Incontro con l’Induismo (parte 1)

A PASSOININDIA non poteva mancare un post sull’induismo. Sarebbe riduttivo definire l’Induismo come una religione rappresentando esso piuttosto un’intera cultura che condiziona le relazioni e i comportamenti quotidiani degli indiani. La parola deriva dal sanscrito sindhu, in latino indus, che significa fiume. Quando, alla fine del XII secolo, i turchi islamici si stabilirono nel Nord India, chiamarono la nuova terra conquistata Hind, da cui Hindi la lingua e Hindù coloro che la abitavano. Più tardi gli inglesi crearono il neologismo Hinduism da cui deriva oggi la parola che conosciamo. Abbiamo mutuato il post che segue da SAMSARAROUTE.WORDPRESS.COM che avvicina questo complesso argomento attraverso l’esperienza vissuta di un viaggio in India poiché il viaggio, secondo la filosofia di SAMSARAROUTE,  diventa “una catena di incontri memorabili, episodi apparentemente fortuiti ma che trasmettono il “senso del luogo” e noi, pienamente, condividiamo.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

di Matteo Tomasina

L’induismo è una delle più antiche religioni al mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, con la stesura dei primi testi sacri, i “Veda”, più di 3.500 anni fa. Una religione che sopravvive da più tempo del cristianesimo e la cui tradizione scritta è più antica di quella biblica. Leggere i Veda significa forse approcciarsi al più antico testo dell’umanità.

Che questa religione sia tutt’ora viva e vitale in India, che abbia centinaia di milioni di fedeli e sia sopravvisuta all’arrivo violento dell’Islam e delle altre religioni monoteiste (cristianesimo compreso) rappresenta uno dei fattori che culturalmente più mi affascinano. In India tutto si conserva, e non si è mai verificato quel “crepuscolo degli dei” che invece l’Occidente ha conosciuto con la fine dell’Impero romano e l’avvento del mono cristiano. Le analogie, o le risonanze, tra l’induismo e le antiche religioni del mondo greco e romano mi colpiscono, e mi sembra di assistere in prima pesona a discorsi e situazioni che provengono da un’altra dimensione, da un altro tempo, e che solitamente mi ritrovavo a studiare al liceo.

L’idea di religione “pagana”, politeista, non rigidamente codificata dai dogmi, priva di una chiesa (nel senso di una gerarchia e di un’organizazzione) a noi sembra museale, vaga, quasi mitica. Ma questi termini, tutti contrapposti a quelli del cristianesimo e dell’Islam, avvicinano allla realtà dell’induismo.                                                                                                                                                              

Ci sono sicuramente grandi differenze tra la religione storica dell’India e quelle antiche dell’Europa. Ma quando passo di fronte ai templi indù, alcuni completamente verniciati di bianco, altri colorati in modo sgargiante di rosso, arancione, verde, blu e giallo, con le statue policrome delle divinità collocate sopra l’ingresso e poi, per l’adorazione, al centro e in diverse celle laterali, mi torna in mente che anche le statua greche, e i templi (come il Partenone) erano all’origine coloratissimi e la loro “pulizia splendente” è un’invenzione della cultura moderna. Un tempio hinduista può anche apparire ai nostri occhi eccessivo, ingenuo, quasi pacchiano e un pò carnevalesco, ma collocato in questa luce mi rendo conto che la mia idea di sacro è molto viziata da certe visioni.

Tempio indu

Posso fare esperienza di come l’induismo viene vissuto dalle persone quando io ed Elisa siamo ospitati per due giorni da Anurdha, una ragazza di Hyderabad membra dello staff di AIESEC. Si tratta della nostra ultima sistemazione momentanea e improvvisata prima del nostro definitivo trasferimento all’Ong. E’ anche l’ultima volta che ci troviamo a vivere nel cuore di Hyderabad, perchè poi la nostra sede di “lavoro” sarà fuori città, nella campagna vicino a un quartiere chiamato Uppal, in ogni caso la zona “popolare”.

La zona in cui abita Anu con la famiglia (il padre e il fratello) è invece un quartiere vivace, fatto di palazzine dipinte a colori accesi, e immerse in quello che ai miei occhi sembra sempre un immenso bazar. Si passeggia fra una miriade di negozietti, chioschi e bancarelle più o meno improvvisati che vendono di tutto, dai vestiti al cibo, passando per ciabatte, bigiotteria, coperte, roba da ferramenta, pezzi di ricambio per auto e moto, cellulari, medicine, sigarette sfuse e spezie. Non ci sono orari di chiusura o di apertura, il viavai è continuo, al rumore dei clacson e dei motori (moto e autorisciò si buttano tranquillamente in mezzo alla marea di pedoni) si sovrappone il gran vociare delle persone che chiacchierano o che contrattano.

In casa si respira invece non a caso un certo clima di “spiritualità”. Siamo ospitati da una famiglia religiosa, almeno in senso indiano. Il padre della nostra amica fa l’insegnante di sanscrito (la lingua sacra in cui sono scritti i Veda, affine per molti versi al nostro greco), e ci tiene a conservare e osservare tutte le tradizioni della sua religione. E’ la versione contemporanea di un brahmano, la casta di uomini di lettere – sacerdoti un tempo al vertice della società indu. Mi colpisce che una piccola stanza della casa (di dimensioni piuttosto modeste), di fianco alla sala, è occupata semplicemente da un piccolo altare, su cui sono appoggiate le icone di diverse divinità. In un angolo, ci sono quelli che sembrano diversi libri di preghiere. Anu mi accompagna all’ interno, e mi spiega che è la stanza in cui suo padre tutte le mattine alle sette mette in atto la puja, quella che noi chiameremmo “adorazione”. Si tratta in realtà di un piccolo rituale di offerta, in cui ci si propizia le divinità portando cibo, soprattutto frutta, bruciando incenso o altre sostanze e compiendo gesti rituali. C’è la puja domestica, quella al tempio, come quella giornaliera e la puja per giorni speciali. Con tutte le sue varianti, assomiglia forse più a un rituale di sacrificio che alla nostra comune idea di preghiera. Davanti alle icone delle sue divinità il padre di Anu tiene infatti dei piattini con semi, arachidi, bacchette di incenso e piccoli cubetti di materiale combustibile.

Stanza della Puja

Le divinità le conosco poco, ma riconosco Shiva, col corpo blu, la posizione seduta e l’aspetto regale. Un’altra divinità ha sembianze femminili, mentre sulla destra c’è un ritratto di Sai Baba con la barba bianca e la mano aperta. Questo ultimo personaggio è molto interessante, e non deve essere confuso col più famoso Sathya Sai Baba, il controverso predicatore morto di recente e che aveva seguaci anche in Europa. Il Sai Baba storico (di cui Sathya pretendeva di essere la reincarnazion) era infatti un guru (maestro spirituale) vissuto alla fine dell’Ottocento, che è stato poi divinizzato dagli induisti (ma anche santificato dai mussulmani). E’ rappresentato insieme alle altre divinità induiste e ci sono templi a lui esclusivamente dedicati, nella cui zona centrale troneggia la sua statua (che è comunque quella di un povero mendicante, come in effetti aveva deciso di vivere, a differenza del suo emulo recente). Comunque, si tratta di una figura storica fra personaggi mitologici!

Shirdi Sai Baba (fonte saibaba.rw)

Tempio di Sai Baba

Anu si mette a raccontarmi la storia dei diversi dei, e faccio fatica a seguirle fra le innumerevoli vicende. Sono dei, come quelli greci romani, che si sposano, fanno figli, si alleano, si tradiscono, si combattono, giocano a intervenire nelle vicende degli uomini. A volte sembrano portatori di grandi verità filosofiche, altre sono in preda a passioni e capricci come i loro “fratelli minori”. Mi colpisce come Anu tratti a volte quelli che sono i “suoi” dei anche con leggerezza e ironia (forse perchè ha la percezione di annoiarmi): mi dice che Ganesh, il dio della testa di elefante, è in fondo una figura paffuta e simpatica, mentre Sai Baba assomiglia un pò a Babbo Natale..

In ogni caso, non sembra interessata a persuadermi di nulla, mi racconta le cose con tranquillità. L’induismo non conosce la conversione, è una religione etnica e tradizionale. E’ una fenomeno proprio dell’India e del popolo indiano, che è naturale abbia i suoi culti come altri popoli hanno i loro. Si trasmette di generazione in generazione, ma essendo legato spesso a pratiche e circostanze locali, non ha senso che esca fuori dai suoi confini. Per questa ragione, non avendo pretesa di universalità, l’induismo può essere declinato in chiave molto tollerante.

 (segue parte 2)

 

con Anuradha e suo padre

150esimo anniversario della nascita di Swami VIVEKANANDA

Swami Vivekananda, conosciuto nella sua prima vita monastica come Narendra Nath Datta, nacque in una famiglia benestante a Calcutta il 12 gennaio 1863. Ragazzo studioso e dedito alla meditazione, alle soglie della giovinezza Narendra passò un periodo di crisi spirituale, assalito dai dubbi circa l’esistenza di Dio. E ‘stato in quel momento che sentì parlare di Sri Ramakrishna da uno dei suoi professori al college inglese. Un giorno, nel mese di novembre 1881, Narendra andò ad incontrare Sri Ramakrishna, che si trovava presso il Tempio di Kali Dakshineshwar, al quale subito porse una  domanda già fatta a molti altri  ma che non aveva ancora avuto risposte soddisfacenti: “Signore, hai visto Dio?” Senza un attimo di esitazione, Sri Ramakrishna rispose: “Sì, l’ho fatto. Lo vedo chiaramente come vedo te, solo in un senso molto più intenso. ”

Oltre a rimuovere i dubbi dalla mente di Narendra, Sri Ramakrishna lo conquistò con il suo amore puro e disinteressato. Iniziò così una relazione guru-discepolo unica nella storia dei maestri spirituali. Narendra, sotto la guida del Mastro, fece rapidi progressi sul sentiero spirituale.

Quando nel 1885 Sri Ramakrishna si ammalò di cancro alla gola, Swamiji, nonostante la povertà della sua famiglia (il padre era morto da poco)  e l’incapacità di trovare un lavoro per se stesso, entrò nel gruppo dei discepoli come leader.

Sri Ramakrishna instillò in questi giovani lo spirito di rinuncia e di amore fraterno uno per l’altro. Un giorno distribuì loro vesti ocra  e li inviò a chiedere l’elemosina di cibo. In questo modo egli stesso pose  le basi per un nuovo ordine monastico. Diede istruzioni specifiche a Narendra sulla formazione del nuovo ordine monastico. Nel 1886 Sri Ramakrishna morì.

Dopo la morte del Maestro, quindici dei suoi giovani discepoli  cominciarono a vivere insieme in un edificio fatiscente a Baranagar nel Nord Calcutta. Sotto la guida di Narendra, formarono una nuova fraternità monastica. Narendra divenne così Swami Vivekananda (anche se questo nome venne assunto in realtà molto più tardi.)

Dopo aver stabilito il nuovo ordine monastico, Vivekananda sentì la chiamata interiore per la missione più grande della sua vita. Mentre la maggior parte dei seguaci di Sri Ramakrishna pensarono a lui in relazione alla loro vita personale, il pensiero di  Vivekananda era invece rivolto  all’India  India e al resto del mondo, il che lo portò a girare solo per il mondo.  Così, nel bel mezzo del 1890, dopo aver ricevuto le benedizioni di Sri Sarada Devi, la divina consorte di Sri Ramakrishna, nota al mondo come Santa Madre, che allora stava a Calcutta, Swamiji lasciò Math Baranagar e intraprese un lungo viaggio di esplorazione alla scoperta dell’India.

Durante i suoi viaggi in tutta l’India, Swami Vivekananda fu profondamente commosso nel vedere la povertà spaventosa e l’arretratezza delle masse. Fu  il primo leader religioso in India a capire e dichiarare apertamente che la vera causa della caduta dell’India fu l’abbandono della gente. La necessità immediata era  quella di fornire cibo e altre necessità primarie della vita a milioni affamati. Per questo egli sostenne che dovessero essere insegnati metodi di  miglioramento in agricoltura, industria ecc. Fu  in questo contesto che Vivekananda colse  il nocciolo del problema della povertà in India (che era sfuggito all’attenzione dei riformatori sociali dei suoi giorni): a causa di secoli di oppressione, le masse oppresse avevano perso fiducia nella loro capacità di migliorare la loro condizione. Il suo messaggio fu utile ad infondere nelle genti fiducia in se stesse. Esse trovarono in Swamiji un ispiratore  e seguirono il messaggio contenuto  nel principio dell’Atman, la dottrina della potenziale divinità dell’anima, insegnato nei Vedanta, l’antico sistema di filosofia religiosa dell’India. Egli vide che, nonostante la povertà, le masse si erano aggrappate alla religione, ma non era mai stato insegnato loro chi avesse dato la vita, così egli  nobilitò i principi dei Vedanta e spiegò come applicarli nella vita pratica.

Le masse avevano  bisogno di due tipi di conoscenza: la conoscenza secolare per migliorare la loro condizione economica, e la conoscenza spirituale per acquisire fiducia in se stessi e rafforzare il loro senso morale. La domanda successiva fu, come diffondere questi due tipi di conoscenza tra le masse? Attraverso l’educazione – questa fu  la risposta che Swamiji trovò.

Una cosa fu chiara a Swamiji: per realizzare i suoi piani per la diffusione dell’istruzione e per il sollevamento delle masse povere, e anche delle donne, era necessaria una organizzazione efficiente di persone che vi  si dedicassero.  Come disse più tardi, la sua intenzione era di “mettere in moto un meccanismo che porterà più nobili idee finanche il più povero e il più cattivo.” Perciò pochi anni dopo Swamiji fondò la Missione Ramakrishna.

E ‘stato quando queste idee prendevano forma nella sua mente, nel corso delle sue peregrinazioni che Swami Vivekananda sentì parlare del Parlamento delle Religioni del mondo che si sarebbe tenuto  a Chicago nel 1893. I suoi amici e ammiratori in India volevano che frequentasse  il Parlamento. Lui  sentiva che il Parlamento sarebbe stato il luogo giusto per presentare il messaggio del suo Maestro per il mondo, e così decise di andare in America. Un altro motivo che ha spinto Swamiji di andare in America fu quello di cercare un aiuto finanziario per il suo progetto di elevazione delle masse.

Mentre era seduto in meditazione profonda sulla roccia-isola a Kanyakumari,  Swamiji ebbe la certezza della chimata divina a portare aventi questa sua missione. Con i fondi in parte raccolti dai suoi discepoli, Swami Vivekananda partì per l’America da Mumbai il 31 maggio 1893.

I suoi discorsi al Parlamento del mondo delle religioni tenutosi  nel settembre 1893 lo rese famoso come ‘oratore per diritto divino’ e come ‘messaggero di saggezza indiana al mondo occidentale’. Dopo il Parlamento, Swamiji  trascorse quasi tre anni e mezzo di propagazione dei Vedanta,  come vissuti e insegnati da Sri Ramakrishna, per lo più nella parte orientale degli Stati Uniti e anche a Londra.

Tornò in India nel mese di gennaio 1897. In risposta l’accoglienza entusiasta che ebbe ricevuto in tutto il mondo, tenne  una serie di conferenze in diverse parti dell’India, che crearono un grande scalpore in tutto il paese. Attraverso queste lezioni stimolanti e profondamente significative Swamiji tentò di

–          risvegliare la coscienza religiosa del popolo e creare in lui l’orgoglio per il proprio patrimonio culturale;

–           effettuare un  processo di unificazione dell’ induismo, sottolineando le basi comuni delle sette in cui questo si divideva;

–          focalizzare l’attenzione delle persone istruite sulla situazione delle masse oppresse, e di esporre il suo piano per il loro sollevamento mediante l’applicazione dei principi di Pratica Vedanta.

Poco dopo il suo ritorno a Calcutta, Swami Vivekananda compì un altro importante compito della sua missione sulla terra. Fondò il 1 maggio 1897 un tipo unico di organizzazione nota come Ramakrishna Mission, in cui monaci e laici si impegnavano congiuntamente nella  propagazione della pratica Vedanta, e in varie forme di servizio sociale, come realizzazion di ospedali,  scuole, collegi, ostelli, centri di sviluppo rurale ecc, e conduzione di soccorso di massa e lavoro di riabilitazione per le vittime di terremoti, cicloni e altre calamità, in diverse parti dell’India e di altri paesi.

Nei primi mesi del 1898 Swami Vivekananda acquisì un grande  pezzo di terra sulla riva occidentale del Gange in un luogo chiamato Belur per avere una dimora permanente per il monastero e per l’Ordine monastico originariamente iniziato a Baranagar; lo registrò come Ramakrishna Math dopo un paio di anni. Qui Swamiji stabilì un nuovo, modello universale della vita monastica, adattando antichi ideali monastici  alle condizioni della vita moderna, che dava uguale importanza all’illuminazione personale e al servizio sociale, e che era aperta a tutti gli uomini senza distinzione di religione, razza o casta .

Anche  in Occidente molte  persone furono  influenzate dalla vita di Swami Vivekananda e dal suo messaggio. Alcuni di loro divennero suoi discepoli o amici devoti. Tra questi, i nomi di Margaret Noble (più tardi conosciuta come Sorella Nivedita), il capitano e la signora Sevier, Josephine McLeod e Sara Ole Bull, meritano una menzione speciale. Nivedita dedicò la sua vita a educare le ragazze a Calcutta. Swamiji ebbe anche moltissimi dicepoli indiani.

Nel giugno del 1899, arrivò nuovamente in Occidente  per la seconda volta, dove trascorse la maggior parte del suo tempo nella costa occidentale degli Stati Uniti. Dopo aver tenuto numerose conferenze, tornò a Belur Math nel mese di dicembre 1900. Spese in India il resto della sua vita che ispirò e fu guida per molte persone, sia monastici che e laici. Lavorò incessantemente, soprattutto tenendo conferenze. finché la sua salute si consumò e Swamiji morì la notte del 4 luglio 1902. Prima della sua Mahasamadhi (che vuol dire lasciare il corpo perché l’anima non muore mai)  scrisse ad un seguace occidentale: “Può darsi che sia buona cosa lasciare questo corpo o gettarlo via come un abito usurato. Ma non cesserò  di lavorare. Io ispirerò gli uomini in tutto il mondo fino a quando il mondo intero saprà di essere un tutt’uno con Dio.”.

L’eminente storico britannico A L Basham fece una valutazione oggettiva dei contributi di Swami Vivekananda alla cultura mondiale; Egli disse di Swamiji: “nei secoli a venire, sarà ricordato come uno dei principali  formatori del mondo moderno …” Alcuni dei principali contributi che Swamiji apportò al  mondo moderno sono di seguito indicate:

1. Nuovo significato della Religione: Uno dei contributi più significativi di Swami Vivekananda al mondo moderno è la sua interpretazione della religione come esperienza universale della Realtà trascendente, comune a tutta l’umanità. Swamiji ha incontrato la sfida della scienza moderna, mostrando che la religione è tanto scientifica quanto lo è la scienza stessa, la religione è la ‘scienza della coscienza’. In quanto tale, la religione e la scienza non sono in contraddizione tra loro, ma sono complementari. E’ una concezione universale della religione libera da superstizioni, dogmatismo, clericalismo e intolleranza,  che fa della religione l’esercizio più alto e più nobile, la ricerca della suprema libertà, conoscenza, felicità.

2. Nuova considerazion dell’uomo: Il concetto di ‘divinità potenziale dell’anima’ diffuso da Vivekananda nobilita l’uomo. L’epoca attuale è l’età dell’umanesimo in cui l’uomo dovrebbe essere la preoccupazione principale e il centro di tutte le attività e di pensiero. Attraverso la scienza e la tecnologia l’uomo ha raggiunto grande prosperità e potenza, e i moderni mezzi di comunicazione e i viaggi hanno trasformato la società umana in un ‘villaggio globale’. Ma la degradazione dell’uomo è avvenuta a ritmo sostenuto, come testimonia l’enorme aumento di famiglie divise, l’immoralità, la violenza, la criminalità, ecc. nella società moderna. Il concetto di divinità potenzialità dell’anima impedisce questo degrado, divinizza le relazioni umane, e rende la vita significativa e degna di essere vissuta. Swamiji ha gettato le basi per un’umanesimo’, che si manifesta attraverso una serie di movimenti neo-umanistico e nell’interesse attuale della meditazione in tutto il mondo.

3. Nuovi principii di morale ed etica: La morale prevalente, sia nella vita individuale che nella vita sociale, si basa soprattutto sulla paura – la paura della polizia, paura del ridicolo pubblico, la paura del castigo di Dio, la paura del Karma, e così via. Le attuali teorie di etica, inoltre, non spiegano perché una persona dovrebbe essere morale ed essere buona con gli altri. Vivekananda ha dato una nuova teoria di etica e nuovo principio della morale in base alla purezza intrinseca e all’unicità della Atman (anima). Dovremmo essere puri perché la purezza è la nostra vera natura, il nostro vero Sé divino o Atman. Allo stesso modo, dobbiamo amare e servire il nostro prossimo, perché siamo tutti un uno con lo Spirito Supremo conosciuto come Paramatman o Brahman.

4. Ponte tra Oriente e Occidente: Un altro grande contributo di Swami Vivekananda fu quello di costruire un ponte tra la cultura indiana e la cultura occidentale. Lo fece attraverso l’interpretazione delle  scritture indù, della filosofia indù, del modo di vita e delle istituzioni spiegandolo ai cittadini occidentali in un idioma che si poteva capire. Fece si che gli occidentali si rendessero conto che dovevano imparare molto dalla spiritualità indiana per il loro benessere. Egli ha dimostrato che, nonostante la sua povertà e arretratezza, l’India ha portato un grande contributo alla cultura mondiale. In questo modo è stato determinante nel porre fine all’isolamento culturale dell’India dal resto del mondo. E ‘stato l’India il primo grande ambasciatore culturale in Occidente.

D’altra parte, l’interpretazione di Swamiji delle antiche scritture indù, la filosofia, le istituzioni, ecc. ha preparato la mente degli indiani ad accettare e applicare nella vita pratica i due migliori elementi della cultura occidentale, vale a dire la scienza e la tecnologia e l’ umanesimo. Swamiji ha insegnato agli indiani come padroneggiare la scienza occidentale e la tecnologia e, al tempo stesso, lo sviluppo spirituale. Swamiji ha anche insegnato agli indiani come adattare l’umanesimo occidentale (in particolare le idee di libertà individuale, l’uguaglianza e la giustizia sociale e il rispetto per le donne) alla cultura indiana.

 
Contributi di Swamiji in India.
 
Nonostante le sue innumerevoli diversità linguistiche, etniche, storiche e regionale, l’India ha avuto da sempre un forte senso di unità culturale. E ‘stato, tuttavia, Swami Vivekananda che ha rivelato i veri fondamenti di questa cultura, e quindi chiaramente definito e rafforzato il senso di unità come nazione.Swamiji ha insegnato agli indiani a comprendere il grande patrimonio spirituale del loro paese, e quindi ha dato loro l’orgoglio per il  loro passato. Inoltre, ha sottolineato gli inconvenienti della cultura occidentale e la necessità del contributo indiano per ovviare a questi inconvenienti. In questo modo Swamiji ha reso l’India una nazione con una missione globale.Senso di unità, orgoglio del passato, senso della missione – questi sono stati i fattori che hanno dato vera forza e scopo al movimento nazionalista indiano. Diversi leader del movimento di liberazione dell’India hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Swamiji. Netaji Subhash Chandra Bose ha scritto:” Swamiji ha armonizzato l’Oriente e l’Occidente, la religione e la scienza, passato e presente. Ed è per questo che è grande. I nostri connazionali hanno ottenuto, come mai prima, rispetto di sé, autonomia e autoaffermazione dai suoi insegnamenti. “

Il contributo più esclusivo di Swamiji alla creazione di  una nuova India è stato quello di aprire le menti degli Indiani al loro dovere di masse oppresse. Molto prima che le idee di Karl Marx fossero conosciute in India, Swamiji aveva parlato del ruolo delle classi lavoratrici nella produzione della ricchezza del paese. Swamiji fu il primo leader religioso in India a parlare per le masse, formulare una filosofia precisa di servizio, e organizzare su larga scala dei servizi sociali.

Liberamente tradotto da http://www.belurmath.org/swamivivekananda.htm

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 6)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO (a cura di Sabina Guzzanti)

Parte 6 (continua da parte 5)

Come si cambia  (Il Karma)

Scrive Nichiren Daishonin: «Mentre il saggio osservava i principi e assegnava i nomi a tutte le cose, percepì l’esistenza di una legge meravigliosa (myoho) dotata simultaneamente di causa ed effetto (renge) e la chiamò Myoho-renge. Questa Legge di Myoho-renge comprende in sé tutti i fenomeni dei dieci mondi e dei tremila regni, nessuno escluso. Chiunque pratichi questa Legge otterrà simultaneamente sia la causa che l’effetto della Buddità»(ibidem, vol. 9, pp. 11-12).
Il grande maestro T’ien-t’ai nel trattato sul Sutra del Loto scrive: «Qui il termine renge non è un simbolo, è l’insegnamento del Sutra del Loto. Tale insegnamento è puro e incorrotto e spiega minutamente la Legge di causa ed effetto. Perciò gli è stato dato il nome di renge o fiore di loto. Questo nome designa l’entità percepita nella meditazione sul Sutra del Loto, non è una metafora» (ibidem, p. 11).
La simbologia del loto ci rimanda al problema della trasformazione del karma.
Se, come abbiamo detto, gli altri sono uno specchio della causa karmica che esiste dentro di noi, cambiando questa causa l’ambiente in cui viviamo cambierà nella stessa misura.
È importante sottolineare che il cambiamento non è determinato dalla paura della punizione o dall’attesa di un premio. Il cambiamento invisibile che avviene dentro di noi e che porta a cambiamenti visibili nella nostra vita è solo quello che nasce da un’automotivazione, per decisione personale.
Se cambio per paura di una punizione, ad esempio, otterrò un effetto conseguente a quella paura; bisogna sempre ricordare che è l’intenzione o ichinen a plasmare il futuro, non l’apparenza.
Per comprendere fino in fondo la teoria del karma è necessario evitare le separazioni: comprendere che la mente non è separata dal corpo, l’io non è separato dall’altro, l’individuo non è separato dall’ambiente, la vita non è separata dalla morte, il presente non è separato dal futuro, noi stessi non siamo separati da noi stessi.
Il karma è ad ogni modo una forza profonda e difficile tra trasformare. Per vincere questa forza oscura che ci sottrae libertà e gioia sono necessarie una forte fede e una forte determinazione. Innanzitutto è importante verificare che la nostra mente sia rivolta verso il futuro. Se guardiamo al passato pieni di rimpianto o se viviamo alla giornata, senza avere un progetto, un sogno, qualcosa che ci spinga a migliorare e a porci tante domande su noi stessi e sulla vita, non faremo nessun progresso. La nostra esistenza sarà statica o retrocederà.
Nella vita quotidiana è importante mantenere sempre uno stesso ciclo: stabilire uno scopo, pregare con sincerità, sforzarsi al massimo per trovare un modo di realizzarlo (vale a dire agire) e ottenere un effetto (cioè realizzare l’obiettivo).
Non è sufficiente decidere una volta, è necessario mantenere questa decisione costante nel tempo. Ribadire con noi stessi la nostra decisione ogni volta che ci scoraggiamo, ci distraiamo o ci troviamo di fronte a un ostacolo sul nostro cammino che sembra troppo faticoso superare.
Mantenendo questo ciclo si accumulano esperienze che rafforzano la nostra fede. Ci fanno sentire che ciò che il Buddismo insegna corrisponde davvero al funzionamento della vita.
Preparare una grande determinazione è fondamentale ma non è però sufficiente. Nichiren Daishonin afferma: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra» (ibidem, vol. 4, p. 195). Il che significa che dopo avere preso una decisione dobbiamo continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo saremo in grado di:
– manifestare la saggezza del Budda, che è superiore alla nostra saggezza di comuni mortali e ci permetterà di trovare la soluzione più appropriata;
– avere più forza vitale e intraprendere quindi l’azione migliore;
– rendere l’ambiente favorevole al nostro sviluppo.
Mantenendo questo tipo di determinazione e di pratica, come scrive Daisaku Ikeda nella Rivoluzione umana «l’impossibile si trasforma in possibile».

Pangong Tso Lake - confine tra India (Ladakh) e Cina (Tibet), 4250 msl -

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 5)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO a cura di Sabina Guzzanti

(PARTE 5) continua da parte 4

Come può essere e come si manifesta (il Karma)

Il Buddismo esamina il karma sotto diversi aspetti dividendolo in varie categorie. Le principali sono: karma positivo, karma negativo, karma presente, karma passato, karma mutabile e immutabile, karma che si manifesta nella vita presente e karma che si manifesta dopo essere rinati in un tempo del remoto futuro.
Il termine karma positivo indica le azioni nate da buone intenzioni, dalla gentilezza e dalla compassione; il karma negativo si riferisce alle azioni indotte dai desideri terreni come stupidità, avidità e collera. L’Antologia dell’analisi della Legge e altri trattati tradizionali del Buddismo individuano dieci fondamentali atti malvagi che causano il karma negativo: le tre malvagità fisiche di uccidere, rubare e tenere un comportamento sessuale sregolato, le quattro malvagità verbali di mentire, adulare (o parlare superficialmente o a vanvera), diffamare e fingere, e le malvagità mentali di collera, avidità e stupidità (o rimanere attaccati alle visioni errate).
Il karma presente è il karma i cui effetti si manifestano nella vita presente. Il karma passato è quello formato in una vita precedente. Il karma immutabile produce un effetto prefissato nel tempo (un esempio di karma immutabile è la durata della vita), al contrario di quello mutabile il cui effetto e tempo non sono predeterminati.
Il karma più leggero può produrre il suo pieno effettonello stesso periodo di vita in cui è stato creato. Se le cause sono più pesanti esse continueranno a produrre sofferenza o gioia anche nella prossima esistenza.
Il karma può avere uno “spessore”. Aumenta se i pensieri si trasformano in parole e si ingigantisce quando diventano azioni.
Il karma dipende anche dall’oggetto con cui ci mettiamo in relazione sia in senso positivo che negativo. Scrive Nichiren Daishonin: «Se qualcuno percuote l’aria con un pugno non si fa male, ma se colpisce una roccia si fa male… la gravità di un peccato dipende da chi viene offeso» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, p. 106).
Da questo punto di vista calunniare la Legge è considerata la causa più negativa che esista, e lodare la Legge la causa più positiva. L’atteggiamento verso la Legge forma dunque un karma completamente differente da quello creato nelle azioni della vita quotidiana.
Si parla anche di causa karmica, tendenza karmica e relazione karmica.
La causa karmica è il karma vero e proprio. Come abbiamo detto, ogni persona è erede del proprio karma, crea il proprio destino in ogni momento, che lo voglia oppure no. Una volta piantato il seme, o causa, l’effetto rimane impresso nella nostra vita come energia latente, come una forza pronta a esplodere appena si presenta l’occasione giusta. Perché si manifesti un effetto sono necessarie due condizioni: la causa interna e l’occasione esterna. Se manca l’una o l’altra non si può manifestare nessun effetto. Tutti possono ottenere l’Illuminazione perché ognuno ha in sé il seme della Buddità. Incontrare la pratica buddista è l’occasione esterna per manifestare la parte illuminata già presente nella profondità della nostra vita.
La tendenza karmica è quell’attitudine che si presenta nella nostra vita in seguito alla ripetizione costante di determinate azioni. Assomiglia a una forza che trascina. È una strada facile da imboccare perché mille volte battuta.
La relazione karmica è un legame più o meno profondo che abbiamo con cose o persone. Anche se più in generale c’è una relazione profondissima tra ogni individuo e il resto dell’universo. «La vita in ogni istante abbraccia sia il corpo che lo spirito, sia l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti in ognuno dei dieci mondi e dei tremila mondi come pure gli esseri insenzienti» (ibidem, p. 3).

 (continua………….)
Photo by Passoinindia: (Pangong Tso Lake – confine India (Ladakh) e Cina (Tibet) 4350 slm)

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 4)

Himalaya

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO a cura di Sabina Guzzanti

(PARTE 4) continua da parte 3

Come si forma (il Karma)


Il Daishonin afferma che tutte le sofferenze, sia fisiche che spirituali, nascono dai tre veleni di avidità, stupidità e collera. I desideri terreni e le sofferenze che questi producono sono legati al karma. I desideri terreni, il karma e la sofferenza sono chiamati i tre sentieri.
I sentieri si snodano in questo modo: la sofferenza provoca tantissimi desideri i quali inducono ad azioni che creano karma negativo.
L’effetto del karma si manifesta di nuovo come sofferenza fisica o mentale, che a sua volta alimenta nuovi desideri. Il karma che si sviluppa da questi è sempre più negativo e il ciclo continua all’infinito.
Il punto critico di tutto questo processo sono i desideri. Desiderio in sanscrito si dice
klesha e a volte è tradotto con “illusione”. Il termine indica tutte le funzioni che disturbano una persona a livello fisico e spirituale. Rappresentano il lato oscuro della vita e impediscono alle persone di ottenere l’Illuminazione.
Le illusioni si dividono in fondamentali e derivate. Le fondamentali sono: avidità, collera, stupidità, arroganza, dubbio e visioni distorte.
Quelle derivate sono: l’illusione che nasce dal considerare l’io come assoluto; l’illusione che nasce dal considerare la morte come il termine della vita; quella che nasce dal non riconoscere la legge di causalità; quella che nasce dall’attaccamento a idee sbagliate che fanno considerare superiori le cose inferiori; quella che nasce dal considerare pratiche e precetti erronei come veicoli per raggiungere la Buddità.
Nella prima parte della sua vita Shakyamuni predica vari insegnamenti per sfuggire ai desideri terreni e alle illusioni. I più noti sono l’insegnamento della dodecupla catena che spiega la relazione tra ignoranza e sofferenza, le quattro nobili verità e l’ottuplice sentiero. Negli ultimi anni della sua predicazione Shakyamuni espone il Sutra del Loto. In questo insegnamento rivela che, al contrario di quanto aveva sostenuto fino a quel momento, i desideri terreni non vanno estirpati ma trasformati in Illuminazione. Nel Sutra del Loto si legge: «Anche senza estinguere i desideri terreni essi possono purificare tutti i loro sensi ed estirpare i loro errori». E che: «Le sofferenze di nascita e morte sono nirvana».

(continua….)

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 3)

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO a cura di Sabina Guzzanti

(PARTE 3) continua da parte 2

Come nasce storicamente (Il Karma)
Il Buddismo assorbe il concetto di karma, o Legge di causa ed effetto, dalla precedente tradizione induista. Nel Buddismo però lo stesso concetto è utilizzato con una funzione molto diversa.
Nella “Via della liberazione induista” l’essere umano, o meglio la sua anima, è destinata a seguire il ciclo delle rinascite (samsara), attraverso le quali entra a far parte della natura vivente come pianta o animale. Quando l’anima si diparte dal corpo al momento della morte, sosta per tre epoche prima di trasmigrare nel corpo di un altro essere vivente; la forma della nascita dipenderà, secondo la legge del karma, dalle qualità etiche delle azioni compiute nel passato. Nell’Induismo, quindi, l’ordinamento del mondo è fondato su un principio etico,fondato a sua volta sul karma o legge di causalità. Qui il karma però è senza inizio né fine. Le colpe commesse nel passato non si possono espiare se non dopo un ciclo lunghissimo di rinascite e mai durante l’esistenza presente. La legge di causa ed effetto viene quindi interpretata in senso fatalista. Se nasci povero vuol dire che te lo sei meritato e non ci puoi fare niente. La vita è vista come un mezzo per espiare le proprie colpe. La conseguenza politica di questo modo di interpretare l’esistenza è per esempio l’ordinamento in caste della società.
Shakyamuni diffonde e predica il Buddismo in aperto contrasto con questa visione del mondo. Sostiene che gli esseri umani hanno fondamentalmente tutti lo stesso potenziale e che la Legge di causa ed effetto va utilizzata per trasformare il proprio destino e non per subirlo. Questa Legge meravigliosa secondo Shakyamuni esiste per condurre le persone alla felicità e all’Illuminazione. La natura profonda di questa Legge è la compassione. La sua funzione non è quella di punire o sottomettere.
La prima sistematizzazione buddista del concetto di karma risale al V sec. d.C., quando il monaco Vasubandhu, appartenente alla corrente mahayana, espose il concetto della alayavijnana, o deposito (alaya) delle percezioni. Vasubandhu intuisce la presenza di una coscienza che funziona come deposito di tutte le nostre esperienze: un vero e proprio magazzino del karma. Fino ad allora nel Buddismo venivano individuati sei tipi di coscienze corrispondenti ai sei sensi: vista, udito, gusto, olfatto, tatto, e una mente cosciente. Vasubandhu individuò oltre a queste la coscienza manas (ragione) e quella alaya (deposito).
Lo studioso cinese T’ien-t’ai successivamente completò il quadro individuando una nona coscienza, la coscienza amala (pura), che Nichiren Daishonin identificò con Nam-myoho-renge-kyo.
Il sistema dei sei tipi di coscienza comportava che ciascun individuo percepisse il mondo esterno in base al particolare e soggettivo funzionamento della sua mente conscia; con Vasubandhu, grazie al sistema delle otto coscienze, tutte le persone del passato, del presente e del futuro possono percepire le cose in maniera pressoché identica. I semi dell’esperienza passata vengono sistemati infatti nella “coscienza-deposito”, e una volta influenzati da stimoli esterni mettono radici nel presente. Tutte le esperienze del mondo empirico sono quindi il prodotto di semi accumulati nell’ottava coscienza e richiamati in vita da stimoli esterni. Tutti gli esseri viventi sono in genere simili, possiedono depositi simili di semi e quindi sono propensi a percepire il mondo esterno in modo analogo.

VENITE CON ME NEL KARMA (PARTE 1)

La Rivista “Buddismo e società” n. 86 del bimestre maggio-giugno 2001, edita dall’Istituto Buddista Italiano SOKA GAKKAI, ha pubblicato un bellissimo articolo di Sabrina Guzzanti. Si, quella famosa, brava e buddista. L’articolo è un po’ lungo e quindi lo proporrò in più parti perché merita di essere letto nella sua completezza. E’ titolato IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO. Si parla di Karma, la legge di causa ed effetto che permea tutta la filosofia religiosa induista e buddista anche se con significati differenti (se non addirittura opposti). Si può non essere appassionati di cultura orientale, si può non credere nel precetto religioso, ma io ritengo che questi concetti, oltre ad essere attuali, ci insegnino a vivere meglio, anche se non sempre è facile applicarli e dimenticare che, dopotutto, almeno carnalmente, siamo esseri finiti. Anche il viaggiatore che si reca in India ne può trarre sapienza e conoscenza per davvero comprendere alcune di quelle che sembrano contraddizioni ma che, in fondo, hanno una ragione.

L’articolo comincia con questi versi e continua fino alla fine di questo scritto (lo specifico per rispetto all’autore).

IL KARMA O LEGGE DI CAUSA ED EFFETTO a cura di Sabina Guzzanti (PARTE 1)

Se è la sofferenza che temi, se è la sofferenza

ciò che detesti

non compiere mai azioni cattive,

perché tutto si vede per quanto segreto.

Persino un volo nell’aria

non ti può liberare dalla sofferenza

dopo che l’azione cattiva è stata commessa.

Non nel cielo, né nel mezzo dell’oceano

né se ti nascondessi nelle crepe delle montagne,

un angolo riusciresti a trovare in questa

terra tutta,

dove il karma il colpevole non raggiungerebbe.

Ma se vedi il male che altri ti fanno

e se sentitamente tu disapprovi,

stai attento a non fare al medesimo modo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Quelli che imbrogliano negli affari,

quelli che contro il Dharma agiscono,

quelli che frodano, quelli che truffano,

se stessi gettano in un gorgo,

perché le azioni delle persone con esse rimangono.

Qualsivoglia azione possa un individuo

compiere,

siano esse di gioia portatrici, siano esse cattive,

un’eredità per lui costituiscono,

le azioni non svaniscono senza lasciar traccia (…).

Un’azione cattiva non necessariamente

causa subito a chi l’ha compiuta

un qualche guaio.

Essa nascostamente allo stolto superficiale si accompagna,

proprio come un fuoco che giace sotto la cenere.

Proprio come una lama appena forgiata,

l’azione cattiva nell’immediato non provoca alcuna ferita.

Proprio il ferro produce la ruggine

che lentamente di certo lo consumerà.

Colui che il male compie,

dalle sue stesse azioni è portato

a una vita di sofferenza.

Questi versi sono tratti dal Dharmapada, una delle scritture buddiste più antiche e contengono probabilmente la prima enunciazione del concetto di Karma.

KARMA è una parola sanscrita che significa AZIONE COMPIUTA ed è un termine generico designante gli effetti delle nostre azioni: le azioni fisiche che compiamo, le parole che pronunciamo e i pensieri che passano per la nostra mente. Ciascuna di queste tre azioni produce un effetto latente nella nostra vita, che causa successivamente un evento manifesto. Quindi il Karma indica contemporaneamente le cause e gli effetti derivanti dalle azioni, parole e pensieri che fanno parte della nostra vita quotidiana, buoni e cattivi, leggeri e pesanti, superficiali e profondi.

(CONTINUA…………..)

KARWA CHAUTH – una festa indiana – davanti alla luna, le donne celebrano i loro mariti

Oggi le donne indiane, soprattutto nel Nord e nell’Ovest India, festeggiano il “ Karwa Chauth”; è per loro un giorno di digiuno da cibo e acqua, dedicato ai loro mariti per ottenerne la longevità e il benessere. “Karwa” significa “ vaso di terracotta “ e rappresenta la pace e la prosperità mentre “Chauth” vuol dire “quarto giorno” perchè questa festa si celebra il quarto giorno di luna piena del mese di Kartik che cade in ottobre o novembre, secondo il calendario indiano. Tutte le donne sposate si alzano presto e, prima dell’alba, mangiano il pasto preparato per loro dalla suocera; con il sorgere del sole, cominciano il loro digiuno. Durante il giorno, non fanno i lavori di casa e visitano parenti e amici da cui ricevono regali, tra cui anche le Karwas. Alla sera, le donne indossano i vestiti tradizionali , “sari” o “ sute”, solitamente dei colore beneauguranti rosso, arancio o oro, o il loro abito da sposa, si truccano, si dipingono le mani con l’henné , appongono il loro “bindi” (simbolo di coniugio) sulla fronte e si decorano con gioielli. Durante la serata, e prima di terminare il digiuno, le donne si riuniscono tutte insieme in un gruppo, disponendosi sedute in cerchio, e, con i loro “thalis puja” ( il piatto con le offerte per la preghiera) che si passano di mano in mano, si raccontano la storia del Karwa Chauth. Quando la luna appare, le donne le offrono l’acqua e si mettono vicino al loro marito, riflettendone il volto in un secchio di acqua o guardandolo attraverso una dupatta (il velo che le donne indiane portano in testa) o un setaccio per la farina. Poi, i mariti offrono loro l’acqua e il cibo, bevendo e mangiando insieme. Dopo la rottura del digiuno, le donne ricevono i regali dai loro mariti. Questa festa cade nel periodo della semina del frumento e il Karvas è anche il vaso dove viene conservato il frumento; così, il digiuno del Karwa Chauth è altresì considerato una preghiera, oltre che per il proprio marito, anche per un buon raccolto. I Sikh non praticano questa festa in quanto il digiuno è proibito dalla loro religione perché mortificante per il loro corpo, tranne nei casi in cui sia richiesto per motivi di salute.

Fonte foto: Internet