Makar Sankranti. La festa del Sole.

Oggi in India si è celebrata una festa molto importante per gli induisti (ma anche i Sikh, la festeggiano), ritenuta la più propizia di tutto l’anno. Infatti, il 14 gennaio è il giorno di Sankranti, considerato particolarmente sacro perché in questo giorno il Sole, secondo le scritture vediche, lascia il Sagittario (Dhanu Rashi)  ed entra nel Capricorno (Makar Rashi), iniziando così il suo viaggio dall’emisfero Sud (Dakshinayana) all’emisfero Nord (Uttarayana). Nell’astrologia indiana Shankranti significa trasmigrazione del Sole da uno zodiaco verso un altro zodiaco. Questa festa cade circa 21 giorni dopo il solstizio d’inverno (il giorno più breve e la notte più lunga dell’anno) che, nell’emisfero settentrionale, ha luogo tra il 20 e il 23 dicembre. Sono gli Ariani ad avere iniziato a celebrare come propizio per i festeggiamenti questo giorno che anche apre la stagione del raccolto.

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Anche nel poema Mahabharata, si racconta di questo giorno di buon auspicio. Bhishma Pitamah, uno dei protagonisti del grande capolavoro epico, pur ferito in guerra resistette 58 notti alla morte fino allo momento dello Uttarayan così da raggiungere la dimora celeste in un momento di buon auspicio. Ancora oggi si crede che morire in questo giorno porti la Moksha (liberazione dal ciclo delle reincarnazioni) o la salvezza per il defunto.

Da oggi, in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata, le giornate diverrano più lunghe e calde.

La festa, quindi, è dedicata a Surya Deva (il Dio Sole), il Signore dell’energia e della Luce, che nutre tutta la vita sulla Terra. Anche se ci sono dodici Sankranti nel calendario indù, il Makar Sankranti è quello religiosamente più significativo ed è diventato lo Sankranti per eccellenza. La festa, una delle poche che si celebra unanimemente in tutta l’India ed in una data fissa ogni anno, viene celebrata per due o quattro giorni, a seconda della regione, dove assume via via nomi diversi e dove variano anche i rituali celebrativi e le leggende locali che li animano. Gli induisti operano sacre abluzioni, fanno opere di carità, accendono falò un giorno prima di Makar Sankranti, celebrano il Dio Sole, offrono agli dei il Prasad (il cui nome significa “grazioso regalo”ed è rappresentato da cibo), preparano dolci e fanno, soprattutto in Sud India, un bagno d’olio; insomma, si compiono tutte le cerimonie rituali considerate di buon augurio. Gli stati di Bihar, Bengala, Punjab, Maharashtra, Gujarat, Rajasthan e Tamil Nadu celebrano la festa con grande fervore. In Tamil Nadu il festival è conosciuto come Pongal, in Assam come Bhogali Bihu, nel Punjab, come Lohiri, nel Gujarat e Rajasthan, come Uttararayan. Al di fuori dell’India, questo giorno è festeggiato in Nepal, dove conosciuto come Maghe Sakrati o Maghi, in Thailandia dove è chiamato Songkran e in Myanmar celebrato come Thingyan.

Buon Sankranti a tutti!

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(foto da Hindutan Times. Celebrazioni e raccolta dei fiori di loto)

Happy Gurpurab per Guru Govind Singh.

Oggi è il compleanno del decimo Guru del Sikkismo Gobind Singh e quindi questo giorno è di particolare importanza per i seguaci del Sikkismo.

Vi proponiamo questo post, interessante per comprendere la filosofia religiosa del Sikkismo e anche una parte della storia dell’India.

Gobind Rāi si ritrovò alla guida dei fedeli all’età di soli nove anni . Dopo aver eseguito i riti funebri in onore del padre Teg Bahādur (1621- Guru 1664 -1675), nono Gurū e secondo martire dei Sikh brutalmente ucciso dal rigido imperatore Mughal Aurangzeb (1658-1707), si ritirò in una cittadina nascosta fra i monti dove covò per anni propositi di vendetta e di riscatto per i suoi Sikh (discepoli).

Durante questo periodo si dedicò alle attività fisiche e studiò nel medesimo tempo la storia, il sanscrito, il persiano, la hindī, la pañjābī e le rispettive letterature, traendone ispirazione e costruendosi solide basi su cui elaborare le importanti innovazioni che introdusse di lì a poco.

Promosse e praticò egli stesso, seguendo l’esempio di molti suoi predecessori, la caccia e altre attività fisiche e marziali.

Dopo alcuni anni di intensi conflitti con i Rajput , che alternativamente lo appoggiarono e lo osteggiarono, arrivando da un lato ad allearsi con lui contro i Mughal e dall’altro a dichiarargli apertamente guerra proprio grazie all’alleanza con l’imperatore, il Gurū tornò ad Anandpur (un piccolo villaggio fondato dal padre), dove approfittando di un lungo periodo di quiete di 12 anni , poté dedicarsi alla riorganizzazione delle proprie forze, munendo in primo luogo Anandpur di ulteriori difese e facendo costruire una catena di fortezze ininterrotta in territorio Rajput.

Riconoscendo nell’ignoranza la causa principale dell’abbattimento morale della sua gente si dedicò anche alla promozione della cultura. Egli stesso conosceva come si è visto le lingue più importanti del tempo ed ora si adoperò per farle conoscere e studiare al maggior numero di persone possibile, inviando a tale scopo cinque discepoli a Benares a studiare il sanscrito e i testi della mitologia indù .

I suoi studi gli avevano fornito le basi per comprendere appieno il proprio tempo e gli strumenti per portare a termine con successo la missione che si era prefissato. Si trattava ora di applicare le proprie conoscenze ed infondere coraggio e fiducia al buon esito della missione nella massa dei fedeli, abituati da secoli a sottostare ad ogni discriminazione senza levare alcuna protesta e da ciò minati nella fiducia in se stessi e nella possibilità di un cambiamento.

Gurū Gobind quindi tradusse e fece tradurre dal sanscrito in pañjābī molti miti e storie edificanti in cui si esaltava il coraggio e l’eroismo. Dotato di talento per la poesia, scrisse egli stesso molti inni in cui esponeva il proprio pensiero in accordo con quello di Nānak .

In particolare riconobbe il pericolo che derivava dall’idolatria, ancora molto diffusa fra gli indù, e sottolineò l’unicità di Dio, di cui egli era l’inviato, umile servitore. A tale proposito condannò con fermezza ogni forma di idolatria per la propria persona.

Cosciente dell’impossibilità di successo di un movimento puramente politico anti-mughal e dei segni di decadenza che mostrava la “monarchia religiosa”, prese misure volte alla riorganizzazione della comunità.

In primo luogo identificò le principali cause di decadenza: l’ereditarietà della carica, con le conseguenti lotte di successione, aveva ormai reso il Gurū del tutto simile ad un contemporaneo monarca (anche dal punto di vista di una pronunciata rilassatezza morale e dei costumi); l’istituzione dei masand (spesso veri e propri signorotti locali che si arricchivano presentandosi come interpreti del volere del Gurū) e la riscossione delle imposte a loro demandata erano un’altra grave causa di malcontento nella popolazione vessata.

Gobind non perse tempo in mezze misure e le eliminò risolutamente entrambe. Abolì in blocco i masand, pur cosciente del rischio di impoverimento cui andava incontro la comunità intera, privata dell’unico mezzo di sostentamento, e presentò ai fedeli il compito di fare offerte volontarie e prendersi cura della comunità come un proprio bene e non perché costretti da qualcuno.

L’altra causa di decadenza – la monarchia religiosa ereditaria – era certamente più complessa da riformare o eliminare e necessitava di qualcosa che potesse assumerne le funzioni e le responsabilità.

All’inizio del 1699, Gurū Gobind Rāi invitò tutti i fedeli a recarsi in pellegrinaggio ad Amritsar per la grande festa annuale, richiedendo loro esplicitamente di partecipare all’evento con la barba ed i capelli non tagliati.

Il primo giorno del mese di Baisakh, durante il grande raduno, si presentò all’auditorio con una spada in pugno, chiedendo che chi era pronto ad immolarsi per lui gli offrisse la testa in sacrificio. Il silenzio scese sugli astanti. Alla terza ripetizione della richiesta un uomo si fece avanti. Gobind lo condusse dietro una tenda, da cui uscì poco dopo con la spada insanguinata in pugno. Per altre quattro volte ripeté la medesima richiesta e ogni volta un fedele si offrì in sacrificio. Al termine il Gurū uscì dalla tenda con i cinque (aveva sacrificato delle capre al loro posto) e proclamò che coloro che si erano mostrati pronti ad immolarsi per lui erano i suoi Pañc Pyāre (i cinque beneamati), ed avrebbero costituito il nucleo da cui sarebbe sorto il khālsā, la comunità di Santi-Soldati pronti a battersi fino alla morte per far trionfare il dharma sull’adharma.

Istituì un nuovo rito, mescolando dello zucchero a dell’acqua con una spada a doppio taglio, ed aspergendo i cinque con l’amṛtā così ottenuto. Subito dopo chiese di essere battezzato con lo stesso rito.

All’entrata nel khālsā tutti dovevano rinunciare alle proprie precedenti occupazioni per quella di soldato, alla propria famiglia per abbracciare quella del Gurū, a tutti i riti salvo quelli previsti dal Gurū, alla propria fede per quella del Sat Gurū.

Tutti gli uomini, entrando nel khālsā, aggiungevano inoltre al proprio nome quello di Singh (Leone) e tutte le donne quello di Kaur (Principessa, Leonessa), nomi dei nobili Rajput in forte contrasto con gli umili nomi castali che portava allora gran parte dei fedeli.

In assenza del Gurū le decisioni dei Pañc Pyāre sarebbero state considerate equivalenti al volere del maestro, spiritualmente presente nell’assemblea.

Chi faceva parte del khālsā era poi tenuto a portare cinque simboli (le cosiddette cinque “K”), ognuno volto a sottolineare un aspetto particolare dell’essere santi-soldati.

Il simbolo più importante erano i capelli e la barba intonsi (keś), mentre gli altri ne completavano l’estensione semantica.

L’uso di non tagliare barba e capelli è in voga da tempo immemorabile presso gli asceti indiani, come simbolo di rinuncia alle illusioni mondane, e pare assai probabile che tutti i Gurū Sikh da Nānak in poi portassero questo simbolo di santità. Quindi la decisione di renderlo obbligatorio per tutti gli appartenenti al khālsā non sorprese in modo particolare i Sikh, che evidentemente vi erano già adusi.

L’innovazione di Gobind risiede nell’aver voluto sottolineare come tutti gli appartenenti al khālsā fossero dei santi al servizio di Dio, pronti a prendere le armi in difesa del dharma, contro i mali del mondo: dei Santi-Soldati (sant-sipāhī).

Il valore di un soldato si misura proprio nel suo essere costantemente vigile e pronto a sguainare la spada ed offrire in sacrificio la propria vita, ma solo nel momento del bisogno, quando ogni altra strada sia stata preclusa e l’ adharma rischi di trionfare.

Gli altri simboli sono facilmente spiegabili partendo da questi presupposti, e sono tutti relativi alla occupazione di Santo-Soldato che i Sikh abbracciavano entrando nel khālsā: così il kanghā (pettinino di legno) serve a mantenere puliti ed in ordine i lunghi capelli nascosti sotto il turbante e a ricordare la necessità di essere puri, nella vita come in battaglia.

Il kach, i comodi e semplici pantaloni usati dai guerrieri del tempo, andavano a sostituire la graziosa, ma assolutamente poco pratica in battaglia, dhotī.

L’uso di portare una spada (kirpāṇ) è ovviamente legato a filo doppio con l’essere un sant-sipāhī e non sembra necessitare di particolari spiegazioni.

Il simbolo che presenta qualche maggiore difficoltà di interpretazione è il kaṛā, il braccialetto di ferro. Apparentemente non connesso con l’arte della guerra, aveva la sua utilità pratica in battaglia nel difendere il braccio dai colpi e pare possibile che derivi dall’uso indù di cingere i polsi dei guerrieri con nastri benaugurali prima di andare in battaglia. Il ferro sembra anche riportare alla mente la semplicità che doveva ispirare la vita di ogni Sikh, in contrasto con l’uso contemporaneo di adornarsi con splendenti e costosi gioielli in metalli preziosi.

Ogni appartenente al khālsā era poi tenuto a rispettare quattro regole (rahat): il divieto di tagliare barba e capelli (evidentemente una ripetizione del keś), il divieto di assumere tabacco ed altre sostanze intossicanti, il divieto di mangiare animali uccisi per dissanguamento (come era l’uso musulmano) ma solo uccisi da un colpo netto, il divieto di intrattenersi con donne musulmane.

Infine, a sancire e definire inequivocabilmente la nuova identità Sikh, Gurū Gobind Singh prescrisse un nuovo saluto: Vāh guru jī kā khālsā, Vāh guru jī kī fateh.

Con l’istituzione del khālsā, Gurū Gobind Singh aveva creato la struttura adatta a sostituire la monarchia ereditaria al momento della sua morte.

Su basi democratiche aveva brillantemente sostituito tutte le funzioni temporali del Gurū, demandandole a una assemblea di cinque uomini pii (molto simile al pañcāyat indù di cui evidentemente era una rielaborazione), e al gurumatā, il consiglio cui tutti partecipavano di diritto con l’entrata nel khālsā, convocato per tutti i casi di vitale importanza.

Si preoccupò di sottolineare l’eguaglianza di tutti gli uomini e di dar loro coraggio e fiducia nelle possibilità di un movimento compatto e riuscì in questo intento grazie alla forza dei simboli che scelse e all’intelligenza con cui li presentò ai fedeli: Singhil Leone, fino ad allora un nome castale, diveniva l’unico cognome per tutti gli appartenenti al khālsā, tutti leoni pronti a battersi fino alla morte. Gli umili cognomi fino ad allora usati dalla maggioranza dei fedeli erano rimpiazzati da un unico nobile cognome, che portava con sé altissime responsabilità .

Sempre per l’elevazione spirituale dei discepoli si adoperò affinché nessuno si sentisse più in basso degli altri a causa della propria occupazione (ciò che avrebbe reso l’uguaglianza conferita dal cognome e dall’appartenenza al khālsā puramente formale).

Riconoscendo l’importanza del guadagno e del modo di procurarselo proibì la carità e tutti i lavori umilianti e decretò che occupazioni degne erano l’agricoltura, il commercio, le professioni di penna e, ovviamente, le professioni di spada.

A tutti questi cambiamenti corrispose un’inversione di tendenza nella composizione sociale del Panth (letteralmente: sentiero, via; quello che in occidente è conosciuto come Sikhismo è in india il Sikh-panth).

I khatrī, alta casta urbana dalle cui fila provenivano i masand, che fino ad allora avevano costituito la spina dorsale del Panth e ne avevano certamente determinato alcuni aspetti relativi alle occupazioni e al modo di vita, vennero gradualmente rimpiazzati da una maggioranza di jaṭ, bassa casta rurale di agguerriti combattenti, che formerà il nerbo dell’esercito Sikh.

I Rajput delle montagne assistevano con crescente preoccupazione alle operazioni del Gurū e decisero quindi, consci che se non avessero fatto nulla la furia dei Mughal si sarebbe abbattuta su di loro, di cercare di arginare il crescente potere del Gurū.

Dapprima tentarono di provocarlo ma alla sua determinazione risposero assediando Anandpur. In un primo tempo i Sikh ruppero ripetutamente il cordone che cingeva la città, alla lunga divenne però complicato reperire regolarmente le provviste ed essi si spostarono in un piccolo villaggio, Nirmoh, dove si scontrarono con il Raja di Bilaspur (sempre alla testa delle operazioni contro il Gurū) sconfiggendolo.

I capi delle montagne realizzarono allora che la forza dei Sikh era al di là delle proprie possibilità e chiesero dunque l’aiuto dell’Imperatore. Le loro forze congiunte attaccarono i Sikh a Nirmoh, tentando invano di assediarli, e quando il Gurū si ritirò con i suoi a Basali, Bilaspur tentò un’ultima volta di annientarlo.

Duramente sconfitto fu costretto a scendere a patti con Gobind, che tornò poi ad Anandpur dedicandosi al pressante compito di fortificarla in modo da poter resistere agli attacchi che l’attendevano.

Di lì a poco le preoccupazioni dei Raja causarono un nuovo invio di truppe imperiali contro Anandpur, che venne accerchiata. Questa volta l’assedio fu lungo e infine si rivelò stremante da entrambe le parti; molti abbandonarono il Gurū, che rimase con un manipolo di uomini. Ci fu un tentativo di accordo, immediatamente infranto dagli imperiali; Gurū Govind Singh consegnò ad un brahmano la madre con i due figli minori e si ritirò – protetto da una retroguardia che fu sterminata fino all’ultimo uomo – verso Sud a Chamkaur, dove decise di resistere fino alla fine con i quaranta che erano rimasti con lui.

Quando ormai tutto sembrava perso un fedele che assomigliava al Gurū indossò i suoi vestiti ed uscì sul campo di battaglia, dando a Gobind il tempo di fuggire e di raggiungere Jatpura. Qui egli apprese della morte dei due figli minori e della propria madre – a quanto riferiscono le cronache sikh traditi dal brahmano cui erano stati affidati – per mano del governatore di Sirhind, Wazir Khan.

Migliaia di Sikh si strinsero intorno al Gurū e gli offrirono il proprio aiuto per vendicare l’orrendo crimine. Saputo che Wazir Khan stava marciando contro di lui ed ormai forte dell’aiuto dei suoi, Gobind si lanciò sugli inseguitori sconfiggendoli a Khidrana, che da allora fu rinominata Muktsar (lo Stagno della Salvezza).

Gurū Gobind Singh si ritirò dunque a Talwandi Sabo, dove con l’aiuto del discepolo Mani Singh si dedicò alla redazione definitiva del Dasven Pādśāh kā Granth (Il Libro del Decimo Imperatore), o Dasam Granth, in cui vennero raccolti i suoi inni.

Il 2 marzo 1707 morì l’Imperatore Aurangzeb.

Immediatamente si aprì la lotta per la successione ed il Gurū si schierò dalla parte di Bahadur Shah (ricordando l’aiuto da questi offertogli precedentemente) inviando un distaccamento di cavalieri che parteciparono alla battaglia di Jajau del giugno 1707. Gobind accompagnò dunque il nuovo Imperatore nella sua marcia nel Deccan per sopprimere la ribellione del fratello Kam Baksh, pur non prendendo parte ad alcuna battaglia.

Arrivarono così sulle rive della Godavari e piantarono il campo nel villaggio di Nanded nel settembre 1707.

Una notte due Pathan si intrufolarono nella tenda del Gurū e lo accoltellarono . La grave ferita fu suturata e parve che il Gurū potesse sopravvivere, ma i punti esplosero dopo poco.

Gurū Gobind Singh raccolse allora i fedeli attorno a sé e diede disposizioni: la successione dei Gurū terminava con lui.

Da allora in poi la guida spirituale di tutti i Sikh sarebbe stato lo Sri Gurū Granth Sahib, il libro che raccoglieva gli inni di lode dei primi nove Maestri e quelli di alcuni mistici indù e musulmani che, come Gurū Nānak, riconoscevano di adorare, sempre e comunque e al di là di ogni divisione operata dall’uomo, lo stesso Dio.

Morì il 7 ottobre 1708.

Il post è stato integralmente tratto dal sito http://www.gatka.eu/storia-e-filosofia/guru-gobind-singh/

Altri articoli su questo argomento:

https://passoinindia.wordpress.com/tag/sikkismo/

http://www.passoinindia.com/single-post/2017/01/05/Una-visita-al-Tempio-doro-di-Amritsar

http://gurdwarananakparkash.altervista.org/10-guru.html

http://www.sikhisewasociety.org/10-guru-gobind-singh-ji.html

 

Happy Gurpurab, Guru Nanak

passoinIndia

Oggi, 17 novembre, la comunità SIKH, stanziata in tutto il mondo, festeggia il compleanno del suo primo guru (in sanscrito significa “discepolo” o “allievo” e in lingua punjabi vuol dire “rivelatore”, “profeta”),GURU NANAK.

NANAK nasce, nel 1469, a Tolevandi (ora Nankana Sahib), vicino a Lahore (che dal 1947, anno della spartizione inglese, appartiene al Punjab pakistano).

Guru Nanak è il fondatore del Sikhismo, religione nata alla fine del XV secolo nel Punjab indiano. Nanak, di estrazione indu, sposato e con due figli, conoscitore anche del persiano e dell’arabo, dedica la sua vita alla diffusione del messaggio ricevuto da Dio e pertanto viaggia per 25 anni sino a raggiungere Tibet, Sri Lanka, La Mecca e Afghanistan, visitando la maggior parte di diversi centri di culto induisti, musulmani, gianisti e così via.

Nel 1496 Nanak, ottenuta l’illuminazione, comincia a predicare principi nuovi e rivoluzionari rispetto all’assetto sociale, culturale e…

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Il fondatore del Sikhismo, Guru Nanak.

GuruNanak

Oggi, 6 novembre, la comunità SIKH, stanziata in tutto il mondo, festeggia il compleanno del suo primo guru (in sanscrito significa “discepolo” o “allievo” e in lingua punjabi vuol dire “rivelatore”, “profeta”),GURU NANAK.

NANAK nasce, nel 1469, a Tolevandi (ora Nankana Sahib), vicino a Lahore (che dal 1947, anno della spartizione inglese, appartiene al Punjab pakistano).

Guru Nanak è il fondatore del Sikhismo, religione nata alla fine del XV secolo nel Punjab indiano. Nanak, di estrazione indu, sposato e con due figli, conoscitore anche del persiano e dell’arabo, dedica la sua vita alla diffusione del messaggio ricevuto da Dio e pertanto viaggia per 25 anni sino a raggiungere Tibet, Sri Lanka, La Mecca e Afghanistan, visitando la maggior parte di diversi centri di culto induisti, musulmani, gianisti e così via.

Nel 1496 Nanak, ottenuta l’illuminazione, comincia a predicare principi nuovi e rivoluzionari rispetto all’assetto sociale, culturale e religioso di quel tempo. In una società rigidamente suddivisa in caste, classi e sessi, egli sancisce la fratellanza e la incondizionata uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e davanti agli uomini. Egli sfida moralmente la povertà istituendo i Langar (mense comuni vicino al tempio dove chiunque può ottenere cibo gratuitamente e tutt’oggi diffuse in India), demolendo così anche la secolare idea di contaminazione del cibo dovuta alla mera presenza di un intoccabile (si veda su questo blog “Il sistema castale”). La condivisione con i bisognosi del reddito eccedente le esigenze della famiglia costituisce, da allora, uno dei fondamenti della religione Sikh.

Nanak condanna la pura idolatria e le credenze pseudo religiose lontane dalla vera elevazione spirituale (il sikhismo non adora idoli e non ha un clero precostituito ed organizzato) e sancisce la sacralità della vita terrena (lungi da ogni forma di ascetismo ed isolamento dalla vita sociale che non hanno alcuna vocazione produttiva); la vita umana non è un fardello da sopportare in attesa di una vita eterna ma è gioia e privilegio da onorare come mezzo di formazione spirituale. Così la vita morale diventa il solo mezzo di progresso spirituale che si realizzadentro la vita sociale e familiare, attraverso la preghiera e il lavoro praticato sia per il sostentamento familiare che per servire la comunità (il sikhismo professa di guadagnare lavorando onestamente e di condividerne con gli altri il risultato). Viene contestualmente condannata ogni forma di corruzione ed avidità castale (particolarmente quella sacerdotale, secolarmente privilegiata).

NANAK ha professato un messaggio d’ amore per tutti in lingua locale (e non in sanscrito, conosciuto  da pochi), ha scritto inni religiosi,inneggiato alla bellezza della vita e della natura in quanto doni divini.

Al termine dei suoi viaggi missionari, duranti i quali ha studiato ed avvicinato le più diverse religioni diffondendo il suo Sikhismo,  si ritira a Kartarpur, un piccolo villaggio nel Punjab, conducendo la vita di contadino e continuando da lì la sua missione.

Poco prima di morire NANAK nomina il suo successore, ANGAD, suo discepolo. Da allora, per ancora cento anni, ogni guru designato dal precedente avrebbe nominato il suo successore, fino a GURU GOBIND SINGH, il decimo ed ultimo guru che non ravvisò la necessità di un nuovo profeta, deponendo l’incarico di guru immortale al Sacro Libro dei Sikh, il Guru Grant Sahib ( Adi Granth), negli anni alimentato dai messaggi illuminanti dei guru ed oggi composto di 1430 pagine e 5.930 versi di preghiere, per ricordare il Creatore in ogni momento (altro principio fondamentale del Sikhismo).

GURU NANAK muore il 7 settembre 1539 a Kartarpur, nel Punjab indiano.

La vita di Guru Nanak è raccontata nella raccolta Janam Sakhis.

Oggi i Sikh rappresentano il 2% della popolazione indiana, concentrati soprattutto nel Punjab indiano, nel nord – ovest dell’India, ai confini con il Pakistan. Essi professano il loro culto nei Gurudwara (templi dove si entra a piedi nudi e capo coperto), rigorosamente forniti di langar, la mensa aperta a tutti. Il tempio  è aperto anche alle donne ritenute, nella società sikh, al pari dell’uomo. In ogni Gurudwara viene letto ed accudito, avvolto nella seta e tenuto sotto un baldacchino,  il Libro Sacro e cantati i Gurbani, gli inni sacri. Il Gurudwara più importante si trova ad Amritsar dove, nel Golden Temple, milioni di pellegrini venerano il Libro sacro. Dopo l’ardas, la preghiera conclusiva, i fedeli si dividono la karah prasad, un’offerta di cibo a base di semolino dolce, acqua e burro.

Il Sikhismo, monoteista, non nega la credenza nella reincarnazione e degli effetti delle azioni sulle vite successive, cioè il Karma. Lo scopo ambito è di interrompere il ciclo delle nascite allo scopo di una congiunzione con il Creatore, Unico ed Indivisibile.

Testo by PASSOININDIA

khanda

il Khanda, simbolo dei Sikh.

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L’Operazione Blue Star al Tempio di Amritsar. 1984.

Era il 3 giugno 1984. L’Harmandir Sahib, costruito nel 16^ secolo dal Guru Arjun Dev, conosciuto come il Tempio d’Oro di Amritsar, nel Punjab Indiano, luogo sacro per i fedeli del Sikhismo, era affollato di pellegrini che commemoravano il martirio del Guru (profeta) Arjun Dev. Dal 1983 questo luogo era diventato anche il quartier generale di Jarnail Singh Bhindranwale (foto sotto) e dei suoi seguaci Sikh.

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Quest’uomo era il capo del Damdami Taksal (una corrente integralista del Sikhismo) che rivendicava la creazione, mai concretizzata, di uno Stato indipendente teocratico (cioè fondato sui principi puri della religione Sikh) che avrebbe dovuto chiamarsi Khalistan (Terra dei Khalsa, Terra dei puri) e comprendere il Punjab (ancora oggi roccaforte del Sikkismo) ed i territori limitrofi.  Jarnail Singh Bhindranwale era molto conosciuto dai mass media dell’epoca, anche per la sua opera di arruolamento nelle campagne punjabi diretta ad apportare nuove leve al movimento. Egli parlava ai giovani Sikh invitandoli a lasciare la via della perdizione e a fare ritorno sulla retta via del Khalsa, l’ordine dei Sikh. Bhindranwale partecipò anche all’ attività politica. Nel 1979, pur non intervenendo in prima persona, propose quaranta candidati nelle elezioni dell’SGPC (l’organizzazione che sovrintende alla manutenzione dei gurudwara) per un totale di 140 seggi, ma, pur sostenuto anche dal Congresso, ne ottenne solo quattro. Un anno dopo, durante le elezioni generali, Bhindranwale venne invitato dal Congresso (proprio il partito dei Gandhi sotto il cui fuoco morirà qualche anno dopo) a fare campagna politica attiva per il partito (Il Congresso aveva ben compreso la convenienza di avere Jarnail Singh nei suoi ranghi, vista la popolarità che aveva acquisita).

Nel 1981 Jarnail Singh venne accusato dell’assassinio di Nirankari Gurbachan Sing che avrebbe ridicolizzato il decimo Guru Gind Singh e tre anni dopo un membro dell’ Akhand Kirtani Jatha, Ranjit Singh, si consegnò per aver commesso l’omicidio e fu condannato a scontare tredici anni di carcere. Jarnail venne rilasciato per mancanza di prove esattamente come avvenne quando il governo lo accusò, nel 1983, dell’assassinio del Vice Ispettore Generale della Polizia Punjabi As Atwal.

Torniamo al Tempio e a quello che successe nel 1984.

Indira Gandhi, l’allora Primo Ministro e leader del partito del Congresso (quello, per capirci, che ha perso alla grande alle ultime elezioni) decise di intervenire. Il Generale Sinha sconsigliò l’attuazione del piano sacrilego di Indira e fu quindi rimpiazzato dal generale Arun Shridhar Vaidya che diventò il nuovo capo dell’esercito indiano.

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Il 3 giugno 1984 il governo impose il coprifuoco, ordinò l’interruzione delle comunicazioni e della fornitura di energia elettrica. Intanto milizie e paramilitari pattugliavano l’intero Punjab e bloccavano tutte le vie di accesso e di uscita nel complesso del Tempio (ci sono quattro porte per entrare nell’Harmandir Sahib a simboleggiare l’apertura dei Sikh nei confronti di tutti i popoli e religioni). Era’ solo l’inizio. Il 4 giugno l’esercito bombardò la storica e strategica Ramgarhia Bungas (torre di architettura squisitamente sikh, costruita nel 1755 da un sikh guerriero per proteggere il sacro complesso da una invasione dall’esterno) e altre posizioni fortificate.

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 (sopra: la Ramgarhia Bungas, sotto: l’ Akal Takht)

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In cielo, gli elicotteri militari controllavano la zona. Il 5 giugno, al Tempio, come in tutto il Paese, la temperatura era elevata e la notte stava scorrendo sul sonno dei pellegrini ospitati nelle guest house del Gurudwara (il nome dei templi Siikh).

La piscina del Tempio, contenente l’acqua sacra per le quotidiane abluzioni dei pellegrini, restituiva scintille di luce. Intanto, l’esercito indiano, comandato da Kuldip Singh Brar, obbediva all’ordine ricevuto dal Primo Ministro e dava attuazione a quella che venne chiamata “Operazione Blue Star“; con molti uomini e 20 carri armati fece irruzione nel Tempio d’Oro ed attaccò la Akal Takht, (la più alta sede dell’autorità terrena del Khalsa, l’ordine dei sikh). Il 7 giugno, dopo una sanguinosa battaglia, ottenne il pieno controllo del Tempio. Moltissime le vittime civili e militari, tra cui lo stesso Jarnail Singh, e i feriti; lo stesso Harmandir Sahib fu colpito da almeno 300 proiettili. Contemporaneamente altri 38 gurudwara punjabi erano teatri di altrettanti combattimenti. 

 rovine tempio

                                             indiatoday.indiatoday.in

Il 31 ottobre di quello stesso anno Indira Gandhi fu uccisa da due delle sue guardie del corpo Sikh, e probabilmente pagò per aver avviato l’Operazione Blue Star di pochi mesi prima. L’assassinio provocò indiscriminate ed ingiustificate rappresaglie verso il popolo Sikh, fino al grande vergognoso genocidio del 31 ottobre 1984, presumibilmente organizzato dagli esponenti del Congresso.

(vedi su questo blog https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/27/massacro-dei-sikh-1984/ ).

                                        1984 anti sikh riots

L’esercito si ritirò dal Tempio d’Oro nel 1984 in seguito al pressante invito del popolo Sikh a lasciare quel luogo sacro. Il generale Arun Shridhar Vaidya venne assassinato nel 1986 a Pune da due sikh poi condannati a morte per impiccagione nel 1992.

Attualmente in Punjab la situazione è assolutamente tranquilla. Il popolo Sikh è un popolo tranquillo che continua, pacifico, ad osservare le sue tradizioni religiose che peraltro sono fondate su principi di tolleranza, fratellanza ed uguaglianza. E’ Sikh anche il Primo Ministro uscente dalle ultime elezioni, Manmohan Singh.

Sono passati 30 anni da quel triste episodio ma le ferite profonde di un popolo non si rimarginano facilmente. I giornali di pochi giorni fa hanno raccontato degli scontri (in questo caso tra Sikh) che si sono verificati in occasione della commemorazione di quei fatti, pubblicando foto di Sikh dalla lunga barba che sventolano minacciose sciabole e coltelli senza neppure raccontare i fatti dell’epoca. Il pugnale è un simbolo dei Sikh che essi portano quando indossano costumi tradizionali come in quella occasione e sarebbe errato identificare in assoluto questa ampia e rispettabile comunità con gli episodi di violenza in cui, loro malgrado, si sono visti coinvolti oggi come allora.

In assenza degli incidenti diplomatici dovuti alle accuse rivolte ai marò italiani probabilmente non se ne sarebbe neppure parlato.

Articoli complementari al presente che si consiglia di leggere per comprendere appieno l’argomento:

https://passoinindia.wordpress.com/2013/11/17/happy-gurpurab-guru-nanak/

https://passoinindia.wordpress.com/2012/09/30/che-cos-e-il-sikhismo/

https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/27/massacro-dei-sikh-1984/

Testo PASSOININDIA con l’ausilio delle informazioni sul Web.

 

720-Aerial-View-of-Golden-Temple-Amritsar-Punjab1            1024px-Sikh_pilgrim_at_the_Golden_Temple_(Harmandir_Sahib)_in_Amritsar,_India

 

fonte foto:  http://sikhgurusandgurdwaras.info/

http://www.sikhmuseum.com/bluestar/photographs/#tn3=0/slide30

http://it.wikipedia.org/wiki/Akal_Takht

 

 

La Holla Mohalla, la festa dei pacifici Sikh.

Il giorno successivo alla celebrazione della Holi (vedi post “Holi la festa dei colori), nel mese di Phalguna (Marzo), i Sikh (devoti del Sikhisimo, vedi in questo blog https://passoinindia.wordpress.com/2012/09/30/che-cos-e-il-sikhismo/ e https://passoinindia.wordpress.com/2013/11/17/happy-gurpurab-guru-nanak/ ) festeggiano la Holla Mohalla, un festival che si tiene presso ANANDPUR (ovvero Città della beatitudine) cui spesso si usa far seguire la parola Sahib (Anandpur Sahib) in segno di riverenza (in India è usata anche verso le persone in segno di rispetto), ospitando essa  uno dei cinque Gurudwara (templi) più importanti. Il termine Mahalla, deriva dalla radice araba hal ed è una parola punjabi (lingua parlata nello Stato del Punjab, nel nord India) che evoca immagini di colonne dell’esercito accompagnate da tamburi di guerra e portabandiera, che si dispongono in una certa formazione o si spostano da un luogo all’altro.

Holla Mohalla, Punjab. India   holla    Hola-Mohalla-Festival-3

L’usanza della Holla Mohalla ebbe origine quando, il 22 febbraio 1701, Guru Gobind Singh (1666-1708), il decimo Guru Sikh che stava conducendo la sua battaglia contro Aurangzeb dell’Impero Mughal e i Rajput (re) delle colline, volle dedicare una giornata alla simulazione di battaglie, per preparare militarmente il popolo, ma anche alla musica e a concorsi di poesia, dando così origine ad una tradizione viva ancora oggi. Ancora oggi infatti i membri dell’esercito sikhs fondato da Govind Singh, i Singhs Nihang, vestiti coi loro abiti blu e i loro impreziositi turbanti, portano avanti la tradizione marziale con finte battaglie, manifestazioni di scherma ed equitazione, e messa in opera, con l’ausilio di spade e lance, di imprese audaci e di spettacolari acrobazie tra sventolare di bandiere e suoni di tamburi.

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Ad Anadpur c’è, ovviamente, un grande e famoso tempio sikh (gurudwara), fornito, come ogni tempio sikh, di langar (la mensa comune) che elargisce gratuitamente i suoi pasti grazie alle offerte di farina di frumento, riso, verdure, zucchero, latte da parte degli abitanti dei villaggi vicini. I commensali, seduti a terra su lunghi tappeti, consumano le loro pietanze servite (da volontari) in piatti di metallo luccicante distribuiti poco prima (e poi ritirati all’uscita) da altrettanti devoti. Chiunque può accedervi, senza differenza di casta, sesso o religione.

Di mattina presto le preghiere nel gurdwara segnano l’inizio del festival. Il Guru Grant Sahib, il libro sacro dei sikh, cerimoniosamente tirato fuori dal posto in cui la sera prima è stato accuratamente riposto, viene sistemato sul palco, sotto al tipico baldacchino e bagnato simbolicamente con latte e acqua. Tutto ciò mentre vengono cantate e suonate le preghiere ed il Prasad Karah (un impasto dolce fatto di farina, zucchero e burro) viene distribuito ai fedeli, dopo essere stato benedetto dal guru.

La Holla Mohalla è un’occasione per i Sikh per ribadire il proprio impegno nei confronti della Panth Khalsa, per riaffermare la fraternità e la fratellanza e ricordare alla gente il valore della difesa molto caro a Gobind Singh ji., il “fondatore” della Holla Mohalla, colui che ha istituito nel 1699 il Panth Khalsa, ovvero l’ordine del Khalsa che è a base del sikkismo.  Il Sikkismo è nato nel XV secolo nel nord ovest dell’India ed è una religione impregnata di principi  filosofici, morali, politici e militari, impostata su un rigido monoteismo privo di organizzazione clericale, di santi e di immagini religiose (dentro il tempio si vedono solo le immagini dei dieci guru) e sui valori dell’ uguaglianza, fratellanza e parità tra tutti gli adepti.

PS: Del Khalsa racconteremo prossimamente …

(testo by PASSOININDIA,  photo by http://www.flickr.com)

gustati l’evento:

foto, fonti:

http://thetravelphotographer.blogspot.it/2011/07/idris-ahmed-holla-mohalla.html

http://www.competitivetimes.com/2014/02/sikh-tradition-festival-of-holla.html

http://www.idrisphotography.com/features.html

http://www.telegraph.co.uk/news/picturegalleries/picturesoftheday/8395064/Pictures-of-the-day-21-March-2011.html?image=6

http://www.totalbhakti.com/hindu-blog/Holla_mohalla/865.html

http://www.comments99.com/comments/hola-mohalla/

IL MASSACRO DEI SIKH NEL 1984

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Sono ormai trascorsi 28 anni dal massacro dei sikh ma le profonde ferite devono ancora rimarginarsi perchè a tuttoggi non è stata fatta giustizia.

Era il 31 ottobre 1984 ed Indira Gandhi era appena stata assassinata dalle sue due guardie del corpo di origine sikh per vendicarsi della sua decisione, nel giugno di quell’ anno, di inviare l’esercito a stanare i separatisti sikh dal tempio d’Oro di Amritsar, il luogo più sacro per i Sikh (http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Blue_Star). Quello che successe nei tre giorni seguenti alla sua morte e prima del suo funerale, avvenuto il 2 novembre, fa indignare chiunque ne legga la cronaca e i racconti di chi ha vissuto quei fatti. L’hanno chiamato il “pogrom”, parola di origine russa che significa “devastazione”, perché questo è ciò che i testimoni descrivono. In quei lunghi giorni ci fu la carneficina di oltre 3000 sikh che furono oggetto di incredibili violenze e persero la vita. La cronaca racconta di intere famiglie sterminate e di case bruciate e saccheggiate. Le foto dell’epoca ritraggono decine e decine di corpi brutalmente seviziati, bruciati, percossi a sprangate e uccisi, così tanti che il sangue provocato dalle ferite rimaneva intrappolato tra i brandelli di carne non riuscendo a defluire nei canali di scolo. I gurudwara (i templi sikh) furono devastati per impedire che i fedeli vi si rifugiassero o vi organizzassero una difesa. I sikh venivano persino fatti scendere dai treni in transito, perchè non ne restasse vivo neppure uno. Furono uccisi come animali uomini, donne e bambini. Tutto questo avvenne nella capitale Delhi (molti sono stati massacrati nella zona est di Delhi e la maggior parte delle vittime, circa 350, erano residenti del Blocco 32 in Trilokpuri), ma anche a Gurgaon, Kanpur, Bokaro, Indore e molte altre città dell’India. Tutto avvenne in 72 ore. I feriti non venivano soccorsi e le preghiere di aiuto non venivano accolte. L’inviato Giorgio Signorini, giornalista de La Repubblica, inviato sul luogo, nel suo articolo “A SHADARA, TRA I SIKH SCAMPATI AL MASSACRO” così scrisse “Come una fiammata l’ assalto contro la comunità sikh, dopo aver devastato tra mercoledì e giovedì le periferie meridionale e occidentale di Delhi, ha passato il fiume investendo, tra venerdì e sabato, tutta questa zona orientale. Ed è stato un assalto di violenza inaudita. I racconti che ci erano stati fatti, le testimonianze che avevamo raccolto ci avevano preparato al peggio. Ma lo spettacolo che è apparso ai nostri occhi appena lasciato il vecchio ponte che, oltre Forte Rosso, porta verso Oriente e sul quale corrono anche i binari della ferrovia – ieri mattina sempre senza vita – ha superato ogni più macabra immaginazione. Case bruciate, piccoli spiazzati in cui larghe tracce di sangue fanno testimonianza di cadaveri frettolosamente raccolti in attesa che i camion militari venissero a portarli via senza possibilità di identificazione, ammassi di cenci, stoviglie, brande, carte e oggetti vari provenienti da negozi saccheggiati, grandi televisori infranti da rapinatori troppo carichi di bottino o timorosi di venire sorpresi. E nell’ aria, sotto il sole scottante di una estate che continua a fornire trenta gradi all’ ombra, un odore di morte in uno scenario di tragedia. Ora c’ è l’ esercito che controlla i posti di blocco: le autoblindo sono schierate alla periferia dei campi in cui gli scampati al massacro hanno trovato un rifugio improvvisato ma dove restano, abbandonati a loro stessi, senza aiuti, senza rifornimenti, senza medicinali. Fino a sabato, quando l’ esercito presente a Delhi era tutto impegnato nel garantire la sicurezza del solenne funerale di Indira e dei convenuti a quella cerimonia, erano solo rare pattuglie di polizia che presidiavano questa immensità. E, a quel che raccontano gli scampati, queste pattuglie quando non sono rimaste passive spettatrici di ciò che stava accadendo, hanno partecipato attivamente almeno al saccheggio”. KHUSHWANT SINGH, ex membro dell’ Indian Parliament scrive nel suo libro “My Bleeding Punjab (1992)”: “I realized what Jews must have felt like in Nazi Germany. The killing assumed the proportion of a genocide of the Sikh community. For the first time I understood what words like pogrom, holocaust and genocide really meant. Sikh houses and shops were marked for destruction in much the same way as those of Jews in Tsarist Russia or Nazi Germany.” (Ho capito quello come si sono sentiti gli ebrei nella Germania nazista. L’uccisione ha assunto la proporzione di un genocidio della comunità Sikh. Per la prima volta ho capito il vero significato di parole come pogrom, olocausto e genocidio. Le case e i negozi dei sikh sono stati segnati per la distruzione più o meno allo stesso modo di quelle degli ebrei nella Russia zarista e la Germania nazista).
In questi 28 anni, alcune commissioni sono state istituite per esaminare i diversi aspetti del pogrom anti-Sikh ma a tutt’oggi non è ancora venuta fuori la verità e giustizia non è stata fatta. Circa dieci sono state le persone condannate per omicidio e almeno 500 sono state quelle assolte. Molti casi sono stati archiviati direttamente dalla polizia e non hanno raggiunto i tribunali. Le vie ufficiali governative attestano a circa 2733 il numero di persone perite in quell’ondata di violenza contro la comunità sikh. Gli attivisti sostengono che circa 4.000 persone sono state uccise negli scontri. Finita la devastazione, il 2 novembre Indira Gandhi è stata cremata e le sue ceneri, secondo la tradizione induista, sono state suddivise e racchiuse in undici urne per essere portate in giro per ognuno degli Stati, prima di essere disperse sulle nevi dell’ Himalaya. In risposta alle uccisioni Sikh a Delhi e in altri luoghi, l’ appena nominato primo ministro Rajiv Gandhi nel suo discorso il 19 novembre 1984 al Boat Club a Delhi giustificava la violenza come un fenomeno “naturale” :
Ci sono stati disordini nel paese dopo l’omicidio di Indiraji. Sappiamo che le persone erano molto arrabbiate e per qualche giorno sembrava che l’India fosse stata scossa. Ma, quando un possente albero cade, è naturale che la terra intorno si agiti un po’ ”.

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Sequence of events (fonte: http://www.ensaaf.org/pdf/reports/kristallnacht.pdf)
October 31, 1984
• 9.20 am: Indira Gandhi was shot by two of her security guards at her residence No. 1, Safdarjung Road, New Delhi and rushed to the All India Institute of Medical Sciences (AIIMS).
• 11 am: Announcement on All India Radio specifying that the guards who shot Indira Gandhi were Sikhs. A big crowd gattered near AIIMS.
• 4 pm: Rajiv Gandhi returned from West Bengal and reached AIIMS. Stray incidents of attacks on Sikhs in and around that area occur.
• 5.30 pm: The cavalcade of Sikh President of India Zail Singh, is stoned as it approached AIIMS.
• Late evening and night: Mobs fanned out in different directions from AIIMS. The violence against Sikhs spread, starting in the neighbouring constituency of Congress (I) councillor Arjun Dass. The violence included the burning of vehicles and other properties of Sikhs. Shortly after Rajiv Gandhi was sworn in as Prime Minister,senior advocate and Opposition leader Ram Jethmalani met home minister P.V. Narasimha Rao and urged him to act fast and save Sikhs from further attacks. Despite all these developments, no measures were taken to control the violence or prevent further attacks on Sikhs throughout the night between October 31 and November 1.

November 1, 1984
Several Congress (I) leaders held meetings on the night of October 31 and morning of November 1, mobilising their followers to attack Sikhs on a mass scale. The first killing of a Sikh reported from east Delhi in the early hours of November 1. About 9 am, armed mobs escorted by the police, take over the streets of Delhi and launch a full scale massacre.

Prendetevi la sacrosanta libertà di essere informati, visitate i siti su questo argomento, italiani e non. Fatevi la vostra opinione, in autonomia, perchè questo blog segnala ma non giudica. E’ solo uno degli innumerevoli episodi di violenza perpetrati nel mondo verso l’essere umano, ma andava raccontato.

http://en.wikipedia.org/wiki/1984_anti-Sikh_riots
http://www.ensaaf.org/pdf/reports/kristallnacht.pdf

http://en.wikipedia.org/wiki/Operation_Blue_Star