Come ho visto Parigi

Arrivo fresco fresco da un viaggio a Parigi. Un altro mondo per me che sono indiano e vivo nell’altra metà. So di essere tra i pochi fortunati ad aver avuto un’occasione come questa. Sull’aereo ancora non mi rendevo conto della differenza perché in fondo il cielo è uguale dappertutto. Poi, fuori dall’aeroporto, mi aspettava qualcosa che non avevo mai visto. I grandi boulevards e le piccole viuzze degli antichi quartieri accoglievano i miei passi mentre io spesso dimenticavo di essere in una città così grande. Abituato al traffico e allo smog di Delhi, ho faticato ad immaginare di essere in un luogo così ampio eppure così discreto. Quel pisolino in Place des Vosges, in una bella giornata di sole, ha rinfrancato le mie dolenti estremità ed il mio spirito anche se non ero affatto solo su quei bei prati verdi che ricordano la mia amata Delhi. I francesi non sono rumorosi e sembrano non esserlo neppure le auto; oppure sarà che gli spazi sono così ampi che i rumori e le voci si disperdono. Adoro quei palazzi bianchissimi più o meno decorati, con terrazzi delimitati da raffinate ringhiere in ferro battuto e quegli abbaini che parlano di tetti vissuti. Parigi racconta un capitolo decisivo per la storia dell’uomo, vicende che sino ad ora mi sembravano distanti e remote dalla storia dell’India. Ma ogni cosa a Parigi odora di storia vera ed è stato per me naturale voler approfondire. Ho scoperto così che quelle piazze e quei monumenti raccontavano di libertà, uguaglianza e fraternità, quando ancora al mio Paese imperiava la dominazione inglese. Mi è stato spiegato che, in nome di questi ideali, alla fine del 1700 è stata abbattuta la monarchia assoluta per investitura divina per far posto al governo del popolo attraverso le elezioni e che la chiesa perdeva un po’ del suo potere in nome della scienza, da cui il nome “secolo de lumi”.

Avevo appena terminato la lettura de “Il codice da Vinci”e questo ha certamente amplificato l’emozione che ho provato davanti alla piramide di vetro del Louvre e alla Chiesa di Saint Sulpice, certo non enorme come Notre Dame ma ugualmente affascinante. Camminando instancabilmente vedevo intorno a me eleganza senza opulenza, raffinatezza, ordine e pulizia. Anche l’India ha una storia da raccontare attraverso i suoi ricchi palazzi che parlano di sultani, maraja e, anche in questo caso, di forti contrasti tra ricchezza e povertà; cosi capisco che tutto il mondo è Paese e che la natura umana è uguale ovunque. Quello che non ha Pargi rispetto a Delhi è il colore; a Delhi e nell’India in genere i colori anticipano i profumi di spezie dei mercati e delle cucine e le stoffe in vendita o quelle indossate dalle belle donne indiane. Parigi è meno colorata, se escludiamo i costumi delle ballerine del Moulin Rouge, la brillantezza dei fiori nei giardini reali e le strepitose pitture del Louvre. A Parigi ho trovato un po’ di America in Starbuck’s, dove si beve caffé, e in Abercrombie, il famoso store che vende magliette con il suo logo, proprio sugli Champs Elisée, proprio dove mi sono sentito un po’ a casa; si, perché l’Arco di Trionfo, laggiù, grigio e maestoso, eretto da Napoleone per celebrare le sue vittorie, assomiglia proprio tanto all’India Gate, il grande arco di Delhi eretto in memoria dei soldati, indiani, morti nella guerra mondiale.

Mi hanno parlato bene della cucina francese, degna di nota come quella italiana, ma, essendo vegetariano, non ho potuto gustare le ostriche vendute agli angoli delle strade e le rinomate carni ma ho fatto scorpacciate di dolci, croissant, pasta (italiana) e crepes con gustosa cioccolata e banane.

E poi, la notte, la Signora Parigi si accende, specchiandosi, bellissima, nella Senna. La mia città non è attraversata da fiumi, il mio villaggio sì, da cinque fiumi ma su quelli si specchia solo il grano dei campi coltivati. La sera la Signora ti invita nei suoi bistrot dove i ragazzi e le ragazze si incontrano, cosa non frequente in India dove, per cultura, essi è bene che stiano lontani gli uni dalle altre; in effetti il concetto occidentale di bar, pub o bistrot, comunque vogliamo chiamarlo, non appartiene in modo così impregnante alla cultura indiana, anche se le grandi catene mondiali, come Starbuck’s, stanno arrivando anche lì, mischiandosi alle nostre tradizioni, cambiandole, irreversiilmente. I grandi marchi commerciali mangeranno la nostra cultura all’insegna del profitto economico, I piccoli mercati spariranno e con loro anche il profumo di spezie e le stoffe dei sari, soccombendo alle ultime proposte di moda occidentali. E così Delhi avrà il suo LaFayette con Dior, Chanel e quant’altro sarà di tendenza. Ci vorrà tempo a vedere le lunghe file davanti a Louis Vuitton, come ho visto a Parigi, ma soprattutto mi chiedo se il divario sociale tra ricchi e poveri sia destinato ad allargarsi o se questa ondata di occidentalismo porterà, come spero, nuovi posti di lavoro. So benissimo che non sarà così.

Lascio Parigi, la sua raffinatezza, mandandole un saluto dall’alto del mio volo, guardando la Torre Eiffel sparire tra le nuvole.

(testo e foto by PASSOININDIA)