In India anche le rane si sposano.

Tutti sanno che in molte parti dell’India l’acqua scarseggia e ad essa è legata la vita dei contadini che, già poveri, quando il monsone tarda ad arrivare, rischiano di perdere il frutto del loro duro lavoro. Sono molti i suicidi che si registrano tra gli agricoltori. Questo vasto Paese, in quanto a numero di dighe, si pone dopo Cina e Stati Uniti contandone più di cinquemila. La siccità rimane comunque un serio problema aggravato dai cambiamenti climatici e dall’uso di combustibili fossili impiegati per lo sviluppo industriale. Quando non piove da tempo le riserve d’acqua, anche quelle dei pozzi, non sono più sufficienti e il prezzo per l’acquisto di autobotti di questa preziosa risorsa tende a salire.

Pochi sanno che in molti villaggi rurali, ad esempio negli Stati di Assam, Orissa, Tripura, Karnataka, per citarne alcuni, ha luogo un particolarissimo rituale che origina dalla antichissima tradizione vedica, quella raccolta nei libri sacri indù, che viene celebrato da secoli perché ritenuto prospero per avere abbondanti piogge. Ebbene, secondo una credenza mitologica occorre unire in matrimonio due rane selvatiche allo scopo di chiedere pietà agli dei della pioggia come sono Indra, Parjanya e Varuna. Nella religione induista, Indra è signore della folgore e dio del temporale, delle piogge e della magia; Varuṇa è una delle più antiche e importanti divinità vediche ed il più importante Asura nel Ṛigveda (Asura è il termine con cui nel Ṛgveda, il testo vedico risalente tra il XX e il XV secolo a.C., vengono chiamate alcune divinità tra cui appunto anche Varuṇa e Indra), controlla l’Ordine cosmico, e tutti i fenomeni celesti e sotterranei; Parjanya, vedico, è un dio della pioggia e colui che fertilizza la terra. Quindi, se si vuole l’acqua piovana, è a loro che bisogna rivolgersi.

Il matrimonio tra rane è una vera e propria celebrazione gioiosa così come quando a sposarsi sono le persone, tra preghiere, addobbi e vivande a base di riso. Gli anfibi, sono catturati senza alcuna violenza dal loro ambiente naturale e, visibilmente perplessi, vengono lavati e vestiti secondo tradizione. Alla sposa, come rituale di nozze richiede, viene applicato sulla testa il sindoor (https://passoinindia.wordpress.com/2014/06/28/il-significato-del-bindi-e-del-sindoor/), il segno in polvere di colore rosso.

La cerimonia ha luogo di solito in un sacro tempio ed è seguita con ardore da tutti gli abitanti del villaggio che, con profonda devozione, accarezzano dolcemente la coppia. Al termine, i due novelli sposi vengono benedetti e rilasciati nel loro ambiente naturale.

(testo by PassoinIndia)

 

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Bastoncini profumati. L’incenso indiano.

Vero è che gli incensi furono utilizzati nell’antico Egitto per favorire un collegamento con i morti e persino la tomba di Tutankamon fu stipata di profumi e incensi. Anche i Babilonesi ne fecero uso nelle cerimonie religiose. In Israele fu importato nel 5° secolo aC e da lì, secondo alcuni, si sarebbe diffuso verso la Grecia, Roma e India. Una leggenda racconta che Ippocrate (460-377 aC) combatté la peste ad Atene bruciando piante aromatiche in tutta la città. Presso i romani divenne importante elemento per i sacrifici pubblici e privati. Anche gli indiani d’America hanno da sempre corredato di incenso le loro cerimonie religiose. Nella penisola arabica il commercio di incenso si sviluppò per secoli, soprattutto in Oman. E persino l’Antico e il Nuovo Testamento raccontano di questa inebriante sostanza che costituì prezioso dono per la nascita di Cristo insieme all’oro e alla mirra. Le Chiese cattolica romana, protestante e ortodossa lo bruciano in particolari occasioni. Probabilmente anche i Maya e gli Atzechi lo utilizzarono per culto. L’incenso arriva in Cina nel 200 dC e in Giappone grazie ai monaci buddisti che ivi si recavano per diffondere il loro messaggio. In Tibet cominciò ad essere importante supporto alla meditazione. Eppure, l’odore di incenso mi conduce inevitabilmente all’India. Tra villaggi e templi indiani continua a stimolare i sensi un inebriante profumo di incenso che appartiene da secoli alla tradizione popolare e viene utilizzato ancora oggi per scopi religiosi. Si parla di incenso già nei Veda, gli antichi testi sacri, scritti dagli Arii che nel 2200 aC arrivarono nell’India nord occidentale, dove se ne descrive il suo impiego per la profumazione ambientale e per la medicina ayurvedica (che, secondo i più, prende origine proprio dalla tradizione dei Veda) praticata dagli antichi monaci; questi veri e propri medici ayurvedici, per esaltarne il potere curativo, ne definirono gli ingredienti fatti di frutta, come l’anice stellato, di materiale arboreo come il legno di sandalo, di aloe, di cedro, di cassia, di radici, come la curcuma, il vetiver, lo zenzero, di fiori come chiodi di garofano e patchouli. Nella più antica tradizione popolare si utilizzavano anche gelsomino, rosa, sandalo, champa, cedro e muschio.

Ma il grande palcoscenico dell’incenso è la profonda tradizione religiosa durante il rituale induista, buddista e giainista della Dhupa quando, durante la Puja, cioè la preghiera, l’incenso viene offerto alla divinità per conferigli rispetto, per allontanare i demoni, oltre che in segno di purificazione. L’incenso, bruciando, simboleggia il fuoco che trasforma la materia in spirito.

Un tempo usato sotto forma di Dhoop (pasta), oggi il suo più diffuso utilizzo è sotto forma di bastoncini chiamati agarbathi che in sanscito significa odore, aroma, realizzati con polvere di carbone e masala cioè una miscela di spezie arrotolate attorno a un bastoncino di bambu’. Ma non fu sempre così. Fu agli inizi del 1900 che al Maharaja di Mysore venne in mente da avvolgere la pasta dell’incenso su bastoncini di bambu’ arrotolati a mano da artigiani locali soprattutto donne, il che migliorò l’economia locale grazie al gran successo popolare che questa nuova forma ebbe grazie alla facilità d’uso. L’incenso viene tuttavia utilizzato anche sotto forma di coni e resine. Ancora oggi Mysore, con Bangalore, nello Stato del Karnataka, rappresentano i maggiori centri di produzione degli incensi.

L’incenso è anche l’antenato dell’aromaterapia praticata per ridurre ansia e stress ed accendere l’energia. La molecola dell’odore stimola, infatti, attraverso i nervi olfattivi, il sistema limbico, una zona primitiva del cervello responsabile dell’origine e della gestione delle emozioni che, anche attraverso essi, compone la memoria, determina il comportamento e sviluppa l’ apprendimento.

Nella mia piccola casa l’accensione di un incenso è ormai un consolidato piacere come bere il caffé la mattina. Ne assaporo l’aroma, i ricordi che evoca, il colore e la forma dategli da mani lontane che simbolicamente stringo preparandomi ad allumare quella piccola fonte di estasiante profumo.

(by Passoinindia)

immagine di copertina https://kihm2.wordpress.com/2009/04/21/incense-1906-2/

Riflessioni.

7

È ugualmente uno stolto nel campo pratico chi crede che le determinazioni essenziali della sua vita, la sua felicità o infelicità debbano venire dall’esterno, dall’oggetto.

Solo dall’interno possono venire.

L’essenziale non è quali oggetti gli si presentano, ma come egli li considera e come si determina in base a essi.

da “Il mio oriente” di Arthur Schopenhauer, filosofo (1788-1860). Egli trasse dagli insegnamenti orientali la base della sua filosofia.

 


immagine da:http://www.newskarnataka.com/gallery/Optical-illusioncourtesyTravel-India/

Incontro con l’Induismo (parte 1)

A PASSOININDIA non poteva mancare un post sull’induismo. Sarebbe riduttivo definire l’Induismo come una religione rappresentando esso piuttosto un’intera cultura che condiziona le relazioni e i comportamenti quotidiani degli indiani. La parola deriva dal sanscrito sindhu, in latino indus, che significa fiume. Quando, alla fine del XII secolo, i turchi islamici si stabilirono nel Nord India, chiamarono la nuova terra conquistata Hind, da cui Hindi la lingua e Hindù coloro che la abitavano. Più tardi gli inglesi crearono il neologismo Hinduism da cui deriva oggi la parola che conosciamo. Abbiamo mutuato il post che segue da SAMSARAROUTE.WORDPRESS.COM che avvicina questo complesso argomento attraverso l’esperienza vissuta di un viaggio in India poiché il viaggio, secondo la filosofia di SAMSARAROUTE,  diventa “una catena di incontri memorabili, episodi apparentemente fortuiti ma che trasmettono il “senso del luogo” e noi, pienamente, condividiamo.

Incontro con l’Induismo (parte 1)

di Matteo Tomasina

L’induismo è una delle più antiche religioni al mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, con la stesura dei primi testi sacri, i “Veda”, più di 3.500 anni fa. Una religione che sopravvive da più tempo del cristianesimo e la cui tradizione scritta è più antica di quella biblica. Leggere i Veda significa forse approcciarsi al più antico testo dell’umanità.

Che questa religione sia tutt’ora viva e vitale in India, che abbia centinaia di milioni di fedeli e sia sopravvisuta all’arrivo violento dell’Islam e delle altre religioni monoteiste (cristianesimo compreso) rappresenta uno dei fattori che culturalmente più mi affascinano. In India tutto si conserva, e non si è mai verificato quel “crepuscolo degli dei” che invece l’Occidente ha conosciuto con la fine dell’Impero romano e l’avvento del mono cristiano. Le analogie, o le risonanze, tra l’induismo e le antiche religioni del mondo greco e romano mi colpiscono, e mi sembra di assistere in prima pesona a discorsi e situazioni che provengono da un’altra dimensione, da un altro tempo, e che solitamente mi ritrovavo a studiare al liceo.

L’idea di religione “pagana”, politeista, non rigidamente codificata dai dogmi, priva di una chiesa (nel senso di una gerarchia e di un’organizazzione) a noi sembra museale, vaga, quasi mitica. Ma questi termini, tutti contrapposti a quelli del cristianesimo e dell’Islam, avvicinano allla realtà dell’induismo.                                                                                                                                                              

Ci sono sicuramente grandi differenze tra la religione storica dell’India e quelle antiche dell’Europa. Ma quando passo di fronte ai templi indù, alcuni completamente verniciati di bianco, altri colorati in modo sgargiante di rosso, arancione, verde, blu e giallo, con le statue policrome delle divinità collocate sopra l’ingresso e poi, per l’adorazione, al centro e in diverse celle laterali, mi torna in mente che anche le statua greche, e i templi (come il Partenone) erano all’origine coloratissimi e la loro “pulizia splendente” è un’invenzione della cultura moderna. Un tempio hinduista può anche apparire ai nostri occhi eccessivo, ingenuo, quasi pacchiano e un pò carnevalesco, ma collocato in questa luce mi rendo conto che la mia idea di sacro è molto viziata da certe visioni.

Tempio indu

Posso fare esperienza di come l’induismo viene vissuto dalle persone quando io ed Elisa siamo ospitati per due giorni da Anurdha, una ragazza di Hyderabad membra dello staff di AIESEC. Si tratta della nostra ultima sistemazione momentanea e improvvisata prima del nostro definitivo trasferimento all’Ong. E’ anche l’ultima volta che ci troviamo a vivere nel cuore di Hyderabad, perchè poi la nostra sede di “lavoro” sarà fuori città, nella campagna vicino a un quartiere chiamato Uppal, in ogni caso la zona “popolare”.

La zona in cui abita Anu con la famiglia (il padre e il fratello) è invece un quartiere vivace, fatto di palazzine dipinte a colori accesi, e immerse in quello che ai miei occhi sembra sempre un immenso bazar. Si passeggia fra una miriade di negozietti, chioschi e bancarelle più o meno improvvisati che vendono di tutto, dai vestiti al cibo, passando per ciabatte, bigiotteria, coperte, roba da ferramenta, pezzi di ricambio per auto e moto, cellulari, medicine, sigarette sfuse e spezie. Non ci sono orari di chiusura o di apertura, il viavai è continuo, al rumore dei clacson e dei motori (moto e autorisciò si buttano tranquillamente in mezzo alla marea di pedoni) si sovrappone il gran vociare delle persone che chiacchierano o che contrattano.

In casa si respira invece non a caso un certo clima di “spiritualità”. Siamo ospitati da una famiglia religiosa, almeno in senso indiano. Il padre della nostra amica fa l’insegnante di sanscrito (la lingua sacra in cui sono scritti i Veda, affine per molti versi al nostro greco), e ci tiene a conservare e osservare tutte le tradizioni della sua religione. E’ la versione contemporanea di un brahmano, la casta di uomini di lettere – sacerdoti un tempo al vertice della società indu. Mi colpisce che una piccola stanza della casa (di dimensioni piuttosto modeste), di fianco alla sala, è occupata semplicemente da un piccolo altare, su cui sono appoggiate le icone di diverse divinità. In un angolo, ci sono quelli che sembrano diversi libri di preghiere. Anu mi accompagna all’ interno, e mi spiega che è la stanza in cui suo padre tutte le mattine alle sette mette in atto la puja, quella che noi chiameremmo “adorazione”. Si tratta in realtà di un piccolo rituale di offerta, in cui ci si propizia le divinità portando cibo, soprattutto frutta, bruciando incenso o altre sostanze e compiendo gesti rituali. C’è la puja domestica, quella al tempio, come quella giornaliera e la puja per giorni speciali. Con tutte le sue varianti, assomiglia forse più a un rituale di sacrificio che alla nostra comune idea di preghiera. Davanti alle icone delle sue divinità il padre di Anu tiene infatti dei piattini con semi, arachidi, bacchette di incenso e piccoli cubetti di materiale combustibile.

Stanza della Puja

Le divinità le conosco poco, ma riconosco Shiva, col corpo blu, la posizione seduta e l’aspetto regale. Un’altra divinità ha sembianze femminili, mentre sulla destra c’è un ritratto di Sai Baba con la barba bianca e la mano aperta. Questo ultimo personaggio è molto interessante, e non deve essere confuso col più famoso Sathya Sai Baba, il controverso predicatore morto di recente e che aveva seguaci anche in Europa. Il Sai Baba storico (di cui Sathya pretendeva di essere la reincarnazion) era infatti un guru (maestro spirituale) vissuto alla fine dell’Ottocento, che è stato poi divinizzato dagli induisti (ma anche santificato dai mussulmani). E’ rappresentato insieme alle altre divinità induiste e ci sono templi a lui esclusivamente dedicati, nella cui zona centrale troneggia la sua statua (che è comunque quella di un povero mendicante, come in effetti aveva deciso di vivere, a differenza del suo emulo recente). Comunque, si tratta di una figura storica fra personaggi mitologici!

Shirdi Sai Baba (fonte saibaba.rw)

Tempio di Sai Baba

Anu si mette a raccontarmi la storia dei diversi dei, e faccio fatica a seguirle fra le innumerevoli vicende. Sono dei, come quelli greci romani, che si sposano, fanno figli, si alleano, si tradiscono, si combattono, giocano a intervenire nelle vicende degli uomini. A volte sembrano portatori di grandi verità filosofiche, altre sono in preda a passioni e capricci come i loro “fratelli minori”. Mi colpisce come Anu tratti a volte quelli che sono i “suoi” dei anche con leggerezza e ironia (forse perchè ha la percezione di annoiarmi): mi dice che Ganesh, il dio della testa di elefante, è in fondo una figura paffuta e simpatica, mentre Sai Baba assomiglia un pò a Babbo Natale..

In ogni caso, non sembra interessata a persuadermi di nulla, mi racconta le cose con tranquillità. L’induismo non conosce la conversione, è una religione etnica e tradizionale. E’ una fenomeno proprio dell’India e del popolo indiano, che è naturale abbia i suoi culti come altri popoli hanno i loro. Si trasmette di generazione in generazione, ma essendo legato spesso a pratiche e circostanze locali, non ha senso che esca fuori dai suoi confini. Per questa ragione, non avendo pretesa di universalità, l’induismo può essere declinato in chiave molto tollerante.

 (segue parte 2)

 

con Anuradha e suo padre

150esimo anniversario della nascita di Swami VIVEKANANDA

Swami Vivekananda, conosciuto nella sua prima vita monastica come Narendra Nath Datta, nacque in una famiglia benestante a Calcutta il 12 gennaio 1863. Ragazzo studioso e dedito alla meditazione, alle soglie della giovinezza Narendra passò un periodo di crisi spirituale, assalito dai dubbi circa l’esistenza di Dio. E ‘stato in quel momento che sentì parlare di Sri Ramakrishna da uno dei suoi professori al college inglese. Un giorno, nel mese di novembre 1881, Narendra andò ad incontrare Sri Ramakrishna, che si trovava presso il Tempio di Kali Dakshineshwar, al quale subito porse una  domanda già fatta a molti altri  ma che non aveva ancora avuto risposte soddisfacenti: “Signore, hai visto Dio?” Senza un attimo di esitazione, Sri Ramakrishna rispose: “Sì, l’ho fatto. Lo vedo chiaramente come vedo te, solo in un senso molto più intenso. ”

Oltre a rimuovere i dubbi dalla mente di Narendra, Sri Ramakrishna lo conquistò con il suo amore puro e disinteressato. Iniziò così una relazione guru-discepolo unica nella storia dei maestri spirituali. Narendra, sotto la guida del Mastro, fece rapidi progressi sul sentiero spirituale.

Quando nel 1885 Sri Ramakrishna si ammalò di cancro alla gola, Swamiji, nonostante la povertà della sua famiglia (il padre era morto da poco)  e l’incapacità di trovare un lavoro per se stesso, entrò nel gruppo dei discepoli come leader.

Sri Ramakrishna instillò in questi giovani lo spirito di rinuncia e di amore fraterno uno per l’altro. Un giorno distribuì loro vesti ocra  e li inviò a chiedere l’elemosina di cibo. In questo modo egli stesso pose  le basi per un nuovo ordine monastico. Diede istruzioni specifiche a Narendra sulla formazione del nuovo ordine monastico. Nel 1886 Sri Ramakrishna morì.

Dopo la morte del Maestro, quindici dei suoi giovani discepoli  cominciarono a vivere insieme in un edificio fatiscente a Baranagar nel Nord Calcutta. Sotto la guida di Narendra, formarono una nuova fraternità monastica. Narendra divenne così Swami Vivekananda (anche se questo nome venne assunto in realtà molto più tardi.)

Dopo aver stabilito il nuovo ordine monastico, Vivekananda sentì la chiamata interiore per la missione più grande della sua vita. Mentre la maggior parte dei seguaci di Sri Ramakrishna pensarono a lui in relazione alla loro vita personale, il pensiero di  Vivekananda era invece rivolto  all’India  India e al resto del mondo, il che lo portò a girare solo per il mondo.  Così, nel bel mezzo del 1890, dopo aver ricevuto le benedizioni di Sri Sarada Devi, la divina consorte di Sri Ramakrishna, nota al mondo come Santa Madre, che allora stava a Calcutta, Swamiji lasciò Math Baranagar e intraprese un lungo viaggio di esplorazione alla scoperta dell’India.

Durante i suoi viaggi in tutta l’India, Swami Vivekananda fu profondamente commosso nel vedere la povertà spaventosa e l’arretratezza delle masse. Fu  il primo leader religioso in India a capire e dichiarare apertamente che la vera causa della caduta dell’India fu l’abbandono della gente. La necessità immediata era  quella di fornire cibo e altre necessità primarie della vita a milioni affamati. Per questo egli sostenne che dovessero essere insegnati metodi di  miglioramento in agricoltura, industria ecc. Fu  in questo contesto che Vivekananda colse  il nocciolo del problema della povertà in India (che era sfuggito all’attenzione dei riformatori sociali dei suoi giorni): a causa di secoli di oppressione, le masse oppresse avevano perso fiducia nella loro capacità di migliorare la loro condizione. Il suo messaggio fu utile ad infondere nelle genti fiducia in se stesse. Esse trovarono in Swamiji un ispiratore  e seguirono il messaggio contenuto  nel principio dell’Atman, la dottrina della potenziale divinità dell’anima, insegnato nei Vedanta, l’antico sistema di filosofia religiosa dell’India. Egli vide che, nonostante la povertà, le masse si erano aggrappate alla religione, ma non era mai stato insegnato loro chi avesse dato la vita, così egli  nobilitò i principi dei Vedanta e spiegò come applicarli nella vita pratica.

Le masse avevano  bisogno di due tipi di conoscenza: la conoscenza secolare per migliorare la loro condizione economica, e la conoscenza spirituale per acquisire fiducia in se stessi e rafforzare il loro senso morale. La domanda successiva fu, come diffondere questi due tipi di conoscenza tra le masse? Attraverso l’educazione – questa fu  la risposta che Swamiji trovò.

Una cosa fu chiara a Swamiji: per realizzare i suoi piani per la diffusione dell’istruzione e per il sollevamento delle masse povere, e anche delle donne, era necessaria una organizzazione efficiente di persone che vi  si dedicassero.  Come disse più tardi, la sua intenzione era di “mettere in moto un meccanismo che porterà più nobili idee finanche il più povero e il più cattivo.” Perciò pochi anni dopo Swamiji fondò la Missione Ramakrishna.

E ‘stato quando queste idee prendevano forma nella sua mente, nel corso delle sue peregrinazioni che Swami Vivekananda sentì parlare del Parlamento delle Religioni del mondo che si sarebbe tenuto  a Chicago nel 1893. I suoi amici e ammiratori in India volevano che frequentasse  il Parlamento. Lui  sentiva che il Parlamento sarebbe stato il luogo giusto per presentare il messaggio del suo Maestro per il mondo, e così decise di andare in America. Un altro motivo che ha spinto Swamiji di andare in America fu quello di cercare un aiuto finanziario per il suo progetto di elevazione delle masse.

Mentre era seduto in meditazione profonda sulla roccia-isola a Kanyakumari,  Swamiji ebbe la certezza della chimata divina a portare aventi questa sua missione. Con i fondi in parte raccolti dai suoi discepoli, Swami Vivekananda partì per l’America da Mumbai il 31 maggio 1893.

I suoi discorsi al Parlamento del mondo delle religioni tenutosi  nel settembre 1893 lo rese famoso come ‘oratore per diritto divino’ e come ‘messaggero di saggezza indiana al mondo occidentale’. Dopo il Parlamento, Swamiji  trascorse quasi tre anni e mezzo di propagazione dei Vedanta,  come vissuti e insegnati da Sri Ramakrishna, per lo più nella parte orientale degli Stati Uniti e anche a Londra.

Tornò in India nel mese di gennaio 1897. In risposta l’accoglienza entusiasta che ebbe ricevuto in tutto il mondo, tenne  una serie di conferenze in diverse parti dell’India, che crearono un grande scalpore in tutto il paese. Attraverso queste lezioni stimolanti e profondamente significative Swamiji tentò di

–          risvegliare la coscienza religiosa del popolo e creare in lui l’orgoglio per il proprio patrimonio culturale;

–           effettuare un  processo di unificazione dell’ induismo, sottolineando le basi comuni delle sette in cui questo si divideva;

–          focalizzare l’attenzione delle persone istruite sulla situazione delle masse oppresse, e di esporre il suo piano per il loro sollevamento mediante l’applicazione dei principi di Pratica Vedanta.

Poco dopo il suo ritorno a Calcutta, Swami Vivekananda compì un altro importante compito della sua missione sulla terra. Fondò il 1 maggio 1897 un tipo unico di organizzazione nota come Ramakrishna Mission, in cui monaci e laici si impegnavano congiuntamente nella  propagazione della pratica Vedanta, e in varie forme di servizio sociale, come realizzazion di ospedali,  scuole, collegi, ostelli, centri di sviluppo rurale ecc, e conduzione di soccorso di massa e lavoro di riabilitazione per le vittime di terremoti, cicloni e altre calamità, in diverse parti dell’India e di altri paesi.

Nei primi mesi del 1898 Swami Vivekananda acquisì un grande  pezzo di terra sulla riva occidentale del Gange in un luogo chiamato Belur per avere una dimora permanente per il monastero e per l’Ordine monastico originariamente iniziato a Baranagar; lo registrò come Ramakrishna Math dopo un paio di anni. Qui Swamiji stabilì un nuovo, modello universale della vita monastica, adattando antichi ideali monastici  alle condizioni della vita moderna, che dava uguale importanza all’illuminazione personale e al servizio sociale, e che era aperta a tutti gli uomini senza distinzione di religione, razza o casta .

Anche  in Occidente molte  persone furono  influenzate dalla vita di Swami Vivekananda e dal suo messaggio. Alcuni di loro divennero suoi discepoli o amici devoti. Tra questi, i nomi di Margaret Noble (più tardi conosciuta come Sorella Nivedita), il capitano e la signora Sevier, Josephine McLeod e Sara Ole Bull, meritano una menzione speciale. Nivedita dedicò la sua vita a educare le ragazze a Calcutta. Swamiji ebbe anche moltissimi dicepoli indiani.

Nel giugno del 1899, arrivò nuovamente in Occidente  per la seconda volta, dove trascorse la maggior parte del suo tempo nella costa occidentale degli Stati Uniti. Dopo aver tenuto numerose conferenze, tornò a Belur Math nel mese di dicembre 1900. Spese in India il resto della sua vita che ispirò e fu guida per molte persone, sia monastici che e laici. Lavorò incessantemente, soprattutto tenendo conferenze. finché la sua salute si consumò e Swamiji morì la notte del 4 luglio 1902. Prima della sua Mahasamadhi (che vuol dire lasciare il corpo perché l’anima non muore mai)  scrisse ad un seguace occidentale: “Può darsi che sia buona cosa lasciare questo corpo o gettarlo via come un abito usurato. Ma non cesserò  di lavorare. Io ispirerò gli uomini in tutto il mondo fino a quando il mondo intero saprà di essere un tutt’uno con Dio.”.

L’eminente storico britannico A L Basham fece una valutazione oggettiva dei contributi di Swami Vivekananda alla cultura mondiale; Egli disse di Swamiji: “nei secoli a venire, sarà ricordato come uno dei principali  formatori del mondo moderno …” Alcuni dei principali contributi che Swamiji apportò al  mondo moderno sono di seguito indicate:

1. Nuovo significato della Religione: Uno dei contributi più significativi di Swami Vivekananda al mondo moderno è la sua interpretazione della religione come esperienza universale della Realtà trascendente, comune a tutta l’umanità. Swamiji ha incontrato la sfida della scienza moderna, mostrando che la religione è tanto scientifica quanto lo è la scienza stessa, la religione è la ‘scienza della coscienza’. In quanto tale, la religione e la scienza non sono in contraddizione tra loro, ma sono complementari. E’ una concezione universale della religione libera da superstizioni, dogmatismo, clericalismo e intolleranza,  che fa della religione l’esercizio più alto e più nobile, la ricerca della suprema libertà, conoscenza, felicità.

2. Nuova considerazion dell’uomo: Il concetto di ‘divinità potenziale dell’anima’ diffuso da Vivekananda nobilita l’uomo. L’epoca attuale è l’età dell’umanesimo in cui l’uomo dovrebbe essere la preoccupazione principale e il centro di tutte le attività e di pensiero. Attraverso la scienza e la tecnologia l’uomo ha raggiunto grande prosperità e potenza, e i moderni mezzi di comunicazione e i viaggi hanno trasformato la società umana in un ‘villaggio globale’. Ma la degradazione dell’uomo è avvenuta a ritmo sostenuto, come testimonia l’enorme aumento di famiglie divise, l’immoralità, la violenza, la criminalità, ecc. nella società moderna. Il concetto di divinità potenzialità dell’anima impedisce questo degrado, divinizza le relazioni umane, e rende la vita significativa e degna di essere vissuta. Swamiji ha gettato le basi per un’umanesimo’, che si manifesta attraverso una serie di movimenti neo-umanistico e nell’interesse attuale della meditazione in tutto il mondo.

3. Nuovi principii di morale ed etica: La morale prevalente, sia nella vita individuale che nella vita sociale, si basa soprattutto sulla paura – la paura della polizia, paura del ridicolo pubblico, la paura del castigo di Dio, la paura del Karma, e così via. Le attuali teorie di etica, inoltre, non spiegano perché una persona dovrebbe essere morale ed essere buona con gli altri. Vivekananda ha dato una nuova teoria di etica e nuovo principio della morale in base alla purezza intrinseca e all’unicità della Atman (anima). Dovremmo essere puri perché la purezza è la nostra vera natura, il nostro vero Sé divino o Atman. Allo stesso modo, dobbiamo amare e servire il nostro prossimo, perché siamo tutti un uno con lo Spirito Supremo conosciuto come Paramatman o Brahman.

4. Ponte tra Oriente e Occidente: Un altro grande contributo di Swami Vivekananda fu quello di costruire un ponte tra la cultura indiana e la cultura occidentale. Lo fece attraverso l’interpretazione delle  scritture indù, della filosofia indù, del modo di vita e delle istituzioni spiegandolo ai cittadini occidentali in un idioma che si poteva capire. Fece si che gli occidentali si rendessero conto che dovevano imparare molto dalla spiritualità indiana per il loro benessere. Egli ha dimostrato che, nonostante la sua povertà e arretratezza, l’India ha portato un grande contributo alla cultura mondiale. In questo modo è stato determinante nel porre fine all’isolamento culturale dell’India dal resto del mondo. E ‘stato l’India il primo grande ambasciatore culturale in Occidente.

D’altra parte, l’interpretazione di Swamiji delle antiche scritture indù, la filosofia, le istituzioni, ecc. ha preparato la mente degli indiani ad accettare e applicare nella vita pratica i due migliori elementi della cultura occidentale, vale a dire la scienza e la tecnologia e l’ umanesimo. Swamiji ha insegnato agli indiani come padroneggiare la scienza occidentale e la tecnologia e, al tempo stesso, lo sviluppo spirituale. Swamiji ha anche insegnato agli indiani come adattare l’umanesimo occidentale (in particolare le idee di libertà individuale, l’uguaglianza e la giustizia sociale e il rispetto per le donne) alla cultura indiana.

 
Contributi di Swamiji in India.
 
Nonostante le sue innumerevoli diversità linguistiche, etniche, storiche e regionale, l’India ha avuto da sempre un forte senso di unità culturale. E ‘stato, tuttavia, Swami Vivekananda che ha rivelato i veri fondamenti di questa cultura, e quindi chiaramente definito e rafforzato il senso di unità come nazione.Swamiji ha insegnato agli indiani a comprendere il grande patrimonio spirituale del loro paese, e quindi ha dato loro l’orgoglio per il  loro passato. Inoltre, ha sottolineato gli inconvenienti della cultura occidentale e la necessità del contributo indiano per ovviare a questi inconvenienti. In questo modo Swamiji ha reso l’India una nazione con una missione globale.Senso di unità, orgoglio del passato, senso della missione – questi sono stati i fattori che hanno dato vera forza e scopo al movimento nazionalista indiano. Diversi leader del movimento di liberazione dell’India hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Swamiji. Netaji Subhash Chandra Bose ha scritto:” Swamiji ha armonizzato l’Oriente e l’Occidente, la religione e la scienza, passato e presente. Ed è per questo che è grande. I nostri connazionali hanno ottenuto, come mai prima, rispetto di sé, autonomia e autoaffermazione dai suoi insegnamenti. “

Il contributo più esclusivo di Swamiji alla creazione di  una nuova India è stato quello di aprire le menti degli Indiani al loro dovere di masse oppresse. Molto prima che le idee di Karl Marx fossero conosciute in India, Swamiji aveva parlato del ruolo delle classi lavoratrici nella produzione della ricchezza del paese. Swamiji fu il primo leader religioso in India a parlare per le masse, formulare una filosofia precisa di servizio, e organizzare su larga scala dei servizi sociali.

Liberamente tradotto da http://www.belurmath.org/swamivivekananda.htm

IL SISTEMA DELLE CASTE IN INDIA (caste system in India)

foto by PASSOININDIA

La struttura sociale indiana è stratificata gerarchicamente in caste in cui i gruppi e gli individui che vi appartengono vengono guidati da prescritte norme, valori e sanzioni sociali (tra cui anche la definitiva esclusione dalla comunità) tipici di quella casta, realizzando così specifici modelli di comportamento. La casta viene ereditata per nascita. Nel concetto di casta vi sono quelli di varna e jati. Varna significa colore e, ad ogni casta, ne è associato uno. Ai Bramini (i sacerdoti, sacrificatori e conoscitori dei testi religiosi), gli appartenenti alla casta più alta nella gerarchia, venne associato il colore bianco, ai Kshatria (i guerrieri e i prinicipi) il rosso, ai Vaisia (gli agricoltori, i commercianti e gli artigiani) il giallo. Ai Shudra, i servitori degli altri tre Varna (cioè i gruppi nobili – arya – o rigenerati – dvija – ), venne associato il nero. La gerarchia dei varna configura anche il grado di purezza di ogni gruppo, partendo dai Brahmini, i più puri, fino ai Shudra, gli impuri o contaminati. Mentre le prime tre caste hanno pieno diritto di culto, ai Shudra non è sempre permesso di offrire sacrifici agli dei. L’appartenenza ad una casta determina il ruolo sociale di chi vi appartiene, quindi il tipo di professione svolta, la persona da sposare (che deve appartenere alla stessa casta – endogamia -) e persino l’alimentazione. Con l’emergere di nuovi gruppi sociali e nuove attività il sistema delle caste si è successivamente evoluto in sottocaste (jati o comunità). Non tutti gli individui appartengono ad una casta. I cosiddetti “fuori casta” (avarna – senza colore – anche detti “paria” o “intoccabili”) sono coloro che lavorano a contatto con la morte e le cose impure (ad esempio la rimozione delle carcasse di animali, la pulizia delle strade e delle latrine, la lavorazione delle pelli, l’uccisione dei topi), i barbari, i tribali (che vivono sulle montagne o nella giungla e comunque al di fuori della società) e i figli di unioni di jati diverse. Agli intoccabili è proibito entrare nei templi ed essi non possono essere cremati alla loro morte. Chi tocca un intoccabile deve immediatamente lavarsi le mani per purificarsi. Se un intoccabile osasse attingere acqua da un pozzo pubblico, l’acqua si inquinerebbe e nessun altro potrebbe usarlo.
Ogni individuo che nasce in una casta, ne assume incondizionatamente lo status e il ruolo conforme a questa identità. Ogni persona nasce quindi in un inalterabile status sociale. La casta è quindi un gruppo sociale chiuso. Questo sistema trova il suo fondamento religioso nei Veda, gli antichi testi religiosi a base dell’induismo, scritti in sanscrito (ma tramandati oralmente dalla loro antichissima origine), che hanno derivazione dal popolo degli Arii, arrivati in India settentrionale intorno al 1500 a.c. Una teoria storica fa addirittura coincidere la nascita dei varna con l’arrivo in India di questo popolo di pelle chiara, provenienti dal Nord dell’Asia e dall’europa del Sud, che trovò, al suo arrivo, altre razze che già vivevano in territorio indiano, come i Negrito, dalla pelle nera, simili agli africani, i Mongoloidi, simili ai cinesi, gli Austroloidi simili agli aborigeni australiani e i Dravidiani, i più numerosi, di origini mediterranee. Con gli Austroloidi e i Dravidiani, gli ariani ebbero la maggior parte dei loro contatti. Per il resto gli ariani non rispettarono le culture delle popolazioni locali che furono quindi costrette a diventare loro servi oppure a fuggire sulle montagne o verso sud.
Gli Ariani si organizzarono in tre gruppi, quello dei guerrieri (Rajayana poi divenuto Rajayana Kshatria), quello dei sacerdoti, (brahmani), che riuscirono a conquistare il potere, quello dei contadini e degli artigiani (Vaisia).
Nel Rig Veda (1700-1100 a.c.), uno dei testi della raccolta dei Veda, è raccontato che l’uomo primordiale – Purush – ha distrutto al fine di creare una società umana. Dalle parti del suo corpo sono stati creati i varna. Cosi, in base ad una gerarchia decrescente, dalla sua testa sono stati creati i brahmani, dalle sue mani i Kshatrias, dalle sue cosce i Vaishias e dai suoi piedi i Sudras. Altra teoria religiosa sostiene che i Varna abbiano avuto origine dagli organi del corpo di Brahma, l’assoluto creatore del mondo.
Nella popolare Bhagavad-Gita ancora di più viene sottolineata l’importanza di appartenenza alla casta e dell’adempiere il proprio dovere sociale.
Nell’induismo, l’obbedienza alle regole della casta cui si appartiene diventa un dovere religioso. L’appartenenza ad una casta, acquisita per nascita, è il risultato attuale di un comportamento passato e il buono o cattivo rispetto dei doveri di casta (secondo il principio del dharma), oggi, determinerà l’appartenenza ad una casta, superiore o inferiore, nella prossima vita (secondo il principio del kharma). Infatti, la casta nella quale un individuo nasce è il risultato delle azioni che ha commesso in una vita precedente. Così, una persona veramente virtuosa della casta Shudra (i servitori) potrebbe essere premiata con la rinascita a bramino nella sua prossima vita. Le anime possono muoversi non solo tra i diversi livelli della società umana, ma anche trasmigrare nel corpo di animali, il che spiega il vegetarismo di molti indù.
In questa visione le ineguaglianze fra gli uomini sono quindi la conseguenza di azioni nelle vite passate, ed hanno tuttavia un valore provvisorio, valgono cioè fino alla morte dell’individuo e alla sua successiva reincarnazione (samsara), dato che è possibile essere virtuosi nel corso della vita attuale al fine di raggiungere una stazione più alta nella prossima rinascita.
Il sistema delle caste venne usato dagli inglesi, insidiatisi in India nel 1757, come mezzo di controllo sociale. Si allearono con la casta dei bramini, ripristinando alcuni privilegi che erano stati abrogati dai governanti musulmani. Tuttavia, gli inglesi resero illegittime, in quanto considerate discriminatorie, alcune usanze indiane riguardanti le caste inferiori. Nel XIX e XX secolo si parlò addirittura di abolire lo status di intoccabile e nel 1928 fu permesso ai “dalit” di entrare in un tempio. Il grande Gandhi si è battutto per l’emancipazione dei dalit, dandogli il nuovo nome di Harijan o “figli di Dio” .
Il nuovo governo indiano insediatosi a seguito dell’Indipendenza indiana, avvenuta il 15 agosto 1947, ha istituito vari leggi per proteggere le “caste e le tribù”, includendovi sia gli intoccabili che i gruppi tribali che, ancora oggi, vivono stili di vita tradizionali. Queste leggi, tuttora vigenti, includono sistemi di quote per garantire l’accesso all’istruzione e ai posti di governo.
Infatti, per legge, in applicazione degli articoli 341 e 342 della Costituzione indiana del 1950, sono state formate le “Schedule Caste” e le “Schedule Tribes” ovvero gli elenchi delle caste degli intoccabili e delle tribù,. Sul sito del governo indiano http://www.indiangovernmentwebsite.com/how-do-i-obtain-caste-certificate/ è spiegato come ottenere il “certificato di casta” la cui funzione è così ivi descritta: “un certificato di casta è la prova della propria appartenenza ad una casta particolare, soprattutto nel caso in cui non si appartenga a nessuna delle “caste”, come specificato nella Costituzione indiana. Il governo ha ritenuto che le Scheduled Castes and Tribes abbiano bisogno di un incoraggiamento speciale e dell’opportunità di progredire allo stesso ritmo del resto della cittadinanza. Di conseguenza, l’Indian System of Protective Discrimination ha previsto alcuni privilegi speciali concessi a questa categoria di cittadini, quali la riserva di posti nelle assemblee legislative e di Governo, la riduzione parziale o totale delle tasse scolastiche e dei college, la riserva di quote di iscrizione alle istituzioni educative, il rilassamento dei limiti massimi di età per l’accesso a determinati posti di lavoro, ecc. Per poter usufruire di questi privilegi, un cittadino appartenente ad una casta deve essere in possesso di un valido certificato di casta.”. I moduli per ottenere il certificato di casta sono disponibili on-line o presso appositi uffici locali. Nel caso in cui nessuno dei familiari di chi chiede il certificato abbia già ricevuto un certificato di Casta, il governo, prima di rilasciare il certificato, opererà un’indagine locale e chiederà una prova di residenza nello Stato per un periodo minimo stabilito ed una dichiarazione giurata di appartenenza alla casta.
In India la maggior parte dei matrimoni sono combinati e per questo spesso le famiglie si rivolgono ai molti siti matrimoniali su internet, oltre alle agenzie locali, pubblicizzati anche sui giornali, per trovare il marito o la moglie perfetta per i loro figli. La ricerca parte proprio da una prima selezione basata sulla religione e la casta di appartenza.  Un sito famoso è http://www.shaadi.com/matrimonials/indian-castes.

Altre religioni in India come quelle dei Sikhs, Gianisti e Buddisti non riconoscono il sistema delle caste ma, in pratica, nella vita quotidiana (anche ai fini delle unioni matrimoniali) il sistema delle caste svolge un ruolo importante.

Testo Passoinindia

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