I gioielli della sposa. Bichua e chooda.

E’ frequente vedere, in India, donne e uomini indossare anelli ai piedi. Si chiamano Bichua e, come tanti altri monili indiani, hanno tradizionalmente un preciso significato culturale e religioso. Già nell’antico testo del Ramayana, Sita, rapita da Ravana, getta il suo anello per far sì che il Signore Rama la trovi. Da allora i Bichua appartengono al corredo di gioielli di una donna che sta per sposarsi. Spesso è lo sposo a porli sul secondo dito di entrambi i piedi della sposa, durante il rituale delle nozze e, da quel momento, connotano lo status di moglie della donna. Usualmente i Bichua sono in argento poiché l’oro, oltre ad essere considerato troppo onorevole per essere posto in zone sotto la vita, è simbolo della dea della ricchezza, Laksmi, e sarebbe un segno di irriverenza indossarlo sui piedi. I Bichua vengono indossati a coppie sul secondo dito di entrambi i piedi oppure anche su tutte le dita escluso il mignolo e, normalmente, non vengono mai rimossi. Anche gli uomini Tamil ne fanno uso da tempi remoti per farsi identificare come sposati. Anticamente, nelle culture più conservatrici, le spose avevano il volto coperto da un velo e allora un piccolo specchio che adornava il bichua consentiva loro di guardarsi. I Bichua avrebbero tuttavia anche altri “poteri”; infatti, oltre ad aumentare il vigore sessuale dell’uomo, curerebbero, secondo la riflessologia, i problemi ginecologici e, regolandone il mestruo, sarebbero un toccasana per l’apparato riproduttivo della donna; infatti, indossare l’anello al secondo dito del piede, massaggiando con la camminata il nervo che si collega all’utero e al cuore, aiuterebbe a riequilibrare il “prana”, cioè la “forza vitale” di cui ogni essere vivente è dotato, garantendo un buono stato di salute. L’argento, di cui è fatto quasi sempre il Bichua, è inoltre, un buon conduttore e perciò assorbirebbe l’energia polare della terra e la trasferirebbe al corpo.

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Ugualmente frequente in India, soprattutto, nel Punjab, è vedere donne indu e sikh indossare una grande quantità di braccialetti in entrambe le braccia. Sono i Chooda o Choora che le spose ricevono dalla madre o dallo zio materno ovvero 21 braccialetti di solito color avorio e rosso, un tempo in avorio, oggi per lo più in plastica. La sposa li indossa, dal polso all’avambraccio, per circa 40 giorni (un tempo anche per periodi più lunghi) dopo il suo matrimonio per ricordare alla gente il suo status di nuova sposa e solo il marito potrà rimuoverli. In questo periodo, per preservarne l’integrità, alla sposa è concesso astenersi dal fare i lavori domestici. Se resta incinta li può smettere anche prima del tempo.

(continua…)

PASSOININDIA

foto,fonte: http://www.sijo.in/?id=374

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Il fondatore del Sikhismo, Guru Nanak.

GuruNanak

Oggi, 6 novembre, la comunità SIKH, stanziata in tutto il mondo, festeggia il compleanno del suo primo guru (in sanscrito significa “discepolo” o “allievo” e in lingua punjabi vuol dire “rivelatore”, “profeta”),GURU NANAK.

NANAK nasce, nel 1469, a Tolevandi (ora Nankana Sahib), vicino a Lahore (che dal 1947, anno della spartizione inglese, appartiene al Punjab pakistano).

Guru Nanak è il fondatore del Sikhismo, religione nata alla fine del XV secolo nel Punjab indiano. Nanak, di estrazione indu, sposato e con due figli, conoscitore anche del persiano e dell’arabo, dedica la sua vita alla diffusione del messaggio ricevuto da Dio e pertanto viaggia per 25 anni sino a raggiungere Tibet, Sri Lanka, La Mecca e Afghanistan, visitando la maggior parte di diversi centri di culto induisti, musulmani, gianisti e così via.

Nel 1496 Nanak, ottenuta l’illuminazione, comincia a predicare principi nuovi e rivoluzionari rispetto all’assetto sociale, culturale e religioso di quel tempo. In una società rigidamente suddivisa in caste, classi e sessi, egli sancisce la fratellanza e la incondizionata uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini. Egli sfida moralmente la povertà istituendo i Langar (mense comuni vicino al tempio dove chiunque può ottenere cibo gratuitamente e tutt’oggi diffuse in India), demolendo così anche la secolare idea di contaminazione del cibo dovuta alla mera presenza di un intoccabile (si veda su questo blog “Il sistema castale”). La condivisione con i bisognosi del reddito eccedente le esigenze della famiglia costituisce, da allora, uno dei fondamenti della religione Sikh.

Nanak condanna la pura idolatria e le credenze pseudo religiose lontane dalla vera elevazione spirituale (il sikhismo non adora idoli e non ha un clero precostituito ed organizzato) e sancisce la sacralità della vita terrena (lungi da ogni forma di ascetismo ed isolamento dalla vita sociale che non hanno alcuna vocazione produttiva); la vita umana non è un fardello da sopportare in attesa di una vita eterna ma è gioia e privilegio da onorare come mezzo di formazione spirituale. Così la vita morale diventa il solo mezzo di progresso spirituale che si realizzadentro la vita sociale e familiare, attraverso la preghiera e il lavoro praticato sia per il sostentamento familiare che per servire la comunità (il sikhismo professa di guadagnare lavorando onestamente e di condividerne con gli altri il risultato). Viene contestualmente condannata ogni forma di corruzione ed avidità castale (particolarmente quella sacerdotale, secolarmente privilegiata).

NANAK ha professato un messaggio d’ amore per tutti in lingua locale (e non in sanscrito, conosciuto  da pochi), ha scritto inni religiosi,inneggiato alla bellezza della vita e della natura in quanto doni divini.

Al termine dei suoi viaggi missionari, duranti i quali ha studiato ed avvicinato le più diverse religioni diffondendo il suo Sikhismo,  si ritira a Kartarpur, un piccolo villaggio nel Punjab, conducendo la vita di contadino e continuando da lì la sua missione.

Poco prima di morire NANAK nomina il suo successore, ANGAD, suo discepolo. Da allora, per ancora cento anni, ogni guru designato dal precedente avrebbe nominato il suo successore, fino a GURU GOBIND SINGH, il decimo ed ultimo guru che non ravvisò la necessità di un nuovo profeta, deponendo l’incarico di guru immortale al Sacro Libro dei Sikh, il Guru Grant Sahib ( Adi Granth), negli anni alimentato dai messaggi illuminanti dei guru ed oggi composto di 1430 pagine e 5.930 versi di preghiere, per ricordare il Creatore in ogni momento (altro principio fondamentale del Sikhismo).

GURU NANAK muore il 7 settembre 1539 a Kartarpur, nel Punjab indiano.

La vita di Guru Nanak è raccontata nella raccolta Janam Sakhis.

Oggi i Sikh rappresentano il 2% della popolazione indiana, concentrati soprattutto nel Punjab indiano, nel nord – ovest dell’India, ai confini con il Pakistan. Essi professano il loro culto nei Gurudwara (templi dove si entra a piedi nudi e capo coperto), rigorosamente forniti di langar, la mensa aperta a tutti. Il tempio  è aperto anche alle donne ritenute, nella società sikh, al pari dell’uomo. In ogni Gurudwara viene letto ed accudito, avvolto nella seta e tenuto sotto un baldacchino,  il Libro Sacro e cantati i Gurbani, gli inni sacri. Il Gurudwara più importante si trova ad Amritsar dove, nel Golden Temple, milioni di pellegrini venerano il Libro sacro. Dopo l’ardas, la preghiera conclusiva, i fedeli si dividono la karah prasad, un’offerta di cibo a base di semolino dolce, acqua e burro.

Il Sikhismo, monoteista, non nega la credenza nella reincarnazione e degli effetti delle azioni sulle vite successive, cioè il Karma. Lo scopo ambito è di interrompere il ciclo delle nascite allo scopo di una congiunzione con il Creatore, Unico ed Indivisibile.

Testo by PASSOININDIA

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il Khanda, simbolo dei Sikh.

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L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA

Leggi anche i nostri altri articoli sull’argomento


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L’Operazione Blue Star al Tempio di Amritsar. 1984.

Era il 3 giugno 1984. L’Harmandir Sahib, costruito nel 16^ secolo dal Guru Arjun Dev, conosciuto come il Tempio d’Oro di Amritsar, nel Punjab Indiano, luogo sacro per i fedeli del Sikhismo, era affollato di pellegrini che commemoravano il martirio del Guru (profeta) Arjun Dev. Dal 1983 questo luogo era diventato anche il quartier generale di Jarnail Singh Bhindranwale (foto sotto) e dei suoi seguaci Sikh.

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Quest’uomo era il capo del Damdami Taksal (una corrente integralista del Sikhismo) che rivendicava la creazione, mai concretizzata, di uno Stato indipendente teocratico (cioè fondato sui principi puri della religione Sikh) che avrebbe dovuto chiamarsi Khalistan (Terra dei Khalsa, Terra dei puri) e comprendere il Punjab (ancora oggi roccaforte del Sikkismo) ed i territori limitrofi.  Jarnail Singh Bhindranwale era molto conosciuto dai mass media dell’epoca, anche per la sua opera di arruolamento nelle campagne punjabi diretta ad apportare nuove leve al movimento. Egli parlava ai giovani Sikh invitandoli a lasciare la via della perdizione e a fare ritorno sulla retta via del Khalsa, l’ordine dei Sikh. Bhindranwale partecipò anche all’ attività politica. Nel 1979, pur non intervenendo in prima persona, propose quaranta candidati nelle elezioni dell’SGPC (l’organizzazione che sovrintende alla manutenzione dei gurudwara) per un totale di 140 seggi, ma, pur sostenuto anche dal Congresso, ne ottenne solo quattro. Un anno dopo, durante le elezioni generali, Bhindranwale venne invitato dal Congresso (proprio il partito dei Gandhi sotto il cui fuoco morirà qualche anno dopo) a fare campagna politica attiva per il partito (Il Congresso aveva ben compreso la convenienza di avere Jarnail Singh nei suoi ranghi, vista la popolarità che aveva acquisita).

Nel 1981 Jarnail Singh venne accusato dell’assassinio di Nirankari Gurbachan Sing che avrebbe ridicolizzato il decimo Guru Gind Singh e tre anni dopo un membro dell’ Akhand Kirtani Jatha, Ranjit Singh, si consegnò per aver commesso l’omicidio e fu condannato a scontare tredici anni di carcere. Jarnail venne rilasciato per mancanza di prove esattamente come avvenne quando il governo lo accusò, nel 1983, dell’assassinio del Vice Ispettore Generale della Polizia Punjabi As Atwal.

Torniamo al Tempio e a quello che successe nel 1984.

Indira Gandhi, l’allora Primo Ministro e leader del partito del Congresso (quello, per capirci, che ha perso alla grande alle ultime elezioni) decise di intervenire. Il Generale Sinha sconsigliò l’attuazione del piano sacrilego di Indira e fu quindi rimpiazzato dal generale Arun Shridhar Vaidya che diventò il nuovo capo dell’esercito indiano.

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Il 3 giugno 1984 il governo impose il coprifuoco, ordinò l’interruzione delle comunicazioni e della fornitura di energia elettrica. Intanto milizie e paramilitari pattugliavano l’intero Punjab e bloccavano tutte le vie di accesso e di uscita nel complesso del Tempio (ci sono quattro porte per entrare nell’Harmandir Sahib a simboleggiare l’apertura dei Sikh nei confronti di tutti i popoli e religioni). Era’ solo l’inizio. Il 4 giugno l’esercito bombardò la storica e strategica Ramgarhia Bungas (torre di architettura squisitamente sikh, costruita nel 1755 da un sikh guerriero per proteggere il sacro complesso da una invasione dall’esterno) e altre posizioni fortificate.

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 (sopra: la Ramgarhia Bungas, sotto: l’ Akal Takht)

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In cielo, gli elicotteri militari controllavano la zona. Il 5 giugno, al Tempio, come in tutto il Paese, la temperatura era elevata e la notte stava scorrendo sul sonno dei pellegrini ospitati nelle guest house del Gurudwara (il nome dei templi Siikh).

La piscina del Tempio, contenente l’acqua sacra per le quotidiane abluzioni dei pellegrini, restituiva scintille di luce. Intanto, l’esercito indiano, comandato da Kuldip Singh Brar, obbediva all’ordine ricevuto dal Primo Ministro e dava attuazione a quella che venne chiamata “Operazione Blue Star“; con molti uomini e 20 carri armati fece irruzione nel Tempio d’Oro ed attaccò la Akal Takht, (la più alta sede dell’autorità terrena del Khalsa, l’ordine dei sikh). Il 7 giugno, dopo una sanguinosa battaglia, ottenne il pieno controllo del Tempio. Moltissime le vittime civili e militari, tra cui lo stesso Jarnail Singh, e i feriti; lo stesso Harmandir Sahib fu colpito da almeno 300 proiettili. Contemporaneamente altri 38 gurudwara punjabi erano teatri di altrettanti combattimenti. 

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                                             indiatoday.indiatoday.in

Il 31 ottobre di quello stesso anno Indira Gandhi fu uccisa da due delle sue guardie del corpo Sikh, e probabilmente pagò per aver avviato l’Operazione Blue Star di pochi mesi prima. L’assassinio provocò indiscriminate ed ingiustificate rappresaglie verso il popolo Sikh, fino al grande vergognoso genocidio del 31 ottobre 1984, presumibilmente organizzato dagli esponenti del Congresso.

(vedi su questo blog https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/27/massacro-dei-sikh-1984/ ).

                                        1984 anti sikh riots

L’esercito si ritirò dal Tempio d’Oro nel 1984 in seguito al pressante invito del popolo Sikh a lasciare quel luogo sacro. Il generale Arun Shridhar Vaidya venne assassinato nel 1986 a Pune da due sikh poi condannati a morte per impiccagione nel 1992.

Attualmente in Punjab la situazione è assolutamente tranquilla. Il popolo Sikh è un popolo tranquillo che continua, pacifico, ad osservare le sue tradizioni religiose che peraltro sono fondate su principi di tolleranza, fratellanza ed uguaglianza. E’ Sikh anche il Primo Ministro uscente dalle ultime elezioni, Manmohan Singh.

Sono passati 30 anni da quel triste episodio ma le ferite profonde di un popolo non si rimarginano facilmente. I giornali di pochi giorni fa hanno raccontato degli scontri (in questo caso tra Sikh) che si sono verificati in occasione della commemorazione di quei fatti, pubblicando foto di Sikh dalla lunga barba che sventolano minacciose sciabole e coltelli senza neppure raccontare i fatti dell’epoca. Il pugnale è un simbolo dei Sikh che essi portano quando indossano costumi tradizionali come in quella occasione e sarebbe errato identificare in assoluto questa ampia e rispettabile comunità con gli episodi di violenza in cui, loro malgrado, si sono visti coinvolti oggi come allora.

In assenza degli incidenti diplomatici dovuti alle accuse rivolte ai marò italiani probabilmente non se ne sarebbe neppure parlato.

Articoli complementari al presente che si consiglia di leggere per comprendere appieno l’argomento:

https://passoinindia.wordpress.com/2013/11/17/happy-gurpurab-guru-nanak/

https://passoinindia.wordpress.com/2012/09/30/che-cos-e-il-sikhismo/

https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/27/massacro-dei-sikh-1984/

Testo PASSOININDIA con l’ausilio delle informazioni sul Web.

 

720-Aerial-View-of-Golden-Temple-Amritsar-Punjab1            1024px-Sikh_pilgrim_at_the_Golden_Temple_(Harmandir_Sahib)_in_Amritsar,_India

 

fonte foto:  http://sikhgurusandgurdwaras.info/

http://www.sikhmuseum.com/bluestar/photographs/#tn3=0/slide30

http://it.wikipedia.org/wiki/Akal_Takht

 

 

La Holla Mohalla, la festa dei pacifici Sikh.

Il giorno successivo alla celebrazione della Holi (vedi post “Holi la festa dei colori), nel mese di Phalguna (Marzo), i Sikh (devoti del Sikhisimo, vedi in questo blog https://passoinindia.wordpress.com/2012/09/30/che-cos-e-il-sikhismo/ e https://passoinindia.wordpress.com/2013/11/17/happy-gurpurab-guru-nanak/ ) festeggiano la Holla Mohalla, un festival che si tiene presso ANANDPUR (ovvero Città della beatitudine) cui spesso si usa far seguire la parola Sahib (Anandpur Sahib) in segno di riverenza (in India è usata anche verso le persone in segno di rispetto), ospitando essa  uno dei cinque Gurudwara (templi) più importanti. Il termine Mahalla, deriva dalla radice araba hal ed è una parola punjabi (lingua parlata nello Stato del Punjab, nel nord India) che evoca immagini di colonne dell’esercito accompagnate da tamburi di guerra e portabandiera, che si dispongono in una certa formazione o si spostano da un luogo all’altro.

Holla Mohalla, Punjab. India   holla    Hola-Mohalla-Festival-3

L’usanza della Holla Mohalla ebbe origine quando, il 22 febbraio 1701, Guru Gobind Singh (1666-1708), il decimo Guru Sikh che stava conducendo la sua battaglia contro Aurangzeb dell’Impero Mughal e i Rajput (re) delle colline, volle dedicare una giornata alla simulazione di battaglie, per preparare militarmente il popolo, ma anche alla musica e a concorsi di poesia, dando così origine ad una tradizione viva ancora oggi. Ancora oggi infatti i membri dell’esercito sikhs fondato da Govind Singh, i Singhs Nihang, vestiti coi loro abiti blu e i loro impreziositi turbanti, portano avanti la tradizione marziale con finte battaglie, manifestazioni di scherma ed equitazione, e messa in opera, con l’ausilio di spade e lance, di imprese audaci e di spettacolari acrobazie tra sventolare di bandiere e suoni di tamburi.

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Ad Anadpur c’è, ovviamente, un grande e famoso tempio sikh (gurudwara), fornito, come ogni tempio sikh, di langar (la mensa comune) che elargisce gratuitamente i suoi pasti grazie alle offerte di farina di frumento, riso, verdure, zucchero, latte da parte degli abitanti dei villaggi vicini. I commensali, seduti a terra su lunghi tappeti, consumano le loro pietanze servite (da volontari) in piatti di metallo luccicante distribuiti poco prima (e poi ritirati all’uscita) da altrettanti devoti. Chiunque può accedervi, senza differenza di casta, sesso o religione.

Di mattina presto le preghiere nel gurdwara segnano l’inizio del festival. Il Guru Grant Sahib, il libro sacro dei sikh, cerimoniosamente tirato fuori dal posto in cui la sera prima è stato accuratamente riposto, viene sistemato sul palco, sotto al tipico baldacchino e bagnato simbolicamente con latte e acqua. Tutto ciò mentre vengono cantate e suonate le preghiere ed il Prasad Karah (un impasto dolce fatto di farina, zucchero e burro) viene distribuito ai fedeli, dopo essere stato benedetto dal guru.

La Holla Mohalla è un’occasione per i Sikh per ribadire il proprio impegno nei confronti della Panth Khalsa, per riaffermare la fraternità e la fratellanza e ricordare alla gente il valore della difesa molto caro a Gobind Singh ji., il “fondatore” della Holla Mohalla, colui che ha istituito nel 1699 il Panth Khalsa, ovvero l’ordine del Khalsa che è a base del sikkismo.  Il Sikkismo è nato nel XV secolo nel nord ovest dell’India ed è una religione impregnata di principi  filosofici, morali, politici e militari, impostata su un rigido monoteismo privo di organizzazione clericale, di santi e di immagini religiose (dentro il tempio si vedono solo le immagini dei dieci guru) e sui valori dell’ uguaglianza, fratellanza e parità tra tutti gli adepti.

PS: Del Khalsa racconteremo prossimamente …

(testo by PASSOININDIA,  photo by http://www.flickr.com)

gustati l’evento:

foto, fonti:

http://thetravelphotographer.blogspot.it/2011/07/idris-ahmed-holla-mohalla.html

http://www.competitivetimes.com/2014/02/sikh-tradition-festival-of-holla.html

http://www.idrisphotography.com/features.html

http://www.telegraph.co.uk/news/picturegalleries/picturesoftheday/8395064/Pictures-of-the-day-21-March-2011.html?image=6

http://www.totalbhakti.com/hindu-blog/Holla_mohalla/865.html

http://www.comments99.com/comments/hola-mohalla/

LA HOLLA MOHALLA

Il giorno successivo alla celebrazione della Holi (vedi post “Holi la festa dei colori), nel mese di Phalguna (Marzo), i Sikh (devoti del Sikhisimo) festeggiano la Holla Mohalla, un festival che si tiene presso ANANDPUR (ovvero Città della beatitudine) cui spesso si usa far seguire la parola Sahib (Anandpur Sahib) in segno di riverenza (in India è usata anche verso le persone in segno di rispetto), ospitando essa  uno dei cinque Gurudwara (templi) più importanti. Il termine Mahalla, deriva dalla radice araba hal ed è una parola punjabi (lingua parlata nello Stato del Punjab, nel nord India) che evoca immagini di colonne dell’esercito accompagnate da tamburi di guerra e portabandiera, che si dispongono in una certa formazione o si spostano da un luogo all’altro.

L’usanza della Holla Mohalla ebbe origine quando, il 22 febbraio 1701, Guru Gobind Singh (1666-1708), il decimo Guru Sikh che stava conducendo la sua battaglia contro Aurangzeb dell’Impero Mughal e i Rajput (re) delle colline, volle dedicare una giornata alla simulazione di battaglie, per preparare militarmente il popolo, ma anche alla musica e a concorsi di poesia, dando così origine ad una tradizione viva ancora oggi. Ancora oggi infatti i membri dell’esercito sikhs fondato da Govind Singh, i Singhs Nihang, vestiti coi loro abiti blu e i loro impreziositi turbanti, portano avanti la tradizione marziale con finte battaglie, manifestazioni di scherma ed equitazione, e messa in opera, con l’ausilio di spade e lance, di imprese audaci e di spettacolari acrobazie tra sventolare di bandiere e suoni di tamburi.

Ad Anadpur c’è, ovviamente, un grande e famoso tempio sikh (gurudwara), fornito, come ogni tempio sikh, di langar (la mensa comune) che elargisce gratuitamente i suoi pasti grazie alle offerte di farina di frumento, riso, verdure, zucchero, latte da parte degli abitanti dei villaggi vicini. I commensali, seduti a terra su lunghi tappeti, consumano le loro pietanze servite (da volontari) in piatti di metallo luccicante distribuiti poco prima (e poi ritirati all’uscita) da altrettanti devoti. Chiunque può accedervi, senza differenza di casta, sesso o religione.

Di mattina presto le preghiere nel gurdwara segnano l’inizio del festival. Il Guru Grant Sahib, il libro sacro dei sikh, cerimoniosamente tirato fuori dal posto in cui la sera prima è stato accuratamente riposto, viene sistemato sul palco, sotto al tipico baldacchino e bagnato simbolicamente con latte e acqua. Tutto ciò mentre vengono cantate e suonate le preghiere ed il Prasad Karah (un impasto dolce fatto di farina, zucchero e burro) viene distribuito ai fedeli, dopo essere stato benedetto dal guru.

La Holla Mohalla è un’occasione per i Sikh per ribadire il proprio impegno nei confronti della Panth Khalsa, per riaffermare la fraternità e la fratellanza e ricordare alla gente il valore della difesa molto caro a Gobind Singh ji., il “fondatore” della Holla Mohalla, colui che ha istituito nel 1699 il Panth Khalsa, ovvero l’ordine del Khalsa che è a base del sikkismo.  Il Sikkismo è nato nel XV secolo nel nord ovest dell’India ed è una religione impregnata di principi  filosofici, morali, politici e militari, impostata su un rigido monoteismo privo di organizzazione clericale, di santi e di immagini religiose (dentro il tempio si vedono solo le immagini dei dieci guru) e sui valori dell’ uguaglianza, fratellanza e parità tra tutti gli adepti.

PS: Del Khalsa racconteremo prossimamente …

(testo by PASSOININDIA,  photo by http://www.flickr.com)

gustati l’evento:

BUONA PASQUA A TUTTI!

HAPPY BIRTHDAY GURU NANAK!

Oggi la comunità SIKH, stanziata in tutto il mondo, festeggia il compleanno del suo primo guru (in sanscrito significa “discepolo” o “allievo” e in lingua punjabi vuol dire “Dio”, “rivelatore”, “profeta”), GURU NANAK.

NANAK nasce, nel 1469, a Tolevandi (ora Nankana Sahib), vicino a Lahore (che dal 1947, anno della spartizione inglese, appartiene al Punjab pakistano).

Guru Nanak è il fondatore del Sikhismo, religione nata alla fine del XV secolo nel Punjab indiano. Nanak, di estrazione indu, sposato e con due figli, conoscitore anche del persiano e dell’arabo, dedica la sua vita alla diffusione del messaggio ricevuto da Dio e pertanto viaggia per 25 anni sino a raggiungere Tibet, Sri Lanka, La Mecca e Afghanistan, visitando la maggior parte di diversi centri di culto induisti, musulmani, gianisti e così via.

Nel 1496 Nanak, ottenuta l’illuminazione, comincia a predicare principi nuovi e rivoluzionari rispetto all’assetto sociale, culturale e religioso di quel tempo. In una società rigidamente suddivisa in caste, classi e sessi, egli sancisce la fratellanza e la incondizionata uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini. Egli sfida moralmente la povertà istituendo i Langar (mense comuni vicino al tempio dove chiunque può ottenere cibo gratuitamente e tutt’oggi diffuse in India), demolendo così anche la secolare idea di contaminazione del cibo dovuta alla mera presenza di un intoccabile (si veda su questo blog “Il sistema castale”). La condivisione con i bisognosi del reddito eccedente le esigenze della famiglia costituisce, da allora, uno dei fondamenti della religione Sikh.

Nanak condanna la pura idolatria e le credenze pseudo religiose lontane dalla vera elevazione spirituale (il sikhismo non adora idoli e non ha un clero precostituito ed organizzato) e sancisce la sacralità della vita terrena (lungi da ogni forma di ascetismo ed isolamento dalla vita sociale che non hanno alcuna vocazione produttiva); la vita umana non è un fardello da sopportare in attesa di una vita eterna ma è gioia e privilegio da onorare come mezzo di formazione spirituale. Così la vita morale diventa il solo mezzo di progresso spirituale che si realizza dentro la vita sociale e familiare, attraverso la preghiera e il lavoro praticato sia per il sostentamento familiare che per servire la comunità (il sikhismo professa di guadagnare lavorando onestamente e di condividerne con gli altri il risultato). Viene contestualmente condannata ogni forma di corruzione ed avidità castale (particolarmente quella sacerdotale, secolarmente privilegiata).

NANAK ha professato un messaggio d’ amore per tutti in lingua locale (e non in sanscrito, conosciuto  da pochi), ha scritto inni religiosi, inneggiato alla bellezza della vita e della natura in quanto doni divini.

Al termine dei suoi viaggi missionari, duranti i quali ha studiato ed avvicinato le più diverse religioni diffondendo il suo Sikhismo,  si ritira a Kartarpur, un piccolo villaggio nel Punjab, conducendo la vita di contadino e continuando da lì la sua missione.

Poco prima di morire NANAK nomina il suo successore, ANGAD, suo discepolo. Da allora, per ancora cento anni, ogni guru designato dal precedente avrebbe nominato il suo successore, fino a GURU GOBIND SINGH, il decimo ed ultimo guru che non ravvisò la necessità di un nuovo profeta, deponendo l’incarico di guru immortale al Sacro Libro dei Sikh, il Guru Grant Sahib ( o Adi Granth), negli anni alimentato dai messaggi illuminanti dei guru ed oggi composto di 1430 pagine e 5.930 versi di preghiere, per ricordare il Creatore in ogni momento (altro principio fondamentale del Sikhismo).

GURU NANAK muore il 7 settembre 1539 a Kartarpur, nel Punjab indiano.

La vita di Guru Nanak è raccontata nella raccolta Janam Sakhis.

Oggi i Sikh rappresentano il 2% della popolazione indiana, concentrati soprattutto nel Punjab indiano, nel nord – ovest dell’India, ai confini con il Pakistan. Essi professano il loro culto nei Gurudwara (templi dove si entra a piedi nudi e capo coperto), rigorosamente forniti di langar, la mensa aperta a tutti. Il tempio  è aperto anche alle donne ritenute, nella società sikh, al pari dell’uomo. In ogni Gurudwara viene letto ed accudito, avvolto nella seta e tenuto sotto un baldacchino,  il Libro Sacro e cantati i Gurbani, gli inni sacri. Il Gurudwara più importante si trova ad Amritsar dove, nel Golden Temple, milioni di pellegrini venerano il Libro sacro. Dopo l’ardas, la preghiera conclusiva, i fedeli si dividono la karah prasad, un’offerta di cibo a base di semolino dolce, acqua e burro.

Il Sikhismo, monoteista, non nega la credenza nella reincarnazione e degli effetti delle azioni sulle vite successive, cioè il Karma. Lo scopo ambito è di interrompere il ciclo delle nascite allo scopo di una congiunzione con il Creatore, Unico ed Indivisibile.

 

immagine da sito: vahrehvah.com

IL MASSACRO DEI SIKH NEL 1984

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Sono ormai trascorsi 28 anni dal massacro dei sikh ma le profonde ferite devono ancora rimarginarsi perchè a tuttoggi non è stata fatta giustizia.

Era il 31 ottobre 1984 ed Indira Gandhi era appena stata assassinata dalle sue due guardie del corpo di origine sikh per vendicarsi della sua decisione, nel giugno di quell’ anno, di inviare l’esercito a stanare i separatisti sikh dal tempio d’Oro di Amritsar, il luogo più sacro per i Sikh (http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Blue_Star). Quello che successe nei tre giorni seguenti alla sua morte e prima del suo funerale, avvenuto il 2 novembre, fa indignare chiunque ne legga la cronaca e i racconti di chi ha vissuto quei fatti. L’hanno chiamato il “pogrom”, parola di origine russa che significa “devastazione”, perché questo è ciò che i testimoni descrivono. In quei lunghi giorni ci fu la carneficina di oltre 3000 sikh che furono oggetto di incredibili violenze e persero la vita. La cronaca racconta di intere famiglie sterminate e di case bruciate e saccheggiate. Le foto dell’epoca ritraggono decine e decine di corpi brutalmente seviziati, bruciati, percossi a sprangate e uccisi, così tanti che il sangue provocato dalle ferite rimaneva intrappolato tra i brandelli di carne non riuscendo a defluire nei canali di scolo. I gurudwara (i templi sikh) furono devastati per impedire che i fedeli vi si rifugiassero o vi organizzassero una difesa. I sikh venivano persino fatti scendere dai treni in transito, perchè non ne restasse vivo neppure uno. Furono uccisi come animali uomini, donne e bambini. Tutto questo avvenne nella capitale Delhi (molti sono stati massacrati nella zona est di Delhi e la maggior parte delle vittime, circa 350, erano residenti del Blocco 32 in Trilokpuri), ma anche a Gurgaon, Kanpur, Bokaro, Indore e molte altre città dell’India. Tutto avvenne in 72 ore. I feriti non venivano soccorsi e le preghiere di aiuto non venivano accolte. L’inviato Giorgio Signorini, giornalista de La Repubblica, inviato sul luogo, nel suo articolo “A SHADARA, TRA I SIKH SCAMPATI AL MASSACRO” così scrisse “Come una fiammata l’ assalto contro la comunità sikh, dopo aver devastato tra mercoledì e giovedì le periferie meridionale e occidentale di Delhi, ha passato il fiume investendo, tra venerdì e sabato, tutta questa zona orientale. Ed è stato un assalto di violenza inaudita. I racconti che ci erano stati fatti, le testimonianze che avevamo raccolto ci avevano preparato al peggio. Ma lo spettacolo che è apparso ai nostri occhi appena lasciato il vecchio ponte che, oltre Forte Rosso, porta verso Oriente e sul quale corrono anche i binari della ferrovia – ieri mattina sempre senza vita – ha superato ogni più macabra immaginazione. Case bruciate, piccoli spiazzati in cui larghe tracce di sangue fanno testimonianza di cadaveri frettolosamente raccolti in attesa che i camion militari venissero a portarli via senza possibilità di identificazione, ammassi di cenci, stoviglie, brande, carte e oggetti vari provenienti da negozi saccheggiati, grandi televisori infranti da rapinatori troppo carichi di bottino o timorosi di venire sorpresi. E nell’ aria, sotto il sole scottante di una estate che continua a fornire trenta gradi all’ ombra, un odore di morte in uno scenario di tragedia. Ora c’ è l’ esercito che controlla i posti di blocco: le autoblindo sono schierate alla periferia dei campi in cui gli scampati al massacro hanno trovato un rifugio improvvisato ma dove restano, abbandonati a loro stessi, senza aiuti, senza rifornimenti, senza medicinali. Fino a sabato, quando l’ esercito presente a Delhi era tutto impegnato nel garantire la sicurezza del solenne funerale di Indira e dei convenuti a quella cerimonia, erano solo rare pattuglie di polizia che presidiavano questa immensità. E, a quel che raccontano gli scampati, queste pattuglie quando non sono rimaste passive spettatrici di ciò che stava accadendo, hanno partecipato attivamente almeno al saccheggio”. KHUSHWANT SINGH, ex membro dell’ Indian Parliament scrive nel suo libro “My Bleeding Punjab (1992)”: “I realized what Jews must have felt like in Nazi Germany. The killing assumed the proportion of a genocide of the Sikh community. For the first time I understood what words like pogrom, holocaust and genocide really meant. Sikh houses and shops were marked for destruction in much the same way as those of Jews in Tsarist Russia or Nazi Germany.” (Ho capito quello come si sono sentiti gli ebrei nella Germania nazista. L’uccisione ha assunto la proporzione di un genocidio della comunità Sikh. Per la prima volta ho capito il vero significato di parole come pogrom, olocausto e genocidio. Le case e i negozi dei sikh sono stati segnati per la distruzione più o meno allo stesso modo di quelle degli ebrei nella Russia zarista e la Germania nazista).
In questi 28 anni, alcune commissioni sono state istituite per esaminare i diversi aspetti del pogrom anti-Sikh ma a tutt’oggi non è ancora venuta fuori la verità e giustizia non è stata fatta. Circa dieci sono state le persone condannate per omicidio e almeno 500 sono state quelle assolte. Molti casi sono stati archiviati direttamente dalla polizia e non hanno raggiunto i tribunali. Le vie ufficiali governative attestano a circa 2733 il numero di persone perite in quell’ondata di violenza contro la comunità sikh. Gli attivisti sostengono che circa 4.000 persone sono state uccise negli scontri. Finita la devastazione, il 2 novembre Indira Gandhi è stata cremata e le sue ceneri, secondo la tradizione induista, sono state suddivise e racchiuse in undici urne per essere portate in giro per ognuno degli Stati, prima di essere disperse sulle nevi dell’ Himalaya. In risposta alle uccisioni Sikh a Delhi e in altri luoghi, l’ appena nominato primo ministro Rajiv Gandhi nel suo discorso il 19 novembre 1984 al Boat Club a Delhi giustificava la violenza come un fenomeno “naturale” :
Ci sono stati disordini nel paese dopo l’omicidio di Indiraji. Sappiamo che le persone erano molto arrabbiate e per qualche giorno sembrava che l’India fosse stata scossa. Ma, quando un possente albero cade, è naturale che la terra intorno si agiti un po’ ”.

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Sequence of events (fonte: http://www.ensaaf.org/pdf/reports/kristallnacht.pdf)
October 31, 1984
• 9.20 am: Indira Gandhi was shot by two of her security guards at her residence No. 1, Safdarjung Road, New Delhi and rushed to the All India Institute of Medical Sciences (AIIMS).
• 11 am: Announcement on All India Radio specifying that the guards who shot Indira Gandhi were Sikhs. A big crowd gattered near AIIMS.
• 4 pm: Rajiv Gandhi returned from West Bengal and reached AIIMS. Stray incidents of attacks on Sikhs in and around that area occur.
• 5.30 pm: The cavalcade of Sikh President of India Zail Singh, is stoned as it approached AIIMS.
• Late evening and night: Mobs fanned out in different directions from AIIMS. The violence against Sikhs spread, starting in the neighbouring constituency of Congress (I) councillor Arjun Dass. The violence included the burning of vehicles and other properties of Sikhs. Shortly after Rajiv Gandhi was sworn in as Prime Minister,senior advocate and Opposition leader Ram Jethmalani met home minister P.V. Narasimha Rao and urged him to act fast and save Sikhs from further attacks. Despite all these developments, no measures were taken to control the violence or prevent further attacks on Sikhs throughout the night between October 31 and November 1.

November 1, 1984
Several Congress (I) leaders held meetings on the night of October 31 and morning of November 1, mobilising their followers to attack Sikhs on a mass scale. The first killing of a Sikh reported from east Delhi in the early hours of November 1. About 9 am, armed mobs escorted by the police, take over the streets of Delhi and launch a full scale massacre.

Prendetevi la sacrosanta libertà di essere informati, visitate i siti su questo argomento, italiani e non. Fatevi la vostra opinione, in autonomia, perchè questo blog segnala ma non giudica. E’ solo uno degli innumerevoli episodi di violenza perpetrati nel mondo verso l’essere umano, ma andava raccontato.

http://en.wikipedia.org/wiki/1984_anti-Sikh_riots
http://www.ensaaf.org/pdf/reports/kristallnacht.pdf

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Blue_Star