Rivoluzione per la libertà. Bhagat Singh.

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Bhagat Singh (1907-1931) era un giovane sikh, nato in Punjab, ancora oggi ammirato dai giovani indiani come simbolo della lotta per l’indipendenza indiana. Contemporaneo di Gandhi, fu considerato un terrorista dagli invasori britannici. Studioso delle rivoluzioni europee e delle idee marxiste e leniniste, credeva che il solo modo per cacciare gli inglesi dal suo Paese fosse, contrariamente alle idee gandhiane della non violenza (Satyagraha) e non cooperazione con gli inglesi, la mobilitazione di massa per la lotta armata. I suoi ideali socialisti lo facevano aspirare ad un’India repubblicana libera e ricostruita che ponesse il potere nelle mani dei lavoratori. Queste idee patriottiche e rivoluzionarie gli furono trasmesse da genitori attivisti della lotta per la libertà (quando egli nasceva, il padre e due zii uscivano dal carcere) e fortificate, quand’egli aveva soli dodici anni, dalla strage che avvenne ad Amritsar al Jalianwala Bagh del 1919, dove migliaia di persone riunite in un incontro pubblico furono uccise dagli inglesi. La legge marziale inglese proibiva infatti le riunioni di cinque o più persone in città. Il massacro fu brutale e infido perché il Jalianwalla Bagh era un parco circondato da mura con una sola stretta apertura per l’accesso e l’uscita -vedi in questo blog https://passoinindia.wordpress.com/?s=vaisakhi

La frequentazione giovanile del National College di Lahore, fondato da Lala Lajpat Rai (un membro del Congresso del Punjabi), istituito come alternativa alle istituzioni gestite dal governo, dove si studiavano, tra gli altri, oltre Marx, anche Mazzini e Garibaldi, lo avvicinò agli inteventisti dell’epoca. Fuggì da un matrimonio combinato, ritenendo che la sua vita dovesse essere volta alla realizzaione del sogno di indipendenza ed incontrò il rivoluzionario Ganesh Shankar Vidyarthi da cui apprese principi di rivolta che diffuse in Punjab. A Lahore nel 1926 costituì la ‘Naujavan Bharat Sabha’ (l’ Organizzazione giovanile nazionalista indiana). Partecipando ad una riunione di rivoluzionari a Delhi entrò in contatto con Chandrasekhar Azad, considerato il suo mentore, aderendo all’ ‘Hindustan Socialist Republic Association‘. Venne costantemente sorvegliato dagli inglesi che lo arrestarono nel 1927 con l’accusa di essere responsabile di un attentato a Lahore e che lo rilasciarono su cauzione. Scrisse articoli, in lingua urdu e punjabi (ma conosceva anche il sanscrito e l’inglese) su giornali ed opuscoli di propaganda.

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Quando, nel 1928, il governo inglese costituì la Commissione Simon con la funzione di riferire sulla situazione indiana, e neppure un indiano venne chiamato a farne parte, scoppiarono proteste in tutto il paese. Quando la Commissione arrivò a Lahore il 30 ottobre 1928, Lala Lajpat Rai organizzò una marcia silenziosa in segno di protesta ma il sovrintendente di polizia, James A. Scott, ordinò di caricare i manifestanti e Raj venne ferito e morì di un infarto causato probabilmente dai disordini. Tempo dopo, Bhagat Singh, con l’intento di vendicarsi, sparò contro un tal Saunders, un assistente di polizia, scambiandolo per Scott. Nel 1929, Bhagat compì lo stesso gesto dell’ anarchico francese, Auguste Vaillant che, a Parigi, aveva bombardato la Camera dei Deputati. Con la bomba. che fece esplodere l’8 aprile 1929 all’interno della Assemblea legislativa centrale, Bhagat intendeva farsi arrestare per propagandare la sua causa davanti ad un tribunale e perciò, dopo l’esplosione che procurò solo feriti perché le bombe vennero lanciate lontano dalle persone, lui e il suo amico Batukeshwar Dutt rimasero gridando “Viva la rivoluzione” in mezzo ad una pioggia di volantini. Questo costò loro la prigione governativa e pesanti parole di critica da parte di Gandhi. Anche in prigione Bhagat difese i diritti dei carcerati con uno sciopero della fame durato 65 giorni, reclamando uguali diritti tra prigionieri indiani e prigionieri europei. Quando Bhagat Singh fu criticato per il suo ateismo egli rispose: “Io sono un uomo realista. Voglio vincere questa tendenza in me con l’aiuto della ragione. (…) Io vi dico che il governo britannico non è lì perché piace a Dio, ma per la ragione che ci manca la volontà e il coraggio di opporsi.(…) L’uomo deve essere realistico, gettare la sua fede da parte e affrontare tutti gli avversari con coraggio e valore.(…)Perché Dio non uccide i signori della guerra? Perché non infonde sentimenti umanistici nelle menti dei britannici in modo che possano volontariamente lasciare l’India? Perché egli non riempie i cuori di tutte le classi capitaliste con l’umanesimo altruista? (…)” (da “Perchè sono ateo” -1930). Bhagat non capiva perché induisti e musulmani, storicamente in conflitto, inizialmente uniti nella lotta contro gli inglesi, potessero poi scannarsi a causa delle loro differenze religiose.

bhagat images l’impiccagione sulla stampa

death bhagat il certificato della morte

Bhagat Singh è ammirato ancora oggi nonostante il suo ateismo perché, pur di estrazione borghese, difese i diritti degli oppressi e configurò il progetto di un’India nuova e indipendente basata su precetti specifici, non anarchica, ma realizzata all’interno di uno Stato di tipo marxista ispiratogli dalle letture di autori (atei) come Marx, Lenin, Trotsky, Bakunin. Il diario di Bhagat Singh, trovato in carcere dopo la sua morte, conteneva estratti dei classici di Engels. Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh fu impiccato con i due suoi compagni Rajguru e Sukhdev. Fu la prima volta che un’esecuzione ebbe luogo di sera e fu fatta 11 ore prima dell’ora stabilita, all’insaputa di tutti, per evitare disordini. Bhagat fu così consegnato per sempre alla storia e la sua popolarità crebbe e fu di esempio per le generazioni a venire. Ufficialmente è ricordato da una statua nel Parlamento indiano e da musei che ne testimoniano le gesta. Persino un francobollo lo ha commemorato nel 1968 e nel 2008 è stato votato come “greatest indian” in un sondaggio della rivista India Today. Popolarmente vive ancora nel cuore dei ragazzi, sulle loro magliette stampate col suo volto. Probabilmente il primo rivoluzionario indiano di stampo comunista. Chissà cosa avrebbe pensato della Partizione del 1947….

Shaheed-Bhagat-Singh-50 molti lo vorrebbero sulle banconote

Per rivoluzione intendiamo che l’attuale ordine di cose, che si basa su una palese ingiustizia, deve cambiare. I lavoratori, pur essendo l’elemento più necessario alla società, vengono derubati dagli sfruttatori del loro lavoro e privati dei loro diritti elementari. Il contadino, che coltiva mais per tutti, muore di fame con la sua famiglia; il tessitore che fornisce il mercato mondiale di tessuti, non ha abbastanza per coprire i corpi della sua famiglia; i muratori, fabbri e falegnami che erigono magnifici palazzi, vivono come paria nei bassifondi. I capitalisti e gli sfruttatori, i parassiti della società, sperperano milioni per i loro capricci ‘. Bhagat Singh.

Testo by PASSOININDIA

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L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA

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RAKSHA BANDHAN. La festa dei fratelli e delle sorelle.

Threads_of_love_rakhi,_Raksha_Bandhan_Hindus_Sikhs_Jains_India

Il 10 agosto in India (data non ricorrente ogni anno) si è festeggiato il Raksha Bandhan, la festa dell’amore e dei doveri tra fratelli e sorelle; questa festa è celebrata dagli induisti, ma anche da giainisti e sikh. Le sorelle legano un filo sacro detto Rakhi (dal sanscrito “nodo di protezione”) sul polso del fratello, pregando per il suo benessere e il fratello promette di prendersi cura della propria sorella in ogni evenienza. Così le donne cercano nei negozi i migliori Raksi, generalmente un filo di tessuto colorato magari impreziosito da qualche perlina o amuleto o lo fanno con le proprie mani. Nei tempi moderni può persino trattarsi di un orologio da polso. Così, nel giorno del Raksha Bandhan, il fratello e la sorella (non necessariamente parenti, può trattarsi anche di una stretta amicizia) si riuniscono formalmente in presenza di genitori e parenti e, se uno dei due è lontano da casa, l’augurio può correre via mail. Il rituale avviene solitamente davanti ad una lampada accesa (Diya) o ad una candela (a rappresentare la divinità del fuoco) a volte situate su un vassoio che lei fa ruotare attorno al volto di lui, legando quindi il Rakhi al polso del fratello (che egli indosserà tutto il giorno), recitando una preghiera per la sua felicità. Poi la sorella pone laTilak, un segno colorato sulla fronte del fratello che si impegna quindi a prendersene cura. Poi lei lo alimenta con le mani avvicinando alla sua bocca dolciumi o altre bontà. Il fratello le dona quindi un regalo che può essere ad esempio un vestito o del denaro e anche lui le pone alla bocca dolci, frutta secca etc. in segno di nutrizione. Infine si abbracciano e tutti si congratulano l’un l’altro. E’ un rituale antichissimo che si legge già nel Vishnu Purana quando Yasoda lega un Raksha Bandhan al polso di Krishna. Ma molte sono le sacre scritture antiche (Bhavishya Purana, Bhagavata Purana ecc.) oltre che i poemi epici come il Mahabaratha in cui si legge di questo braccialetto. Le antiche scritture indu sono ricche di storie che narrano di questo braccialetto. Per citarne una, nella Bhagavata Purana e Vishnu Purana dopo che Vishnu sconfisse il demone Bali, vincendo i tre mondi, su richiesta di Bali, andò a vivere nel suo palazzo. Ma alla moglie di Vishnu, la dea Lakshmi non piaceva il palazzo né la sua nuova amicizia con Bali, e preferiva tornare con suo marito a Vaikunta. Così legò al polso di Bali, un Rakhi in segno di fratellanza. Bali le chiese che regalo desiderasse e lei rispose di liberare Vishnu dalla promessa di vivere nel suo palazzo. Bali acconsentì, accettandola come sorella. e poi ci sono leggende storiche che vi fanno riferimento. Ma anche le leggende storiche citano il Rakhi. Infatti, secondo un racconto leggendario, quando Alessandro il Grande invase l’India nel 326 aC, Roxana (o Roshanak, sua moglie) inviò un filo sacro al re Poro, suo nemico, chiedendogli di non danneggiare il marito in battaglia. In accordo con la tradizione, Poro, rispettò la richiesta. Sul campo di battaglia, quindi, quando egli stava per sferrare un colpo finale ad Alessandro, vide il Rakhi sul suo polso e si trattenne dall’attaccarlo personalmente. Ci sono poi le storie dei giorni nostri. Accadde infatti che Rabindranath Tagore, l’indiano Premio Nobel per la letteratura, invocò il Raksha Bandhan e il Rakhi, come fonti di amore, rispetto e voto di protezione reciproca tra indù e musulmani durante il periodo coloniale in India. Nel 1905, l’impero britannico, sulla base delle differenti religioni, aveva diviso il Bengala, una provincia dell’India britannica. Tagore organizzò quindi una cerimonia per celebrare il Raksha Bandhan e rafforzare il legame di amore e di solidarietà tra indù e musulmani del Bengala esortandoli a protestare insieme contro l’impero britannico. Nel 1911, l’impero coloniale britannico annullò la partizione e unificò il Bengala, una unificazione cui non si opposero i musulmani del Bengala. Il tentativo di Tagore non ebbe quindi successo. Il Bengala, diviso durante l’era coloniale, da una parte è diventato il moderno Bangladesh, a prevalenza musulmana, dall’altro divenne lo Stato indiano del Bengala occidentale a prevalenza induista. Grazie al tentativo di Rabindranath Tagore, ancora oggi, in alcune parti del Bengala occidentale, la tradizione del Raksha Bandhan è molto sentita e continua ancora oggi.

con l’ausilio di WIKIPEDIA (traduzione dall’inglese).

L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.