Le coppie dell’induismo. Shiva e Parvati.

 Shiva è una tra le più importanti divinità nell’Induismo, considerato creatore, distruttore del male e trasformatore. Nello Shivaismo, una corrente dell’Induismo, è ritenuto l’Essere Supremo, mentre nell’induismo classico l’Essere Supremo è costituito dalla Trimurti, la Trinità cui Shiva appartiene insieme a Brahma e Vishnu. La sua raffigurazione può essere quella benevola di uno yogi (asceta) che vive isolato su monte Kailash, in Himalaya, in compagnia della moglie Parvati e dei suoi due figli Ganesha e Kartikeya, oppure quella temibile che uccide i demoni. Shiva è anche conosciuto come Adiyogi Shiva, patrono dello yoga, della meditazione e delle arti. Nell’iconografia indu viene rappresentato con un serpente attorno al collo, la luna crescente, il terzo occhio sacro sulla fronte, il tridente (trishula), il tamburo (damaru) e il Gange, il fiume sacro, che scorre tra i suoi capelli. Shiva è anche adorato nella sua forma di lingam, simbolo fallico.

(sono varie le rappresentazioni del lingam di Shiva e dello yoni di Parvati)

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Parvati, il cui nome significa “figlia della montagna” è la dea benevola dell’induismo, simbolo di fertilità, amore e devozione, nonché espressione dell’energia e del potere creativo (Shakti) di Shiva, con il quale è quasi sempre raffigurata. Nella letteratura indu, Parvati assume diversi nomi, come descrive la Lalita Sahasranama, un testo del Brahmanda Purana (testo sacro) che ne contiene ben 1.000.

Nelle sue forme terrificanti Parvati è conosciuta come Durga e Kali. Insieme a Lakshmi, la dea della ricchezza e della prosperità, e Saraswati, la dea della conoscenza e dell’apprendimento, forma la Tridevi, la trinità delle dee indù.

Nell’iconografia indu, Parvati è raffigurata con due o più braccia che tengono talvolta una conchiglia, oppure una corona, uno specchio, un rosario, una campana, un piatto, un attrezzo agricolo, una canna da zucchero o fiori, come il loto. Così come Shiva è spesso rappresentato da un lingam, Parvati è rappresentata da uno yoni, simbolo dell’utero e della gestazione. E’ particolarmente adorata dalle donne.

Sia il sacro testo Ramayana (databile tra il VI° e il III° secolo a.C.) che il poema epico Mahabharata (databile tra il 400 a.C.-400 d.C.), i due maggiori poemi epici indu, raccontano della coppia Parvati-Sati (Parvati è la reincarnazione della prima moglie di Parvati, come leggerete nella loro storia) ma sono e i Purana (IV°- XIII° secolo) e le opere di Kalidasa, grande poeta della letteratura indiana classica, come il romanzo epico Kumārasāmbhavam, (V° e VI° secolo), che ci descrivono dettagli sulla loro unione.

E questa è dunque la loro storia.

Tarakasura, un demonio potente, portava il terrore tra uomini e dei ma nessuno era in grado di sconfiggerlo. Venne quindi chiesto aiuto al grande Signore Brahma che rispose che solo il figlio di Shiva avrebbe potuto distruggere quel malvagio. Ma Shiva, dopo la morte della moglie, la Dea Sati, si era ormai ritirato a meditare sull’ Himalaya e si poteva disturbarlo. Brahma disse quindi che era necessario porsi in adorazione di Mahadevi, la grande dea di cui Sati era un’incarnazione. Mahadevi, invocata, disse loro che si sarebbe reincarnata per sposare Shiva così il loro figlio avrebbe sconfitto Tarakasura. Himavat, re del Regno dell’Himalaya e la sua regina Menaka avevano una figlia, Parvati, nome che significa “delle colline”, una bellissima bambina, educata, che, invece di giocare con gli amici, preferiva dedicarsi alla devozione del Dio Shiva. Tutti la chiedevano in sposa, ma Parvati voleva come marito solo il Dio Shiva. Himavat ne sarebbe stato felice ma sapeva che Shiva era in meditazione. Apparve allora il saggio Narada, l’indisciplinato figlio di Brahma, mai espulso dagli dei perchè ogni sua azione, alla fine, si concludeva positivamente. Egli disse che Parvati era la Dea Mahadevi reincarnatasi per sposare Shiva ed avvisò Parvati che il suo percorso sarebbe stato tutt’altro che semplice. Narada invitò dunque il re Himavat a condurre sua figlia da Shiva che avrebbe servirlo nelle sue puja (preghiere) giornaliere. Dunque Shiva vide Parvati ma non riusciva a riconoscerla come reincarnazione della sua amata Sati. Ma Shiva acconsentì che Parvati si fermasse per aiutarlo. Il tempo passava e gli dei, sempre più terrorizzati dal demone Tarakasura, temevano che a nulla valesse su Shiva il fascino di Parvati e quindi si recarono da Kamadeva, Dio dell’amore, che promise loro di aiutarli. Prese allora il suo arco fiorito con le frecce di canna da zucchero e andò dove Shiva stava meditando, sparandogli cinque frecce d’amore. Così Shiva si accorse della bellezza di Parvati. Questo gli fece perdere la concentrazione della meditazione, e così aprì il suo terzo occhio e bruciò Kamadeva che divenne cenere. Poi si rivolse a Parvati e le disse, arrabbiato, di andarsene. Parvati era afflitta perché innamorata di Shiva. Apparve allora di nuovo il saggio Narada che le consigliò di agire non con il suo fascino ma con la sua devozione. Parvati capì che per conquistare Shiva avrebbe dovuto fare una lunga penitenza e si ritirò quindi in un bosco sull’Himalaya per meditare. Rati, la consorte di Kamadeva, era disperata per la morte del marito e spaventata da Shiva. Fu Parvati a prometterle che un giorno, quando avesse conquistato Shiva, gli avrebbe chiesto di riportare in vita il suo amato. Parvati sapeva di essere la reincarnazione di Sati che aveva rinunciato alla sua vita perché suo padre Daksha aveva offeso Shiva (come è descritto nei Purana, un gruppo di testi sacri hindū, redatti in lingua sanscrita). Per anni Parvati invocò Shiva che però non appariva mai. Attraverso la sua lunga meditazione Parvati divenne potente, digiunò, lasciando cibo, acqua e aria. Molti asceti vennero da lei ma lei non li notò. Ma gli Dei erano inquieti ed andarono a reclamare dal dio Brahma. Questi, insieme a Vishnu, si recò da Shiva dicendogli di porre fine alla penitenza di Parvati oppure l’intero regno sarebbe bruciato. Shiva comprese la forza di Parvati e cominciò a credere…

Parvati venne un giorno raggiunta da un asceta che le chiese il perché di tanta penitenza. Lei rispose che lo faceva per amore. Quel giovane era Shiva, che scoppiò a ridere. Poi le chiese come avrebbe potuto sposare un asceta che non ha casa e si circonda di cenere e teschi. Parvati si arrabbiò molto a quella considerazione e rispose con orgoglio che Shiva è il padrone dei tre mondi! A queste parole il giovane si rivelò essere Shiva, il suo amato Shiva che la guardò teneramente e si rese conto che Parvati era davvero la reincarnazione della sua defunta moglie Sati. Si guardarono e si sentirono che in realtà si appartenevano da tempo. Quindi Shiva si recò dal re Himavat, il padre di Parvati, a chiedere la mano di sua figlia, il quale acconsentì al matrimonio che presto avvenne in pompa magna. Dalla loro unione nacque il dio Kartikeyan che sconfisse il malvagio Tarakasura.

Shiva riportò in vita Kamadeva, come Parvati aveva promesso a Rati.

Parvati è celebrata con il Teej festival, di cui parleremo prossimamente.

(testo by Passoinindia)

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La brutale tradizione del Sati.

La brutale pratica medievale del sati ora fuorilegge in India consisteva nel sacrificio volontario della donna che si immolava bruciando sulla pira del marito defunto. Sebbene alcuni studiosi, come dirò più avanti, ne abbiamo tratto traccia da testi religiosi indu, questo fenomeno pare avere soprattutto connotati socio culturali. Si credeva innanzitutto che colei che si prodigasse in questo estremo gesto conferisse onore e rispetto a tutta la famiglia e la benedisse per sette generazioni diventando essa stessa un’eroina meritevole di onorificienze e di erezione di templi e pietre commemorative a ricordare il suo gesto. Bisogna tuttavia considerare che questa pratica risolveva anche molte questioni sociali; infatti le giovani vedove, da sempre discriminate, costituivano un pericolo per l’incolumità morale della comunità oltre a rappresentare un peso economico per la famiglia del defunto che mai, per onore, le avrebbe permesso di lavorare fuori dal nucleo familiare e quindi di autofinanziarsi. Non sfugge in questo rituale tradizionale del sati il ruolo della donna che pare giustificasse la propria esistenza solo in funzione di ciò che rappresentava per il marito cui doveva una incondizionata devozione, essendo moglie e possesso, prima che donna ed essere umano, devozione che trovava il suo acume proprio nella considivisione della stessa sorte.

Le leggi di Manu databili fra il II secolo a.C. e il II secolo d.C. stabilivano che la donna dovesse rimanere casta e pura, parola che, in sanscrito, si dice appunto “sati” e quindi, al contrario dell’uomo, non potesse risposarsi.

Si legga, in questo blog, “L’India difficile delle donne” https://passoinindia.wordpress.com/tag/codice-di-manu/

Il rituale della autoimmolazione, diffuso anche molti altri luoghi come Egitto, Grecia, Cina, mongolia Mongolia (a cui ha messo fine l’introduzione del buddismo tibetano), Africa, Asia, Oceania e tra germanici, celti, vichinghi, goti e sciiti non è quindi tipicamente indiano e qui veniva praticato solo in alcune zone rurali tra le comunità guerriere del nord, soprattutto in Rajastan e tra le alte caste del Bengala. In Bengala, la legge prevedeva che le vedove indu avessero il diritto di ereditare i gioielli nuziali e i beni immobili con il divieto di alienarli e questo, per alcuni studiosi, spiega come in questa zona il sati, che spesso quindi non era del tutto volontario, aggirasse, per così dire, l’ostacolo.

In Rajastan, la tradizione del sati fu tipica dei Rajput, una comunità di guerrieri che migrarono a nord-ovest dell’India e le cui mogli operavano il suicidio alla notizia della morte in battaglia del loro sposo. Queste caste guerriere, secondo alcuni studiosi avevano origine dal popolo Sciita che invasero l’India dalla metà del II secolo a.C. e vi introdussero il costume di cremare i morti. E proprio i Rajput, di fronte a una sconfitta certa, mettevano le loro donne e i loro bambini a morire nel fuoco per evitare che il loro nemico le catturasse e le disonorasse o le donne stesse si autoimmolavano per non cadere nelle mani dei musulmani (pratica del Jauhar). Si veda in questo blog “La storia della regina Padmini di Chittor” https://passoinindia.wordpress.com/tag/chittorgarh/.

Non dimentichiamo, tra l’altro, che spesso la condizione di emarginazione della vedova in India le imponeva la rasatura dei capelli, un semplice abito bianco da indossare, una alimentazione “essenziale” e l’alienazione totale dalla società che costituiva il cosiddetto “sari freddo” cui spesso le stesse donne preferivano il suicidio volontario. Questa situazione viene ricordata molto bene dal premiato film della grande regista indiana Deepa Mehta, “Water”, ambientato nel 1938, tempo in cui, in alcune zone indu dell’India, si usava dare bambine e adolescenti in spose a uomini più anziani; alla loro morte, le giovani vedove venivano rinchiuse in un ashram per vedove affinché espiasserio i loro peccati e si ripulissero dal cattivo Karma, presunta causa del decesso del marito; in realtà la famiglia otteneva anche il vantaggio di liberarsi di un peso finanziario.

Sebbene nella maggior parte del territorio indiano la pratica del sati non si diffuse, essa, dove ebbe luogo, contò centinaia e centinaia di sacrifici e fu proibita ufficialmente dagli inglesi nel 1829. Nel recente passato, si sono registrati rarissimi casi pervasi tuttavia dal dubbio che si tratti di atto volontario, di coercizione esplicita, di costrizione psicologica o di puro atto di suicidio. Nei Purana, sacri testi indu, alcuni hanno ravvisato l’origine del Sati; qui Sati è la dea che impersonifica la Natura, e che è stata creata dal dio supremo Brahma, destinata a diventare consorte di Shiva; nonostante suo padre trovasse per lei possibili mariti, Sati desiderava Shiva e con lui visse asceticamente sul monte Kailash. Quando suo padre, un giorno, le dimostrò di non rispettare il suo compagno, Sati si autocombustionò bruciando da dentro. Shiva scatenò allora tutto il suo rancore e anche il padre di Sati venne decapitato. Shiva, il re della danza, portò il corpo di Sati sulle spalle e cominciò quella di Tāndava, una danza da cui iniziano i cicli della creazione, conservazione e dissoluzione e con cui, in tal caso, egli voleva riassorbire l’universo. Vishnu allora tentò di fermarlo smembrando il corpo di Sati che in 51 pezzi cadde in veri luoghi dell’India conosciuti come Śakti Pitha da sempre venerati come meta di pellegrinaggio. Sati rinacque come la nuova consorte di Shiva, reincarnandosi in Parvati. Anche nel Mahabhsarata, una grande epopea di una guerra tra due gruppi di cugini per un regno, ci sono riferimenti alla pratica del sati. Qualcuno ha collocato la sua origine sin dal periodo vedico, considerato che, nel Rg-Veda, una vedova che si trova sulla pira del marito defunto viene invitata ad abbandonare l’uomo morto e a riunirsi alla vita.

Testo by PASSOININDIA