Riflessioni.

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È ugualmente uno stolto nel campo pratico chi crede che le determinazioni essenziali della sua vita, la sua felicità o infelicità debbano venire dall’esterno, dall’oggetto.

Solo dall’interno possono venire.

L’essenziale non è quali oggetti gli si presentano, ma come egli li considera e come si determina in base a essi.

da “Il mio oriente” di Arthur Schopenhauer, filosofo (1788-1860). Egli trasse dagli insegnamenti orientali la base della sua filosofia.

 


immagine da:http://www.newskarnataka.com/gallery/Optical-illusioncourtesyTravel-India/

Gli illuminati del giainismo.

Secondo le tradizioni Jaina, i ventiquattro Tirthankaras, noti anche come Arihants o Jina, furono i propulsori della religione e della filosofia Jaina e raggiunsero l’illuminazione attraverso la meditazione e la realizzazione di sé. Di questi,i primi ventidue sono di dubbia storicità mente degli ultimi due, Parsvanatha, il 23° e Mahavira, il 24°, anche testimonianze buddiste confermano la storicità. Parsvanatha era il figlio del re Ashvasena di Varanasi e della sua regina Vaina. All’età di 30 anni abbandonò il trono scegliendo una vita da asceta e ricevendo, dopo 84 giorni di penitenza, l’lluminazione. Morì all’età di 100 anni, quasi 250 anni prima di Mahavira. Parsvanatha credeva nell’eternità della materia e lasciò dietro di sé un buon numero di seguaci che usavano indossare una veste tutta bianca.
Il ventiquattresimo ed ultimo Tirthankara fu Vardhamana Mahavira. Nato a Kundagrama, nello Stato del Bihar, fu un contemporaneo del Buddha. Suo padre, Siddhartha era il capo dei Jnatrikas, un clan Kshatriya. Sua madre era Trishala, una principessa Lichchhavi. Vardharnana ricevette una buona educazione e si sposò con Yashoda dalla quale abbe una figlia. All’età di trent’anni, Vardhamana lasciò la sua casa e divenne un asceta. Dopo 13 mesi abbandonò il solo capo che indossava e cominciò a vagare come un ‘monaco nudo’ in una completa austerita per dodici anni e. nel 13° anno della sua ascesi, all’età di 42 anni, raggiunse la ‘conoscenza suprema’. Più tardi fu conosciuto come ‘Mahavira’ (l’eroe supremo), o Jina ‘(il conquistatore). E ‘stato anche salutato come ‘Nirgrantha’ (libero da vincoli). Per i successivi 30 anni si trasferì da un posto all’altro finché morì a Pava (ora Pavapuri) all’età di 72 anni. La notte della sua salvezza, la gente celebrò la Festa delle Luci (Dipavali, che si celebra ancora oggi) in suo onore. Mahavira accolse la maggior parte delle dottrine religiose stabilite da Parsvanatha, operando tuttavia alcune modifiche. Parsvanatha, il predecessore di Mahavira, sosteneva quattro principi:

la verità, cioè non dire bugie (Satya)

la non-violenza e il vegetarianismo, vale a dire, che non operare qualsiasi forma di omicidio

il non possesso, vale a dire, la povertà volontaria

il non rubare, cioè non ricevere nulla che non sia stato dato volontariamente (Asteya)

Mahavira vi aggiunse il celibato (Brahmacharya).


Mahavira credeva che l’anima (jiva) e la materia (ajiva) fossero i due elementi di base esistenti. Secondo lui, l’anima è in uno stato di schiavitù creato dal desiderio accumulato attraverso le nascite precedenti. Mediante continui sforzi l’anima può essere sollevata da questa schiavitù ottendendo la sua liberazione finale (moksha). L’anima liberata diventa allora l”anima pura’ e brilla con la sua originalità. Secondo il Jainismo, un uomo è il creatore del proprio destino e si può raggiungere la ‘moksha’ perseguendo una vita di purezza, virtù e rinuncia. La Moksha può essere raggiunta osservando i tre principi cioè la giusta fede, la giusta conoscenza e la giusta azione.

Mahavira fu a favore di una vita di ascesi di severa ed estrema penitenza per il raggiungimento del più alto stato spirituale. Credeva anche che il mondo non è stato creato da un creatore supremo e che il mondo sia governato da una legge eterna di degrado e di sviluppo. Pensava che tutti gli oggetti, animati e inanimati avessero un’anima e che per questo potessero sentire dolore. Per questo ancora oggi si vedono jainisti con una mascherina sulla bocca per non inghiottire inavvertitamente insetti; inoltre la cucina dei gianisti esclude tuberi e vegetali che, essendo radici, non possono essere estirpati senza uccidere la pianta. Mahavira rifiutò l’autorità dei Veda e contestò i rituali vedici e la supremazia della classe sacerdotale indù. Prescrisse un codice di condotta per capifamiglia e monaci. Attirò persone di tutti i ceti sociali, ricchi e poveri, re e popolani, uomini e donne, principi e sacerdoti, e persino gli intoccabili. Al fine di evitare karma malvagi, un capofamiglia doveva rispettare i cinque voti.

Fu un principio cardine anche la carità di offrire i cibi ai bisognosi. Mahavira predicava anche che i fedeli laici non dovessero dedicarsi all’agricoltura, dal momento che questo comportava la distruzione di piante e insetti. Il Jainisimo crede che la vita monastica è essenziale per raggiungere la salvezza. 

Organizzò i suoi seguaci, in quattro ordini:

  • monaco (Sadhu)

  • monache (Sadhvi)

  • laico (Shravak)

  • laica (Shravika)

In seguito essi divennero noti come Jains.

Secondo la tradizione le dottrine originali insegnate da Mahavira erano contenuti in 14 testi antichi conosciuti come ‘Purva’.

india 171  foto by Passoinindia in Ranakpur Temple

Gli insegnamenti di Mahavira diventarono molto popolari tra le masse. I seguaci di Mahavira li diffusero lentamente in tutto il paese. Monaci Jain sono stati visti sulle rive del fiume Indo, quando Alessandro invase l’India nel 326 aC. Anche Chandragupta Maurya (nonno del famoso re buddista Ashoka) fu seguace del Jainismo e migrò verso sud per svilupparvi il gianismo. Durante i primi secoli dell’era cristiana, Mathura e Ujjain divennero grandi centri del Jainismo. Il Giainismo non si è diffuso velocemente come il Buddismo, pur evolvendosi come questo, e tuttavia, dai primi secoli dell’era cristiana, il giainismo aveva consolidato la sua posizione in India. Ma il Jainismo, a differenza del Buddhismo, non ha tentato di diffondere le sue dottrine di fuori dell’India. Anche se i seguaci di questa religione erano meno dei Buddisti, sono riusciti a sopravvivere durante i più di mille anni di assalto musulmano. Anche dei re patrocinarono e praticarono il Jainismo tra cui il sovrano di Kalinga (il moderno stato di Orissa) che dedicò alcune grotte all’uso dei monaci Jaina nelle colline Udayagiri. Quasi tutti i seguaci del Jainismo sono ricche comunità imprenditoriali. La Scuola di Arte Mathura ha prodotto molte immagini del Tirthankaras e altri oggetti di culto per i giainisti.

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Le verdi valli del Parco Nazionale di Eravikulam.

Se fate un viaggio in Kerala, non perdetevi il bellissimo Parco Nazionale di Eravikulam, nei Ghats occidentali, che si sviluppa per ben 97 Kmq. e che ospita la più grande popolazione (circa 800 capi) di Nilgiri Tahr al mondo, un capride in via di estinzione.

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Questo Parco è l’attrazione principale della ridente e frequentata cittadina di Munnar,1600 m.s.l.m., insieme con Rajamala, a 15 Km., e le cascate di Lakkom. Circa il 60% della superficie di Eravikulam è coperta da praterie, circa il 25% da foreste Shola (termine in lingua tamil), circa l’8,45% da foreste subtropicali e il 7,5% da arbusti e scogliere rocciose.

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Nel Parco, dove tra l’altro si erge altissima la vetta di Anamudi (mt. 2695 mt.), un’area di 200 ettari è persino classificata come zona di piante medicinali. Le scarpate taglienti e le scogliere su tutti i lati del parco fanno di questa zona una terra dal microclima unico. Il Parco costituisce il bacino di tre fiumi importanti, il Periyar, il Chalakudy e il Pambar e rappresenta una importante fonte di acqua per la popolazione indigena come i Muthuvans, e per le circostanti piantagioni di té (la prima pianta di té fu messa a dimora nel 1890).

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Tutta la zona, inoltre, rappresenta una grande opportunità per la ricerca proprio grazie alla ricchezza del suo ecosistema ed un grande valore in tema di eco turismo. Una grande varietà di mammiferi, uccelli, farfalle, anfibi e rettili abitano il Parco. Leopardi, tigri, pantere, elefanti ed orsi continuano ad essere i più ambiti da ammirare. Ex riserva di caccia e, nel 1975, dichiarato Wildlife Sanctuary dal governo del Kerala per la protezione del Nilgiri Tahr e il suo habitat, Eravikulam viene elevato al rango di Parco Nazionale nel 1978. La sua unicità rende questa Terra oggetto di attenzione di molti cacciatori, naturalisti e scienziati. Il Parco di Eravikulam è accessibile dagli aeroporti di Kochi (Kerala) e Coimbatore (Tamil Nadu), situati a circa 148 e 175 km. Munnar, è la cittadina più vicina che dista 13 Km. Il Parco di Eravikulam è chiuso a febbraio e marzo mentre sono sempre aperti i vicini Shola National Parks e Chinnar Wildlife Sanctuary. Buon viaggio.

(testo PASSOININDIA) (immagine di copertina da Wikipedia)

Fu re d’Egitto ma non dell’India (Alessandro Magno).

Lui era il Grande Alessando, detto Magno. Dopo numerose battaglie che ne decretarono l’appellativo e dopo essersi fatto re d’Egitto ed aver conquistato la Persia, questo guerriero macedone, nel 326 a.C., si spinse sino in India con il suo potente esercito. Vi entrò attraverso l’unica via all’epoca possibile, il Khyber Pass, che collegava, oggi come allora, il Pakistan con l’Afghanistan. Altri famosi condottieri come Dario, Gengis Khan, arabi e i turchi percorsero questo valico. Così arrivò in Punjab, attraversando il fiume Jhelum, all’epoca chiamato Idaspe. Laggiù, c’era il regno del grande Poro che dominava un territorio oggi pakistano.

Si sa, l’astuzia è la prima forza in battaglia e, mentre le sue truppe erano ancora ben visibili al di là della sponda del fiume sotto gli occhi del re Poro, Alessandro, inaspettatamente, attraversò, con parte dei suoi uomini, a 27 km. a monte del suo campo, quel fiume profondo ed irruento.

Poro, che aveva sottovalutato il grande guerriero, mandò suo figlio a contrastare, con una piccola guarnigione, l’avanzata di Alessandro che, ancora una volta, pur avendo perso in battaglia il suo cavallo, riuscì ad avere la meglio e ad uccidere il figlio del re. Poi, i due grandi eserciti si fronteggiarono. Secondo un disegno vincente più volte adottato da Alessandro, una parte delle sue milizie attaccò da dietro le forze di Poro. Ma eravamo in India e Poro, pronto con la cavalleria sui fianchi e la fanteria dietro, schierava, oltre ad uomini, anche enormi elefanti, così grandi che i cavalli di Alessandro si spaventarono e la sua cavalleria non potè creare alcuna breccia per raggiungere i combattenti di Poro. Alessandrò attaccò quindi sulla sinistra delle forze del re, il che costrinse quest’ultimo a chiamare la cavalleria stanziata sul lato destro. Così, gli uomini di Alessandro poterono avanzare e fronteggiare il nemico. Immaginate la battaglia, guerrieri, arcieri, giavellotti, catapulte, carri da guerra, cavalli, elefanti, polvere, sangue. Non si moriva solo di ferite di lancia ma anche sotto il calpestio dei pachidermi e sotto i loro pesanti resti mortali. I cavalli, terrorizzati dagli elefanti e dal suono dei tamburi indiani, scaraventavano a terra i loro cavalieri. Ma, onorando la sua leggenda, il Grande Alessandro ebbe la meglio ed inseguì personalmente il re Poro ormai ferito sul suo elefante. Ma l’animale, anch’esso morente, scivolò verso terra, inginocchiandosi, consentendo al re di scendere. Insieme a lui anche gli altri pachidermi si inginocchiarono, essendo così addestrati, e la battaglia terminò. Poro, creduto morto, fu spogliato della sua corazza e il grande animale cercò invano di proteggere il suo re ormai preda dell’assalto del nemico. Quando Alessandro, colpito dalla strenua resistenza di Poro gli chiese come voleva essere trattato, il re rispose “Trattami, Alessandro, nel modo in cui un re tratta un altro Re”. E così, Alessandro il Grande, sempre spietato verso i suoi oppositori, dal temperamento incontrollabile ed ambizioso, convinto di avere una natura divina, risparmiò la vita al suo avversario e ai suoi 200 elefanti. Poro continuò quindi a governare il suo regno anche dopo la battaglia di Hydaspes che fu l’ultima grande battaglia combattuta da Alessandro.

Alessandro, utilizzando le mappe non corrette dei Greci, credeva che il mondo finisse a solo 1000 km di distanza da quel punto, ai margini dell’India. La sua intenzione era quella di proseguire la marcia e le sue conquiste. Ma il suo esercito questa volta si rifiutò di avanzare verso est. Tornarono quindi verso Babilonia. Alessandro, per punire i suoi uomini, decise di attraversare le avversità del deserto di Makran dove sete e fame li decimarono. Il fiume Hydaspes segna quindi l’estensione più orientale delle conquiste di Alessandro.

In India Alessandro Magno è conosciuto anche come “Sikandar”.

L’arrivo in India di Alessandro Magno ha promosso una penetrazione della cultura ellenica in Asia occidentale ed è questa la più grande e vera conquista, anche se involontaria, di Sikandar.

Le prime rappresentazioni “umane” del Buddha, proprie di quel periodo, hanno preso a modello le statue greche di Apollo. La commistione tra l’arte greca e quella indiana ha dato infatti origine all’arte del Gandhara dove temi religiosi buddisti sposano rappresentazioni tipiche della cultura e della mitologia ellenica. Alcune pratiche cerimoniali come il bruciare l’incenso, posare fiori e alimenti sugli altari sono simili a quelle praticate dagli antichi Greci. L’astronomia indiana, che sino ad allora credeva che la Terra fosse piatta e circolare è stata influenzata, da quel momento, dal concetto greco di una terra sferica circondata da pianeti.

Alessandro morì a Babilonia il 13 giugno 323 a.C., dopo aver conquistato tutto il conquistabile, almeno sino all’India.

Testo PASSOININDIA (con l’ausilio delle info sul web)

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Cuccette per signora.

Akhila, indiana, ha quarantacinque anni, è nubile e senza figli. Akhila, una vita tranquilla, senza grandi balzi, ha una grande voglia di fare esperienze e così, un giorno, prende con sé i suoi coloratissimi sari e lascia Bangalore per salire su un treno e raggiungere, sola andata, un paese di mare. Nello scompartimento riservato alle signore (fino agli inizi del 1998, infatti, sui treni notturni vi erano scompartimenti di seconda classe a loro riservate), in quel viaggio notturno, si intrecciano i racconti di vita di Akhila e delle sei donne che vi incontra. Così Anita Nair, la scrittrice di CUCCETTE PER SIGNORA, espone, attraverso le esperienze dei suoi personaggi, la condizione femminile nell’India di oggi, i sogni delle donne, le loro aspirazioni troppo spesso limitate dalle strette tradizioni e dagli inflessibili dogmi culturali e religiosi. In quel tratto di strada insieme, ognuna di loro si spoglia del proprio ruolo scelto per lei dalla famiglia e tira fuori se stessa senza correre, finalmente, il rischio di essere per questo emarginata, criticata, additata. E’ un viaggio che porta fino alla consapevolezza di una educazione patriarcale indiscussa che ha unilateralmente deciso le sorti delle donne e che adesso vorrebbe trasformarsi nella capacità di trovare un nuovo ruolo, una collocazione sociale che ne riconosca intelligenza, sensibilità ed istruzione. Il romanzo è stato scritto nel 2001, edito da Neri Pozza. Buona lettura.

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Auroville, città ideale per l’umanità.

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Auroville vuole essere una città universale, dove uomini e donne di tutti i paesi sono in grado di vivere in pace e progressiva armonia sopra ogni credo, politica e nazionalità. Lo scopo di Auroville è quello di realizzare l’unità umana.”Così si presenta Auroville, la “città dell’Aurora” sul suo sito ufficiale nel web. Quando per caso ho visitato questo sito era difficile credere che esistesse un posto così in un mondo contemporaneo di vero orrore. Auroville, nello Stato indiano del Tamil Nadu, vicinissima a Pondicherry, è una borgata ideale nata sulla base di un esperimento di unità umana voluto nel 1968 da Mirra Alfassa, conosciuta anche come “La Madre”, collaboratrice spirituale di Sri Aurobindo (grande filosofo indiano – vedi su questo blog https://passoinindia.wordpress.com/?s=aurobindo), e progettato dall’architetto Roger Anger (nella foto un plastico del progetto). L’idea è stata sostenuta dal governo indiano e dall’UNESCO che vi ha riconosciuto una grande importanza per il futuro dell’umanità. Lo scopo di Auroville è stato ed è infatti quello di realizzare l’unità umana nella diversità. Oggi Auroville è riconosciuto come il primo e unico esperimento al mondo con lo scopo di unire gli uomini e trasformare la coscienze, in un contesto di vita sostenibile diretta al soddisfacimento delle esigenze culturali, ambientali, sociali e spirituali dell’umanità. Così il 28 Febbraio 1968 ben 5.000 persone si riunirono vicino all’albero di banyan al centro della costruenda borgata in una cerimonia di inaugurazione cui parteciparono i rappresentanti di 124 nazioni che portarono con sè un po’ di terra proveniente dalla loro patria, da miscelare e riporre in un’urna bianca a forma di loto, ora situata nel punto focale dell’Anfiteatro. Gli abitanti di Auroville arrivano da circa 45 nazioni, appartengono a varie età, con una media intorno ai 30, da tutte le classi sociali e culture in una bellissima sintesi che rappresenta l’ umanità tutta. La sua popolazione è in costante crescita, e attualmente è di circa 2.160 persone (secondo il progetto potrebbe arrivare a dospitarne 50.000), di cui circa un terzo sono indiani. Al centro della borgata si trova la Zona di pace, che comprende il Matrimandir, una sfera metallica dorata nel centro della città (voluta dalla Madre come “un simbolo della risposta del Divino per l’aspirazione dell’uomo per la perfezione”), dotato di un impianto ad energia solare, con i suoi giardini, l’anfiteatro con l’Urna di cui sopra ho parlato che oggi che contiene il terreno di 121 nazioni e 23 stati indiani, e un lago che contribuisce a creare un clima di calma e serenità, oltre che a servire come area di ricarica delle falde acquifere. Secondo il progetto Auroville sarà divisa in varie zone. La Zona industriale sarà dedicata alle industrie “verdi”, di piccole e medie dimensioni, centri di formazione, arti e mestieri e all’amministrazione della città, per rendere autonoma Auroville. La Zona residenziale, sarà circondata da parchi e servita da cinque strade radiali che dividono la zona in settori di crescente densità. Questa zona, mirata alla commistione tra vita individuale e vita collettiva, è destinata ad essere coperta per più della metà da verde. La Zona Internazionale ospiterà padiglioni nazionali e culturali, raggruppati per continenti, con l’obiettivo di creare una dimostrazione vivente di unità umana nella diversità attraverso l’espressione del genio e il contributo di ogni nazione. La Zona Culturale nascerà per la ricerca applicata in materia di istruzione, educazione ed espressione artistica e sportiva. L’area della città con un raggio di 1,25 km. verrà circondata da una cintura verde ospitante aziende agricole biologiche, caseifici, frutteti, boschi e fauna selvatica, diventando fonte di cibo, legname, medicine ecc. e luogo per la ricreazione. Attualmente una superficie di 405 ettari, la Zona Verde – anche se incompleta – si pone come un esempio di successo nella trasformazione di un terreno incolto in un vivace ecosistema. Il suo ulteriore ampliamento previsto con l’aggiunta di 800 ettari la renderà un sito dimostrativo notevole per la conservazione del suolo e dell’acqua e per il ripristino ambientale. La Fondazione Auroville è un organismo autonomo sotto il Ministero dello Sviluppo delle Risorse Umane attraverso un atto del Parlamento indiano. La Fondazione è composta da tre entità: i residenti di Auroville, il consiglio di amministrazione e il Advisory Council. La Fondazione possiede attualmente circa la metà della superficie totale necessaria per la borgata.I restanti terreni vengono via via acquistati ogni volta che sono disponibili fondi.

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Invece di utilizzare moneta, i residenti regolano le loro operazioni mediante i loro conti bancari ed anche i visitatori sono invitati a ottenere un account temporaneo e una Aurocard (una carta di debito). I residenti di Auroville sono tenuti a dare un contributo mensile per la comunità e ad aiutarla con lavoro, denaro o in natura. C’è un sistema di “manutenzione”, in base al quale gli Auroviliani che hanno bisogno possono ricevere dalla comunità una manutenzione mensile che copre semplici bisogni fondamentali della vita.

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Anche se il governo indiano possiede e gestisce la Fondazione Auroville, finanzia solo una piccola parte del budget di Auroville, che è formato da donazioni ma principalmente da contributi di unità commerciali di Auroville che contribuiscono con il 33% dei loro profitti al Fondo centrale di Auroville. Oltre 5.000 persone, per lo più dalle località vicine, sono impiegate in varie sezioni e unità di Auroville. Auroville ha anche una radio locale e un centro di assistenza sanitaria. Insomma, uno sforzo collettivo ed individuale verso pace, collaborazione reciproca, sincerità e verità. Non è meraviglioso?

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Visita virtuale di Auroville

http://old.auroville.org/panoramas/index.html

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Le 4 regole dettate dalla Madre su Auroville:

  1. Auroville non appartiene a nessuno in particolare. Auroville appartiene all’umanità intera. Ma per vivere ad Auroville, occorre essere servitori della volontà della Coscienza Divina.

  2. Auroville sarà il luogo di un’educazione senza fine, di costante progresso, e una gioventù che non invecchia mai.

  3. Auroville vuole essere il ponte tra il passato e il futuro. Approfittando di tutte le scoperte dall’esterno e dall’interno, Auroville sarà arditamente volta alle realizzazioni future.

  4. Auroville sarà un luogo di ricerche materiali e spirituali per una incarnazione vivente di una vera Unità Umana.

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Video per capirne di più

http://old.auroville.org/panoramas/index.html

http://vimeo.com/20071836

http://www.youtube.com/watch?v=GX9iBZGvjlI

http://www.youtube.com/watch?v=aOfT25ri7rU

http://www.aurovilletv.org/

http://www.aurovilletv.org/

per questo articolo grazie a:

http://www.auroville.org/

http://old.auroville.org/

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A Guide to Auroville: Things to Know Before You Go.

India, IL MONDO DELLE TIGRI (Parchi Nazionali indiani, tutti visitabili, a due passi dalle classiche mete turistiche)

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RANTHAMBORE NATIONAL PARK

Nel Nord India, al confine orientale del Rajasthan, tra il deserto del Thar e gli Aravalli, é uno dei parchi che più attirano turisti. Un tempo riserva delle battute di caccia dei sovrani, dal 1972 è stato dichiarato parco nazionale sotto la protezione del Project Tiger, perché nella riserva vivono allo stato brado una trentina di tigri indiane oltre ad altre specie animali (antilopi azzurre, leopardi, iene, cervi, orsi, leopardi, gatti della jungla, una varietà di uccelli e così via). La fortuna del Parco è anche dovuta alla sua posizione prossima al Triangolo d’Oro come viene chiamato l’itinerario che comprende Delhi, Agra e Jaipur (da cui dista 150 Km.). Il parco nazionale, disseminato di Banyan, i grandi alberi indiani dalla grande ombra, è circondato da due fiumi, il Banas e il Chambal ed è bagnato da lago Talao Padam. Un altro ospite di Rathambore è il Forte del X secolo, su una roccia all’ingresso del Parco, costruito nel 944 che accoglie all’interno vari templi tra cui quello dedicato a Ganesh, tra i più belli del Rajasthan. Chiuso da luglio a metà settembre. Tra novembre e maggio il clima è piacevole ma anche nella stagione secca (ottobre – marzo) sono probabili gli avvistamenti in quanto gli animali escono dalla foresta per abbeverarsi al lago. 

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KANHA NATIONAL PARK

Il Kanha National Park, nel Madhya Pradesh, uno dei più grandi dell’India (1940 Kmq.- tre ingressi di cui i due principali, agli estremi opposti del parco, distano tra loro 4 ore di guida – altitudine 600-900 mt- s.l.m.) è conosciuto per la comunità di tigri indiane, circa 250, che lo abita stabilmente. Costituito nel 1955 da una legge speciale, si sviluppa in vasti prati erbosi, picchi rocciosi, foreste di teak, bambù ed altri tipi di alberi, in numerosi laghi ricchi di piante acquatiche, ed in grandi praterie abitate da diverse specie di cervi, tra cui la rara specie di cervo Barasingha, dalle “dodici corna”. Il parco ospita una vasta fauna selvatica, tra cui bufali selvatici, cani selvatici, pitoni, orsi (ben circa 150), leopardi (ben circa 80), sambar, e molti altri. E’ in in questo parco che lo scrittore Rudyard Kipling ha immaginato le storie raccontate nel famoso romanzo “Il libro della giungla”. Il parco rimane chiuso dal 1 luglio al 15 Ottobre. La stagione migliore per visitarlo va da febbraio a giugno. I mesi di dicembre, gennaio e marzo sono i mesi di massimo affollamento. Da marzo a giugno il caldo è intenso ma aumentano le probabilità di avvistare gli animali che si avvicinano ai corsi d’acqua per bere. 

Keoladeo

KEOLADEO NATIONAL PARK

Se il vostro itinerario prevede una visita di Agra, la città che ospita il celeberrimo Taj Mahal, allora siete sulla strada giusta per arrivare al Parco Nazionale di Keoladeo, in Rajastan, a soli 50 Km. da questa città. Il Rajasthan, già grande attrattiva per i turisti che visitano questo Stato per le sue magnifiche testimonianze storiche, continua a dare il meglio di sé anche con questa riserva naturale patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 1985. Anch’ esso antica riserva per la caccia alle anatre dei maharaja Jat, dichiarato Parco Nazionale nel 1981, oggi è la principale riserva ornitologica dell’India, santuario di molti uccelli stabili e migratori, anche di rara specie, provenienti persino da Cina, Siberia, Europa e Tibet che qui arrivano ad abitare laghi e paludi dove si riproducono. Dopo le grandi piogge, anche gli uccelli acquatici come le gru, le oche, i fenicotteri rosa, le cicogne, i pellicani e tanti altri trovano in Keoladeo il loro rifugio prediletto. Conviventi di questo meravigliosi volatili sono alcuni mammiferi tra cui le antilopi cervicapra, le antilopi azzurre, i cinghiali, i chital, i sambar e persino i pitoni. Il Parco, esteso per 29 Kmq., si trova a Bharatpur (150 Km. Da Jaipur e 18 Km da Fatehpur Sikri), già interessante di per sé per i suoi templi, mercati, palazzi ed altri monumenti. Il Parco è aperto tutti i giorni con orari diversi secondo i periodi. Potete visitare il Parco, particolarmente affascinante la sera e la mattina, a piedi, in bicicletta, in rickshaw.


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SARISKA TIGER RESERVE

Incluso nell’ambito del Project Tiger questo parco del Rajasthan proprio nelle colline Aravalli, riserva naturale protetta dal 1955 ed antica riserva di caccia dei sovrani dello Stato, è ricco di fauna selvatica su una superficie di circa 500 Kmq. Le città più vicine sono due delle città del Triangolo d’Oro, Jaipur , da cui dista circa 2 ore di auto, 140 Km.), e Delhi (da cui dista circa 4 ore di auto, 170 Km.). Coloro che visitano il Parco hanno qualcosa in comune, vedere la tigre reale che abita questa riserva e che vive allo stato selvatico. Questo bell’animale è comunque in compagnia di altri splendidi esemplari di bisonti indiani, volpi, iene, e così via, oltre ad una miriade di uccelli tra cui le aquile e gli avvoltoi, per citarne alcuni. Il tutto su uno sfondo ambientale di notevole bellezza. Ma poiché la storia, anche quando non è protagonista, si fa comunque avanti, ecco allora spuntare dalla folta vegetazione le rovine di antichi templi indu dell’epoca medievale dedicati a Shiva, e lo splendido palazzo del maharaja di Alwar, oggi albergo di lusso. Il Sariska Tiger Reserve è aperto dal 1 ottobre al 30 giugno per tutti i sette giorni della settimana rimanendo quindi chiuso nel periodo dei monsoni da luglio a metà settembre .

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BHANDHAVGARH NATIONAL PARK

Il Bhandhavgarh National Park, 450 kmq (mt. 800 s.l.m.), nel Madhya Pradesh, (Km. 270 – 6 ore circa da Khajuraho che è anche l’aeroporto più vicino) ha acquisito il suo status di area protetta nel 1968, dopo la sua lunga storia di zona di caccia dei reali Rewa ed è noto perché tigri, anche la tigre bianca, ed altri animali come uccelli, volpi, cervi, sciacalli, bisonti indiani, gazzelle, cervi, chital, leopardi, cervi pomellati, antilopi azzurre, gatti selvatici, iene e rettili, oltre a molti altri, abitano le sue fitte foreste. L’area di Bandhavgarh ha quindi una grande biodiversità, ed è il luogo dove vi è la più alta densità di tigri in India. Bandhavgarh National Park ospita anche una variegata vegetazione da praterie a foreste di Sal diventando quindi l’habitat perfetto per molte specie di animali. Un modo divertente per visitare il Parco è farlo a dorso di elefante, oltre che in jeep. Dentro al Parco, anche templi ed i resti di un antico Forte. Il Parco è aperto dal 16 ottobre al 30 giugno ma il periodo migliore per visitarlo è durante i mesi caldi, fra febbraio e giugno, quando gli animali lasciano la foresta per abbeverarsi presso i corsi d’acqua del Parco.

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PARCO NAZIONALE JIM CORBETT
Situato nell’Uttaranchal (Nord India), nei pressi di Ramanagar (Km. 250 da Delhi) è una parco di grande rilevanza perché il primo in assoluto a diventare riserva protetta nel 1936 quando fu fondato da Jim Corbett. E’ un un ambiente di rara bellezza himalayana di monti, pianure e foreste, esteso per 1288 Kmq., ad un’altitudine variabile tra i 385 e i 1100 metri s.l.m. Dove il clima varia mediamente tra 4°C in inverno e 42°C in estate. In questo splendido luogo convive una grande varietà di fauna selvatica, tra cui la tigre, gli elefanti, i coccodrilli, oltre a cinghiali, cervi, scimmie, rettili, l’aquila pescatrice e molti altri. Il Parco è aperto dal 15 novembre al 15 giugno.

 

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PANNA VICINO KHAJURAHO

Nel Madhya Pradesh, a circa 60 km dalla splendida Khajurao, che potrebbe costituire una delle tappe del vostro itinerario, c’è il “Panna National Park”, 550 Kmq., creato nel 1981, e posto sotto il Tiger Project nel 1994. In un ambiente, a clima prevalentemente tropicale, ex riserva di caccia dei principi di Panna, Chhatarpur e Bijawar, animali come tigri, leopardi, gatti selvatici, cervi, gazzelle, antilopi, cani selvatici, orsi, lupi, caracal, sambar, iene tra le molte specie presenti, ma anche rettili e tantissime specie di uccelli. La riserva non ha alcun mezzo di trasporto per i visitatori. E’ aperto dal 16 ottobre al 30 giugno. Il periodo migliore per visitarlo va da dicembre a marzo.

immagini: wikipedia

La lezione del Buddha.

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Un giorno un uomo ricco andò dal Buddha e disse: “Vedo che tu sei il risvegliato. Vengo a te per un consiglio.”

Il Buddha gli chiese di condividere ciò che aveva in mente.

L’uomo ricco continuò, “La mia vita è incentrata sul mio lavoro. Anche se ho fatto un sacco di soldi, io sono preoccupato. Molte persone lavorano per me e io sono responsabile per loro. Essi dipendono da me per il loro successo. Eppure, mi piace il mio lavoro e mi piace lavorare sodo. Quando ho incontrato i tuoi seguaci hanno parlato dell’importanza di vivere la vita come un recluso. Ho anche notato che tu stesso eri il figlio di un re, che vivevi in ricchezza e splendore, ma hai dato fino a vagare come un eremita senza tetto in cerca di illuminazione. Vorrei sapere se devo fare la stessa cosa e dare la mia ricchezza. Io voglio fare la cosa giusta ed essere una benedizione per il mio popolo. Dovrei anche rinunciare a tutto quello che ho per trovare la verità? “

Il compassionevole Buddha gli disse: “Chiunque può ricevere la beatitudine di trovare la verità finché egli segue un percorso di altruismo. Se hai intenzione di aggrapparti alla tua ricchezza, allora è meglio buttarla piuttosto che lasciare che avveleni il tuo cuore. Ma se non ti aggrappi ad essa e la usi con saggezza, allora sarai una benedizione per le persone. Non sono la ricchezza e il potere che rendono schiavi le persone, ma l’attaccamento ad essi.”

Il Buddha spiegò che il suo insegnamento non richiede a nessuno di diventare un senzatetto o di rinunciare al mondo, se non lo vuole. Ma ha chiesto alle persone di liberarsi dall’illusione che il corpo e il mondo siano la loro casa permanente. Ha detto che il suo insegnamento ha richiesto alle persone di condurre una vita etica.

Il Buddha disse: “Qualunque cosa le persone facciano, sia nel mondo o come eremiti, dovrebbero metterci tutto il cuore. Le persone dovrebbero impegnarsi, in qualunque cosa facciano, con piena energia. Se si trovano ad affrontare le lotte, devono farlo senza odio o invidia. Le persone dovrebbero vivere una vita non di ego, ma di verità, e allora la beatitudine riempirà la loro anima. “

Il “non attaccamento” non significa che dobbiamo rinunciare alle nostre case, alla ricchezza, alle famiglie e a ciò che abbiamo ricevuto nella vita. Si richiede solo che rinunciamo all’attaccamento a queste cose. Qualunque sia la situazione in cui ci troviamo, essa è arrivata a noi a causa del nostro karma. Il nostro attaccamento dovrebbe essere a Dio. La nostra attenzione dovrebbe essere verso l’alto, assicurandoci che la nostra anima raggiunga la comunione con Dio.

Coloro che sono benedetti dalla ricchezza dovrebbero fare il miglior uso di essa prendendosi cura delle loro responsabilità familiari e poi condividerla con gli altri. Non dobbiamo rinunciare a tutto. Siamo in grado di vivere nel mondo e fare del nostro meglio, ma mantenendo la nostra attenzione e l’attenzione alla ricerca di Dio. I nostri cuori possono sviluppare purezza, un atteggiamento di servizio disinteressato e la condivisione con gli altri. Non dobbiamo essere attaccati alla nostra situazione esterna. Possiamo lavorare per guadagnarci da vivere, e lavorando svilupparci spiritualmente. Se siamo benedetti con la ricchezza, non dobbiamo buttarla via, ma dovremmo usarla per aiutare gli altri e per beneficiare del tempo libero che abbiamo per meditare e fare servizio disinteressato. La chiave è quella di vivere nel mondo, ma di non essere attaccato ad esso.

L’indipendenza indiana e la partizione del 15 agosto 1947.

Oggi non lavoro, non perché sia Ferragosto ma perché è festa nazionale; vengo svegliato dai 21 colpi di pistola sparati in onore di questa solenne festività. Il primo ministro issa la bandiera al Forte Rosso di Delhi e, supportato dall’inno nazionale indiano “Jana Gana Mana”, tiene un discorso dalle sue mura rendendo omaggio ai leaders della libertà. Poi passa la parata dell’esercito. In giro per la città c’è caos, ci sono sfilate ed eventi culturali e l’effige indiana è rappresentata ovunque, sui vestiti della gente, sulle case e sui veicoli; sento in distanza canti patriottici e osservo i grandi cartelloni che promuovono la visione cinematografica di film che ricordano quell’evento. Andare a trovare gli amici oggi è cosa ardua ma con la metropolitana ce la posso fare. Scrivo una lettera ai miei amici italiani cui farà piacere ricevere il francobollo che le Poste Indiane hanno stampato in ricordo dell’ evento. Approfittando delle promozioni commerciali che i negozi usano fare in questo giorno, mi fermo in libreria per acquistare un libro e scelgo quello di Kushwant Singh, “Un treno per il Pakistan”, del 1956, che racconta i grandi spostamenti di masse umane vive e morte ai tempi della Partizione. Egli scrive: “L’estate del 1947 non fu come le altre estati indiane. Quell’anno persino il tempo, in India, sembrava diverso. Faceva più caldo del solito e tutto era più secco e polveroso. E l’estate durò più a lungo. Nessuno ricordava un’ epoca in cui i monsoni erano giunti con tanto ritardo. Per settimane, le rare nubi produssero solo ombre. Niente pioggia. La gente continuò a dire che Dio li stava punendo per i loro peccati.”. In questo libro, l’immaginario villaggio di Mano Majra, nel Punjab indiano vicino al nuovo confine con il Pakistan, lungo la ferrovia fra Delhi e Lahore, abitato principalmente da sikh e musulmani è il teatro di quanto, violento e sanguinoso, è avvenuto realmente in tanti villaggi dell’India, quando il vicino di casa è diventato il nemico perché altri lo hanno deciso e solo perché appartiene ad una religione differente.
La libreria dedica uno spazio raccolto ai libri che raccontano quel fatto e così mi soffermo sul racconto “I figli della mezzanotte” che Salman Rushdie ha scritto nel 1980 e che quest’anno è diventato un film sotto la regia della grande Deepa Metha.

Ma cosa è successo in quell’anno? Era il 1947.

Andiamo un po’ indietro. Nel 1600, la Compagnia delle Indie orientali assume, su concessione della regina Elisabetta, il monopolio commerciale sull’oceano indiano. A quel tempo l’India fa gola per i suoi prodotti (spezie e cotone) e per i suoi tesori, oro, diamanti, perle, argento (ricordi il grande diamante Kohinoor?) e le dispute intestine tra i re indiani per il dominio delle terre favoriscono le intenzioni degli inglesi perché il dividi et impera funziona sempre, allora come oggi. Con l’Indian Act del 1784 la dirigenza della Compagnia ottiene dal governo di Londra il mandato ad agire in nome della corona inglese; e così i britannici arrivano a dominare pressoché tutta l’India che, nel 1818, diventa colonia inglese, con a capo un viceré e capitale Calcutta. Nel 1858, la Compagnia delle Indie Orientali si scioglie, e il Government of India Act sancisce la fine del grande impero Moghul spodestandone anche l’ultimo dei sovrani. Il principio della reversibilità che annette automaticamente alla corona i territori posseduti da sovrani senza eredi aiuta gli inglesi, tra il 1848 e il 1856, nella loro politica di espansione fino a che, nel 1877 la regina Vittoria viene incoronata Imperatrice delle Indie. Intanto, sin dalla metà del 19° secolo, la nazione acquisisce un nuovo spirito di nazionalismo. In questo contesto, nel 1885, Allan Octavian Hume fonda il Congresso Nazionale Indiano, un partito politico laico di centrosinistra contro l’imperialismo britannico che si batte per una partecipazione degli Indiani nel governo del Paese; nel 1916 si unisce alla Lega musulmana in questa richiesta di autonomia che ottengono nel 1921, quando gli inglesi riconoscono agli indiani potere decisionale in materia di insegnamento, opere pubbliche, industrie e agricoltura non mollando tuttavia il potere in materia di difesa, politica estera, giustizia e finanza. A capo del Congresso vi è Gandhi che, con i suoi principi di non violenza disobbedienza civile, continua la lotta per l’indipendenza. Nel 1929, nella sessione del Congresso Nazionale Indiano, viene promulgata la “Dichiarazione di indipendenza dell’India” e il 26 gennaio viene dichiarato Giorno dell’Indipendenza. Ma Gandhi non ha vita facile e, quando, nel 1930, raccoglie sale dal mare (marcia del sale), a dimostrazione della sua forte avversione al governo inglese che del sale detiene il monopolio, viene arrestato. Il Congresso non appoggia gli inglesi neppure durante la seconda guerra mondiale mantenendosi sempre in posizione neutrale, giusto per non supportare, viceversa, le idee naziste. Va detto tuttavia che molti soldati indiani combatterono valorosamente per gli inglesi. Gandhi e il Congresso non si arrendono e ancora più fortemente chiedono alla corona di lasciare l’India ma anche questa volta, siamo nel 1942, è l’incarcerazione per tutta la dirigenza del Congresso. Al movimento di opposizione non violenta del Congresso corrisponde tuttavia una serie di tumulti e sommosse che hanno caratterizzato, e da sempre, anche per motivi religiosi (musulmani contro induisti), tutto il Paese. Intanto la Lega Musulmana, che invece aveva appoggiato gli inglesi durante la Guerra, chiede la realizzazione di due nazioni e del separatismo islamico, idea mai condivisa dal Congresso. La Lega Musulmana, preoccupata di una possibile ascesa induista in una eventuale India indipendente, reclama una nazione tutta per sé, ad impronta islamica, quello che sarà il Pakistan. Mentre in Inghilterra il partito laburista vince le elezioni, il Governo inglese sembra voler liberare il Paese, ormai divenuto una bomba esplosiva, dalla sua egemonia, fino a che il 3 giugno 1947 dichiara di voler porre fine al raj britannico e di accettare l’idea di partizionamento britannica in due stati, quella che si chiama la “partizione”; il viceré decide di spostare più avanti (succederà ad agosto) la questione dopo aver visto i disordini fuori controllo in tutto il Paese. Allo scoccare della mezzanotte, il 15 agosto 1947, il nuovo primo Primo Ministro dell’India, Jawaharlal Nehru, legge il discorso decisivo, proclamando l’indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Ecco cosa celebra l’India oggi. Si concludono così tre secoli di dominio britannico nel mio Paese. Il 14 e 15 agosto 1947, nella Partizione dell’India, nascono due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan), con a capo Muhammad Ali Jinnah primo governatore generale e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India). Si chiama Partizione perché il Bengala, provincia dell’India britannica viene diviso tra lo Stato pakistano del Bengala orientale (ora Bangladesh) e lo Stato indiano del Bengala occidentale mentre la regione del Punjab dell’India britannica viene divisa tra la provincia del Punjab dello Stato del Pakistan occidentale e lo Stato indiano del Punjab. La secessione del Bangladesh dal Pakistan con la guerra di liberazione del Bangladesh nel 1971 non è intesa in questo termine di partizione e neppure le precedenti separazioni del Ceylon (l’attuale Sri Lanka) e della Birmania (oggi Myanmar) dall’amministrazione dell’India britannica.

Ma non tutto fu così facile. Tutt’altro. Succede che i nuovi Stati del Pakistan e della nuova India, le cui frontiere vengono disegnate su base religiosa, devono scambiarsi le genti che vivono nei territori soggetti alla Partizione. Tutti i musulmani devono andare in Pakistan e tutti gli induisti e i sikh devono insediarsi in India. Migliaia e migliaia di persone su entrambi i lati dei nuovi confini muoiono nelle violenze, mentre l’intera nazione sta celebrando il Giorno dell’Indipendenza e Gandhi, a Calcutta, cerca di arginare il massacro. Infatti ormai l’odio esploso tra queste due nazioni fa sì che esse si restituiscano non solo profughi ma anche corpi massacrati spesso caricati sui treni che zeppi di cadaveri attraversano il confine, mentre al governo la situazione è sfuggita di mano. Decidono di scambiarsi persino i matti dei manicomi, oltre ai criminali peggiori, come ben descrive Saadat Hasan Manto nel suo “Toba Tek Singh” del 1955, villaggio del Punjabi pakistano.

Mi porto via anche “Freedom at Midnight” un libro che Larry Collins e Dominique Lapierre scrissero nel 1975 raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, raccontando gli eventi dell’indipendenza indiana, fino alla morte di Gandhi.

Il 26 gennaio 1950 l’India diventa poi una Repubblica e ha la sua Costituzione, oggi la più lunga del mondo. Nel 1952, nella prima elezione generale del Paese con una franchigia universale, Nehru porta il Congresso Nazionale Indiano ad una netta vittoria e viene riconfermato nelle elezioni del 1957. La storia poi continua ma non è quella che oggi voglio raccontare. I rapporti con il Pakistan sono tuttora critici.

Torno a casa, dimenticando il frastuono, sulla linea della metro che attraversa il quartiere finanziario di Gurgaon ma lo sguardo che cade sui mendicanti al bordo delle strade mi ricorda che qualcosa, nonostante l’indipendenza, deve ancora essere messa a posto.

testo by PASSOININDIA

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