Lo yatra alla grotta di Amarnath.

I pellegrini percorrono strade impervie per arrivare a questo luogo, tra i più sacri dell’induismo, salendo fino a poco meno di 4000 metri tra le montagne innevate del Kashmir indiano. Arrivano su su fino alla grotta di Amarnath per omaggiare una stalagmite di ghiaccio formatasi nel tempo dal gocciolare dell’acqua che scende all’interno della caverna alta ben 40 metri. Questa formazione, venerata come lingam di Shiva, è il simbolo fallico devozionale di questa divinità conosciuta come una delle forme primarie di Dio; nella religione indu il lingam rappresenta sia la forza maschile (la Conoscenza), sia quella femminile (la Saggezza).

Shiva è il distruttore del male, il purificatore e il trasformatore e fa parte della santa trimurti insieme a Brahma, il creatore e Vishnu, il continuatore della vita; Shiva è anche visto in aspetti benevoli, quando è asceta sul monte Kailash in Tibet dove vive con la moglie Parvati e i suoi figli Ganesha e Kartikeya o in aspetti feroci quando uccide i demoni. Le caratteristiche principali nell’iconografia di Shiva (ovvero come lo si vede rappresentato) sono il toro Nandi, che è la sua cavalcatura, il serpente al collo, il terzo occhio, la falce di luna, il fiume sacro Gange che scende dai suoi capelli, il tridente e un piccolo tamburo a doppia faccia.


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(lord Shiva con Parvati e i loro figli)

Non è infrequente in India, anzi, vedere Shiva venerato attraverso la rappresentazione del lingam.

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(venerazione di un lingam di Shiva)

Oggi vi racconto la storia del lingam della grotta di Amarnath. Sul monte Kailash il saggio Narada convinse Parvati a farsi raccontare da Shiva il mantra per diventare immortale. Parvati si reco’ così da Shiva che indossava una collana di teschi ognuno dei quali simboleggiava le varie vite di Parvati. Dopo aver esitato, Shiva acconsentì alla richiesta di Parvati decidendo tuttavia di fare la segreta rivelazione in un luogo discreto, lontano da orecchie mortali. Andarono quindi in Kashmir, a Pahalgam dove egli lascio’ Nandi, il suo toro. Proseguendo per Chandanwadi, Shiva lascio’ il suo sandalo e la luna. Raggiunse poi Pisu Top dove Parvati si perse in una fitta foresta. Così Shiva aprì il suo terzo occhio e bruciò la giungla che, come lui gli aveva comandato, non era riuscita a trovare Parvati. Ecco perché Pisu Top è oggi un deserto. Poi Shiva lascio’ il suo serpente e, a Panchtarni, lasciò il Ganga. Così tutto cio’ che era vivente non sarebbe stato con loro durante quella rivelazione. Ordinò che fosse realizzato un luogo nascosto per lui e sua moglie. Così la montagna venne spaccata e fu creata la grotta di Amarnath. Un saggio di nome Vasudev aveva sentito dire che Shiva avrebbe illustrato a Parvati il mantra dell’ immortalità e quindi mise nella grotta delle uova di piccione. Pur avendo Shiva bruciato tutto ciò che era vivo intorno alla grotta, risparmiò le uova perché ancora non erano vita. Poi Shiva cominciò a recitare il mantra. Ma Parvati si addormentò. In quel momento, dalle uova nacquero i piccoli, una nuova vita, ma Shiva, non accortosi delle nascite, continuò a raccontare il mantra. Solo allora egli si rese conto che sua moglie stava dormendo e vide Vasudev scappare. Gli scagliò allora contro una freccia che lo colpì e lo uccise. Ancora oggi la gente del posto dice che i due piccioni, ormai immortali, visitano la grotta a mezzanotte di ogni luna piena.

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Quando ha luogo il pellegrinaggio (Yatra), che quest’anno si svolge nell’arco di 59 giorni dal 2 luglio fino al 29 agosto, centinaia di migliaia di persone (più di 600.000 nel 2011 e 2012!), non senza vittime durante la salita, percorrono in fila indiana sentieri sconnessi e non facili.

Amarnath  Cave Yatra                             camp

Per arrivare alla grotta di Amarnath i devoti devono raggiungere via strada carrabile Pahalgam (a 315 Km. da Jammu e 96 km. da Srinagar) e poi Chandanwari (16 km.) dove vengono allestiti campi tendati (pandals) e forniti approvvigionamenti alimentari. Poi iniziano la salita per arrivare al Pissu Top che si crede di essere formato dai cadaveri dei Rakshas, malvagi e cannibali umanoidi mitologici, che sono stati uccisi da Shiva. Da Sheshnag, la salita si fa ancora più ripida, ben 4,6 Km. per arrivare a Panchtarni, l’ultimo campo, tra cascate che scendono tra monti innevati e picchi dalla forma di testa del mitico serpente, quando ormai comincia a mancare l’ossigeno. Sono sufficienti altri 6 Km. per arrivare alla grotta tra un paesaggio maestoso. La recente alternativa è partire da Baltal (400 Km. da Jammu) che dista solo 14 km dalle grotte di Amarnath da percorrere a piedi. Il percorso è più breve ma più ripido che da Pahalgam e può essere completato in un giorno facendo campo a Baltal.

amarnath yatra

Amarnath_Yatra_Route

Secondo il credo Hindu, la dimensione del lingam aumenta e diminuisce con le diverse fasi della luna. In alcune stagioni il lingam si è sciolto per l’effetto dell’innalzamento delle temperature e certamente anche per cause antropogeniche cioè a causa dell’afflusso dei pellegrini (a volte 25.000 al giorno); gli induisti tuttavia non cadono in sconforto credendo che ciò succeda quando Shiva torna in anticipo a meditare in Kailash.

La gente del luogo racconta che la grotta è stata scoperta da un pastore. Certo è che se ne parla negli antichi testi sacri dell’induismo.

(Testo by PASSOININDIA con l’ausilio del web).

immagini da:

http://hinduexistence.org/tag/975000-pilgrims-perform-darshan-at-amarnath-cave/

http://festival247.blogspot.it/2011/07/amarnath-yatra-amarnath-yatra-routes.html

https://immanentterrain.wordpress.com/2011/05/17/the-tantric-egg-a-bwo/

http://www.gujaratsamachar.com/

“Qui il linguaggio della pietra sorpassa la lingua dell’uomo” (Rabindranath Tagore). Il tempio del Sole di Konark, Orissa (India)

Il Tempio del Sole di Konark è conosciuto anche come la Pagoda Nera, il nome avuto dai marinai europei che lo ritenevano un riferimento per la navigazione; il tempio, infatti, che oggi dista dal mare 2 chilometri, era a quel tempo sulle rive dell’oceano; è uno dei monumenti religiosi più belli al mondo e,descritto sulla lista delle 7 meraviglie dell’ India, dagli anni ’80 è anche patrimonio mondiale dell’Unesco. Si presume che sia stato fatto costruire dal re Narasimhadeva della dinastia Gangaintorno al 1250, in onore del Dio Sole, Surya. Questo re regnava su Kan-Kan e, dall’unione fra “Kan” (o “Kona”, “dio”) e “Arka” (sole), nacque l’attuale nome “Konark”, che e` prima di tutto il nome della divinita` ivi adorata dagli indu`. Secondo una popolare leggenda, Narasimhadeva, per costruire il tempio, aveva assunto un architetto, Bisu Maharana, e una forza lavoro di dodicimila persone; dopo dodici anni la costruzione non era ancora terminata per le difficoltà nel montare la pietra superiore del tempio; ma il re fu tassativo: il tempio doveva essere finito in tre giorni o gli artigiani sarebbero stati uccisi; ma il figlio tredicenne dell’architetto, Dharmapada, giunse in quei giorni in quel luogo e si incontrò con il padre che non lo aveva mai visto avendo lasciato il suo villaggio quando la moglie era ancora incinta; il ragazzo trovò la soluzione per montare la pietra e lo fece; ma gli artigiani, oltre a sentirsi umiliati, pensarono che il re si sarebbe arrabbiato ancor di più sapendo che un ragazzo era riuscito dove i suoi migliori artigiani avevano fallito. Dharmapada salì quindi sul tempio e si gettò in mare per salvare suo padre e i lavoratori (qualche variante della leggenda dice che siano stati proprio loro ad ucciderlo). Un’altra leggenda vuole che Samba, figlio di Krishna e Jambavati, entrò nel bagno delle altre mogli di suo padre; Samba infatti, bello e somigliante a Khrishna, usava il suo aspetto per ingannare le altre consorti del padre; così Krishna lo maledisse di essere colpito dalla lebbra; Samba dichiarò la sua innocenza ma una maledizione non poteva essere revocata così Krishna gli consigliò di pregare il dio del Sole, Surya, e andare a bagnarsi nelle acque sacre del mare di Konark; Samba allora pregò per 12 anni, le acque lo guarirono e quindi decise, in ringraziamento, di fare erigere in quel luogo un tempio al Sole.

La forma del tempio è a piramide, simile all’architettura dei templi che si trovano in Kalinga; molto, purtroppo, è andato distrutto o in rovina. Il tempio, costruito con pietra Khondalite, è fatto a forma di carro e poggiato su una piattaforma (pitha) alta cinque metri riccamente decorata da 5000 sculture. Sulla prima base di questa “pitha”, alta circa 30 cm, sono scolpiti 2.000 elefanti, oltre scene di marce reali con palanchine e scorte armate. Le grandi ruote, anche esse finemente scolpite, sono 24, come le ore del giorno; ogni ruota è divisa in otto raggi, corrispondenti a un’antica partizione del giorno, quindi poteva essere usata anche come meridiana; essendo un carro, non potevano mancare i cavalli e, anticamente, sette (come i giorni della settimana) coppie di questi esemplari sembravano trascinarlo. La posizione del tempio è orientata ad est affinché i raggi dell’alba colpiscano l’entrata principale. L’ingresso principale, ornato da leoni di pietra issati sul dorso di elefanti, introduce al portico (o “Jagmohan”) di laterite, 30 metri quadrati di base e una geometria a piu` livelli. Da questo portico si sale al “Mukhasala”, anch’esso di pietra, la struttura piramidale piu` visibile, che un tempo era alta 50 metri. Il tetto di questa struttura ha tre strati a forma di loto e ogni strato ha sette gradini. Il tetto è sostenuto da colonne e altre bellissime sculture.

Nella parte occidentale del tempio, c’è il “Viman”, il tempio vero e proprio, originariamente alto 70 metri, sormontato da tre divinita`, ciascuna raggiungibile tramite scalinate di pietra. Una scalinata in discesa porta invece al “sanctum”, la parte centrale e piu` sacra del monumento. Altri cavalli sorvegliano la porta sud mentre quella a nord è guardata da elefanti. Le pareti della piattaforma sono tappezzate di decorazioni mitologiche, simili a quelle piu` celebri del tempio di Kajuraho, compresi anche i motivi erotici di maithunas. (Maithunas o Mithuna è un termine sanscrito usato nel Tantra che indica una unione sessuale in un contesto rituale. Tantra,sanscrito, vuol dire “principio”, “essenza”, “sistema”, “dottrina”, “tecnica”, per indicare un insieme di testi e insegnamenti spirituali e tradizioni esotericheoriginatesi nelle culture religiose indiane, buddiste, giainiste e tibetane).

Tutto il tempio ha raffigurati animali come serpenti, giraffe, elefanti, ecc. oltre a figure mitologiche, le immagini degli dei Vishnu e Shiva e della Dea Shakti. Ai tempi in cui venne costruito, le attuali divinita` indu` erano probabilmente oscurate dal culto delle due super-divinita`: quella della terra e quella del sole. Gli studiosi indu` ritengono che cerimoniali dedicati al Sole venissero compiuti regolarmente fin da 1900 anni prima di Cristo. In seguito queste due divinita` si ampliarono a cinque: Ganesh, Vishnu, Siva, Durga e il Sole. Konark rimase sempre al centro dell’adorazione del dio Sole. Molti studiosi ritengono Konark il prodotto di una cultura buddista, che in seguito venne semplicemente convertita a rituali indu`, ma la intensa decorazione del tempio del sole contrasta con la semplicità dei templi buddisti.

Si dice che il tempio non è stato completato come concepito perché la fondazione non era abbastanza forte per sostenere il peso della cupola pesante. Diverse storie riguardanti il tempio raccontano che esso possiede un enorme alone di potere che gli deriva da due potenti magneti che sarebbero stati utilizzati nella costruzione della torre e, a causa di questi effetti magnetici le navi che attraversavano il mare Konark avrebbero subito gravi danni e problemi di orientamento; perciò i portoghesi, per salvare le spedizioni dei loro navigatori, avrebbero portato via la pietra centrale che conteneva i magneti ma le pareti del tempio persero l’equilibrio e caddero. Ma la torre del Viman crollò un secolo fa e soltanto da poco sono iniziati i lavori di restauro. All’interno, le uniche sale sopravvissute alla distruzione sono la sala delle udienze, alta 30 mt. (pensate che la sala principale, distrutta totalmente, era alta 128 mt.), alcune parti della sala Danza, e la sala da pranzo.

La storia più accreditata racconta che la rovina di questo tempio e di altri in Orissa, è dovuta all’attacco nel 1568 di Kalaphad, un generale al servizio di Sulaiman Khan Karran, sultano del Bengala.

Nessuno sa perché e quando Konark venne abbiandonato ma si pensa che il luogo abbia perduto la sua sacralita` nel sedicesimo o diciassettessimo secolo; alcune leggende raccontano quando il santo Dharmapad che si suicido` nel tempio, cosi` facendo, lo sconsacro`; per altre il tempio collasso` per un difetto di costruzione e venne considerato maledetto dagli dei; per altre ancora, i mussulmani rubarono la grande pietra di piombo dalla cima della torre perché faceva deviare le bussole delle navi. Comunque, nel giro di tre secoli il tempio era stato depredato e abbandonato.

Del tempio si parla anche nel famoso poema epico Mahabarata. L’area esterna al tempio è ricca di alberi tra cui il palissandro e il mogano e sembras siano stati piantati per proteggere la costruzione dai venti.

Konark (o Konarak) si trova 30 chilometri a est di Puri, sul mare. Il tempio, a differenza di quello di Puri, non e` piu` in uso e pertanto e` aperto ai turisti di tutte le religioni. Il treno espresso di Calcutta ferma sia a Bhubaneswar, capitale dell’Orissa, sia a Puri e costituisce il mezzo piu` naturale per arrivare a Konark.

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Fonti

http://www.scaruffi.com/travel/konark.html

http://www.cintec.com/media/casestudies/18%20-%20Region-India/Konark%20Sun%20Temple%20%20-%203pg.pdf

http://en.wikipedia.org/wiki/Konark_Sun_Temple

http://konark.nic.in/suntemple.htm

http://konark.nic.in/suntemple.htm

http://konark.nic.in/fall.HTM

 

La grande notte di Shiva

Mahashivratri, (altrimenti detto Shivratri o “grande notte di Shiva) è il nome della festa, che quest’anno cade oggi, molto importante per gli induisti, dedicata a Shiva, una delle divinità indu che formano la Trinità (Vishnu, Brahma, Shiva). Sono varie le storie mitologiche cui si attribuisce l’origine di questa festa. Una delle leggende più popolari racconta che Shivaratri è il giorno in cui Shiva e Parvati si sono uniti in matrimonio e pertanto questa festa è una celebrazione della loro unione divina; un’altra, che Lord Shiva abbia eseguito in questa notte la Tandava, ovvero la danza che descrive la primordiale creazione, conservazione e distruzione dell’universo; un’altra ancora, secondo i Veda, racconta che in questa notte Shiva si sarebbe manifestato per la prima volta sotto forma di Linga (Lingum) (fallo) per rendere l’uomo consapevole della presenza di un tempo eterno, senza inizio né fine. Una delle storie più popolari racconta che i Deva (gli dei) e gli Ashuras (demoni), si unirono per tirare fuori l’ Amrita (il nettare dell’immortalità) dall’oceano ma invece ne venne fuori un piatto di veleno, l’ Halahala, in grado di distruggere l’intero universo. Poiché sia gli dei che i demoni non erano in grado di gestire questo veleno, chiesero l’ aiuto di Brahma che si consultò con Vishnu il quale disse che Shiva era l’unico che poteva digerire il veleno ed eliminare la sua capacità distruttiva. Così Shiva bevve l’ Halahala e Parvati che era a conoscenza di quanto stava per fare il marito, cercò di fermarlo stringendogli il collo. Il veleno era così potente che il collo di Shiva divenne blu. Ecco perché Shiva viene rappresentato con questo aspetto. Il giorno in cui Shiva bevve Halahala viene appunto commemorato come Maha Shivaratri.

Molti induisti celebrano la festa bagnandosi nelle acque sacre, digiunando tutto il giorno e pregando tutta la notte; il digiuno viene rotto la mattina seguente, mangiando il prasad offerto al dio. Durante le celebrazioni si recitano Mantra sacri e si canta l’Om Namah Shivaja, si ascoltano kirtan  e bhajan (canti religiosi) organizzati nei templi; si offrono alla divinità latte, bastoncini di incenso, fiori, foglie e frutti. Si cosparge il “fallo” di cenere, miele, ghee (burro), yogurt, pasta di sandalo, gangaajal (acqua santa) e acqua di rose. Perché Shiva rimetterà loro tutti i peccati.

In questa festa le donne sposate pregano per la fortuna e longevità del loro marito e quelle nubili pregano di avere un marito buono come Shiva.

Tra i vari santuari meta di pellegrinaggio vi è Amarnath a circa 140 km. da Srinagar (nello stato di Jammu e Kashmir), circondato da un affascinante paesaggio montano innevato.

per vedere alcune foto: http://www.huffingtonpost.com/2013/03/10/maha-shivaratri-2013-the-great-night-of-lord-shiva-photos-bhajans_n_2846731.html#slide=2201826

 

Incontro con l’Induismo (parte 1)

A PASSOININDIA non poteva mancare un post sull’induismo. Sarebbe riduttivo definire l’Induismo come una religione rappresentando esso piuttosto un’intera cultura che condiziona le relazioni e i comportamenti quotidiani degli indiani. La parola deriva dal sanscrito sindhu, in latino indus, che significa fiume. Quando, alla fine del XII secolo, i turchi islamici si stabilirono nel Nord India, chiamarono la nuova terra conquistata Hind, da cui Hindi la lingua e Hindù coloro che la abitavano. Più tardi gli inglesi crearono il neologismo Hinduism da cui deriva oggi la parola che conosciamo. Abbiamo mutuato il post che segue da SAMSARAROUTE.WORDPRESS.COM che avvicina questo complesso argomento attraverso l’esperienza vissuta di un viaggio in India poiché il viaggio, secondo la filosofia di SAMSARAROUTE,  diventa “una catena di incontri memorabili, episodi apparentemente fortuiti ma che trasmettono il “senso del luogo” e noi, pienamente, condividiamo.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

di Matteo Tomasina

L’induismo è una delle più antiche religioni al mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, con la stesura dei primi testi sacri, i “Veda”, più di 3.500 anni fa. Una religione che sopravvive da più tempo del cristianesimo e la cui tradizione scritta è più antica di quella biblica. Leggere i Veda significa forse approcciarsi al più antico testo dell’umanità.

Che questa religione sia tutt’ora viva e vitale in India, che abbia centinaia di milioni di fedeli e sia sopravvisuta all’arrivo violento dell’Islam e delle altre religioni monoteiste (cristianesimo compreso) rappresenta uno dei fattori che culturalmente più mi affascinano. In India tutto si conserva, e non si è mai verificato quel “crepuscolo degli dei” che invece l’Occidente ha conosciuto con la fine dell’Impero romano e l’avvento del mono cristiano. Le analogie, o le risonanze, tra l’induismo e le antiche religioni del mondo greco e romano mi colpiscono, e mi sembra di assistere in prima pesona a discorsi e situazioni che provengono da un’altra dimensione, da un altro tempo, e che solitamente mi ritrovavo a studiare al liceo.

L’idea di religione “pagana”, politeista, non rigidamente codificata dai dogmi, priva di una chiesa (nel senso di una gerarchia e di un’organizazzione) a noi sembra museale, vaga, quasi mitica. Ma questi termini, tutti contrapposti a quelli del cristianesimo e dell’Islam, avvicinano allla realtà dell’induismo.                                                                                                                                                              

Ci sono sicuramente grandi differenze tra la religione storica dell’India e quelle antiche dell’Europa. Ma quando passo di fronte ai templi indù, alcuni completamente verniciati di bianco, altri colorati in modo sgargiante di rosso, arancione, verde, blu e giallo, con le statue policrome delle divinità collocate sopra l’ingresso e poi, per l’adorazione, al centro e in diverse celle laterali, mi torna in mente che anche le statua greche, e i templi (come il Partenone) erano all’origine coloratissimi e la loro “pulizia splendente” è un’invenzione della cultura moderna. Un tempio hinduista può anche apparire ai nostri occhi eccessivo, ingenuo, quasi pacchiano e un pò carnevalesco, ma collocato in questa luce mi rendo conto che la mia idea di sacro è molto viziata da certe visioni.

Tempio indu

Posso fare esperienza di come l’induismo viene vissuto dalle persone quando io ed Elisa siamo ospitati per due giorni da Anurdha, una ragazza di Hyderabad membra dello staff di AIESEC. Si tratta della nostra ultima sistemazione momentanea e improvvisata prima del nostro definitivo trasferimento all’Ong. E’ anche l’ultima volta che ci troviamo a vivere nel cuore di Hyderabad, perchè poi la nostra sede di “lavoro” sarà fuori città, nella campagna vicino a un quartiere chiamato Uppal, in ogni caso la zona “popolare”.

La zona in cui abita Anu con la famiglia (il padre e il fratello) è invece un quartiere vivace, fatto di palazzine dipinte a colori accesi, e immerse in quello che ai miei occhi sembra sempre un immenso bazar. Si passeggia fra una miriade di negozietti, chioschi e bancarelle più o meno improvvisati che vendono di tutto, dai vestiti al cibo, passando per ciabatte, bigiotteria, coperte, roba da ferramenta, pezzi di ricambio per auto e moto, cellulari, medicine, sigarette sfuse e spezie. Non ci sono orari di chiusura o di apertura, il viavai è continuo, al rumore dei clacson e dei motori (moto e autorisciò si buttano tranquillamente in mezzo alla marea di pedoni) si sovrappone il gran vociare delle persone che chiacchierano o che contrattano.

In casa si respira invece non a caso un certo clima di “spiritualità”. Siamo ospitati da una famiglia religiosa, almeno in senso indiano. Il padre della nostra amica fa l’insegnante di sanscrito (la lingua sacra in cui sono scritti i Veda, affine per molti versi al nostro greco), e ci tiene a conservare e osservare tutte le tradizioni della sua religione. E’ la versione contemporanea di un brahmano, la casta di uomini di lettere – sacerdoti un tempo al vertice della società indu. Mi colpisce che una piccola stanza della casa (di dimensioni piuttosto modeste), di fianco alla sala, è occupata semplicemente da un piccolo altare, su cui sono appoggiate le icone di diverse divinità. In un angolo, ci sono quelli che sembrano diversi libri di preghiere. Anu mi accompagna all’ interno, e mi spiega che è la stanza in cui suo padre tutte le mattine alle sette mette in atto la puja, quella che noi chiameremmo “adorazione”. Si tratta in realtà di un piccolo rituale di offerta, in cui ci si propizia le divinità portando cibo, soprattutto frutta, bruciando incenso o altre sostanze e compiendo gesti rituali. C’è la puja domestica, quella al tempio, come quella giornaliera e la puja per giorni speciali. Con tutte le sue varianti, assomiglia forse più a un rituale di sacrificio che alla nostra comune idea di preghiera. Davanti alle icone delle sue divinità il padre di Anu tiene infatti dei piattini con semi, arachidi, bacchette di incenso e piccoli cubetti di materiale combustibile.

Stanza della Puja

Le divinità le conosco poco, ma riconosco Shiva, col corpo blu, la posizione seduta e l’aspetto regale. Un’altra divinità ha sembianze femminili, mentre sulla destra c’è un ritratto di Sai Baba con la barba bianca e la mano aperta. Questo ultimo personaggio è molto interessante, e non deve essere confuso col più famoso Sathya Sai Baba, il controverso predicatore morto di recente e che aveva seguaci anche in Europa. Il Sai Baba storico (di cui Sathya pretendeva di essere la reincarnazion) era infatti un guru (maestro spirituale) vissuto alla fine dell’Ottocento, che è stato poi divinizzato dagli induisti (ma anche santificato dai mussulmani). E’ rappresentato insieme alle altre divinità induiste e ci sono templi a lui esclusivamente dedicati, nella cui zona centrale troneggia la sua statua (che è comunque quella di un povero mendicante, come in effetti aveva deciso di vivere, a differenza del suo emulo recente). Comunque, si tratta di una figura storica fra personaggi mitologici!

Shirdi Sai Baba (fonte saibaba.rw)

Tempio di Sai Baba

Anu si mette a raccontarmi la storia dei diversi dei, e faccio fatica a seguirle fra le innumerevoli vicende. Sono dei, come quelli greci romani, che si sposano, fanno figli, si alleano, si tradiscono, si combattono, giocano a intervenire nelle vicende degli uomini. A volte sembrano portatori di grandi verità filosofiche, altre sono in preda a passioni e capricci come i loro “fratelli minori”. Mi colpisce come Anu tratti a volte quelli che sono i “suoi” dei anche con leggerezza e ironia (forse perchè ha la percezione di annoiarmi): mi dice che Ganesh, il dio della testa di elefante, è in fondo una figura paffuta e simpatica, mentre Sai Baba assomiglia un pò a Babbo Natale..

In ogni caso, non sembra interessata a persuadermi di nulla, mi racconta le cose con tranquillità. L’induismo non conosce la conversione, è una religione etnica e tradizionale. E’ una fenomeno proprio dell’India e del popolo indiano, che è naturale abbia i suoi culti come altri popoli hanno i loro. Si trasmette di generazione in generazione, ma essendo legato spesso a pratiche e circostanze locali, non ha senso che esca fuori dai suoi confini. Per questa ragione, non avendo pretesa di universalità, l’induismo può essere declinato in chiave molto tollerante.

 (segue parte 2)

 

con Anuradha e suo padre