Il saluto in India.

Namasté, Namaskar, Namaskaara o Namaskaram. E’ così che ci si saluta in India, abbassando il capo a mani giunte davanti al petto. Namastè significa “mi inchino a te”, dal sanscrito namas (inchinarsi, salutare con reverenza) e te (a te). E’ un saluto tradizionale e profondamente spirituale perché implica la convinzione che la forza vitale, la divinità, il Sé o il Dio dentro se stessi è la stessa che risiede in tutti. Riconoscendo questa unità con la riunione dei palmi, onoriamo il Dio in persona che incontriamo e quindi, con il saluto, gli diciamo “le qualità divine che sono in me si inchinano alle qualità divine che sono in te”. Durante le preghiere, gli indù non solo fanno Namaste ma abbassano il volto e chiudono gli occhi, per guardare simbolicamente nello spirito interiore. Questo gesto fisico, nelle preghiere, è a volte accompagnato da nomi di divinità come ‘Ram Ram‘, ‘Jai Shri Krishna‘, ‘Namo Narayana’, ‘Jai Siya Ram’ o semplicemente ‘Om Shanti‘, il ritornello comune nei canti indù. Il vero incontro tra le persone diventa così l’incontro delle loro menti. Namasté e le sue comuni varianti è una delle cinque forme di saluto formale tradizionale menzionate nei Veda.In India, si sa, non ci sono solo indu. (foto jewmannewmansblog.blogspot.com)

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I seguaci della religione Sikh, che in prevalenza abitano le regioni del Nord India come il Punjabi, dicono invece “Sat Sri Akal” con le mani giunte sul petto.

Sat” significa “verità”; “Sri” si dice per rendere onore e rispetto e “Akaal” (o Akal) significa “l’essere senza tempo, Dio“. La frase quindi nel suo complesso significa “Dio è la verità ultima“. Anche i Sikh che abitano gli altri Paesi del mondo continuano a salutarsi così. Gli indu del Punjabi usano il loro “namasté” oppure, se rispondono ad un skh, anche “Sat Sri Akal” e anché un sikh potrà rispondere namasté! L’utilizzo di Sat Sri Akal come saluto, anche se usato dalla maggior parte de sikh, è considerato non corretto dagli Amritdhari (i battezzati) sikh, poiché il termine è storicamente la seconda metà del grido di guerra Sikh “Jo Bolay so Nihal, Sat Sri Akal“, ed è ancora usato da loro nello stesso modo. Alcuni reggimenti dell’esercito indiano dove spesso i sikh hanno militato con fervore, lo hanno usato come loro grido di battaglia.

Secondo il Rehat Maryada, il codice di condotta sikh, gli Amritdhari sikh devono salutare con “Waheguru Ji Ka Khalsa Waheguru Ji Ki Fateh“, che significa “Il Khalsa (la purezza) appartiene al Signore Dio! Così la vittoria appartiene a Dio!“. (foto Passoinindia)

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Anche in India i musulmani si salutano, tra uomini e donne e nella maggior parte delle situazioni, dicendo “As-salam alaykom“, che significa “la pace sia con te”. In arabo si scrive, da destra verso sinistra, السلام عليكم e si pronuncia: Ahl sah-LAHM ah-LAY-kum. La risposta a questo saluto è “Wa Alykom As-slam“, che significa “la pace sia anche con te” o “pace anche a te” e in arabo si scrive وعليكم السلام e si pronuncia: Wah ah-LAY-kum ahl sah-LAHM. (foto www.indianmuslims.in)

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India, come si lavora nelle piantagioni di tè

Un interessante post per capire cosa c’è dietro ad un buon té…

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Ogni tanto la stampa inglese pubblica reportage sulle difficili condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici delle piantagioni di tè in India. “La storia amara dietro la bevanda nazionale inglese” titolava qualche mese fa un articolo della Bbc.

È un discorso che non si fa spesso. Di solito si parla del tè come una bevanda antica, affascinante, benefica… raramente si guarda chi sta dietro a tutto questo. Con Five O clock invece sto cercando i presentarvi anche l’altra “faccia” della medaglia. Di cercare le storie, i volti, le mani di chi lavora per garantire il meglio nelle nostre tazze. Quali sono le professioni di questo settore, cosa fanno e di che cosa si occupano.

Abbiamo conosciuto le vicende di Misty Peak Teas e la passione di Arlette Rohmer.

Con Nalin Modha, tea planter con decenni di esperienza in Darjeeling (India), ho invece scambiato due parole…

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Una storia popolare.

Una signora conosceva una storia. Sapeva anche una canzone. Ma lei li teneva per sé, mai aveva raccontato a qualcuno quella storia o cantato quella canzone. Imprigionate dentro di lei, la storia e la canzone si sentivano soffocare. Volevano essere liberate, volevano scappare. Un giorno, mentre la donna dormiva con la bocca aperta, la storia scappò, prese la forma di un paio di scarpe e si mise fuori dalla casa. Anche la canzone fuggì e diventò un cappotto da uomo, e si appese ad un gancio. Il marito della donna tornò a casa , guardò il cappotto e le scarpe, e le chiese: ” Chi è in visita da noi ? ”
“Nessuno”, disse la donna.” Ma di chi sono questo cappotto e queste scarpe? “Non lo so », rispose lei. Ma l’uomo non fu soddisfatto della risposta della moglie e divenne sospettoso. Parlarono tra loro con astio e litigarono. Il marito andò su tutte le furie, raccolse la coperta, e andò a dormire al tempio. La donna non capiva cosa stava succedendo e quella notte si sdraiò sola, chiedendosi di chi fossero cappotto e scarpe. Mise fuori la lampada e andò a dormire.
Tutte le fiamme della lampada della città, una volta messe fuori, si radunarono al tempio per trascorrere lì la notte e spettegolare. Solo una delle luci era arrivata in ritardo spiegando del litigio fino a tarda notte tra moglie e marito.” Perché litigano?” venne chiesto alla lampada. La luce disse:”Quando il marito non era in casa, un paio di scarpe arrivò sulla veranda e un cappotto di un uomo sull’attaccapanni. Il marito chiese alla donna di chi fossero ma lei disse di non saperlo. Così hanno litigato. “Da dove vengono il cappotto e le scarpe ?”. La fiamma rispose: “la padrona di casa nostra conosce una storia e una canzone. Ma mai ha raccontato la storia o cantato la canzone a qualcuno. La storia e la canzone erano soffocate dentro di lei, così sono uscite e si sono trasformate in un cappotto e un paio di scarpe. Si sono vendicate ma la donna non lo sa.”

Il marito , che si trovava a dormire nel tempio, udì la spiegazione della lampada che fugò tutti i suoi sospetti. Quando tornò a casa era ormai l’alba. Chiese alla moglie di raccontargli una storia e di cantargli una canzone. Ma lei li aveva dimenticati.

(storia popolare).

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(immagine dal web)

Madurai, l’Atene d’Oriente. Il magnifico Meenakshi Temple.

Madurai, nel Tamil Nadu, Sud India, è una città che lascia a bocca aperta. Secondo la leggenda un tempo, al posto di Madurai, c’era una foresta dove un giorno un contadino vide Indra, re degli dei, adorare un lingam (simbolo fallico che rappresenta il Dio Shiva) da egli stesso creato. Il contadino raccontò quanto vide al re Pandya Kulasekara che abbatté la foresta, costruì un tempio intorno al Lingam e presto, attorno al tempio, una città; quando del nettare cadde sulla città dai capelli di Shiva, essa venne chiamata Madurai che in lingua tamil significa “dolcezza”. Già nel 3° secolo aC, Megasthanes, uno storico greco visitò Madurai quando compì il viaggio in India che raccontò nel suo libro “Indika” e altri, presto, arrivarono, da Roma e dalla Grecia, per commerciare con i re della antica dinastia tamil Pandya. Madurai prosperò sotto i Pandyas fino al 10° secolo dC, finché arrivarono i Cholas che governarono dal 920 dC fino all’inizio del 13° secolo e riprosperò nel 1223 dC quando i primi ripresero potere.

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Sotto i Pandyas nacquero tre accademie letterarie e grandi capolavori come il tempio di Meenakshi. Dopo il saccheggio, nel 1310, di Malik Kapur, generale dell’ islamico Alauddin Khilji, governatore di Delhi, Madurai divenne, nel 1323, provincia dell’impero di Delhi sotto i musulmani turchi Tughlaks.

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Nel 1364, entrò a far parte del grande impero Vijayanagar che ne affidò la gestione a governatori, i Nayaks. Dal 1565, dopo la morte dell’ultimo imperatore, i Nayaks controllarono indipendenti i loro territori. E’ loro il disegno urbanistico, a forma di loto, di Madurai, che si sviluppa intorno al Meenakshi Sundareswarar Amman Temple. Fu proprio il governatore Thirumalai (1623-1659) che contribuì alla creazione di magnifici monumenti che oggi vediamo a Madurai tra cui il Raja Gopuram, la torre all’entrata del Amman Meenakshi Temple. Nel XVIII secolo Madurai cadde sotto la compagnia inglese delle Indie orientali e divenne libera quando gli inglesi lasciarono l’India nel 1987. L’Atene d’Oriente, giusto appellativo di Madurai, incanta ancora per il complesso del Meenakshi Sundareswarar Amman Temple, esso stesso una città che oggi si estende per ben 65000 mq., visitato da 15.000 persone al giorno.

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Dentro mura alte 6 metri, il complesso di Meenakshi, disposto sui quattro punti cardinali, è un insieme di molteplici templi e gopura, magnifiche torri, alcune alte fino a 46 metri, 33.000 statue, dipinti, colonne scolpite; masse di persone vi girano attorno in senso orario per richiamare la sacralità del tempio.

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Così Menaski lancia il suo fervore religioso, tra riti, bagni sacri, puja (preghiere), mantra (canti), brahmini (sacerdoti), sadu (asceti), processoni e matrimoni.

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Ogni giorno, alle ore 21.00, nel tempio di Meenakshi, il tempio madre, le effigi della dea e del suo consorte, sono portate nella “camera da letto” dove avviene l’ultimo rituale della giornata, la lalipuja, il canto delle litanie da parte dei sacerdoti.

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Poi Madurai, finalmente, si riposa.

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Vi presento Passoinindia Tours. Per chi ama viaggiare.

A Passoinindia siamo anche viaggiatori e ben sappiamo quanto sia importante la scelta del tour operator a cui affidarsi. Per viaggi in India, Bhutan, Nepal, Sri Lanka, Tibet, Isole Andamane e Maldive ce n’è uno in particolare, di cui conosciamo affidabilità, professionalità e convenienza. E’ Passoinindia Tours, tour operator parlante italiano con sede a Nuova Delhi, che ci è particolarmente gradito perché ideato, tempo fa, da amici e collaboratori di questo blog.

Vale la pena visitare il suo sito www.passoinindia.com per trovare idee di viaggio per tutte le esigenze, accurate descrizioni degli itinerari e splendide immagini. Se volete quindi un’esperienza indimenticabile che vi resti nel cuore affidatevi a loro e preparate valigia o zaino in spalla che sia… sarà comunque la scoperta di nuove prospettive… proprio ciò che ci si aspetta da un Viaggio.

Visitalo, ci piacerebbe un’opinione e se ti piace, consiglialo anche ai tuoi amici…

Il sito http://www.passoinindia.com è visibile anche su mobile.

In copertina, la pagina di apertura del sito.

Sotto, la pagina di un itinerario.

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Il valore di un sorriso (P. Faber)

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Il valore di un sorriso (P. Faber)
Donare un sorriso
Rende felice il cuore.
Arricchisce chi lo riceve
Senza impoverire chi lo dona.
Non dura che un istante,
Ma il suo ricordo rimane a lungo.
Nessuno è così ricco
Da poterne fare a meno
Né così povero da non poterlo donare.
Il sorriso crea gioia in famiglia,
Da sostegno nel lavoro
Ed segno tangibile di amicizia.
Un sorriso dona sollievo a chi è stanco,
Rinnova il coraggio nelle prove,
E nella tristezza è medicina.
E poi se incontri chi non te lo offre,
Sii generoso e porgigli il tuo:
Nessuno ha tanto bisogno di un sorriso
Come colui che non sa darlo.

I gioielli della sposa. Il nath.

Le donne (e le spose) indiane vogliono essere belle secondo la tradizione. Il naso è la caratteristica più importante di un volto e da esso dipende la sua fisionomia. Un bel naso ispira bellezza e, se questo è impreziosito da un anello, affascina chiunque lo guardi. Questo piccolo ornamento ha conquistato il cuore di poeti e pittori che hanno raffigurato donne indiane e dee ornate con decorazioni al naso. Gli anelli nasali o nath (nel sud si chiamano mukhuttis) sono molto comuni in India ma, in realtà, sono nati in Medio Oriente. E’ quasi certo che siano stati i Moghul a portare in India l’usanza di questa decorazione femminile. Tra i resti storici dell’antica architettura della civiltà indiana non vi sarebbero infatti raffigurazioni femminili con questo anello e neppure l’antica letteratura indiana ne farebbe menzione. Non vi sarebbe neppure prova di esso nelle sculture delle civiltà della valle dell’Indo o nelle sculture e pitture murali nei templi di Ajanta, Ellora, Badami, Bhuvaneshwar, Gaya, Mathura, Udaygiri eccetera. Nessuna prova del nath ci sarebbe nei reperti archeologici, ad esempio le monete, degli scavi di Harappa e di Mohenjadaro e in quelli dei regni dinastici Kushan e Gupta. Non vi sarebbe alcuna menzione di ornamenti al naso nella letteratura vedica o in altri testi sacri. Neppure nel Sangam, l’antica letteratura tamil, o nella letteratura sanscrita. Neppure è menzionato nella letteratura Amarkosh, l’antica lessicografia, cioè un dizionario di sanscrito scritto dall’ antico studioso indiano Amarasimha. Va detto tuttavia che secondo alcuni studiosi il Nath avrebbe uno stretto legame con la religione induista tanto che in alcune figure di dee, come ad esempio la dea della ricchezza Mahalakshmi, vi è rappresentazione dell’anello al naso.

Non vi è menzione del nath nel Natyashastra di Bharata, un antico trattato sulle arti, tra cui anche quella di abbellirsi, che elenca diversi ornamenti, scritto tra il 200 a.C. e il 200 d.C. ed attribuito a Bharata, considerato il padre dell’arte teatrale indiana. Il nath si trova invece tra le figure femminili del tempio di Khajurao o del tempio di Konarak. Solo dal 15°-16° secolo questo ornamento ha cominciato ad apparire nei quadri Rajput. Tuttavia, secondo la maggioranza degli esperti nel campo della gioielleria storica, le donne musulmane indossavano il nath e gli anelli al naso fecero la loro comparsa quando i Mughals governarono l’India. L’ anello al naso proveniva da culture islamiche ed è stato oggetto di scambio culturale tra gli indiani e gli arabi. Nei tempi antichi il nath era obbligatorio per ogni sposa musulmana. Così, gli ornamenti al naso hanno cominciato ad attrarre le donne indiane e dal 17 ° secolo hanno guadagnato popolarità in tutta l’India.

Al giorno d’oggi il nath è associato alla religione induista. Il piercing delle orecchie e del naso è un sacramento prescritto dal sanskaara (il dettame del buon comportamento indu) per tutti gli induisti. Per le femmine è prescritto non appena arriva la pubertà, o prima del matrimonio, come anche riportato nelle Scritture indù quale ad esempio il Sushruta-Samhita, un antico testo di medicina in sanscrito del 6° secolo a.C. E’ ormai usuale che l’anello al naso venga indossato durante la cerimonia del matrimonio quando la coppia gira sette volte intorno al fuoco sacro, secondo la cerimonia indu della Saath Pheras, per chiedere alla Dea Parvati lunga vita, prosperità e buona salute per il marito. Si ritiene che solo il marito possa offrire in dono a una donna il gioiello ornamentale del naso. In alcune regioni è usanza che sia lo zio materno della sposa a fargliene dono. In alcuni stati la dimensione del nath misura il potere finanziario del suocero della sposa. Il nath è quindi l’ornamento principale delle donne sposate. La notte delle nozze lo sposo lo rimuove per dimostrare la fine della verginità della sua sposa. Talvolta esso non viene rimosso e rimane un simbolo delle donne sposate come il Sindoor e il Mangal-Sutra ed è una parte essenziale del Shodash-Shringar, che descrive i sedici abbellimenti di una sposa. Se l’ornamento al naso cade o viene perso è considerato un cattivo presagio. In passato, si diceva che una ragazza non sposata o una vedova non potesse indossare il nath. Ma, al giorno d’oggi, in qualsiasi funzione culturale, matrimonio o festa religiosa, le donne di tutte le età lo indossano, per cultura, religione, glamour, moda. Ce ne sono di varie fatture secondo le diverse culture. Per finire, la antica medicina dell’agopuntura sostiene che il piercing naso porta benefici e, secondo quella ayurveda, le donne che hanno il loro naso bucato sulla narice sinistra abbiano meno dolore mestruale e più facilità nel parto. Quel che è certo è che sono davvero bellissimi!

Testo PASSOININDIA con l’ausilio di http://zora-nathcultureofindia.blogspot.it/

foto fonte: http://blog.gehnaindia.com/tag/nath/

Ti è piaciuto l’articolo? Leggi anche  I GIOIELLI DELLA SPOSA. BICHUA E CHOODA.

https://passoinindia.wordpress.com/2015/06/11/i-gioielli-della-sposa-bichua-e-chooda/

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Le Chitrakoot Falls, India.

Le chiamano “le piccole cascate del Naigara” indiane e sono le cascate più grandi dell’India. Le Chitrakoot Falls si formano nel punto in cui il fiume Indravati, lungo 390 Km., che nasce in Orissa, fa un balzo di 30 metri prima di entrare in Andra Pradesh. Siamo nello stato indiano del Chhattisgarh a 50 km da Jagdalpur. La forma a ferro di cavallo dello scenario naturale in cui le cascate si ebiscono copre una larghezza di 300 metri (un terzo di quella del Niagara) e la roccia scavata dall’acqua in caduta libera è sovrastata dai frequenti arcobaleni regalati dall’incontro delle gocce di acqua con la luce solare. Poichè siamo in India non manca un piccolo tempio dedicato al Shiva e grotte naturali battezzate grotte Parvati, dal nome della sua eterna consorte. La zona in cui si esibiscono queste spettacolari cascate, ricca di foreste, è il Parco Nazionale della Valle di Kanger; il loro flusso è ovviamente maggiore ma più sorprendente nel periodo da luglio ad ottobre, quando il fiume è abbondante di acqua anche se più fangoso a causa dell’erosione della terra rossa. Da novembre a febbraio la cascata è ridotta ma l’acqua è più limpida.

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Nella stagione secca è possibile farsi traghettare da qualche barcaiolo fin sotto le cascate mentre i pescatori svolgono la loro attività e i pellegrini indu fanno abluzioni nella parte più riparata a valle delle cascate. Per chi non vuole perdersi un fantastico tramonto può disporre persino di un hotel con vista. Nei dintorni non è raro vedere la popolazione tribale che vende artigianato. Questo video, in inglese, vi porta proprio laggiù. Buon week end a tutti.

testo by PASSOININDIA

foto by Wikipedia e Wikimapia

 

Rivoluzione per la libertà. Bhagat Singh.

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Bhagat Singh (1907-1931) era un giovane sikh, nato in Punjab, ancora oggi ammirato dai giovani indiani come simbolo della lotta per l’indipendenza indiana. Contemporaneo di Gandhi, fu considerato un terrorista dagli invasori britannici. Studioso delle rivoluzioni europee e delle idee marxiste e leniniste, credeva che il solo modo per cacciare gli inglesi dal suo Paese fosse, contrariamente alle idee gandhiane della non violenza (Satyagraha) e non cooperazione con gli inglesi, la mobilitazione di massa per la lotta armata. I suoi ideali socialisti lo facevano aspirare ad un’India repubblicana libera e ricostruita che ponesse il potere nelle mani dei lavoratori. Queste idee patriottiche e rivoluzionarie gli furono trasmesse da genitori attivisti della lotta per la libertà (quando egli nasceva, il padre e due zii uscivano dal carcere) e fortificate, quand’egli aveva soli dodici anni, dalla strage che avvenne ad Amritsar al Jalianwala Bagh del 1919, dove migliaia di persone riunite in un incontro pubblico furono uccise dagli inglesi. La legge marziale inglese proibiva infatti le riunioni di cinque o più persone in città. Il massacro fu brutale e infido perché il Jalianwalla Bagh era un parco circondato da mura con una sola stretta apertura per l’accesso e l’uscita -vedi in questo blog https://passoinindia.wordpress.com/?s=vaisakhi

La frequentazione giovanile del National College di Lahore, fondato da Lala Lajpat Rai (un membro del Congresso del Punjabi), istituito come alternativa alle istituzioni gestite dal governo, dove si studiavano, tra gli altri, oltre Marx, anche Mazzini e Garibaldi, lo avvicinò agli inteventisti dell’epoca. Fuggì da un matrimonio combinato, ritenendo che la sua vita dovesse essere volta alla realizzaione del sogno di indipendenza ed incontrò il rivoluzionario Ganesh Shankar Vidyarthi da cui apprese principi di rivolta che diffuse in Punjab. A Lahore nel 1926 costituì la ‘Naujavan Bharat Sabha’ (l’ Organizzazione giovanile nazionalista indiana). Partecipando ad una riunione di rivoluzionari a Delhi entrò in contatto con Chandrasekhar Azad, considerato il suo mentore, aderendo all’ ‘Hindustan Socialist Republic Association‘. Venne costantemente sorvegliato dagli inglesi che lo arrestarono nel 1927 con l’accusa di essere responsabile di un attentato a Lahore e che lo rilasciarono su cauzione. Scrisse articoli, in lingua urdu e punjabi (ma conosceva anche il sanscrito e l’inglese) su giornali ed opuscoli di propaganda.

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Quando, nel 1928, il governo inglese costituì la Commissione Simon con la funzione di riferire sulla situazione indiana, e neppure un indiano venne chiamato a farne parte, scoppiarono proteste in tutto il paese. Quando la Commissione arrivò a Lahore il 30 ottobre 1928, Lala Lajpat Rai organizzò una marcia silenziosa in segno di protesta ma il sovrintendente di polizia, James A. Scott, ordinò di caricare i manifestanti e Raj venne ferito e morì di un infarto causato probabilmente dai disordini. Tempo dopo, Bhagat Singh, con l’intento di vendicarsi, sparò contro un tal Saunders, un assistente di polizia, scambiandolo per Scott. Nel 1929, Bhagat compì lo stesso gesto dell’ anarchico francese, Auguste Vaillant che, a Parigi, aveva bombardato la Camera dei Deputati. Con la bomba. che fece esplodere l’8 aprile 1929 all’interno della Assemblea legislativa centrale, Bhagat intendeva farsi arrestare per propagandare la sua causa davanti ad un tribunale e perciò, dopo l’esplosione che procurò solo feriti perché le bombe vennero lanciate lontano dalle persone, lui e il suo amico Batukeshwar Dutt rimasero gridando “Viva la rivoluzione” in mezzo ad una pioggia di volantini. Questo costò loro la prigione governativa e pesanti parole di critica da parte di Gandhi. Anche in prigione Bhagat difese i diritti dei carcerati con uno sciopero della fame durato 65 giorni, reclamando uguali diritti tra prigionieri indiani e prigionieri europei. Quando Bhagat Singh fu criticato per il suo ateismo egli rispose: “Io sono un uomo realista. Voglio vincere questa tendenza in me con l’aiuto della ragione. (…) Io vi dico che il governo britannico non è lì perché piace a Dio, ma per la ragione che ci manca la volontà e il coraggio di opporsi.(…) L’uomo deve essere realistico, gettare la sua fede da parte e affrontare tutti gli avversari con coraggio e valore.(…)Perché Dio non uccide i signori della guerra? Perché non infonde sentimenti umanistici nelle menti dei britannici in modo che possano volontariamente lasciare l’India? Perché egli non riempie i cuori di tutte le classi capitaliste con l’umanesimo altruista? (…)” (da “Perchè sono ateo” -1930). Bhagat non capiva perché induisti e musulmani, storicamente in conflitto, inizialmente uniti nella lotta contro gli inglesi, potessero poi scannarsi a causa delle loro differenze religiose.

bhagat images l’impiccagione sulla stampa

death bhagat il certificato della morte

Bhagat Singh è ammirato ancora oggi nonostante il suo ateismo perché, pur di estrazione borghese, difese i diritti degli oppressi e configurò il progetto di un’India nuova e indipendente basata su precetti specifici, non anarchica, ma realizzata all’interno di uno Stato di tipo marxista ispiratogli dalle letture di autori (atei) come Marx, Lenin, Trotsky, Bakunin. Il diario di Bhagat Singh, trovato in carcere dopo la sua morte, conteneva estratti dei classici di Engels. Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh fu impiccato con i due suoi compagni Rajguru e Sukhdev. Fu la prima volta che un’esecuzione ebbe luogo di sera e fu fatta 11 ore prima dell’ora stabilita, all’insaputa di tutti, per evitare disordini. Bhagat fu così consegnato per sempre alla storia e la sua popolarità crebbe e fu di esempio per le generazioni a venire. Ufficialmente è ricordato da una statua nel Parlamento indiano e da musei che ne testimoniano le gesta. Persino un francobollo lo ha commemorato nel 1968 e nel 2008 è stato votato come “greatest indian” in un sondaggio della rivista India Today. Popolarmente vive ancora nel cuore dei ragazzi, sulle loro magliette stampate col suo volto. Probabilmente il primo rivoluzionario indiano di stampo comunista. Chissà cosa avrebbe pensato della Partizione del 1947….

Shaheed-Bhagat-Singh-50 molti lo vorrebbero sulle banconote

Per rivoluzione intendiamo che l’attuale ordine di cose, che si basa su una palese ingiustizia, deve cambiare. I lavoratori, pur essendo l’elemento più necessario alla società, vengono derubati dagli sfruttatori del loro lavoro e privati dei loro diritti elementari. Il contadino, che coltiva mais per tutti, muore di fame con la sua famiglia; il tessitore che fornisce il mercato mondiale di tessuti, non ha abbastanza per coprire i corpi della sua famiglia; i muratori, fabbri e falegnami che erigono magnifici palazzi, vivono come paria nei bassifondi. I capitalisti e gli sfruttatori, i parassiti della società, sperperano milioni per i loro capricci ‘. Bhagat Singh.

Testo by PASSOININDIA

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Lo yatra alla grotta di Amarnath.

I pellegrini percorrono strade impervie per arrivare a questo luogo, tra i più sacri dell’induismo, salendo fino a poco meno di 4000 metri tra le montagne innevate del Kashmir indiano. Arrivano su su fino alla grotta di Amarnath per omaggiare una stalagmite di ghiaccio formatasi nel tempo dal gocciolare dell’acqua che scende all’interno della caverna alta ben 40 metri. Questa formazione, venerata come lingam di Shiva, è il simbolo fallico devozionale di questa divinità conosciuta come una delle forme primarie di Dio; nella religione indu il lingam rappresenta sia la forza maschile (la Conoscenza), sia quella femminile (la Saggezza).

Shiva è il distruttore del male, il purificatore e il trasformatore e fa parte della santa trimurti insieme a Brahma, il creatore e Vishnu, il continuatore della vita; Shiva è anche visto in aspetti benevoli, quando è asceta sul monte Kailash in Tibet dove vive con la moglie Parvati e i suoi figli Ganesha e Kartikeya o in aspetti feroci quando uccide i demoni. Le caratteristiche principali nell’iconografia di Shiva (ovvero come lo si vede rappresentato) sono il toro Nandi, che è la sua cavalcatura, il serpente al collo, il terzo occhio, la falce di luna, il fiume sacro Gange che scende dai suoi capelli, il tridente e un piccolo tamburo a doppia faccia.


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(lord Shiva con Parvati e i loro figli)

Non è infrequente in India, anzi, vedere Shiva venerato attraverso la rappresentazione del lingam.

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(venerazione di un lingam di Shiva)

Oggi vi racconto la storia del lingam della grotta di Amarnath. Sul monte Kailash il saggio Narada convinse Parvati a farsi raccontare da Shiva il mantra per diventare immortale. Parvati si reco’ così da Shiva che indossava una collana di teschi ognuno dei quali simboleggiava le varie vite di Parvati. Dopo aver esitato, Shiva acconsentì alla richiesta di Parvati decidendo tuttavia di fare la segreta rivelazione in un luogo discreto, lontano da orecchie mortali. Andarono quindi in Kashmir, a Pahalgam dove egli lascio’ Nandi, il suo toro. Proseguendo per Chandanwadi, Shiva lascio’ il suo sandalo e la luna. Raggiunse poi Pisu Top dove Parvati si perse in una fitta foresta. Così Shiva aprì il suo terzo occhio e bruciò la giungla che, come lui gli aveva comandato, non era riuscita a trovare Parvati. Ecco perché Pisu Top è oggi un deserto. Poi Shiva lascio’ il suo serpente e, a Panchtarni, lasciò il Ganga. Così tutto cio’ che era vivente non sarebbe stato con loro durante quella rivelazione. Ordinò che fosse realizzato un luogo nascosto per lui e sua moglie. Così la montagna venne spaccata e fu creata la grotta di Amarnath. Un saggio di nome Vasudev aveva sentito dire che Shiva avrebbe illustrato a Parvati il mantra dell’ immortalità e quindi mise nella grotta delle uova di piccione. Pur avendo Shiva bruciato tutto ciò che era vivo intorno alla grotta, risparmiò le uova perché ancora non erano vita. Poi Shiva cominciò a recitare il mantra. Ma Parvati si addormentò. In quel momento, dalle uova nacquero i piccoli, una nuova vita, ma Shiva, non accortosi delle nascite, continuò a raccontare il mantra. Solo allora egli si rese conto che sua moglie stava dormendo e vide Vasudev scappare. Gli scagliò allora contro una freccia che lo colpì e lo uccise. Ancora oggi la gente del posto dice che i due piccioni, ormai immortali, visitano la grotta a mezzanotte di ogni luna piena.

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Quando ha luogo il pellegrinaggio (Yatra), che quest’anno si svolge nell’arco di 59 giorni dal 2 luglio fino al 29 agosto, centinaia di migliaia di persone (più di 600.000 nel 2011 e 2012!), non senza vittime durante la salita, percorrono in fila indiana sentieri sconnessi e non facili.

Amarnath  Cave Yatra                             camp

Per arrivare alla grotta di Amarnath i devoti devono raggiungere via strada carrabile Pahalgam (a 315 Km. da Jammu e 96 km. da Srinagar) e poi Chandanwari (16 km.) dove vengono allestiti campi tendati (pandals) e forniti approvvigionamenti alimentari. Poi iniziano la salita per arrivare al Pissu Top che si crede di essere formato dai cadaveri dei Rakshas, malvagi e cannibali umanoidi mitologici, che sono stati uccisi da Shiva. Da Sheshnag, la salita si fa ancora più ripida, ben 4,6 Km. per arrivare a Panchtarni, l’ultimo campo, tra cascate che scendono tra monti innevati e picchi dalla forma di testa del mitico serpente, quando ormai comincia a mancare l’ossigeno. Sono sufficienti altri 6 Km. per arrivare alla grotta tra un paesaggio maestoso. La recente alternativa è partire da Baltal (400 Km. da Jammu) che dista solo 14 km dalle grotte di Amarnath da percorrere a piedi. Il percorso è più breve ma più ripido che da Pahalgam e può essere completato in un giorno facendo campo a Baltal.

amarnath yatra

Amarnath_Yatra_Route

Secondo il credo Hindu, la dimensione del lingam aumenta e diminuisce con le diverse fasi della luna. In alcune stagioni il lingam si è sciolto per l’effetto dell’innalzamento delle temperature e certamente anche per cause antropogeniche cioè a causa dell’afflusso dei pellegrini (a volte 25.000 al giorno); gli induisti tuttavia non cadono in sconforto credendo che ciò succeda quando Shiva torna in anticipo a meditare in Kailash.

La gente del luogo racconta che la grotta è stata scoperta da un pastore. Certo è che se ne parla negli antichi testi sacri dell’induismo.

(Testo by PASSOININDIA con l’ausilio del web).

immagini da:

http://hinduexistence.org/tag/975000-pilgrims-perform-darshan-at-amarnath-cave/

http://festival247.blogspot.it/2011/07/amarnath-yatra-amarnath-yatra-routes.html

https://immanentterrain.wordpress.com/2011/05/17/the-tantric-egg-a-bwo/

http://www.gujaratsamachar.com/