DHARAMSALA, UNA VISITA AL DALAI LAMA

Racconto di viaggio in India. Dal sito ufficiale di PassoinIndia http://www.passoinindia.com

Sono arrivato a Dharamsala, Himachal Pradesh, Nord India. Il motivo? Niente poco di meno che incontrare il Dalai Lama. In fin dei conti, molti dei pellegrini che arrivano qui lo fanno con questo scopo (persino Goldie Hawn, Uma Thurman e Richard Gere sono arrivati sin quassù!). In realtà Dharamsala è la città bassa, o meglio, un villaggio inquadrato in quella quotidianità tipica delle zone rurali settentrionali che ha sempre il suo fascino. Per raggiungere la residenza di Sua Santità, occorre salire ancora un poco, lungo una strada carrozzabile che si insinua agevolmente tra una vegetazione pre-himalayana di alberi sempreverdi e conduce a McLeod Ganj, un tempo stazione di villeggiatura, costruita nel 1848, con il nome di un vicegovernatore del Punjab, per i coloni inglesi stanchi del calore delle pianure. Arrivare a McLeod Ganj, è stata un’emozione forte…. (continua qui please https://www.passoinindia.com/…/Dharamsala-una-visita-al-Dal…

 

Testimone della sepoltura celeste (Tibet).

La sepoltura celeste o Bya Gtor (elemosina per gli uccelli) è un antico rito funerario tibetano ancora oggi praticato da alcune comunità buddiste Vajrayana. Il corpo del defunto viene scuoiato ed esposto agli avvoltoi. Questa pratica In Tibet è conosciuta come jhator, che vuol dire fare l’elemosina agli uccelli. Il cadavere viene scuoiato dal tomden o Rogyapas (distruttore del corpo) il maestro del cerimoniale che alla fine chiama gli avvoltoi con le parole Shey, Shey (“Cibatevi, cibatevi”) che quindi arrivano sul cadavere. Le ossa e il cervello poi vengono frantumati con un martello di pietra e mescolati con farina d’orzo e burro di yak (Tsampa). Il tomden richiama ancora gli uccelli che ridiscendono per mangiare gli ultimi resti.Per i buddisti la morte è un naturalmente integrato nel ciclo eterno delle rinascite ed è semplicemente un involucro che permette di compiere il viaggio della vita. Dopo la morte i lama svolgono la pratica del Phowa il “trasferimento della coscienza”, in presenza della persona morta, affinché lo spirito abbandoni il corpo che quindi non ha più alcuna funzione. Lasciare il proprio corpo in pasto agli avvoltoi è un atto finale di generosità del defunto verso la natura che crea un legame con il ciclo della vita e che gli consente di  rimettere i propri ‘debiti karmici’ con gli altri esseri. Gli avvoltoi infatti sono uccelli che si cibano solo di animali morti e inoltre sono venerati e considerati dai tibetani una manifestazione delle dakini gli equivalenti tibetani degli angeli. Questo cerimoniale risponde anche ad esigenze pratiche in Tibet  il terreno è principalmente roccioso e spesso ghiacciato, rendendo difficile la scavatura di fosse. Inoltre, trovandosi la maggioranza del Tibet al disopra della linea degli alberi, il legname è scarso e quindi impossibile la cremazione.

Quella che segue è una testimonianza.

Sui gradini di fronte al monastero Drigung una dozzina di monaci stanno cantando. Davanti a loro, sul selciato del cortile, c’è un corpo avvolto in un panno bianco, portato sin lì su una barella un’ora fa. I monaci stanno pregando per uno spirito che un tempo era nel corpo ma ora lo ha lasciato. Oggi è la terza visita di questo genere per il Gonpa Drigung che ha una specialità florida ma raccapricciante: lo smaltimento dei morti. Io e il mio team siamo arrivati qui la scorsa notte dopo una lunga giornata da Lhasa a Meldor Gungkar County, nel Tibet centrale.

Il monastero Drigung si trova su una collina ripida che domina il nostro campo. Sopra il complesso religioso c’è un sito di “sepoltura celeste”, ovvero un luogo dove avviene lo smaltimento di un cadavere consentendo agli uccelli di divorarlo. Gli uccelli, convocati dall’incenso e venerati dai tibetani, gettano le loro escrementi sulle alte vette. Questa sepoltura è praticata in tutto l’altopiano, ma Drigung è uno dei tre siti più famosi e ritenuto di buon auspicio. Dopo il canto, camminiamo su un sentiero ben tracciato fino ad un alto crinale, mantenendo una rispettosa distanza dietro al corteo funebre che ha fatto tutta la strada da Lhasa per assolvere a questo ultimo compito per l’amico scomparso. Il terreno o Durtro, è un grande prato recintato con un paio di templi e un grande cerchio di pietre dove si svolge la cerimonia. Bandierine di preghiera pendono da numerosi chortens e il profumo di ginepro fumante purifica l’aria. Gli avvoltoi fanno un cerchio sopra le nostre teste e molti altri sono raggruppati sul prato, a pochi metri dal letto funebre. I Tibetani praticano diverse forme di smaltimento dei morti, ma la sepoltura celeste è il metodo più comune e in effetti è molto pratico in una terra in cui il carburante è scarso e la terra è spesso troppo difficile da scavare. Per me è un’opportunità straordinaria assistere a questa cerimonia. Ma sono anche in apprensione e mi chiedo come reagirò alla vista della morte. Arrivano uomini in lunghi grembiuli a scoprire il cadavere che è nudo, rigido e gonfio. Gli uomini hanno in mani enormi mannaie. Il sole e il cielo di un blu chiaro diffondono un po’ la mia inquietudine. Questi uomini non sono cerimoniosi, stanno solo svolgendo il lavoro, chiacchierano tra loro e si preparano ad iniziare.

I tibetani ritengono che, più importante del corpo, sia lo spirito del defunto. Dopo la morte, il corpo non deve essere toccato per tre giorni, tranne forse la sommità della testa, attraverso cui la coscienza, o namshe, se ne andrà. I Lama guidano lo spirito in una serie di preghiere che durano per sette settimane, poiché la persona prende la sua strada attraverso il bardo – lo stato intermedio che precede la rinascita.

Appena viene fatto il primo taglio, gli avvoltoi si affollano più da vicino ma tre uomini con lunghi bastoni li mandano via. In pochi minuti gli organi del morto vengono rimossi e messi da parte per dopo, per uno smaltimento separato. Ora gli avvoltoi tentano di entrare nel corpo ma sono impediti dall’agitare dei bastoni e dalle urla. Poi, al segnale, gli uomini simultaneamente lasciano cadere le mannaie. Il gruppo di uccelli si precipita nuovamente dentro e ricopre completamente il corpo, le teste degli avvoltoi scompaiono, ripiegate verso il basso per strappare pezzi di carne. Sono uccelli enormi, con ali di più di 2 metri, coperte di piume bianco sporco, ed enormi spalle grigio-marrone. Le loro teste non hanno piume per non impedire all’uccello di alimentarsi quando raggiunge un corpo.

Per tredici minuti gli avvoltoi sono in frenesia. L’unico suono è lo strappo della carne e il loro pigolare nel competere per i pezzi migliori. Gli uccelli si stanno gradualmente saziando e alcuni prendono il volo, le loro enormi ali suonano come locomotive a vapore dal battere di ali sopra la testa. Ora gli uomini tirano fuori ciò che resta del cadavere – solo uno scheletro insanguinato – e mandano via gli uccelli rimasti. Prendono le enormi mazze e si mettono a rompere le ossa del defunto. Gli uomini parlano mentre lavorano, a volte ridendo perché, secondo la credenza tibetana, le spoglie mortali sono solo un vaso vuoto, lo spirito del morto è già andato via e il suo destino sarà deciso dal karma accumulato attraverso tutte le vite passate.

Le ossa sono presto ridotte come schegge, mescolate con farina di orzo e poi gettate a corvi e falchi che hanno atteso il loro turno. Gli avvoltoi restanti afferrano pezzi di cartilagine ammorbidita e avidamente li divorano. Mezz’ora dopo, il corpo è completamente scomparso. Anche gli uomini se ne vanno avendo finito la loro giornata di lavoro. Ben presto, la collina torna alla sua serenità. Penso all’uomo la cui carne è ora sopra le montagne e decido che, se mai mi capiterà di morire su quell’ altopiano, non mi dispiacerebbe seguirlo.

[Nota: su richiesta delle persone che partecipano al funerale, non sono state prese le foto]

libera traduzione da Witness to a Tibetan Sky-Burial A Field Report for the China Exploration and Research Society by Pamela Logan, Drigung, Tibet; September 26, 1997 http://alumnus.caltech.edu/~pamlogan/skybury.htm

immagine da http://trendspost.com/feeding-the-vultures-the-sacred-sky-burials-of-tibet/

Ladakh, la terra degli alti passi Himalayani

Il Ladakh, nell’estremo Nord Indiano, lungo l’alta Valle del fiume Indo, lascia senza fiato. Geograficamente è la continuazione naturale della catena himalayana, con montagne alte più di 6.000 metri, che incornicia Tibet, Nepal e Bhutan. La sensazione naturale che ne ebbi quando vi misi piede era di trovarmi in cima al mondo. Percorsi questa Terra in fuori strada lungo angusti tratti di montagna su altissime strade carrozzabili; il passo più alto, il Kardung-La è a ben 5359 mt. Il Ladakh è un intricato sistema di valli, gole, monti, laghi e fiumi che lo rendono particolarmente attraente per  escursionisti, fotografi, ciclisti, motociclisti, e viaggiatori in genere. Un contrasto di colori dall’azzurro del cielo macchiato da candide nuvole,  al verde dei prati coltivati ad orzo e colza, dallo scuro delle grandi ombre dei monti al leggero fluttuare degli alberi dei pioppi e di quelli da frutto. Quel giorno di aprile partii da Leh, capoluogo del Ladakh, dove le tradizioni si sono fermate. La direzione era la Valle di Nubra che, insieme alla valle di Shayok si apre a nord della cittadina Leh, attraverso il Kardung-La, dove iniziò a nevicare. Scenari da fiaba fuori dal finestrino, sembravano non poter interrompere quel magnifico percorso di infinite emozioni.

ladakh la terra degli alti passi

 

La neve cessava man mano che si riscendeva verso le valli finché le vidi, verdissime, preservate dalla civiltà grazie al loro isolamento. Nella Valle di Nubra c’è persino un deserto di alta quota con dune di sabbia che si indorano al tramonto. Dietro, le catene montuose del Karakorum, il Naga Prabat (8.126 mt.) e il K2 (8.611 mt.). Dormii in un campo tendato, coccolata con te e biscotti, accarezzata da un silenzio e da un cielo basso, punteggiato di stelle splendenti che sembrava voler entrare dentro il letto. Un altro giorno fu memorabile. Mai avrei pensato di giungere così vicina alla Cina. C’è un grande lago, a 5 ore di strada da Leh, incantevole e di un incredibile colore azzurro e trasparente, il Pangong Tso, nella terra orientale del Ladakh, verso il Tibet. Seppi di altri, ugualmente straordinari, come il Tso Moriri e il Tso Kar che in quel viaggio non vidi. Ma mi bastò il Pangong, a 4.250 mt., il più grande della catena himalayana, dove mi fermai qualche ora, in una leggera e fresca brezza che increspava l’acqua del lago e pareva trasportare stormi di uccelli vivacissimi e migratori. Intorno, i campi tendati, spartani, dei viaggiatori come me, mi facevano riflettere sul senso del viaggio. Riparandomi il volto dal sole, cercai il confine orientale del lago, che si estendeva per altri 100 chilometri fino ad arrivare in terra cinese, perchè i due terzi della lunghezza del lago si trovano in Tibet. Mi immaginavo il candore del lago in inverno, quando ghiaccia, pur essendo di acqua salmastra. Ad ovest del Ladakh, il passo di Fatu La, (a 4.147 m.s.l.m.), segna il confine con il Kashmir sulla strada che conduce a Kargill e Srinagar, lungo un percorso lunare inciso in aspre montagne. La porta sud del Ladakh è invece l’Himachal Pradesh attraverso il Taklang Pass (5.328 mt.), lungo una strada di alta quota che parte da Manali e che oggi potrebbe definirsi la “mother road” indiana. Se scegli il percorso più comodo, prendi un volo da Delhi e sarai  a Leh in poco più di un’ora, sorvolando bianchissime montagne, antipasto di un viaggio indimenticabile.

testo e foto di copertina by PASSOININDIA

proposte di viaggio in Ladakh  al sito http://www.passoinindia.com/#!ladakh/c118i

Ladakh road