IL TRENO DEL CANCRO

Non appena l’orologio segna le 21:00, la trasandata e poco illuminata stazione di Bathinda riprende a vivere, presa d’assalto da una valanga di deboli pazienti che si accalcano sulle piattaforme e si fanno spazio a sgomitate per un prendere un posto nel “treno del cancro”. Ramkishan, un uomo sulla cinquantina, respirando a fatica e tossendo, rimane seduto sulla banchina finchè la folla non si calma, poi prende lentamente a camminare per raggiungere il treno e sedersi a lato del finestrino nel posto riservato.

“Sto andando all’ospedale di Bikaner”, dice quasi senza fiato. “ Mi hanno detto che ho raggiunto lo stadio finale di cancro”.  Questo potrebbe essere il mio ultimo viaggio”.

Il treno a 12 compartimenti ha ottenuto questo macabro nome da un’improvvisa ondata di casi di cancro nello stato del Punjab nel nord-est dell’India, provocati da un inquinamento crescente e dall’uso sempre maggiore di pesticidi e soprattutto da una poco efficace risposta delle autorità governative.

I pazienti arrivano da ogni parte del Punjab per prendere il treno delle 21:30 che li porta nella città-deserto di Bikaner dove possono ottenere  cure specialistiche, arrivando la mattina presto dopo sette ore di viaggio. In questa occasione, l’unico compartimento del treno riservato, con una capacità di 72 posti, viene occupato da trenta pazienti malati di cancro.

Inizialmente questo treno era conosciuto come “il treno TB” perchè veniva usato dai pazienti affetti di tubercolosi che dovevano raggiungere ospedali lontani, ma negli ultimi anni ha ottenuto il nome di “L’ESPRESSO DEL CANCRO”.

Questo treno è utilizzato dai pazienti affetti da tumore, circa il 60% dei posti è occupato da pazienti diretti a Bikaner. Molti altri pazienti viaggiano stipati nei compartimenti generali poichè non possono permettersi di pagare un biglietto.

Simarpal Kaur, 50 anni, è un professore che come altri pazienti siede sul treno, condanna la crescita del cancro dovuta all’acqua contaminata e ai pesticidi utilizzati per i cereali , la frutta e la verdure.

Consapevole del problema, il governo del Punjab ha organizzato un Sistema di purificatori per l’acqua nei villaggi maggiormente colpiti come Bhuttiwala soprannominato il “villaggio del cancro”. Ma i residenti condannano il fatto che questi purificatori non vengano puliti regolarmente e quindi non funzionano a dovere.

” Non sono state condotte ricerche sufficienti sulla prevalenza del cancro in Punjab e dunque non abbiamo informazioni a sufficienza.” dice il Dr. Pritpal Singh del centro per bambini speciali, Baba Farid.

“Le persone non rivelano che qualcuno nella loro casa è malato, per paura di essere stigmatizzati, dunque alcuni casi vengono alla luce quando il paziente ha già raggiunto lo stato finale della malattia.”

Otto mesi fa il centro di Baba Farid ha condotto una ricerca nel villaggio di Bhuttiwala, che identificava 20 pazienti malati di cancro, quando ritornarono a vedere le condizioni di saluti dei pazienti, 18 erano già morti.

Un’ inchiesta di Greenpeace report  condotta da scienziati dell’università di Exeter nel Regno Unito, trovò che il 20% dei campioni dell’acqua dei pozzi aveva livelli di nitrato sopra il limite di sicurezza di 50mg per litro, stabilito dall’organizzazione della sanità mondiale. Il nitrato è una sostanza che può provocare gravi danni alla salute soprattutto nei bambini.

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Nel 2010 il centro Baba Farid si è consultato con il Laboratorio di Micro Tracce Minerali , in uno studio da cui sono usciti fuori risultati incredibili che hanno trovato alti livelli di metalli pesanti come il bario, il cadmio, il magnese, il piombo e l’uranio in bambini di età tra i 13 e i 18 anni.  Nonostante ciò abbia provocato un gran baccano e abbia scatenato le autorità a muoversi, poco o quasi nulla è stato fatto e quel poco che è stato fatto non ha avuto nessun risultato, secondo il Dr Singh. che racconta che ogni giorno ha a che fare con circa 30 nuovi casi di bambini affetti da malformazioni congenite, autismo e ritardo mentale.

“in un’azione di contenimento dei danni, il governo del Punjab ha creato delle unità di bonifica dell’acqua, ma questo è stato solo un gesto simbolico in quanto molte di queste strutture non sono mai state messe in funzione” dice il Dr. Singh. “Dunque alle persone non resta che bere acqua contaminata e farsi il bagno con l’acqua del rubinetto che proviene direttamente dai canali dove senza pudore, vengono smaltiti gli scarichi industriali. Inoltre l’uso intensivo dei pesticidi nelle fattorie e l’eccessivo sfruttamento dell’acqua del suolo per l’irrigazione dei campi, ha contaminato le acque. È un circolo vizioso di inquinamento del suolo, dell’acqua e del cibo”.

È  la cosidetta “rivoluzione verde” che viene incriminata per questo disastro di inquinamento delle risorse che sembra non avere margini di ripresa. C’è stato un periodo in cui, nel 1960 la crescita agricola ha raggiunto livelli altissimi al punto che il Punjab venne definito “la dispensa dell’India”, un periodo in cui le risorse abbondavano così come l’uso di pesticidi. E questo uso incontrollato e irragionevole ha dato vita alla Green Revolution, ma ha anche creato questa straziante situazione. Nessuno può negare che la rivoluzione verde ha aumentato gli standard di vita della popolazione del Punjab e adesso difficilmente si vedono capanne nella regione, qui infatti anche I contadini hanno case private, guidano macchine e indossano abiti firmati. La rivoluzione era assolutamente necessaria in quel periodo, se non fosse avvenuta, difficilmente si sarebbe riusciti a sfamare la sempre più crescente popolazione Indiana.

Il governo del Punjab ha commissionato la sua ricerca sul cancro nel 2010, dalla quale è emerso che su 100.000 persone 130 sono affette da tumore , un numero in linea con la media nazionale di 137 . Il dott. Singh critica fortemente la metodologia usata e considera questa ricerca una beffa.

Il Dr Karnjit Singh, direttore della sanità del Punjab, insiste a dire che sono molteplici I fattori che furono responsabili per l’aumento dei casi di cancro all’interno dello stato. “ ci sono vari fattori come l’epatite b, l’infezione da virus e il fumo, sarebbe improprio dire che sono stati I pesticidi la causa della diffusione dei casi di tumore” dice.

Il governo federale dell’india ha espresso preoccupazione riguardo l’avvelenamento da pesticidi e ha pianificato di modificare la legislatura sui fertilizzanti e sui pesticidi nonostante sia certa l’opposizione delle lobby che commerciano con questi prodotti. Anche se il governo smentisce la pressione di queste lobby. “Se c’é una qualche lobby, è una lobby per I contadini” afferma il ministro dello stato per l’agricoltura, Sanjeev Kumar Baliyan.

Solo nel 2017 il governo ha acconsentito ad eliminare l’uso di endosolfato e tutte le riserve di pesticidi hanno superato la data di scadenza.

Baliyan afferma che il governo non può stabilire un divieto assoluto nell’uso dei pesticidi, ma che sta cercando delle alternative come la coltivazione organica. Ovviamente la complicità tra il governo e le lobby di pesticidi è un discorso fondamentale per capire come mai la situazione venga così poco presa sul serio.

Tutti I pazienti che usano questo treno affrontano questo viaggio per poter essere accolti dalle cure dell’ospedale regionale per il tumore l’Acharya Tulsi e del centro di ricerche Prince Bijay Singh Memorial Hospital in Bikaner che come molti degli ospedali del Punjab è coperto da una serie di benefici che rientrano nello schema di aiuti del primo ministro del Punjab per le cure dei malati di cancro.

Uno di questi passeggeri è Madan Lal di 68 anni che insieme a sua sorella occupano la cabina letto, dove possono almeno provare a distendersi. Lal che arriva dal villaggio di Mallan nel distretto di Faridkot in Punjab, ha subito diversi trattamenti alla gola nell’ultimo anno e si è dovuto recare più di 30 volte all’ospedale di  Bikaner.

La prima domanda che sorge spontanea è: perchè tutti questi malati di tumore provenienti dal Punjab viaggiano fino in Rajasthan per delle cure, quando lo stesso Punjab si vanta di avere dei buoni centri per la cura del cancro?

Sources: translation from Al Jazeera document.

Il fondatore del Sikhismo, Guru Nanak.

GuruNanak

Oggi, 6 novembre, la comunità SIKH, stanziata in tutto il mondo, festeggia il compleanno del suo primo guru (in sanscrito significa “discepolo” o “allievo” e in lingua punjabi vuol dire “rivelatore”, “profeta”),GURU NANAK.

NANAK nasce, nel 1469, a Tolevandi (ora Nankana Sahib), vicino a Lahore (che dal 1947, anno della spartizione inglese, appartiene al Punjab pakistano).

Guru Nanak è il fondatore del Sikhismo, religione nata alla fine del XV secolo nel Punjab indiano. Nanak, di estrazione indu, sposato e con due figli, conoscitore anche del persiano e dell’arabo, dedica la sua vita alla diffusione del messaggio ricevuto da Dio e pertanto viaggia per 25 anni sino a raggiungere Tibet, Sri Lanka, La Mecca e Afghanistan, visitando la maggior parte di diversi centri di culto induisti, musulmani, gianisti e così via.

Nel 1496 Nanak, ottenuta l’illuminazione, comincia a predicare principi nuovi e rivoluzionari rispetto all’assetto sociale, culturale e religioso di quel tempo. In una società rigidamente suddivisa in caste, classi e sessi, egli sancisce la fratellanza e la incondizionata uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini. Egli sfida moralmente la povertà istituendo i Langar (mense comuni vicino al tempio dove chiunque può ottenere cibo gratuitamente e tutt’oggi diffuse in India), demolendo così anche la secolare idea di contaminazione del cibo dovuta alla mera presenza di un intoccabile (si veda su questo blog “Il sistema castale”). La condivisione con i bisognosi del reddito eccedente le esigenze della famiglia costituisce, da allora, uno dei fondamenti della religione Sikh.

Nanak condanna la pura idolatria e le credenze pseudo religiose lontane dalla vera elevazione spirituale (il sikhismo non adora idoli e non ha un clero precostituito ed organizzato) e sancisce la sacralità della vita terrena (lungi da ogni forma di ascetismo ed isolamento dalla vita sociale che non hanno alcuna vocazione produttiva); la vita umana non è un fardello da sopportare in attesa di una vita eterna ma è gioia e privilegio da onorare come mezzo di formazione spirituale. Così la vita morale diventa il solo mezzo di progresso spirituale che si realizzadentro la vita sociale e familiare, attraverso la preghiera e il lavoro praticato sia per il sostentamento familiare che per servire la comunità (il sikhismo professa di guadagnare lavorando onestamente e di condividerne con gli altri il risultato). Viene contestualmente condannata ogni forma di corruzione ed avidità castale (particolarmente quella sacerdotale, secolarmente privilegiata).

NANAK ha professato un messaggio d’ amore per tutti in lingua locale (e non in sanscrito, conosciuto  da pochi), ha scritto inni religiosi,inneggiato alla bellezza della vita e della natura in quanto doni divini.

Al termine dei suoi viaggi missionari, duranti i quali ha studiato ed avvicinato le più diverse religioni diffondendo il suo Sikhismo,  si ritira a Kartarpur, un piccolo villaggio nel Punjab, conducendo la vita di contadino e continuando da lì la sua missione.

Poco prima di morire NANAK nomina il suo successore, ANGAD, suo discepolo. Da allora, per ancora cento anni, ogni guru designato dal precedente avrebbe nominato il suo successore, fino a GURU GOBIND SINGH, il decimo ed ultimo guru che non ravvisò la necessità di un nuovo profeta, deponendo l’incarico di guru immortale al Sacro Libro dei Sikh, il Guru Grant Sahib ( Adi Granth), negli anni alimentato dai messaggi illuminanti dei guru ed oggi composto di 1430 pagine e 5.930 versi di preghiere, per ricordare il Creatore in ogni momento (altro principio fondamentale del Sikhismo).

GURU NANAK muore il 7 settembre 1539 a Kartarpur, nel Punjab indiano.

La vita di Guru Nanak è raccontata nella raccolta Janam Sakhis.

Oggi i Sikh rappresentano il 2% della popolazione indiana, concentrati soprattutto nel Punjab indiano, nel nord – ovest dell’India, ai confini con il Pakistan. Essi professano il loro culto nei Gurudwara (templi dove si entra a piedi nudi e capo coperto), rigorosamente forniti di langar, la mensa aperta a tutti. Il tempio  è aperto anche alle donne ritenute, nella società sikh, al pari dell’uomo. In ogni Gurudwara viene letto ed accudito, avvolto nella seta e tenuto sotto un baldacchino,  il Libro Sacro e cantati i Gurbani, gli inni sacri. Il Gurudwara più importante si trova ad Amritsar dove, nel Golden Temple, milioni di pellegrini venerano il Libro sacro. Dopo l’ardas, la preghiera conclusiva, i fedeli si dividono la karah prasad, un’offerta di cibo a base di semolino dolce, acqua e burro.

Il Sikhismo, monoteista, non nega la credenza nella reincarnazione e degli effetti delle azioni sulle vite successive, cioè il Karma. Lo scopo ambito è di interrompere il ciclo delle nascite allo scopo di una congiunzione con il Creatore, Unico ed Indivisibile.

Testo by PASSOININDIA

khanda

il Khanda, simbolo dei Sikh.

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L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA

Leggi anche i nostri altri articoli sull’argomento


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Dalit. (parte 1)

Dall’ultimo censimento indiano del 2001, i Dalit (che dal sanscrito significa “schiacciato”, “a pezzi”) risultano essere circa 167 milioni, oltre il 16 per cento della popolazione totale. I Dalit sono persone (dico persone) che appartengono a varie etnie (anche aborigene), religioni (ma prevalentemente induisti) e lingue. Sono coloro che svolgono lavori considerati impuri, quali, ad esempio, la conciatura di pelli, lo scavo di tombe, la rimozione di carcasse di animali e di rifiuti, la pulizia di strade, latrine e fogne, ed, in generale, qualunque lavoro che venga a contratto con liquidi e residui umani e animali.

Va premesso che, in India, il tipo di casta cui si appartiene determina lo status sociale e le relazioni tra le persone (quando si combina un matrimonio lo si fa accuratamente tra sposi della stessa casta). Ma i Dalit non sono “classificabili” in nessuna delle quattro caste ufficiali in cui si divide la società indiana (la casta più bassa è quella dei servi o shudra) (per approfondire rimando all’articolo sul blog PASSOININDIA (https://passoinindia.wordpress.com/2012/11/10/il-sistema-delle-caste-in-india-caste-system-in-india/).

Per questo sono chiamati “i fuori casta” o “quinta casta”.

Li chiamano anche “intoccabilì” perché ritenuti contagiosi, non per la salute, ma per il Dharma collettivo ed individuale, inteso come l’insieme delle norme che sostengono l’armonia dell’Universo. Infatti, “l’essere umano che adempie al Dharma, così come esposto dal canone rivelato e dalla tradizione, ottiene fama in questo mondo e incomparabile felicità dopo la morte”, così come è scritto sul Manusmitri. (II, 9). Questo antico testo indu che significa “Codice di Manu” (Manu è figlio del supremo Dio Brahma e capostipite dell’Umamità), databile (ma non è certo) tra il II° secolo a.C. e il II° secolo d.C., definisce le classi sociali nell’induismo e ne stabilisce le regole proprie. Nel Codice, gli Shudra che pure appartengono ad una casta, la più bassa, la quarta, sono definiti come “disprezzabili” e loro stessi “intoccabili”. La discriminazione dei Dalit, che non appartengono ad alcuna casta, è a maggior ragione supportata dai precetti che ivi sono dettati e che di fatto legittimano l’esclusione e la disuguaglianza come principio conduttore nelle relazioni sociali basate sul sistema castale. Questi “intoccabili” sono quindi tenuti in disparte dalla vita sociale e addirittura isolati in abitazioni lontane dal villaggio principale; a loro è impedita l’entrata al tempio, la frequenza delle scuole e l’utilizzo di sorgenti di acqua e di altri servizi pubblici. Ogni contatto fisico con le persone di casta è accuratamente evitato. Secondo il Manusmitri: “Gli uomini delle caste superiori che, nella loro follia, sposano una Shudra, presto degraderanno le loro famiglie allo stato di Shudra”. Nelle zone urbane qualcosa oggi è cambiato e la convivenza tra caste e fuori casta sembra risultare meno problematica. Grazie ad interventi legislativi i Dalit ricoprono anche cariche importanti a livello governativo e politico (circa l’8% dei seggi nei parlamenti nazionali e statali è riservato a loro), hanno diritto all’assistenza sanitaria e all’istruzione; possono accedere a concorsi pubblici e a corsi universitari grazie a quote loro riservate. Il che non è particolarmente gradito alle persone di casta che ravvisano in queste “riserve” una discriminazione al contrario. Del resto, la Costituzione indiana del 1951 vieta la discriminazione per intoccabilità dei Dalit ed ha disposto misure dirette al loro miglioramento sociale ed economico. Ambedkar, uno degli interventisti nella formazione della Costituzione, Dalit anche lui, prima di morire e convertirsi al buddismo, rinnegò la sua prima religione, l’induismo, secondo lui colpevole di aver incoraggiato le disuguaglianze per casta. Eppure, la storia insegna che l’emarginazione dei Dalit non finisce, anche se si convertono ad un’altra religione diversa dall’induismo perché, anche in quel caso, le regole della casta superano il dogma religioso e le caste dominanti non esitano a far valere la loro supremazia. Basti pensare che per i Dalit cristiani e per i Non-Dalit cristiani sono previsti cimiteri separati.

I Dalit, secondo le regioni in cui abitano, assumono nomi diversi, Paria, Harjian’s (figli di Dio), ecc.

Il 37 % dei Dalit vive ben al di sotto della soglia di povertà. Più del 54 % dei bambini dalit sono denutriti. Il 45 % dei Dalit non sa leggere o scrivere. 1/3 delle famiglie dalit non dispone dei servizi di base. Gli operatori sanitari pubblici si rifiutano di visitare case Dalit. Nel 27,6 % dei villaggi ai Dalit è impedito di entrare stazioni di polizia. Nel 37,8 % delle scuole governative i bambini Dalit devono sedersi separatamente anche mentre si mangia. Nel 23,5 % dei villaggi in India, i Dalit non ottengono in consegna la posta. Nel 48,4 % dei villaggi Dalit è stato negato l’accesso alle risorse idriche perché sono “intoccabili”.(fonte:http://www.salem-news.com/articles/january042013/india-raped-sw.php)

TESTO PASSOININDIA  (anche con l’ausilio di info sul web)

QUESTO ARTICOLO E’ PUBBLICATO ANCHE SU “OPERAINCERTA” RIVISTA MENSILE ON LINE fondata nel 2003                                        

http://www.operaincerta.it/archivio/105/archindex.html

che vi invito a visitare. 

Vaisakhi. Facciamo festa.

Oggi, 14 di aprile, al mio Paese, nell’India settentrionale, festeggiamo, come tutti gli anni in questo giorno, la Vaisakhi chiamata anche Baisakhi, Vaishakhi o Vasakhi. E’ una festa celebrata da noi sikh ma anche dagli induisti e dai buddisti anche se per ragioni differenti. Per gli induisti è l’inizio del nuovo anno, ed è celebrato con bagni, feste e adorazioni. Ai buddisti ricorda la nascita, il risveglio e il passaggio alla via illuminata del Buddha nato come principe Siddharta. Per il sikkismo è particolarmente importante perché commemora il giorno in cui, nell’anno 1699, il decimo Guru Sikh, Gobind Singh, ha istituito il Khalsa Panth, cioè l’ordine dei Puri, che detiene il potere temporale (civile, militare, esecutivo) nella comunità Sikh ed ha attribuito il potere spirituale non più ad una persona, come era avvenuto sino ad allora, ma ad un libro il Guru Granth Sahib.  In Punjab (qui la festa si chiama visākhī), la regione del nord India maggiormente abitata da noi sikh,  è quindi  tutta una grande festa. I fulcri religiosi più fervidi di questa festa sono il Talwandi Sabo, il luogo dove il Guru ha vissuto nove mesi completando la scritturazione del Guru Granth Sahib, il nostro libro sacro, il  Gurudwara (tempio) di Anandpur Sahib, cioè il luogo di nascita del Khalsa e il Tempio d’Oro di Amritsar. In realtà, ovunque ci sia un gurudwara, c’è stata una grande folla per pregare e leggere Gurbani, i precetti del libro, cantare kirtan e fare il bagno nella piscina del tempio.  Questa festa è anche l’occasione, per  gli agricoltori, di  ringraziare Dio di aver avuto un buon raccolto e pregare che il successivo sia altrettanto prospero; la sera quindi la gente si è divertita eseguendo la Bhangra, una danza che racconta la storia di tutto il processo agricolo, dalla lavorazione del terreno, alla semina, alla raccolta.  La regione da cui provengo, il Punjab, il cui nome significa “terra dei cinque fiumi” è chiamata “granaio dell’India” perché i prodotti derivati dalla sua fertile terra (riso, mais, grano…) approvvigionano tutta l’india, prevalentemente arida, e costituiscono la prima risorsa del Punjab. Potete quindi comprendere l’importanza di una buona riuscita del seminato. In ogni villaggio la festa va avanti con coloratissimi mercati, abili giocolieri, e avvincenti partite di Kabaddi (cfr. post “kabaddi” su questo blog).

Il giorno di visākhī tutti gli Indiani commemorano anche il massacro di Amritsar avvenuto in questo giorno nel 1919. In quel giorno migliaia di indiani si trovavano al Jalianwalla Bagh, un parco nel cuore della città di Amritsar (cinto da mura con una stretta apertura di ingresso) proprio per celebrare il Baisakhi. Questo andava contro la legge marziale istituita dagli inglesi che vietava le riunioni di cinque o più persone in città. Quella legge marziale derivava da un periodo di grande tensione tra gli indiani e gli inglesi e seguì ad una serie di forti proteste in piazza guidate dal Partito del Congresso contro la legge che consentiva incarcerazioni arbitrarie di dissidenti senza alcun processo (Rowlatt Act); inoltre gli indiani erano sempre più avviliti per il fatto che dai loro sacrifici nella prima guerra mondiale non fosse derivato alcun riconoscimento. Era il periodo del messaggio gandiano della non violenza eppure spesso manifestazioni iniziate pacificamente diventavano feroci battaglie civili e questo portò il governatore inglese del Punjab Michael O’Dywer a dichiarare appunto la Legge marziale.

Ebbene, il 13 aprile 1919 un mezzo blindato marciò verso il parco  Jalianwalla Bagh di Amritsar  e i soldati, comandati dal generale O’Dywer, senza preavviso  fecero fuoco sulla folla che tentò di scappare gettandosi dai muri di cinta del parco e in un pozzo attiguo per evitare i proiettili. Ci furono 1516 tra morti (almeno 379) e feriti con 1650 proiettili sparati e senza alcun atto di soccorso da parte degli inglesi. Nei due mesi seguenti vennero fatte altre dure leggi marziali e perpetrate violenze contro gli indiani in tutto il Punjab. Persino il film Gandhi rappresenta questo fatto. O’Dywer non fu mai giustiziato, solo si dimise. Però nel 1940, ventuno anni dopo, fu assassinato per mano di Udham Singh, un attivista per l’indipendenza indiana, che volle vendicare il massacro cui lui assistette mentre stava offrendo acqua alla gente che era nel parco. Durante una riunione congiunta dell’Associazione delle Indie Orientali e della Società dell’Asia centrale a Caxton Hall, Londra, egli nascose una pistola dentro un libro appositamente tagliato per contenerla, entrò nella sala e sparò a O’Dywer che morì sul colpo. Udham venne arrestato, giudicato e impiccato. Quando il giudice gli chiese il suo nome egli rispose “sono Ram Singh Mohammad Azad” cioè il nuovo nome che si era dato, già prima di questo fatto, per dimostrare l’importanza di trascendere le divisioni di razza, casta, credo e religione, in nome dell’unità e indipendenza indiana. Infatti “Ram” è un nome indù, “Mohammad”  un nome musulmano e “Singh” un nome sikh. “Azad” significa essere liberi. Ma questa è un’altra storia.

 

 

Testo by Passoinindia con l’ausilio di fonti Wikipedia e dei miei ricordi.

La Lohri, festa del raccolto, nord India

La Lohri è una festa importante del Nord dell’ India, celebrata da tutti (a prescinder dalla appartenenza religiosa)  il giorno 13 Gennaio (secondo il calendario indu) di ogni anno, che ha le sue origni nello stato del Punjab anche se oggi, grazie alla sua popolarità, è festeggiata anche in Haryana, Himachal Pradesh, Jammu e Delhi.

Il nome Punjab significa “terra dei cinque fiumi”  ed è il nome di una delle regioni indiane più fertili, tanto che viene chiamata “granaio dell’India”; la maggior parte dei suoi abitanti lavora in agricoltura e perciò, nella loro vita, ogni stagione ha la sua importanza poiché da esse dipende il futuro raccolto. Per questo ad ogni stagione è dedicata una festa che viene celebrata con tutto l’entusiasmo e la gioia. La Lohri è appunto dedicata alla fine dell’ Inverno, cosi  la festa Basant è dedicata all’esordio della primavera, e, con la festa di  Teeyan, si celebrano i Monsoni.
Con la Lohri si  festeggia il solstizio di inverno (scientificamente però questo avviene il 21-22 Dicembre) e si saluta così la notta più lunga cui seguiranno giorni più lunghi. Sono state proposte numerose teorie  riguardanti la derivazione del termine ‘Lohri’. Molti sostengono che il festival prenda il nome dal Loi, moglie del Santo Kabir.  Altri credono che il termine ‘Lohri’  abbia origine da ‘loh’, il nome di una padella di ferro utilizzato per la preparazione dei cibi.
Lohri è la festa della fertilità  e del ringraziamento per il buon raccolto agli elementi naturali come l’acqua, il vento e il fuoco. La Lohri è tradizionalmente associata alla raccolta delle colture Rabi (la raccolta di primavera). Le persone offrono a Dio le arachidi, il rewri (un dolce tradizionale fatto con semi di sesamo), farina, burro e prodotti alimentari vari per ringraziarlo del un buon raccolto.
Quando ero piccolo aspettavo felice l’arrivo della Lohri che era una della mie feste perferite. Durante il giorno, andavo con i miei amici a bussare a tutte le porte del villaggio cantando le storie di  Dulha Bhatti, un famoso eroe leggendario.  Tutti ci offrivano i loro dolci, i popcorn, le arachidi e i soldi, di solito 5, 10 rupie. Tornavamo a casa contenti di questo nostro “piccolo raccolto” di Lohri, perché tornare a mani vuote era considerato di cattivo auspicio. Anche le ragazze, molto eleganti nei loro salwar kameez (nome del vestito tradizionale punjabi) facevano come noi e quasi sempre loro riuscivano ad ottenere una Lohri molto più cospicua.Se alzavo lo sguardo al cielo vedevo tutti, grandi e bambini, giocare con bellissimi  aquiloni che coloravano tutto il cielo. La sera la festa continuava ed era particolarmente viva nelle case abitate da novelli sposi (la famiglia della donna si recava a trovarla per portarle dei doni) o dove era appena nato un bambino. Era tradizione di offrire agli ospiti gachchak (un dolce fatto con  zucchero di canna e arachidi), gur (dolce fatto con zucchero di canna),moongphali (arachidi) e phuliya o popcorn Nella piazza principale e nei cortili delle case la gente si riuniva intorno a un falò che rendeva la notte più chiara. Intorno, tutti cantavano le canzoni tipiche della Lohri e ballavano, soprattutto le ragazze, la tipica danza tradizionale del Punjab chiamata “Gidha”, mentre i ragazzi ballavano la “Bhangra” al ritmo del dhol (tipico tamburo) fino a che il fuoco non si spegneva. Semi di sesamo, gur, zucchero candito e rewaries venivano buttati nelle fiamme. Alcune persone facevano  una preghiera e giravano intorno al fuoco in segno di rispetto per  questo elemento naturale. Gli induisti versavano anche latte e acqua intorno al falò. Questo rituale veniva  eseguito per ringraziare il dio del sole e cercare la sua protezione continua.
Ancora oggi la Lohri si festeggia nel modo che vi ho raccontato, con la stessa vivacità e gioia.

Sono contento che nulla sia cambiato a parte il fatto che oggi gli auguri di “Happy Lohri” si mandano e si ricevono anche via SMS.

Una leggenda legata alla Lohri racconta la storia di Dulla Bhatti  vissuto in Punjab, durante il regno di Mughal dell’imperatore Akbar, dove fu considerato un eroe perché, oltre a rubare i ricchi, salvò delle ragazze che furono prese con la forza per essere vendute nel mercato degli schiavi del Medio Oriente. Egli organizzò il loro matrimonio con ragazzi della loro religione con i rituali previsti , offrendo loro le doti.  Per questo nelle canzoni di Lohri  si esprime gratitudine a Dulla Bhatti.

testo by PASSOININDIA

Il Bhangra, danza punjabi

Il Bhangra è una forma di danza e musica che ha origine nella regione del Punjab pakistano e indiano. Nasce come danza ballata dagli agricoltori per festeggiare l’arrivo della primavera, un tempo e ancora oggi festeggiata con il nome di Vaisakhi. E’ un misto di musica e canto, a ritmo del dhol (strumento musicale a percussione), del ektara (composto da una sola corda collegata ad un bastone, generalmente di bambù ed ad una cassa di risonanza, generalmente una zucca).), del tumbi (strumento tipico del nord)e della chimta (strumento a percussione tipico del sud). I testi contengono storie del Punjab. Ancora oggi i giovani ballano il bhangra e i film bolliwoodiani sono pieni di queste danze e di questa musica.

Vi propongo un video per farvi capire di cosa si tratta….E’ una bella danza.

L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.


La storia d’amore di Sohni e Mahiwal

“CHI ERANO MAHIWAL E SOHNI?” chiese il bambino. E la mamma, per farlo addormentare, cominciò a raccontare…..

“In un villaggio di nome Gujrat, lungo il fiume Chenab nel Punjab pakistano, sulla rotta commerciale tra Delhi e Bukhara,abitava un vasaio della casta Kumhar che creava i vasi di terracotta più belli della regione. Si chiamava Tulla ed era conosciuto in tutto il paese e la gente veniva da ogni parte per acquistare la sua bellissima ceramica. I vasi erano ben cotti e robusti, e se ne trovavano di tutte le forme e dimensioni. Tutti i vasi erano meravigliosamente dipinti a mano tanto che ognuno era unico ed irripetibile. Quando Tulla e sua moglie ebbero una figlia, fu il giorno più bello della loro vita. Era la più bella bambina che avessero mai visto. La chiamarono Sohni, che in punjabi significa “bella”. Con il tempo la sua bellezza aumentò.

Tulla aveva insegnato a sua figlia l’arte di decorare la ceramica. Sohni diventò molto brava in questo, tanto che, quando suo padre invecchiò e la sua vista diminuì, Sohni continuò ad esercitare quest’arte arricchendo il suo lavoro di un tocco personale. Un giorno, un giovane uomo molto ricco arrivò dalla grande città  di Bukhara in Uzbekistan e si recò nel laboratorio di Tulla per comprare un po’di ceramica. Il suo nome era Izzat Baig. Mentre stava scegliendo, vide la bella Sohni, intenta a decorare con l’ausilio di un piccolo pennello sottile. Non riusciva a staccare gli occhi da lei e se ne innamorò. Chiese a Tulla se poteva comprare il piatto che lei stava dipingendo e Tulla rispose che quel piatto avrebbe dovuto essere cotto prima di essere acquistato perché altrimenti sarebbe caduto in mille pezzi. Izzat Baig disse che sarebbe tornato il giorno dopo.

L’indomani acquistò il piatto ma poi trovò mille altre scuse per tornare tutti i giorni seguenti e comprò tanti altri piatti, vasi, tazze e brocche. Ne comprò e comprò ancora ma i suoi occhi smisero di guardare Sohni. Volevano di più. Quando fu tempo per lui di lasciare il villaggio e ripartire, disse ai suoi compagni di viaggio di proseguire senza di lui. I giorni passavano, i suoi soldi (mohar) diminuivano ma egli continuò a visitare il negozio di Tulla per rivedere Sohni. Tulla, che ancora non aveva capito, decise così di assumerlo come pastore dei suoi bufali e Izzat venne  per questo soprannominato Mahiwal, o “uomo dei bufali”.

L’amore, che è una malattia infettiva, trasferì gli stessi sintomi a Sohni che ormai si era abituata a vedere Mahiwal ogni giorno. Sapeva infatti che lui era venuto solo per vedere lei. Ogni volta che lui era in ritardo, il suo cuore batteva forte ma non appena lei lo incontrava nuovamente, il suo cuore riprendeva a volare. L’amore aveva preso anche lei.

I due amanti iniziarono così ad incontrarsi in segreto. La loro unione era splendida. La loro separazione intollerabile. Ma si riunivano ogni volta che potevano, rubando momenti felici solo per essere uno con l’altro.

L’amore non  si poteva però nascondere e questo tipo di amore era proibito perché la comunità non poteva accettare che una sua figlia sposasse un estraneo. Così i genitori di Sohni organizzarono immediatamente il suo matrimonio con un altro vasaio che viveva nelle vicinanze. Sohni venne mandata a casa del vasaio su un palanchino (doli) per celebrare il matrimonio (Barat). Quando il matrimonio ebbe luogo, Sohni si sentì morire e Mahiwal, sconvolto, decise di vivere come un eremita in una piccola capanna dall’altra parte del fiume.

Il marito di Sohni era un mercante di ceramiche costretto a percorrere lunghe distanze che lo tenevano fuori da casa per giorni e giorni. Così, la notte, Sohni si sedeva sulla sponda del fiume cercando il volto del suo amato. Desiderava raggiungere Mahiwal ma non sapeva nuotare. Ma una notte ebbe l’idea di utilizzare una brocca di terracotta che, stringendola, l’avrebbe aiutata a non affondare mentre attraversava il fiume.Mahiwal la vide arrivare e nuotò fino a quando la incontrò e finalmente furono l’una nelle braccia dell’altro. Gli appuntamenti si ripeterono tutte le notti.

Ma Mahiwal non aveva abbastanza soldi per sfamare la sua Sohni e l’alta marea gli impediva di pescare. Così, una notte, mentre stava aspettando la sua amata, non avendo cibo per lei, si tagliò un pezzo della sua coscia. Non volendo dire alla ragazza del suo dolore, si gettò nel fiume affiché i suoi abiti si bagnassero e nascondessero il suo sangue. Sohni mangiò con gran gusto, felice di quello che lui aveva preparato per lei.

Ma le voci dei loro romantici incontri si diffusero. Una notte, mentre Sohni stava tornando alla sua casa, venne vista e seguita dalla cognata la quale scoprì il segreto del vaso di terracotta che Sohni usava nascondere tra i cespugli. La cognata decise così di  porre fine a questi incontri e sostituì il vaso di terracotta con un vaso non cotto.

La notte successiva, Sohni prese il vaso e, aggrappandovisi, cominciò il suo viaggio per incontrare il suo amante. Quando era quasi  dall’altra parte del fiume, si rese conto che qualcosa non andava. Il vaso, che fino ad allora era stato il suo salvagente, si stava sciogliendo in acqua. Chiamò a gran voce il suo Mahiwal che sentì le grida ed accorse per aiutare il suo amore. Cercò di nuotare a più non posso ma la gamba gli faceva molto male. Tutto fu invano. Mahival vide così il corpo ormai senza vita di Sohni e, a causa della corrente forte, annegò anche lui nel fiume Chenab.”.

Il coraggio di Sohni è ancora oggi raccontato nelle canzoni popolari punjabi “Sohni annegò ma la sua anima nuota ancora in acqua…”. Questa storia d’amore, ambientata intorno al 18° secolo (alla fine del periodo Mughal) è stata resa popolare dal poeta punjabi Fazal Shah Sayyad e continua ad ispirare racconti, ballate, scene teatrali ed anche filmografia. La leggenda racconta che i corpi dei due amanti sono stati recuperati dal fiume Indo, vicino Shahdadpur, Sindh, a circa 75 Km. da Hyderabad  (Pakistan) dove si troverebbe la tomba di Sohni.

vedi la storia qui:

http://youtu.be/Owgx6fezy28

La mia LOHRI

La Lohri è una festa importante del Nord dell’ India, celebrata da tutti (a prescinder dalla appartenenza religiosa)  il giorno 13 Gennaio (secondo il calendario indu) di ogni anno, che ha le sue origni nello stato del Punjab anche se oggi, grazie alla sua popolarità, è festeggiata anche in Haryana, Himachal Pradesh, Jammu e Delhi.

Il nome Punjab significa “terra dei cinque fiumi”  ed è il nome di una delle regioni indiane più fertili, tanto che viene chiamata “granaio dell’India”; la maggior parte dei suoi abitanti lavora in agricoltura e perciò, nella loro vita, ogni stagione ha la sua importanza poiché da esse dipende il futuro raccolto. Per questo ad ogni stagione è dedicata una festa che viene celebrata con tutto l’entusiasmo e la gioia. La Lohri è appunto dedicata alla fine dell’ Inverno, cosi  la festa Basant è dedicata all’esordio della primavera, e, con la festa di Teeyan, si celebrano i Monsoni.

Con la Lohri si  festeggia il solstizio di inverno (scientificamente però questo avviene il 21-22 Dicembre) e si saluta così la notta più lunga cui seguiranno giorni più lunghi. Sono state proposte numerose teorie  riguardanti la derivazione del termine ‘Lohri’. Molti sostengono che il festival prenda il nome dal Loi, moglie del Santo Kabir.  Altri credono che il termine ‘Lohri’  abbia origine da ‘loh’, il nome di una padella di ferro utilizzato per la preparazione dei cibi.

Lohri è la festa della fertilità  e del ringraziamento per il buon raccolto agli elementi naturali come l’acqua, il vento e il fuoco. La Lohri è tradizionalmente associata alla raccolta delle colture Rabi (la raccolta di primavera). Le persone offrono a Dio le arachidi, il rewri (un dolce tradizionale fatto con semi di sesamo), farina, burro e prodotti alimentari vari per ringraziarlo del un buon raccolto.

Quando ero piccolo aspettavo felice l’arrivo della Lohri che era una della mie feste perferite. Durante il giorno, andavo con i miei amici a bussare a tutte le porte del villaggio cantando le storie di  Dulha Bhatti, un famoso eroe leggendario.  Tutti ci offrivano i loro dolci, i popcorn, le arachidi e i soldi, di solito 5, 10 rupie. Tornavamo a casa contenti di questo nostro “piccolo raccolto” di Lohri, perché tornare a mani vuote era considerato di cattivo auspicio. Anche le ragazze, molto eleganti nei loro salwar kameez (nome del vestito tradizionale punjabi) facevano come noi e quasi sempre loro riuscivano ad ottenere una Lohri molto più cospicua.Se alzavo lo sguardo al cielo vedevo tutti, grandi e bambini, giocare con bellissimi  aquiloni che coloravano tutto il cielo. La sera la festa continuava ed era particolarmente viva nelle case abitate da novelli sposi (la famiglia della donna si recava a trovarla per portarle dei doni) o dove era appena nato un bambino. Era tradizione di offrire agli ospiti gachchak (un dolce fatto con  zucchero di canna e arachidi), gur (dolce fatto con zucchero di canna), moongphali (arachidi) e phuliya o popcorn Nella piazza principale e nei cortili delle case la gente si riuniva intorno a un falò che rendeva la notte più chiara. Intorno, tutti cantavano le canzoni tipiche della Lohri e ballavano, soprattutto le ragazze, la tipica danza tradizionale del Punjab chiamata “Gidha”, mentre i ragazzi ballavano la “Bhangra” al ritmo del dhol (tipico tamburo) fino a che il fuoco non si spegneva. Semi di sesamo, gur, zucchero candito e rewaries venivano buttati nelle fiamme. Alcune persone facevano  una preghiera e giravano intorno al fuoco in segno di rispetto per  questo elemento naturale. Gli induisti versavano anche latte e acqua intorno al falò. Questo rituale veniva  eseguito per ringraziare il dio del sole e cercare la sua protezione continua.

Ancora oggi la Lohri si festeggia nel modo che vi ho raccontato, con la stessa vivacità e gioia. Sono contento che nulla sia cambiato a parte il fatto che oggi gli auguri di “Happy Lohri” si mandano e si ricevono anche via SMS.

Una leggenda legata alla Lohri racconta la storia di Dulla Bhatti  vissuto in Punjab, durante il regno di Mughal dell’imperatore Akbar, dove fu considerato un eroe perché, oltre a rubare i ricchi, salvò delle ragazze che furono prese con la forza per essere vendute nel mercato degli schiavi del Medio Oriente. Egli organizzò il loro matrimonio con ragazzi della loro religione con i rituali previsti , offrendo loro le doti.  Per questo nelle canzoni di Lohri  si esprime gratitudine a Dulla Bhatti.

testo by PASSOININDIA

foto by http://the-long-walk-home.blogspot.it/2011/01/of-lohri-and-its-good-ole-robin-hood.html

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