settimanale del villaggio. Questi tessitori vengono pagati in contanti o in natura sotto forma di prodotti agricoli. I costumi tribali sono molto semplici e forniscono immenso conforto a chi li indossa .
La natura artistica dei tribali è innata nel loro cuore e nella loro mente. Per loro l’essenza artistica ed estetica è quella di rendere la vita più piacevole e per soddisfare le esigenze culturali, sociali e religiose. L’arte è la base e il fondamento della vita tribale oltreché’ esserne il riflesso economico, sociale e culturaleed espressione di una ricerca interiore. Il costume tribale esprime l’unicità della specifica comunità, , la sua identità . Il possesso del giusto tipo di vestito è una questione di orgoglio e una grande fonte di entusiasmo. Il “Ringa” dei Bondos e lo scialle ricamato dei Dangarias hanno un significato sociale e culturale speciale. Lo scialle Dangria ha un collegamento diretto con la relazione coniugale e il successo della vita coniugale dipende proprio da esso. I bei costumi da danza dei Saoras sono una bella testimonianza del loro ricco patrimonio culturale .
Partiti dall’utilizzo di foglie e cortecce di albero per fare vestiti, le tribù hanno iniziato l’estrazione di fibre dalle cortecce, venendo poi a conoscenza delle fibre e della tessitura. Diversi alberi della foresta espellono colore dalla loro corteccia che i tribali i utilizzano per tingere il filo ottenuto dal bambù e da altri alberi. Cosi fanno loro stessi i fili colorati per la tessitura, anche usando la curcuma, oppure li acquistano dal mercato. Ad alcune tribù piace indossare abiti di un unico colore, mentre ad altre piace usare vestiti multicolori e ricamati. Da quando i tribali sono venuti a contatto con il mondo civilizzato e acquistano i loro vestiti dal mercato, si ha un conseguente decadimento della loro cultura. In alcune comunità tribali la cultura del vestito è in completo stato di estinzione e alcune comunità hanno iniziato ad indossare gli abiti non-tribali, specialmente i sari in stoffa stampata prodotta dalle industrie tessili. I giovani di queste tribù non sono affatto preoccupati per l’esaurimento della loro cultura e la disintegrazione della loro vita sociale e comunitaria anche se i membri più anziani esprimono il loro malcontento. Anche il processo di deforestazione è responsabile della distruzione parziale della loro vita culturale. E’ un momento delicato per le tribù dell’Orissa, per la loro cultura che rischia la decomposizione.
Liberamente tradotto da http://www.orissatourism.gov.in/new/tribal.htm
foto da : http://www.survivalinternational.it
 

Maoisti e naxaliti

Proponiamo un interessante articolo di Francesco Brunello Zanitti è ricercatore associato dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e autore del libro Progetti di egemonia pubblicato su sito

http://www.geopolitica-rivista.org/17025/chi-sono-i-maoisti-indiani/

che spiega chi sono i maoisti e i naxaliti in India, scritto al tempo in cui nostri connazionali vennero rapiti in Orissa e proprio i maoisti ne rivendicarono il sequestro…

Da alcuni giorni l’attenzione dei giornali italiani è posta sui cosiddetti gruppi maoisti indiani, responsabili del rapimento di due nostri connazionali nello Stato indiano di Orissa. E’ bene comprendere le caratteristiche basilari di questi movimenti, dal momento che, sebbene sia una questione interna all’India, questa problematica si collega ai già delicati rapporti  tra Roma e Nuova Delhi per il caso legato ai due marò accusati dell’uccisione di due pescatori indiani al largo delle coste del Kerala. 

Questi gruppi sono eredi di quella che è stata definita storicamente come rivolta maoista o naxalita. Il primo ministro Manmohan Singh l’ha definita alcuni anni fa come la più grande minaccia per la sicurezza interna dell’India contemporanea. La sollevazione naxalita riguarda attualmente tutta la fascia nord-orientale e centro-orientale del paese, interessando, più o meno intensamente, ben 20 dei 28 Stati componenti la Federazione indiana. I territori maggiormente colpiti dalla rivolta sono le cosiddette “sette sorelle” del nord-est (Arunachal Pradesh, Assam, Meghalaya, Mizoram, Manipur, Nagaland, Tripura), Bengala occidentale, Bihar, Orissa, Chhattisgarh, Jharkhand, Uttarkhand, Madhya Pradesh, Uttar Pradesh, Maharashtra, Andhra Pradesh, Karnataka, Tamil Nadu e Kerala. L’area attraversata dalle rivolte è definita anche come “corridoio rosso” dell’insurrezione maoista.

Il termine naxalita deriva dalla sommossa contadina e anti-governativa del 1967 scoppiata a Naxalbari, piccolo villaggio del Bengala occidentale. Dalla fine degli anni ’60 le rivolte contadine, aventi l’appoggio dell’ala estrema del partito comunista indiano e prendendo come modello di riferimento la sommossa di Naxalbari, si sono propagate in breve tempo nell’India nord-orientale, centrale e meridionale, diffondendosi, inoltre, in Nepal e Bangladesh. Negli ultimi anni il vuoto di potere causato dalle autorità centrali ha comportato l’ascesa del Communist Party of India (Maoist), nato dalla fusione tra Maoist Communist Center of IndiaCommunist Party of India (Marxist-Lenist) e People’s War Group nel 2004, dopo anni di lotte intestine tra gli stessi gruppi dell’estrema sinistra indiana. La fusione ha portato alla creazione di un’unica forza armata chiamata People’s Liberation Guerilla Army (PLGA), nonché la costituzione di un apparato ben organizzato il cui vertice è rappresentato da un Comitato Centrale dal quale provengono le direttive per i singoli comitati statali, regionali e distrettuali, con collegamenti anche con i partiti maoisti in Nepal e Bhutan.

L’ultimo anno è stato contraddistinto da un deciso calo degli incidenti, anche se nuove aree precedentemente non colpite dal fenomeno sono ora contraddistinte da questa problematica; le nuove regioni sono in particolare quelle del nord-est, dove il vuoto di potere lasciato dalle organizzazioni indipendentiste in base a motivi etno-linguistici, parzialmente sconfitte, è stato prontamente ricoperto da alcuni gruppi legati al CPI(M). Secondo South Asia Terrorism Portal nel 2011 i distretti colpiti dall’insurrezione erano 141, rispetto ai 194 del 2008. Tuttavia, il primo caso di rapimento di cittadini stranieri occidentali potrebbe dare nuova linfa e popolarità ai gruppi insurrezionali, i quali ora sono maggiormente conosciuti a livello statale e globale.

L’obiettivo dichiarato del gruppo maoista è quello di rovesciare i diversi governi presenti negli Stati indiani per consegnare il potere direttamente alle popolazioni locali. Ma le motivazioni non solo solamente di carattere ideologico. I naxaliti hanno rivendicato la propria azione insurrezionale e violenta, infatti, in difesa delle svariate popolazioni tribali presenti nell’area, solitamente definite come Adivasi e comprendenti un universo estremamente variegato di etnie e tribù molto diverse tra loro. Ogni Stato e regione ha inoltre delle problematiche diverse e spesso il malcontento viene generalmente etichettato per semplicità come maoista, senza comprendere le reali motivazioni interne che differiscono a seconda del contesto. La situazione interna dell’Orissa è molto differente rispetto alle aree del nord-est, dove, unitamente a questioni di carattere sociale, esistono movimenti per la separazione dall’India con potenziali riperscussioni geopolitiche, visto il coinvolgimento di attori esterni come Bangladesh, Myanmar, Bhutan e Cina, interessati alle ingenti risorse presenti nell’area. Nell’Andhra Pradesh l’insurrezione maoista era collegata, fino a pochi decenni fa, alle richieste d’autonomia statale della regione del Telangana. Oggi permangono problematiche sociali ed economiche legate in particolar modo al settore agricolo, ma i collegamenti con i movimenti naxaliti sembra siano stati parzialmente sradicati, data la loro sempre più scarsa presenza nei distretti della regione. In Orissa l’ultimo anno ha registrato un’accresciuta mancanza di potere da parte delle autorità centrali e delle forze di sicurezza; questo in parte spiega l’avvenuto rapimento di Paolo Bosusco e Claudio Colangelo.

Nelle tredici condizioni poste dal gruppo maoista guidato da Sabyasachi Panda (segretario del Comitato organizzativo per il CPI-Maoist dell’Orissa) per il rilascio dei due italiani rapiti, è (leggi era) presente la richiesta di porre termine all’Operazione Caccia Verde (Operation Green Hunt), ossia l’azione militare predisposta da Nuova Delhi per sconfiggere il maoismo, e l’espulsione di tutto il personale paramilitare dall’Orissa. L’Operazione Caccia Verde è composta da corpi di polizia e gruppi paramilitari indiani, ma anche di appositi contingenti creati dalle multinazionali interessate alle risorse dell’area, nonché da guerriglieri tribali nemici dei maoisti ed ex guerriglieri naxaliti.

I maoisti giudicherebbero in maniera negativa i cosiddetti “safari umani” avvenuti nel passato in Orissa e di cui è stato accusato anche lo stesso Bosusco. Il governo dell’Orissa ha recentemente stabilito la restrizione dell’accesso di turisti e ricercatori nelle aree abitate da gruppi tribali particolarmente vulnerabili.

Il rapimento non avrebbe comportato una significativa presa di forza da parte dei gruppi maoisti né una chiara strategia preparatoria. Alcuni analisti sostengono che il rapimento non avrebbe avuto la benedezione del CPI (Maoist); si tratterebbe infatti di un’operazione locale, riguardante le ambizioni personali di Sabyasachi Panda. Inoltre, il caso dei “safari umani” non rappresenterebbe la primaria causa del rapimento, il quale sarebbe piuttosto collegato alle volontà egemoniche di Panda nell’area, una dimostrazione di poter ricoprire un ruolo di primo piano all’interno del Comitato Centrale e soprattutto di non subire il controllo di altri leader maoisti, in particolar modo quelli provenienti dalla vicina Andhra Pradesh a capo delle operazioni in Orissa. Si tratta dunque di un fattore che testimonia la scarsa unità dei gruppi maoisti. In ogni caso una loro significativa ripresa potrebbe comportare simili azioni in altre zone del paese, generando allo stesso tempo degli effetti negativi per l’arrivo di turisti stranieri in Orissa o negli altri Stati particolarmente colpiti dal fenomeno.

Una delle conseguenze negative della vorticosa ascesa economica dell’India degli ultimi vent’anni, con la contemporanea apertura del mercato indiano agli investimenti stranieri, è l’aver comportato degli effetti deleteri per il secolare sistema sociale delle popolazioni tribali dell’India. Il problema non è solamente legato a questioni di carattere ideologico o alla mancata volontà da parte dei naxaliti e delle popolazioni rurali dell’accettare un’idea di “progresso”. Molto spesso, infatti, la modernizzazione legata all’attuale crescita dell’India ha comportato lo sgretolamento di ataviche strutture sociali, difficili da sradicare con le sole promesse di “progresso”, unito alla degradazione ecologica d’intere regioni, vista la cospicua presenza di risorse minerarie, attiranti l’attenzione dei privati e delle multinazionali. L’intera fascia dell’India centro-settentrionale è attraversata da questa problematica, nella quale sono in gioco gli interessi d’importanti gruppi industriali mentre le preoccupazioni riguardanti la degradazione ambientale e il crollo di antichi sistemi sociali tribali e rurali sono messe in secondo piano. Le Special Economic Zones governative, se da una parte possono essere viste come l’emblema della positiva crescita economica indiana, da una diversa prospettiva, comportano la conversione d’intere regioni in nuovi spazi economici, causando lo spostamento di un gran numero di contadini, operai, pescatori, per lo più poveri, in altre zone. Allo stesso tempo anche i gruppi maoisti hanno assunto un potere locale sempre più forte, controllando intere regioni ricche di risorse. La rivolta naxalita s’inserisce in questo contesto e sovente “utilizza”, in chiave ideologica e per interesse personale dei propri leader, le rivendicazioni delle popolazioni rurali e tribali. E’ dunque una delle componenti negative della riconosciuta crescita economica dell’India contemporanea, una delle sfide per il futuro di Nuova Delhi.

Il supporto decisivo del mondo rurale indiano all’azione violenta dei maoisti, la quale costantemente colpisce gli stessi civili, è strettamente legata al carattere di estrema povertà delle regioni del “corridoio rosso”, unito alla totale assenza di un sistema governativo in grado di garantire dei servizi minimi. La soluzione del problema naxalita è dunque molto complicata, vista l’estensione dell’insurrezione e l’appoggio attivo di una parte della popolazione, avvenuto grazie alla capillare azione dei gruppi maoisti nelle zone rurali negli ultimi trent’anni. Secondo alcuni analisti la rivolta maoista, possibile ostacolo per la coesione interna del paese, sarà completamente superata una volta che l’India saprà sconfiggere efficacemente l’estesa povertà presente nelle regioni contraddistinte dalla rivolta naxalita, garantendo al contempo il mantenimento di un sistema sociale e culturale che non può essere totalmente sradicato.

Francesco Brunello Zanitti è ricercatore associato dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) e autore del libro Progetti di egemonia.