HANUMAN il Dio Scimmia

LA NASCITA DEL VENERATISSIMO HANUMAN, IL DIO CON LA FACCIA DI SCIMMIA. Sono tante le storie di Hanuman il veneratissimo dio con la testa di scimmia. Una riguarda la sua nascita, e anche di questa vi sono più versioni. Nei Purana, il gruppo di testi sacri indu in lingua sanscrita si racconta che quando, nelle foreste d’Himalaya, gli dei amanti Shiva e Parvati decisero per gioco di trasformarsi in scimmie e di farsi effusioni d’amore, Parvati rimase incinta; aspettandosi di avere un figlio scimmia, Shiva ordinò al dio del vento Vayu di trasportare il suo seme dal grembo di Parvati e di depositarlo in quello di Anjana – una scimmia femmina, che in quel preciso momento pregava per un figlio maschio. Anjana era una apsara, uno spirito femmina, di nome Punjikastala (o Managarva ) che nacque sulla terra come una scimmia femmina a causa di una maledizione. Quando diede alla luce il figlio, Anjana riacquistò il suo aspetto originale.

Un’altra versione è nello Shiva Purana: quando Vishnu si travestì da Mohini, una bellezza celeste, il suo fascino incantò così tanto Shiva che egli non riuscì a trattenere il suo seme. Vayu portò quindi il seme e lo depositò nel grembo di Anjana. Questo figlio era Hanuman, una delle amatissime divinità del pantheon indu. Hanuman è quindi figlio sia di Shiva che di Vayu.

Un altro mito racconta che Hanuman nacque da Anjani, la scimmia di corte, su cui cadde il prasad (offerta sacra) inviato da Agni, il dio del Fuoco, a Dasaratha, il re di Ayodhya, che a lui si era rivolto con il rito dell’ homa (un rituale fatto con il fuoco) perché lo aiutasse ad avere dei figli dalle sue tre mogli Kausalya, Sumitra e Kaikeyi. Le donne avrebbero dovuto mangiare il prasad per poter rimanere incinta ma a Kaikeyi ne cadde un poco che Vayu, il Dio del vento, portò nelle mani di Anjani che se lo mangiò e diede alla luce Hanuman. Kausalya e Sumitra diedero metà del loro prashad a Kaikeyi che era rimasta senza, così le tre regine diedero alla luce Rama, Lakshmana, Bharat e Satrghna. Hanuman però fu più potente perché generato da una intera porzione di prashad. Hanuman è simbolo della salute, della forza e della velocità.

Il mito racconta anche che Hanuman nacque con un perizoma, indicatore di quello che sarebbe stato il suo essere umile e ascetico. Portava anche degli orecchini. Infatti, quando il potente leader del mondo delle scimmie, Vali, venne a sapere che Anjana aspettava un figlio che sarebbe diventato suo potente rivale, creò un missile composto da cinque metalli: oro, argento, rame, ferro e stagno e lo diresse verso il grembo di Anjana. Il missile però si sciolse appena ne toccò il grembo e si trasformò in un paio di orecchini.

HANUMAN NELLE SCRITTURE INDU. Le scritture indu sono piene di racconti su Hanuman e le sue prodezze. Una volta, ad esempio, si scagliò verso il cielo avendo scambiato il sole per un frutto maturo. Sulla sua strada, tuttavia, vide il drago Rahu farsi strada per divorare il sole e provocare così un’eclissi. Scambiandolo per un verme, l’irrequieto Hanuman si precipitò verso Rahu e tentò di afferrarlo. Rahu cercò rifugio in Indra, il signore dei cieli che raccolse il suo fulmine mortale, montò il suo elefante bianco di nome Airavata e andò alla ricerca di Hanuman, cercando di fermarlo. Le nuvole si fecero minacciose e un lampo tuonò nel cielo per l’ ira di Indra. Ma Hanuman non si spaventò, anzi, fu ancora più eccitato e monto in groppa a Airavata. Indra si aggrappò a Hanuman con il suo fulmine e lo ferì facendolo precipitare rapidamente sulla terra. Suo padre Vayu, il dio del vento, scattò immediatamente in suo soccorso, lo prese a mezz’aria e si infuriò. Il Cosmo era in panico perché Vayu minacciava di lasciare tutti senza aria. Gli dei allora chiesero il perdono a Vayu, mandando benedizioni al bambino Hanuman e Vayu ripristinò l’aria nel cosmo. Fu tuttavia decretato che Hanuman sarebbe rimasto all’oscuro della propria abilità, a meno che, nel corso di un atto meritorio, la sua memoria non gli ricordasse la sua abilità sovrumana. Si vedrà in seguito come questa materia apparentemente insignificante metta in luce il significato simbolico di Hanuman.

Crescendo, Hanuman cercò di educare se stesso e scelse Surya, il dio del sole, come suo maestro. Così Hanuman volò davanti al carro del dio del sole, resistendo al bagliore impressionante, finché non cominciò la sua erudizione sui quattro libri della conoscenza (i Veda), sui sei sistemi di filosofie (darshanas), sulle sessantaquattro arti o sui kala e sui centotto misteri occulti dei Tantra.

Quando Hanuman completò la sua educazione (guru-dakshina), volle dimostrare a Surya la sua totale gratitudine; il dio del sole gli chiese allora di prendersi cura di suo figlio Sugriva, che era il fratellastro di Vali, re delle scimmie. Prima che Vali diventasse il signore delle scimmie, il loro re era Riksha. Una volta Riksha cadde in una piscina incantata e si trasformò in una donna. Sia il dio del cielo Indra che il dio del sole Surya si innamorarono di lei che quindi dette alla luce per ognuno di loro un figlio. Il figlio di Indra era il suo primogenito, Vali, mentre quello di Surya era Sugriva, il suo secondo figlio. Quando Riksha morì, il forte Vali divenne il loro sovrano indiscusso. Vali condivideva tutto con suo fratello minore Sugriva. Fu in queste circostanze che Hanuman entrò nella compagnia di Sugriva che in seguito divenne lui stesso il re delle scimmie. Fu sotto Sugriva che l’enorme esercito di scimmie aiutò Lord Rama a reclamare sua moglie che era stata rapita dal demone Ravana, come racconteremo in seguito.

HANUMAN NEL RAMAYANA. Il Ramayana, nato dal sapiente saggio Valmiki, dedito alla poesia, è una delle più grandi storie epiche che racconta la storie di Rama. Un giorno Valmiki venne a sapere che anche il grande Hanuman aveva scritto di Rama, e così egli andò a trovarlo in Himalaya per ascoltare la sua versione. Valmiki fu colpito dalla bellezza poetica del suo racconto ma ciò non lo rese completamente felice perché essa oscurava il suo lavoro. Allora Hanuman distrusse la sua creazione per sempre e questo dimostra ancora una volta il suo altruismo.

Il cattivo del poema Ramayana era il potente demone Ravana. Quando egli rapì Sita, Rama, il marito di lei, accompagnato da Hanuman e un esercito di scimmie assediarono Lanka, la capitale dell’impero di Ravana.

Chi sono Rama e Sita? https://passoinindia.wordpress.com/2019/09/29/le-coppie-nellinduismo-rama-e-sita-nel-ramayana/

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Mentre la battaglia procedeva, il demone perse tutti i suoi fratelli e figli. Alla fine mandò a chiamare il suo unico figlio sopravvissuto Mahiravana, un potente stregone che governava gli inferi (patala loka). Inizialmente Mahiravana non desiderava unirsi alla lotta contro Rama poiché riteneva che la causa di quest’ultimo fosse giusta. Ma, conoscendo la sua devozione per la dea Kali, gli si rivolse così: “Pensa ai poteri che la dea Kali ti concederà quando le offrirai la testa di due giovani belli e virili come Rama e suo fratello Lakshmana“. Il grande stregone Mahiravana riuscì a rapirli mentre dormivano, lasciandosi alle spalle una scura scia che si allungava in profondità nelle viscere della terra. Hanuman si tuffò immediatamente nel tunnel e si diresse verso Patala, il regno sotterraneo di Mahiravana. Lì, trovò i due fratelli legati a un palo, i loro corpi unti con olio di senape e decorati con fiori di calendula, pronti per essere sacrificati. Accanto a loro, Mahiravana stava affilando la lama sacrificale e cantando inni per invocare la dea Kali. Hanuman prese la forma di un’ape e sussurrò all’orecchio di Rama, “Quando Mahiravana ti chiede di posare il tuo collo sul blocco sacrificale, digli che, essendo di lignaggio reale, non hai mai imparato a chinare la testa. Digli di mostrarti come fare.” Mentre Mahiravana mostrava a Rama come chinare la testa, Hanuman riprese la sua forma, afferrò la lama e decapitò lo stregone, offrendolo alla dea Kali che, affascinata, fece di Hanuman il suo portiere e in effetti molti templi della dea hanno una scimmia come guardia delle loro porte. Questo è anche il motivo per cui Hanuman viene invocato in qualsiasi lotta contro la stregoneria, e quindi gli amuleti e gli incantesimi che lo raffigurano sono estremamente popolari tra i devoti. La morte di Mahiravana riempì il cuore di Ravana di paura. Consultò gli astrologi di corte che studiarono il suo oroscopo e decretò che l’allineamento dei corpi celesti non era a suo favore. Ora, l’astrologia indiana è governata da nove pianeti, noti come i navagraha. Ravana pensò che cambiando l’allineamento di questi corpi celesti sarebbe stato in grado di alterare il suo destino. Salì sul carro volante fin nei cieli e catturò i nove pianeti. Iniziò quindi una serie di rituali che, in caso di successo, avrebbero costretto i pianeti a riallinearsi a suo favore. Quando Hanuman venne a conoscenza, condusse una banda di scimmie nella sala sacrificale di Ravana, con l’intenzione di interrompere il rituale. Trovarono Ravana seduto accanto a un altare di fuoco con gli occhi chiusi in una profonda meditazione, recitando mantra. Le scimmie gridarono e spensero il fuoco, gettarono via gli utensili cerimoniali e cancellarono i diagrammi occulti (yantra) dipinti sul pavimento. Ravana però non si svegliò dalla sua profonda trance e continuò a cantare le sante formule. Hanuman si rese conto che Ravana avrebbe dovuto essere fermato ad ogni costo, altrimenti il cattivo sarebbe riuscito a cambiare il corso del destino. Escogitò quindi un piano e ordinò ai suoi luogotenenti di entrare nelle camere femminili e spaventare le molte mogli di Ravana. Le scimmie obbedirono attaccando le regine e le concubine di Ravana. Ma tutto fu inutile perché Ravana non si mosse. Ma quando le scimmie affrontarono Mandodari, la moglie principale di Ravana, scoprendo i denti, battendosi il petto e grugnendo minacciosamente, Mandodari, terrorizzata, disse “Guai a me. Mio marito medita mentre le scimmie minacciano la mia castità.” E Ravana aprì gli occhi e corse in sua difesa. Finalmente Hanuman poté correre di nuovo nella sala sacrificale e liberare i nove pianeti tenuti prigionieri, vincendo l’eterna gratitudine dei grahas. Per questo Hanuman è adorato dai suoi devoti ogni volta che essi percepiscono i loro problemi come il risultato della configurazione sfavorevole dei corpi celesti. Hanuman viene spesso mostrato a calpestare sotto i suoi piedi una donna che si dice rappresenti Panvati (o Panoti), una personificazione di influenze astrologiche dannose.

Un’altra leggenda interessante riguarda il pianeta Saturno (Shani). Percepito come un’influenza sfavorevole, si ritiene che Saturno visiti ogni individuo almeno una volta nella vita per un periodo di sette anni e mezzo. Secondo il destino, Saturno scese su Hanuman quando questi era impegnato a costruire un ponte sull’oceano per aiutare Rama e il suo esercito a raggiungere Lanka. Hanuman chiese al pianeta di rimandare la sua visita fino a quando non fosse riuscito ad aiutare Rama a riconquistare Sita. Ma Saturno fu irremovibile e Hanuman dovette inchinarsi contro la volontà della natura. Hanuman invitò Saturno di sedersi sulla sua testa (le sue gambe erano troppo umili per Saturno) mentre le sue mani erano impegnate a servire Rama. Saturno si sistemò felicemente sulla testa di Hanuman che continuava il suo lavoro, accumulando pesanti massi e pietre sulla sua testa in un modo apparentemente casuale. Dopo un po’, Saturno non riuscì più a sopportare più il carico dei massi ammucchiati e desiderò scendere. Hanuman insistette per completare i suoi obbligatori sette anni e mezzo, ma Saturno chiese la sua liberazione dicendo che i sette minuti e mezzo che ha trascorso in testa a Hanuman gli erano sembrati comunque sette anni e mezzo. Così parlando Saturno si congedò da Hanuman e da allora gli adoratori di questo dio scimmia sono certi che gli inevitabili effetti negativi della sade-sati di Saturno (sette anni e mezzo di permanenza) possano essere ridotti da una vera devozione ad Hanuman.

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HANUMAN E LA MADRE. Dopo l’annientamento di Ravana, Rama chiese ad Hanuman come avrebbe voluto essere ringraziato per i suoi servizi. Egli rispose: “Mio signore, lasciami passare il resto dei miei giorni al tuo servizio.” Rama accettò volentieri la richiesta e così anche Hanuman salì a bordo del carro verso la loro nativa Ayodhya. Sulla strada, tuttavia, Hanuman pensò di visitare sua madre Anjana, che viveva su una montagna vicina. Anche Rama e gli altri del gruppo volevano incontrarla. Arrivati, Hanuman si avvicinò a sua madre felicissima e la abbracciò. Tutti si inchinarono in riverenza alla donna. Hanuman le raccontò di tutti gli eventi che avevano portato alla morte di Ravana sul campo di battaglia. Sorprendentemente, Anjana si rivolse così a Hanuman: “Il mio darti alla luce è stato vano, e nutrirti con il mio latte non è servito a nulla”. Tutti rimasero senza parole. E continuò: “Vergogna per la tua forza. Non avevi abbastanza potere per sradicare la città di Lanka da solo? Non avresti potuto annientare il mostro a dieci teste e il suo esercito da solo? Se non sei abbastanza forte da farlo, sarebbe stato meglio che ti fossi almeno ucciso combattendo contro di lui. Mi dispiace che tu sia vivo. Lord Rama ha dovuto costruire un pericoloso ponte di pietre sull’oceano turbolento per raggiungere Lanka e ha dovuto combattere l’enorme esercito di demoni per recuperare la sua amata Sita. Il nutrimento del mio seno è stato quindi infruttuoso. Vattene e non mostrarmi mai più la tua faccia”. La donna si stava riferendo a quando Hanuman fu deputato ad andare a cercare Sita nella città di Lanka prigioniera di Ravana, affinché potesse poi iniziare la battaglia per salvarla. Hanuman la trovò e bruciò l’intera città. Il dispiacere di Anjana derivava dal fatto che, sebbene Hanuman fosse capace di riportare Sita da solo in quella occasione, non lo fece. Hanuman le ria mani giunte: “O Grande Madre, non ho mai compromesso il valore sacro del tuo latte. Non sono che un semplice servitore. Durante quella visita mi era stato ordinato solo di cercare Sita e non di uccidere Ravana. Ho quindi agito scrupolosamente e mantenuto la mia parola”. In effetti, Hanuman aveva chiesto a Sita, quando l’aveva incontrata prigioniera di Ravana, se preferiva essere salvata da lui in quel preciso momento. Ella rispose negativamente sottolineando che era suo dovere liberarla e Rama stesso avrebbe dovuto venire a riprenderla. La madre allora disse: “Caro figlio, non ho mai saputo tutto questo, ma ora è confortante che il mio latte abbia davvero dato frutti abbondanti”. La ripetuta glorificazione del suo latte da parte di Anjana non fu apprezzata da Lakshmana, che la considerò un’esagerazione. Percependolo, lei gli si rivolse dicendo: “Lakshmana, ti stai chiedendo perché questa scimmia-donna apparentemente debole sta esaltando l’efficacia e la potenza del suo stesso latte? Il mio latte è davvero straordinario.” Dicendo ciò Anjana si strinse il seno e la pioggia di latte che trasudava schizzò contro una montagna vicina dividendola in due. Rivolgendosi nuovamente a Lakshmana, spiegò: “Hanuman è stato allevato con lo stesso latte, come potrebbe mai essere sprecato?” Dopo aver raggiunto in sicurezza Ayodhya, Rama fu felice nel suo matrimonio. Hanuman continuò ad essergli devoto. Molti episodi definiscono Hanuman come l’ultimo bhakta (devoto) e fanno molta luce sulla sua personalità unica piena di brahmacharya, la capacità di controllo dei propri sensi.

IL ROSSO VERMIGLIO DI HANUMAN. Ogni mattina Hanuman osservava che Sita si metteva un segno rosso sulla fronte e si spalmava la ciocca dei capelli con polvere di vermiglio, secondo un rituale che è prerogativa esclusiva delle donne sposate in India. Essendo curioso, le chiese il motivo. “Per il benessere di mio marito”, rispose lei. L’umile Hanuman si chiese: “Se una donna virtuosa come Sita deve applicare il vermiglio in questo modo per il bene di Lord Rama, io, una semplice scimmia, devo fare di più”. Prese il colore e ne imbrattò tutto il corpo. Rama e Sita furono commossi dalla purezza del cuore di Hanuman. Da allora, le raffigurazioni di Hanuman sono spesso colorate di un ricco rosso vermiglio.

LA DEVOZIONE DI HANUMAN. Una volta Sita diede a Hanuman una collana di perle. Dopo un po’, gli abitanti della città lo osservarono rompere la collana e ispezionare minuziosamente ogni perla. Incuriositi gliene chiesero il motivo. “Sto cercando Rama e Sita”, rispose Hanuman. Ridendo della sua apparente ingenuità, gli spettatori gli fecero notare che la coppia reale era al momento seduta sul trono imperiale. “Ma Rama e Sita sono dappertutto, incluso il mio cuore” si chiese ad alta voce il vero bhakta. Non capendo la profondità della sua devozione, lo stuzzicarono ulteriormente: “Quindi Rama e Sita vivono nel tuo cuore, puoi mostrarcelo?” Senza esitazione, Hanuman si alzò in piedi e con i suoi artigli affilati si strappò il petto. Lì, nel suo cuore pulsante, il pubblico attonito fu colto di sorpresa vedendo un’immagine di Rama e Sita. Nessuno derise più Hanuman per la sua devozione.

HANUMAN CHE RIUNISCE INDIVIDUO E SPIRITO. L’obiettivo di tutto il desiderio mistico è l’unione dell’anima individuale con l’anima universale. Nell’Adhyatma Ramayana, il testo sanscrito risalente al XIV o XV secolo, Sita rappresenta l’individuo (jiva-atma), che è separato dall’universale (param-atma) simboleggiato da Rama. In una bellissima interpretazione, si dice che Hanuman personifichi la bhakti, che annienta l’ “ahankara” o ego (Ravana) e riunisce i due.

IL POTERE DELLA MENTE. Nel simbolismo indù, la scimmia indica la mente umana, che è sempre irrequieta e sembra essere l’unica cosa su cui l’uomo possa avere il controllo assoluto. Non possiamo controllare il mondo che ci circonda, ma possiamo controllare e domare la nostra mente con ardente disciplina. Non possiamo scegliere la nostra vita ma possiamo scegliere il modo in cui rispondiamo ad essa. Hanuman, quando era bambino, fu tentato dal sole e si precipitò verso di esso pensando che fosse un frutto delizioso. Sulla sua strada, tuttavia, fu distratto dal pianeta Rahu e cambiò il suo percorso. Quindi Hanuman rappresenta l’intelletto umano inquieto. È solo deviandolo sul sentiero della pura bhakti (devozione), che può essere reso consapevole della sua essenza profonda e silenziosa. Secondo il punto di vista indù, non esiste un mondo oggettivo. L’intero mondo manifestato è un fenomeno soggettivo creato da noi stessi. Noi umani abbiamo la capacità unica di condizionare le nostre menti. In altre parole, abbiamo il potere di cambiare il modo in cui percepiamo la vita. E cambiando le nostre percezioni della vita, abbiamo il potere di cambiare il nostro mondo. Quando Hanuman entra nella vita di Rama, cambia il mondo di Rama. Trasforma una crisi (la perdita di Sita) in un’opportunità (libera il mondo da Ravana). Trasforma una vittima in un eroe.

Pertanto, Hanuman non è una scimmia normale. Durante la ricerca di Sita, le scimmie si sono confrontate con il vasto oceano che si trova tra loro e Lanka. Si chiedevano come si sarebbero fatti strada attraverso quel potente ostacolo. Qualcuno suggerì ad Hanuman di saltare e attraversare il mare. Ma Hanuman era dubbioso, “Non posso farlo”, disse. In quel momento, uno dei suoi compagni ricordò ad Hanuman i fantastici poteri dormienti dentro di lui. Immediatamente Hanuman si ricordò della sua forza divina e balzò attraverso l’oceano. Quindi anche la nostra mente deve ricordare il suo potenziale divino e credere nella sua propria capacità. Per questo Hanuman è il simbolo della mente perfetta e incarna il massimo potenziale che essa può raggiungere.

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HANUMAN E LO YOGA. Se lo yoga è la capacità di controllare la propria mente, Hanuman è lo yogi per antonomasia perché ha una perfetta padronanza dei suoi sensi, raggiunto attraverso uno stile di vita disciplinato, temperato dai flussi gemelli di celibato e devozione altruista (bhakti). È anche un perfetto karma yogi poiché compie le sue azioni con distacco, agendo come uno strumento del destino anziché essere spinto da qualsiasi motivo egoistico. Il Pranayama è la capacità di controllare il respiro in modo che l’inspirazione e l’espirazione dell’aria siano ritmiche. Ebbene, Vayu, il dio dell’aria e del vento, insegnò per la prima volta il pranayama a suo figlio Hanuman, che a sua volta lo insegnò all’umanità. Anche il Surya Namaskar (saluto al sole), è stato ideato da Hanuman come saluto per il suo insegnante Surya.

HANUMAN JAYANTILa festa per eccellenza di Hanuman è l’ Hanuman Jayanti. Questa festa non è necessariamente celebrata allo stesso tempo in diverse parti dell’India. Nella maggior parte dei casi, “Hanuman Jayanti” viene celebrata durante la luna piena del mese Chaitra (corrispondente a metà marzo del calendario gregoriano e di solito il giorno di Chaitra Pournimaa) nell’India del Nord o anche durante del mese di  Baishakh (corrispondente al mese di aprile-maggio nel calendario gregoriano) mentre nel sud dell’India – Kerala e Tamil Nadu – viene celebrata durante il mese indù “Dhanu” (o Margazhi  in Tamil) corrispondente da dicembre a metà gennaio. 

Non dimentichiamoci poi della festa di Dussehra (Vijaya Dashami, Dasara, o Dashain) è una festa indù. E’ considerata festività nazionale indiana che ricorre 20 giorni prima del Diwali  (la festa delle luci), altra importante festività religiosa indiana. Con Dussehra gli induisti celebrano la vittoria del dio indù Rama sul re demone Ravana (re di Sri Lanka). Per saperne di più vai qui 

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HANUMAN è anche chiamato Mahavira (il grande eroe) o Pavansuta (il figlio del vento) o Bajarangbali (che ha la forza del fulmine) o Anjaneya (figlio di Anjana). Il suo nome deriva dal sanscrito  uomo con mascelle forti ( hanu )”. Nell’induismo è una vanara che in sanscrito significa “con pelo o coda di scimmia. Si crede che i languri (le scimmie) dalla faccia nera ( Semnopithecus entellus ) molto presenti in India, sarebbero i discendenti di Hanuman; in hindi sono chiamati “Hanuman Langur” ed è per questo che sono molto venerati.

Nella foto di copertina Hanuman con Lakshmana e Rama.

Con l’ausilio di https://www.exoticindiaart.com/article/hanuman/

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Le coppie nell’induismo: Rama e Sita (nel Ramayana)

Il RAMAYANA, capolavoro della letteratura indiana antica, il cui nome significa, “il viaggio di Rama” è uno dei più popolari poemi epici e testo sacro per l’induismo. La sua complessa ed elegante redazione fatta di paragoni, allegorie, metafore, rime, giochi di parole è attribuita al saggio poeta Rishi Valmiki tra il I° e il II° secolo d.C., che si dedicò all’ascesi proprio per scrivere le storie tramandate dai cantori itineranti. L’opera è suddivisa in tre kanda (libri), composti di 675 sarga (canti), per un totale di ventiquattromila strofe. La storia è questa. Rama, figlio primogenito del Re Dasaratha di Ayodhya, vinse una gara di tiro con l’arco, ottenendo così di sposare la principessa Sita, figlia del re di Videha. Rama è destinato a succedere al trono del padre ma, a causa degli intrighi della matrigna Kaikeyi che al trono vuole invece suo figlio Bharata, è costretto ad allontanarsi dal regno fino alla foresta di Dandaka con sua moglie Sita e il fratello Lakshmana, dove rimarrà per ben 14 anni. Qui incontrano Surpanaka, una demonessa che si invaghisce di Rama e vuole uccidere Sita, ma Rama la affronta e la ferisce mutilandola. Allora Surpanaka chiede aiuto a suo fratello Ravana, il quale accorre dall’isola di Lanka con un’orda di demoni. Veduta Sita se ne invaghisce perdutamente. Qui egli dovrà combattere contro i demoni Rakasa, il cui re, Ravana re di Lanka, demone dalle dieci teste e venti braccia, cercherà di rapire Sita e portarla con sé in Sri Lanka. Marica, il ministro di Rawana, nel tentativo di allontanare Rama da Sita, si trasforma in un cervo d’oro per attirare l’attenzione della sposa che quindi vuole catturarlo, senza successo. Ella chiede quindi a Rama di aiutarla che parte perciò all’inseguimento del cervo, lasciando il fratello a vegliare sulla moglie. Sita, sentendo una richiesta di aiuto del marito, prega Lakshmana di correre in suo soccorso. Sita rimane sola e Ravana, avvicinandola sotto la finta figura di un prete assetato, la porta via con sé. Rama nel frattempo riesce a colpire il cervo con una freccia, che tuttavia scappa. Rama, nel suo ritorno, viene a sapere del rapimento della moglie. Rama quindi, figura quasi divina, comincia la sua crudissima battaglia contro i demoni che tuttavia vincerà grazie all’aiuto del popolo delle scimmie divine, i vānara, e ai guerrieri scimmia, tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman, che formano un ponte tra India e Sri Lanka consentendogli di raggiungere Ravana, ucciderlo in duello e salvare Sita. Rama verrà finalmente incoronato re al trono che Bharata, consapevole dell’ingiustizia, volentieri gli lascerà.

Rāma, per rispettare il dharma, la regola sociale, deve ripudiare Sītā, sospettata di aver dovuto cedere alle attenzioni di Ravana. Ma Sita accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme, dando così prova della sua purezza. Ma i sudditi diffidano della virtù di Sita e costringono Rama a bandirla nella foresta dove Sita muore dopo aver partorito due gemelli avuti da Rama. Quando Rama apprende la notizia, sopraffatto dal dolore, muore, e lo spirito divino che albergava in lui risale al cielo per riprendere l’aspetto originario del dio Vishnu di cui Rama, in questa storia è stato avatar (incarnazione).

Sono molti gli insegnamenti morali, politici, religiosi e sociali contenuti e prescritti in questo poema popolarissimo. L’obbedienza di Rama agli ordini del padre, il senso di giustizia del fratellastro di Rama, la devozione a Rama di Hanuman, capo delle scimmie, il coraggio di Rama di combattere contro Ravana (che ottenne dal dio Brama il dono di poter essere ucciso da un solo uomo: Rama) per salvare l’umanità, la fedeltà di Sita rappresentano tutte azioni di adesione al dharma, il dovere, la legge comportamentale, l’obbligo morale, la verità e la giustezza, base quotidiana della fede e dell’etica induista.

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Oggi in India la festa di Dussehra

Dussehra (Vijaya Dashami, Dasara, o Dashain) è una festa indù. E’ considerata festività nazionale indiana che ricorre 20 giorni prima del Diwali  (la festa delle luci), altra importante festività religiosa indiana. Con Dussehra gli induisti celebrano la vittoria del dio indù Rama sul re demone Ravana (re di Sri Lanka). Questa storia mitica è raccontata nel grande racconto epico Ramayana. Ravana aveva una sorella, nota come Shoorpanakha che si è innamorata dei fratelli Lakshamana ( fratello di Rama) e Rama e voleva sposare uno di loro. Ma Lakshamana rifiutò di sposarla e Rama non poté farlo perché era già sposato con Sita. Shoorpanakha minacciò quindi di uccidere Sita, in modo da poter sposare Rama. Questo fece arrabbiare Lakshamana che quindi le tagliò il naso e le orecchie. Quando il re di Sri Lanka, Ravana, seppe ciò, rapì Sita per vendicare le ferite di sua sorella. Rama e Lakshamana combatterono quindi una battaglia per salvare Sita, aiutati dal dio di scimmia Hanuman e da un enorme esercito di scimmie. Qui Rama rappresenta il trionfo del bene sul male ed è questo che si celebra con il Dussehra. In questo giorno i fedeli si incontrano nelle case e nei templi per pregare (puja) gli dei e offrire loro cibo. Ci sono fiere all’aperto (melas) e le effigi di Ravana vengono allestite durante il giorno per essere bruciate alla sera sui falò ( i fuochi di artificio vengono posti dentro queste statue di carta e legno). Dussehra è il culmine del festival Navaratri (Navratri è un festival di nove notti – da cui il nome – dedicato al culto di una divinità indù Shakt, dea della forza. La Dussehra cade il decimo giorno di questo periodo). Nei giorni antecedenti il Dussehra vengono rappresentate, all’aperto, nel Nord India, i miti del Ramlila, una versione breve del poema epico Ramayana. Gli attori interpretano, in costumi tradizionai e antichi, le storie di Rama, Sita, Ravana, Hanuman, Lakashman, Sugriv, Meghnath e così via. Si ritiene che questa festa sia l’occasione migliore per iniziare qualcosa di nuovo, ad esempio un viaggio, o un progetto e per comprare gioielli d’oro e d’argento, utensili o oggetti per la casa. In questo periodo infatti in molti negozi vengono praticati sconti sui prezzi; di fatto, questa festa coincide con la fine del raccolto per cui rappresenta il momento in cui le persone dispongono di più denaro. Nel giorno di Dussehra gli uffici governativi e i negozi sono chiusi.

All’interno di questa festa, ogni zona dell’India svolge riti tradizionali diversi. Ad esempio nel Karnataka si fa una grande processione in onore della dea Chamundeshwari che viene trasportata su un trono a dorso di elefante nella città di Mysore. Ancora, sempre nel Karnataka, si usa far benedire strumenti di uso domestico o lavorativo come libri, computer, pentole, auto ecc. Nel Bengala invece si preparano speciali cibi tra cui il pane fritto e snacks di patate speziate.

Durante questa festa vengono ricordate anche le mitiche storie indu del Mahabharata, dove si racconta dei cinque fratelli Pandava che combatterono le forze del male e, prima di andare in esilio per un anno, abbandonarono le loro speciali armi in un albero Shami dove, al loro ritorno, ancora le trovarono.Per questo, prima di combattere una battaglia, che poi avrebbero vinto, si prostravano in adorazione di quello stesso albero.

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Il significato del Bindi e del Sindoor (with English version)

L’eroina del primo romanzo di Mala Kishoendajal “Dame Blanche” racconta dell’origine del rito di applicare il sindoor nel corso della cerimonia matrimoniale indu: Nel Medio Evo i musulmani rapivano le ragazze indù e le violentavano. Come segno di questo stupro applicavano il sindoor sulla scriminatura dei capelli delle vittime. Da qualche parte, nel 13th secolo, un bramino intelligente ebbe una brillante idea per indurre in errore i musulmani: applicare il sindoor alla scriminatura dei capelli delle ragazze fin dal momento della loro nascita. In questo modo non era più possibile per i musulmani per scoprire chi era stata violentata e chi no.”.

Quando parliamo di segni sulla fronte facciamo riferimento a termini come tilak, kumkum, sindoor e bindi.

Il Bindi è in origine un segno rotondo sulla fronte delle femmine indù. La parola Bindi deriva dal sanscrito bindu che significa punto o goccia. E’ una tradizione molto antica tra gli uomini e le donne indù. L’antico nome di questo simbolo è tilaka (detto anche tikka). E’ fatto con terre colorate, ceneri di yajna (cioè derivanti dal rituale del sacrificio del fuoco), pasta di sandalo o unguenti.

Testi indiani sacri, miti e poemi epici parlano del tilaka e del sindoor. Si parla di tilaka nel poema del Maha Bharata, nei drammi in sanscrito di Kalidasa (il più grande poeta della letteratura classica indiana vissuto probabilmente tra il III e il V secolo aC ed il cui nome significa “servitore della dea Kali”) e altre opere come il Panchatantra e la Kathasarita Sagara (antiche raccolte indiane di favole e leggende). Tulsidas, un poeta indiano vissuto tra il 1500 e il 1600 la cita nella sua Ram Charit Manas quando racconta del matrimonio tra Rama e Sita.

Il colore rosso sia del bindi che del sindoor è collegato con raja, uno dei tre componenti della prakriti (la natura, descritti nella filosofia Sankhya, una delle sei filosofie della religione induista) che è sattva, rajas e tamas. Queste tre componenti della prakriti rappresentano la bontà, la passione e le tenebre. Ognuno di essi è rappresentato da un colore. Il colore bianco è per la bontà, il rosso per la passione e il nero è per l’oscurità e l’ignoranza. Il rosso rappresenta quindi l’aspetto passionale della prakriti. Il rosso implica anche l’amore, la fertilità e la forza. Sindoor infatti significa cinabro o solfuro di mercurio ed il minerale dal brillante pigmento rosso che si usa per tracciarlo. Per alcuni simboleggia la antica pratica di offrire sacrifici di sangue per compiacere gli Dei – in particolare la dea Shakti. Nel tempo, le comunità hanno posto fine a questi sacrifici ma il colore rosso è rimasto.

Gli studiosi non sono d’accordo circa l’origine dell’usanza del bindi o sindoor. Secondo alcuni studiosi, al tempo della antica società degli Aryan, lo sposo usava applicare il suo sangue sulla fronte della sposa come riconoscimento del matrimonio e da ciò deriverebbe questa usanza. Oggi, nella cerimonia del matrimonio indù lo sposo pone il sindoor sulla scriminatura dei capelli della sposa a simboleggiare vita coniugale eterna. L’applicazione del sindoor rappresenta quindi anche il cambio di status da sposa a moglie. Quando una donna indiana resta vedova deve smettere di indossare questo marchio. Allora la suocera o la cognata rimuovono il sindoor e la vedova romperà i suoi braccialetti e toglierà l’anello al naso (il nath). Il punto di separazione dei capelli adornato dal sindoor rappresenta infatti un fiume di sangue rosso pieno di vita e quando il sindoor viene rimosso, il fiume diventa sterile, arido e vuoto. Questa usanza è prevalente nelle aree rurali ed è seguita da tutte le caste e ceti sociali. Così il sindoor, oltre ad essere un ornamento di buon auspicio, svolge anche il ruolo di un silenzioso simbolo di comunicazione. Se c’è un lutto in famiglia, le donne non indossano il sindoor, al limite solo una striscia di curcuma, giusto per non indicare vedovanza. Durante le mestruazioni, alcune donne si astengono dall’ indossare il sindoor.      

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Il bindi è invece utilizzato anche dalle donne non sposate, come anche il Kumkum rosso a base di curcuma (la radice polverizzata di una pianta usata anche nella cucina indiana). Il bindi viene posizionato tra gli occhi perché, secondo i saggi indiani, l’area tra le sopracciglia è la sede della saggezza latente. Questo punto tra gli occhi, conosciuto con vari nomi come Ajna Chakra, occhio spirituale, e Terzo Occhio, si dice che sia il centro nevralgico più importante del corpo umano. Nel Kundalini Yoga e nella tradizione tantrica, durante la meditazione, la “kundalini” – la latente energia che sta alla base della spina dorsale – si risveglia e sale fino al punto di sahasrara (7 ° chakra) situata nella testa o nel cervello. 

Il punto centrale, il bindu, diventa quindi il possibile sbocco per questa potente energia.

Alcuni studiosi associano il bindi con la nascita di Kali dalla fronte di Durga. Si applica sulla fronte in tutti le occasioni religiose e cerimoniali. 

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Il tilaka, infine, è di più di un colore anche se normalmente è vermiglio e viene applicata in modo diverso dai membri delle diverse caste indù e sotto-caste.

Gli adoratori di Vishnu applicano una tilak rosso, giallo o zafferano a forma di “U”. Gli adoratori di Devi o Durga applicano un sindoor rosso. Gli adoratori di Shiva applicano una tripundra (tre linee orizzontali) ed è fatto con ceneri (Bhasma). Anche la fuliggine (Abhira) è usata come pigmento per applicare una tilak. .

In alcune zone il termine Tilak viene anche utilizzato per rappresentare il rito eseguito un po ‘prima della cerimonia del matrimonio per finalizzare e dare un timbro ufficiale al fidanzamento. Dopo che la famiglia dello sposo accetta la proposta della famiglia della sposa e gli oroscopi sono stati confrontati un giorno propizio è messo a punto dal sacerdote per la Tilak e il matrimonio. Si tratta di una vecchia usanza. La Tilak indica che lo sposo è pronto per il matrimonio.

In passato la regina Kshatriya utilizzò questo piccolo segno sulla fronte del marito per portargli fortuna sul campo di battaglia o per dargli il benvenuto a casa. Nei tempi moderni si usa per accogliere gli ospiti. Il bindi e kumkum porta con sé una ricchezza di significato ed collegato ad una tradizione molto antica. Nel mondo di oggi, non solo le damigelle indu usano apporre il bindi ma esso ha trovato la sua applicazione anche nelle case dei musulmani e cristiani. Il Kumkum può essere ottenuto come liquido, pasta, polvere o in forma di stick. Il Bindi è disponibile anche in molte forme. La nuova tendenza è lo “sticker-bindi”. Sono venduti sul mercato in piccoli pacchetti di diversi colori e disegni e hanno un po ‘di colla sul retro in modo che possano essere messi facilmente sulla fronte. L’adesivo-bindi è fatto di feltro, con colla su un lato. Alcuni sono creazioni davvero esotiche, utilizzando un sottile metallo nei colori oro e argento, tempestato di scintillanti pietre semi-preziose. Oggi le signore hanno una varietà di bindi tra cui scegliere. Il Bindi è una parte necessaria del trucco della donna, e ha trovato la sua strada nel mondo della moda internazionale.

(Wahid Saleh)

questo testo deriva dalla libera traduzione dal sito:

http://www.indiawijzer.nl/what_is_indiawijzer/wahid_press_and_publication/publication/10_bindi.pdf,

Si precisa che questo post contiene, rispetto al testo originale, qualche informazione aggiuntiva

THE BINDI AND THE SINDOOR

The heroin of Mala Kishoendajal’s first novel “Dame Blanche” mentions about the origin of the rite of applying sindoor during a Hindu marriage ceremony as follows:
In the Middle Ages Muslims kidnapped Hindu girls and raped them. As a mark of this rape they applied sindoor in the partition of hair of the victims. Somewhere in the 13th century, a clever Brahmin got a bright idea to mislead the Muslims. From their birth the sindoor was applied at the partition of the hair of the girls. This way it was not possible for the Muslims to find out who was raped and who was not. These remarks raised my curiosity to find out the origin of the Hindu rite of using tilak, kumkum, sindoor and bindi. The result is this article. Bindi originally is a round mark on the foreheads of Hindu females. Bindi is derived from the Sanskrit
word bindu meaning dot or drop. Making a mark on the forehead is a very old tradition among Hindu men and women. The old name for this mark is tilaka. Tilaka is made with coloured earth, ashes of  yajna (the fire offering), sandalwood paste or unguent. The term tika or tikka is a distorted form of the term tilaka.
Indian religious texts, scriptures, myths and epics mention the tilaka and sindoor. The mention of tilaka can be found in Maha Bharata, in Sanskrit plays of Kalidasa (1st century BC) and other works like Panchatantra or Kathasarita Sagara. Tulsidas mentions it in his Ram Charit Manas at the time of  the marriage between Ram and Sita. The term bindi is rather new.
The red colour is connected with rajas, one of the three constituents of prakriti (nature) that is sattva, rajas and tamas. These three constituents of prakriti represent goodness, passion and darkness. Each of these is represented by a colour. White colour is for goodness, red is for passion and black is for darkness and ignorance. These three constituents of prakriti are described in Sankhya philosophy of  Hindu religion. The red colour of bindi or sindoor represents the passionate aspect of prakriti. The red implies also love, fertility and strength. Sindoor (vermilion) is sublimed mercuric sulfide and is a brilliant red pigment.
Modern Hindu wedding rituals are described in books of rituals for the householders called Grahya Sutras. The most extensive of these is the Pāraskara Grahya Sutra (6th century BC). In Pāraskara Grahya Sutra there is no mention of bindi or sindoor. However it is mentioned that in addition to the rituals described in these books, people can also perform the rituals that are in vogue in the community. The colour red is significant. The red colour, some believe, symbolizes the far more ancient practice of  offering blood sacrifices to please the Gods – particularly the Goddess Shakti. In time, communities put an end to actual sacrifices and offered gifts instead, but the colour red remained. Scholars differ about the origin of using bindi or sindoor. According to some scholars in ancient times, in Aryan society, a groom used to apply his blood on-his bride’s forehead as recognition of wedlock. The existing practice among Indian women of applying a round shaped sindoor or red tilak could be a survival of this. In a Hindu marriage ceremony the groom places sindoor on the bride’s head, at the partition of the hair. This is a symbol of eternal, everlasting married life. In Bengal the groom dips a ring in sindoor and traces a red line through the parting in the bride’s hair. Application of sindoor is also the change of status from bride to wife. The bridegroom’s make-up is incomplete without the tilak. Red kumkum made from turmeric is also applied on the forehead. But kumkum and sindoor are not synonymous. Unmarried women can use kumkum, but they will never wear sindoor. Significantly when an Indian woman has the misfortune of becoming a widow she has to stop wearing
this mark. The sindoor, apart from being an auspicious adornment, also plays the role of a silent communicator. If there is a death in the family, women don’t wear sindoor. Many married women would use turmeric as a substitute merely to indicate not widowhood but a state of mourning in the family. During menstruation, some women refrain from wearing sindoor.
The positioning of the bindi in between the eyes is significant. According to the Indian sages, the area between the eyebrows is the seat of latent wisdom. This point between the eyes, known by various names such as Ajna Chakra, Spiritual Eye, and Third Eye, is said to be the major nerve center in the human body. In the Kundalini yoga and Tantric tradition during meditation, the “kundalini” – the latent energy that lies at the base of the spine is awakened and rises to the point of sahasrara (7th chakra) situated in the head or brain. The central point, the bindu, becomes therefore a possible outlet for this potent energy.
Some scholars associate the bindi with the birth of Kali from Durga’s forehead. It is supposed to signify the mystic third eye of a person. It is applied on the forehead on all religious and ceremonial occasions and means welcome. The tilaka is of more than one colour although normally it is vermilion. It does not have any standard shape and form and is applied differently by members of different Hindu sects and sub-sects.

The Vishnu worshippers apply a red, yellow or saffron tilak in the shape of “U”. The worshippers of Devi or Durga apply red indoor. Worshippers of lord Shiva apply a tripundra (three horizontal lines) and it consists of ash (Bhasma). Soot (Abhira) is also used as a pigment for applying a tilak. The forehead dot found on the 2nd and 3rd century AD sculptures of Lord Buddha are known as the “urna”. In some areas the term tilak is also used to represent the rite performed a little before the marriage ceremony to finalise and to give an official stamp to the betrothal. After the groom’s family accepts the proposal of the bride’s family and the horoscopes ave been compared an auspicious day is finalised by the priest for the tilak and the wedding. This is an old custom. Tilak symbolises hat the groom is ready for marriage. In the past Kshatriya queen used to apply this little mark on her husband’s forehead to bring him luck in the battlefield or used it to welcome him back home. In modern times too the same custom is used to welcome guests. The bindi and kumkum carries with it a wealth of meaning and is an on-going link with a very ancient tradition and past. In today’s world not only the Hindu damsels use bindi but it also found its way to the homes of Muslims and Christians Kumkum can be obtained as liquid, paste, powder or in stick form. The bindi comes also in many shapes. The new trend is “sticker-bindi”. They are sold in the market in small packets of different colours and designs and have a little bit of glue at the back so that they can be put on the forehead easily. The sticker-bindi is made of felt, with glue on one side. Some are truly exotic creations, using thin metal in gold and silver colours, encrusted with glittering semi-precious stones. Modern fashion conscious ladies today have a variety of bindis to choose from. Bindi is a necessary part of an Indian woman’s makeup, and has found its way to the international fashion world. .
(Wahid Saleh)

(This article was published in different magazines in India, The Netherlands, UK and USA.)

(http://www.indiawijzer.nl/what_is_indiawijzer/wahid_press_and_publication/publication/10_bindi.pdf,