BHUTAN I segreti della felicità

La felicità è una delle prime cose che I viaggiatori ricercano quando iniziano un viaggio per fuggire dalla frenesia del quotidiano. Il Bhutan potrebbe essere la soluzione migliore per questa ricerca. A seguire alcune ragioni che spiegano il perchè:

  1. FELICITÀ NAZIONALE LORDA.

In questo remoto e piccolo regno situato tra l’india e la regione autonoma del Tibet, la felicità nazionale lorda piuttosto che il prodotto interno lordo, è ciò che viene preso come metro per misurare lo sviluppo del paese. Secondo quanto detto dal quinto re del Bhutan, la felicità nazionale lorda è il ponte di congiunzione tra i valori fondamentali di rispetto, uguaglianza, umanità e dimostra uno sviluppo virtuoso, misurando il progresso del paese in una visione olistica. Questo concetto aiuta le persone a vivere in armonia con la natura, a realizzare le proprie predisposizioni e a nutrire la brillante e vera capacità della propria mente.

  1. PURIFICA LA MENTE

“Guardare alle bellezze che offre la natura è il primo passo per purificare la mente” secondo quanto detto da Amit Ray, maestro spirituale illuminato dell’india. Il popolo del Bhutan vive in una terra spettacolare, per il 60% coperta da terre incontaminate e ovunque  volgiate lo sguardo potrete ammirare lo spettacolo della madre terra che aiuta a purificare e pacificare la mente. Secondo una ricerca, circa i 2/3 dei bhutanesi dormono almeno 8 ore al giorno e questo li aiuta a vivere con serenità e ad affrontare I problemi con calma. È infatti statisticamente provato che dormire aiuta a mantenere una buona salute e un buon livello di felicità mantenendo freschi mente, corpo e anima.

  1. LASCIA CHE SIA LA NATURA A GUIDARTI

La protezione dell’ambiente è uno dei quattro pilastri nella valutazione della Felicità Nazionale Lorda. I bhutanesi vivono in perfetta simbiosi con la natura e ciò rende questo posto tra i dieci posti con la più alta biodiversità del mondo. La natura è rigorosamente salvaguardata, incontaminata e mantenuta allo stato primitivo. Fatevi guidare da madre natura e preparatevi a scalare le montagne più alte del mondo per cogliere il primissimo glorioso salute del sole; a passeggiare tra le foreste selvagge per rinfrescare lo spirito; ad ammirare i fiori nella loro fioritura colorata e a guardare le stelle che illuminano l’oscurità e lasciate che risplendano anche nella vostra immaginazione.  “In ogni passo con la natura si ottiene sempre più di quello che si sta cercando”.

  1. MENO È PIÙ

I bhutanesi apprendono la felicità e come trovarla e portarla nella propria vita, sin da molto piccoli, anche a scuola si tengono infatti lezioni di felicità. La vita qui è semplice ma felice. I bambini giocano con quello che la natura offre loro: fango, erba, legnetti e se qualcosa si rompe o si perde non c’è bisogno di preoccuparsi, basta ricominciare a creare e tutto si risolve, questo ovviamente annienta la concezione di possesso e di proprietà molto diffusa nei paesi occidentali. Anche gli adulti vivono semplicemente la loro vita, senza televisione, radio o internet. Questo dovrebbe ispirarci a vivere in maniera semplice la nostra vita e ad essere soddisfati con quello che abbiamo piuttosto che con quello che vorremmo. Il segreto infatti è proprio quello di vivere semplicemente con meno attaccamenti materiali possibili.

  1. FAI DEL TUO MEGLIO PER AIUTARE GLI ALTRI

La maggior parte dei bhutanesi crede nel buddismo che li guida nella vita di tutti I giorni portando cordialità, pace interiore e purezza. Sono coscenti della sofferenza, molto compassionevoli e pronti ad aiutare coloro che stanno attraversando delle difficoltà. Anche coloro che possiedono molto poco sono pronti a fare del loro meglio per aiutare chi ha bisogno. Inoltre sono molto attenti ad evitare di provocare dolore agli altri, inclusi gli animali. La pesca è l’unica forma di caccia ammessa. Tutte le altre creature possono tranquillamente pascolare senza timore di essere uccise.

  1. UN CONSIGLIO

Il Bhutan è una terra di antichi monasteri, nature divine e persone meravigliosamente felici. Affascina viaggiatori da tutto il mondo. Un consiglio prima di lasciarvi nel caso vi sia venuta voglia di scoprire questo popolo e la sua terra: spegnete la mente prima di partire, lasciate ogni pensiero negativo e ogni preconcetto, tenete aperte le porte della percezione e cercate di vedere in positivo, come per incanto scoprirete la vera felicità.

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Photo: dal google

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Il mito indu: la zangolatura dell’Oceano di latte

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Il SAGARA MANTHAN o Samudra Manthan o Ksheera Sagara Manthan raccontato nel Bhagavata Purana, nel Vishnu Purana, e nel poema epico Mahabharata, è uno dei più famosi miti dell’induismo. La storia comincia con l’eterna lotta tra  i DEVA (dei) e gli ASURA (antidei) che agognano al dominio sui tre mondi. I deva, allora non immortali, quindi semidei, hanno bisogno, per vincere i demoni, dell’AMRITA, nettare dell’immortalità che si trova dentro il grande OCEANO DI LATTE. Per raccogliere questo nettare è necessario frullare l’oceano, impresa grandiosa che, come VISHNU suggerisce ai deva, può riuscire solo se essi chiedono aiuto agli asura. Così i deva seguono il consiglio di Vishnu e promettono agli asura che divideranno con loro il nettare. Per zangolare l’immensa distesa di acqua, intendono utilizzare il monte più alto dell’ universo, il MANDARA e, per staccarlo dalla sua sede, interviene GARUDA, l’aquila divina, veicolo e seconda incarnazione di Vishnu, che porta il monte al centro dell’Oceano. (Ogni divinità dell’induismo ha un proprio animale caratteristico, che rispecchia una sua qualità essenziale e che è chiamato vahana, “veicolo” o “cavalcatura”, perché le divinità sono spesso rappresentate sedute su di essi).

Avendo essi anche bisogno di una corda da avvolgere intorno al monte affinché questo, ruotando, smuova il mare, accorre VASUKI, il re dei serpenti. I deva tengono la coda del serpente, gli asura la sua testa (forse l’hanno preteso o forse gli è stato concesso, visto che  l’enorme testa di Vasuki è considerata la parte più nobile). Grazie al loro grande sforzo, la montagna inizia a ruotare sempre più velocemente finché Vasuki vomita buttando fuori il suo veleno (HALAHAL) che ora invade l’oceano e rischia di avvelenare tutto ciò che vi si trova. I deva chiedono quindi aiuto a SHIVA che beve il veleno ma, su raccomandazione della sua consorte PARVATI, lo trattiene nella sua gola che da allora diventa blu e lo resterà per sempre. La montagna sta affondando ma Vishnu, sotto forma di KURMA, la tartaruga, sostiene la montagna con il suo carapace. L’oceano di latte, frullato, è ora tutto schiuma e latte. Dopo mille anni e più di fatica qualcosa finalmente viene a galla. Sono i RATHA, i tesori del mare. Vi sono dee, tra cui LAKSHMI, la dea della salute, fortuna e prosperità che prende subito per mano Vishnu diventandone consorte; SURA, dea del vino che inebria ed altre ninfee divine.Vi sono 3 animali, KAMADHENU, il bue bianco che soddisfa i desideri e che Vishnu darà ai saggi affinché il burro (ghee) derivato dal suo latte venga utilizzato nei sacrifici, AIRAVATA ed altri elefanti, UCHHAISHRAVAS, il divino cavallo a sette teste, che verrà dato agli Asura. Dalle acque emergono anche tre oggetti che vediamo rappresentati nell’immagine di Vishnu, KAUSTUBHA, il gioiello più prezioso al mondo, l’ARCO, che ricorda la belligeranza degli asura, la CONCHIGLIA che procura un suono (Om) che atterrisce i demoni e li fa fuggire. E poi, ancora, il PARIJAT, l’albero divino dai fiori perenni, che gli dei porteranno all’ Indraloka, il paradiso di Indra, CHANDRA, la luna che adorna la testa di Shiva, DHANVANTARI, il  medico degli dei con la coppa che contiene il nettare dell’immortalità! Ora devi e asura litigano per l’Amrita che ognuno vuole per sé. Vishnu dunque interviene questa volta sotto forma di MOHINI, l’eterno femminino. Tutti d’accordo che sia lei a distribuire il nettare. Ma lei, ballando, da agli asura vino inebriante e ai deva il nettare dell immortalità.

 

Significato del mito.

Simbolicamente, questo mito rappresenta lo sforzo spirituale degli esseri umani per ottenere l’immortalità o la liberazione (Moksha) dal ciclo delle rinascite attraverso pratiche yogiche come la concentrazione, il ritiro dei sensi, l’autocontrollo, il distacco, le austerità e la rinuncia. Il corpo umano è un cosmo, proprio come l’oceano di latte, dove gli dei rappresentano gli organi di senso, la virtù e il principio del piacere, la purezza e l’intelligenza, mentre i demoni rappresentano l’illusione, le tendenze malvagie, il principio del dolore, l’oscurità e grossolanità del corpo. La zangolatura dell’oceano è il processo del cambiamento che richiede l’integrazione e lo sfruttamento di energie positive e negative, di corpi sottili e grossolani. Le negatività concorrono a rafforzare la determinazione e il carattere. L’oceano di latte (ksheer sagar) è la mente o la coscienza, nell’induismo sempre paragonata a un oceano (mano sagaram) mentre pensieri, emozioni, e proiezioni della mente sono assimilati alle movimento delle onde. L’oceano simboleggia anche il Samsara o il mondo fenomenico (samsara sagaram), un misto tra il bene e il male che partecipano alla continuazione del mondo e svolgono un ruolo importante nella liberazione degli esseri umani. Il veleno è la morte e il comportamento causato dal desiderio e dall’attaccamento che produce karma negativo. Il nome della montagna, Mandhara  è formato da due parole che significano uomo e linea (o punto) che quindi simboleggia una mente ferma in uno stato di concentrazione. La tartaruga qui sta per pratyahara, il ritiro in se stessi, essenziale per praticare la concentrazione (dharana) e la meditazione o la contemplazione (dhyana). Dio, il Sé o Vishnu, è il supporto per la mente in qualsiasi azione spirituale. La tartaruga ha un duro guscio e un corpo tenero tenere, come lo stato mentale di uno yogi, impenetrabile ma compassionevole qe pieno di devozione a Dio. La tartaruga simboleggia anche la testa umana. Il guscio è il cranio e le parti interne sono il cervello. La testa è il supporto di tutte le attività spirituali proprio come Vishnu è nella zangolatura dell’oceano.

Il grande serpente Vasuki rappresenta il desiderio o l’intenzione. Nel simbolismo indù, il desiderio è tradizionalmente paragonato a mille serpenti incappucciati.  Per ottenere la liberazione occorre intenzione e iniziazione alla spiritualità. I desideri sono anche le forze motrici delle nostre azioni o dei nostri sacrifici. Le azioni guidate dal desiderio sono responsabili del karma, mentre le azioni senza desideri, che sono eseguite per il benessere del mondo, come i sacrifici quotidiani, o come offerte sacrificali a Dio, portano alla liberazione. Sia gli dei che i demoni usano il desiderio come corda (mezzi). Tuttavia, le divinità agitano l’oceano secondo le istruzioni di Vishnu per il benessere dei mondi e per proteggerli dal male, mentre i demoni lo agitano unicamente con l’intenzione egoistica di usare l’Amrita per i propri fini. Per questo, alla fine, i demoni non riescono a raggiungere la liberazione.
Per agitare gli oceani, sia gli dei che i demoni tengono il serpente costantemente. Ciò simboleggia autocontrollo o controllo dei desideri nella pratica spirituale. La zangolatura (Manthan) è la trasformazione spirituale o la purificazione della mente e del corpo sul sentiero della liberazione. Quando il latte è sbollentato, il burro si separa dal latte. Nello zangolarsi spirituale,  “sattva”, la brillantezza mentale (medha) e la pura intelligenza, bianche come il burro, si separano dalle impurità proprio come fa il burro, il che consente di vedere le cose chiaramente e la mente si stabilizza nella contemplazione del Sé. Così come il burro funge da offerta in un sacrificio di fuoco (yajna), il sattva e l’intelligenza servono da offerte nel sacrificio interiore (antar yajna) della mente e del corpo. Quando il burro viene riscaldato sul fuoco, diventa burro chiarificato, che viene usato anche nei sacrifici come offerta. L’immortalità o la liberazione è il burro chiarificato o il prodotto finale nella pratica dello yoga, proprio come l’ Amrit è nella zangolatura degli oceani. L’Halahal, il veleno, rappresenta tutta la negatività che affiora nella nostra coscienza quando iniziamo la pratica spirituale. Rappresenta il dolore e la sofferenza, i cattivi pensieri, i sentimenti negativi e le emozioni come la rabbia, l’orgoglio, il dubbio, l’illusione o la disperazione che avviano l’esperienza all’inizio della pratica spirituale. L’intervento di Lord Shiva per risolvere il problema dell’halahal simboleggia l’importanza dello yoga o dell’ascetismo, della virtù e della purezza nella vita spirituale, l’importanza della grazia divina (anugraha) e della mediazione di un maestro spirituale (guru) nel processo della liberazione. Lord Shiva simboleggia uno yogi o un rinunciante (Sanyasi). Rappresenta i valori ascetici di rinuncia, equanimità, disciplina, virtù, conoscenza e autocontrollo. È puro, sincero, intelligente, propizio e interiormente distaccato. È in grado di consumare il veleno sorto dalla zangolatura dell’oceano perché è puro, forte e divino. Lord Shiva è anche il signore del respiro, prananath o praneshwar che, nel corpo, è purificatore e stabilizzatore. È il signore degli organi, che mantiene puri in mente e corpo rimuovendo le loro impurità e influenze maligne, negatività, irrequietezza, stress, paura e pigrizia. Gli yogi avanzati ottengono un grande controllo sul loro respiro, che molti possono anche trattenere per una lunga durata. Durante la meditazione imparano anche a mantenere le loro menti ferme e libere dalle impurità trattenendo il respiro in gola, vicino al palato. I vari oggetti che escono dall’oceano simboleggiano i poteri o le perfezioni psichiche, spirituali o soprannaturali (siddhi), che si manifestano quando uno yogi avanza sul sentiero dello yoga o della liberazione. Secondo la tradizione indù, bisogna stare attenti a tali poteri poiché possono seriamente interferire con il proprio progresso spirituale. Dovrebbero essere usati con grande cautela e discrezione per il benessere del mondo o di altri, piuttosto che per guadagni egoistici. Probabilmente è per questo che dèi e demoni distribuiscono prontamente quei poteri senza alcuna discussione, dal momento che non vogliono essere distratti dal loro obiettivo finale di raggiungere la liberazione. Lakshmi simboleggia la ricchezza materiale o l’abbondanza. Il simbolismo che sta alla base dell’atto di donarla a Vishnu è che, poiché tutta la ricchezza nell’universo appartiene a Dio o Brahman (Vishnu), è necessario restituirgli tutta la ricchezza che un devoto trova o guadagna nella sua vita. Il suo sacrificio lo terrà libero dal debito karmico e faciliterà i suoi progressi sul sentiero.
Come dichiara l’Isa Upanishad, Brahman è il vero abitante dell’universo e ogni cosa nell’universo appartiene a lui. Si dovrebbe quindi vivere disinteressatamente, compiendo tutte le azioni come offerta a Dio. Le Scritture come la Bhagavadgita suggeriscono anche che sul sentiero spirituale, quando la ricchezza si manifesta come il frutto delle proprie azioni, si dovrebbe rinunciare ad essa e offrirla a Dio come sacrificio.
Dhanvantari è il medico divino. Rappresenta la salute o il benessere fisico. Durante la zangolatura dell’oceano si manifesta alla fine con la brocca che contiene l’Amrit. Dhanvantari simboleggia il vigore fisico, l’energia e lo splendore mentale che derivano dalla lunga e ardua pratica dello yoga e dell’austerità e che, se prolungate portano alla liberazione e all’immortalità. Quindi, il corpo di un essere liberato (jivanmukta) non è solo sano ma anche divino come un vaso dell’immortalità.

Al momento della distribuzione dell’elisir, il Signore Vishnu si manifesta come Mohini, una bella fanciulla celestiale che assicura che l’Amrita venga distribuita agli dei piuttosto che ai demoni, compiendo così il suo dovere di sostenitore di Rta (ordine e regolarità), Karma e Dharma.
Gli Asura sono persone malvagie. Nessuno ha negato loro l’immortalità. Lo hanno negato a se stessi con le loro azioni e intenzioni crudeli e malvagie. Le azioni di Vishnu simboleggiano il ruolo di Dio nella creazione come sostenitore del Dharma. Suggerisce che non importa quanto sei bravo, o quanto buona possa essere la tua azione attuale, non puoi sfuggire ai peccati del tuo passato o al karma che hai subito come conseguenza delle tue azioni. Negando la distribuzione di Amrit ai demoni, salva il mondo dalla loro oppressione e protegge il Dharma.
Mohini simboleggia anche il potere di Maya, che illude i mondi e gli esseri dal perseguire la liberazione sottoponendoli a delusione, desiderio, dualità e ignoranza. A causa della loro natura malvagia e delle qualità demoniache, gli asura cadono facilmente sotto l’incantesimo di Maya perdendo la possibilità di diventare immortali. Gli dei sono intenzionati a ottenere l’immortalità. Quindi, sono concentrati su di essa e si mantengono quindi liberi dall’incantesimo.
C’è anche un messaggio importante in questo. La vita umana è preziosa perché solo gli umani possono praticare la spiritualità e ottenere la liberazione usando la loro intelligenza. Pertanto, le persone non dovrebbero buttare via la preziosa opportunità perseguendo desideri malvagi o impegnandosi in azioni egoistiche sotto l’incantesimo di Maya. Dovrebbero praticare lo yoga, coltivare le qualità divine e lavorare per la liberazione per diventare immortali, senza ilkudersi o distrarsi e senza perdere la concentrazione sulla liberazione. Questo è in breve il simbolismo nascosto nella storia di Sagar Manthan.

In Nagaland (India) tra le tribù Konyak.

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Lungo una strada dissestata che si inerpica sui fianchi della montagna, scorre, attraverso il finestrino della nostra auto, una fitta vegetazione esotica fatta, tra l’altro, di banani, bambù, palme da cocco e grandi alberi di stelle di Natale. Disseminati lungo il percorso polveroso, modesti villaggi composti da capanne e palafitte accese da panni colorati stesi al sole e da figurine animate, cani, capre, galline, bambini, oltre a donne e uomini, intenti a disbrigare umili lavori di campagna. Siamo in Nagaland, qui giunti attraverso il confine con l’Assam, dopo un volo che da Delhi ci ha condotto a Dibrugarh ed un po’ di chilometri amplificati da un infinito percorso attraverso le pianure dell’Assam, l’unico Stato che, tra quelli nord orientali, ricorda di essere ancora in India. Si, perché, superati i controlli di frontiera (per entrare in Nagaland occorre un permesso speciale), il territorio cambia completamente ed i tratti somatici della gente, di ceppo mongolo, sono molto diversi da quelli indiani. Il tratto di confine è simboleggiato da un grande arco in legno che ci da il benvenuto nella “terra dei Naga”. Ed è proprio questo il motivo per cui siamo qui. Amo particolarmente i luoghi di confine per la loro frenesia e sono compiaciuta quando le auto si fermano per i permessi.

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Un gruppo di ragazzi, francamente un po’ alticci, ci viene incontro e, come in un duello frontale, ci scattiamo foto a vicenda, loro con il cellulare che, ahimé, è arrivato anche qui. In Nagaland, l’alcool è fuori legge, ma in un attimo questi giovani superano l’arco e vengono a prenderselo in Assam.

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Qua e là ci sono bancarelle e bellissime ragazze dai capelli neri e lunghi, vestite all’occidentale.

 

Ma tutto il resto non parla di Occidente. Due maiali vivi sono avvolti in una tela, probabilmente per essere venduti.

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Desideriamo visitare uno dei Naga, i gruppi tribali, nativi di questi luoghi. La loro cultura andrà presto perduta. Ogni etnia è particolare, ha una propria lingua (prevalentemente di origine tibeto-birmana) e propri costumi e tradizioni. Fino al 19° secolo erano frequenti le battaglie tra tribù e le incursioni reciproche nei villaggi. Tra i ben 16 gruppi etnici, la nostra maggiore curiosità è rivolta ai Konyak, un tempo agguerriti tagliatori di teste e che, oltre al Nagaland, abitano anche il Myanmar e alcuni distretti di Tirap e Changland in Arunachal Pradesh (India). Continuando a salire per le montagne del Nagaland, sopraggiunge il tramonto che qui, come dappertutto, ha sempre il suo fascino. Vicino, ci sono due case in legno. Fuori, una grande gabbia di bambu per le galline, tutte di colore bianco. Ci avviciamo e veniamo invitati ad entrare. Due donne stanno preparando la cena su un focolare al centro della stanza. Sopra il camino, un incrocio di pezzi di legno serve per arrostire la carne. Ci sorridono. Nella seconda casa due uomini, attorno al fuoco, stanno fumando un grosso cannone di oppio ed intorno i bambini gironzolano vivaci. Ci accomiatiamo come possiamo e continuiamo a salire, mentre sta scendendo la sera. Arriviamo a Mon e dobbiamo fermarci al posto di Polizia per “scaricare” il nostro ingresso. Tutto è attentamente monitorato. Presentiamo i nostri passaporti e l’attesa sembra quella vista in un film di Gabriele Salvatores. Qua e là fotografie di ricercati e di persone scomparse. Il giorno seguente, da Mon, dove passiamo la notte, coccolati dall’ospitalità della padrona di casa e delle sue figlie konyak, con cui abbiamo trascorso le nostre serate davanti ad un grande camino, una strada semiasfaltata ci riporta in marcia. Percorriamo ampie valli disseminate di casette in legno, appoggi pratici per gli agricoltori tribali; la vita di questa gente è basata infatti sull’agricoltura, secondo regole di rotazione biennali delle colture per trarre il meglio dalla terra che, dopo dieci anni, viene lasciata a riposare per rigenerarsi e prepararsi a nuove semine.

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Finalmente arriviamo ad un villaggio konyak.

I Konyak sono da sempre una delle tribù più isolate della regione ed hanno costruito i loro nuclei sulle sommità di colline tra i 900 e i 1200 metri per meglio controllare i nemici. Ci sta aspettando la persona più importante di quel villaggio, l’Ang, il capo che, inizialmente un po’ reticente, esprime poi la sua simpatia verso di noi e pare divertirsi davanti all’obiettivo fotografico. Al collo porta una collana fatta di perline e denti di animale che regge quattro piccole teste in bronzo. Sono l’emblema della sua passata attività di cacciatore di teste.

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Un tempo il numero di teste tagliate e portate al villaggio indicava il potere di un guerriero ed i teschi, che i Konyak credevano possedessero la forza dell’anima dell’uomo ucciso, diventavano una specie di totem del villaggio per favorire prosperità anche alle colture, alla vita personale e alla fertilità. Le si appendeva nel Morong, la casa comune, oppure attorno alla casa del capo del villaggio. Questa attività rappresentava anche un rito di passaggio all’età adulta per i giovani ragazzi konyak.

Quest’uomo si chiama Panpha, ha 77 anni ed è uno degli ultimi tagliatori di teste del distretto Longwa. I lobi delle sue orecchie sono forati e attraversati da un corno di bovino e la sua faccia è tatuata, secondo una pratica che distingue i Konyak da altri gruppi tribali del mondo. Non possiamo vedere il suo petto, perché indossa una camicia ma sappiamo che i Konyak, sia uomini che donne, tatuavano tutto il loro corpo anche se oggi questa pratica non viene più seguita. Il tatuaggio, che si guadagnava per aver tagliato qualche testa nemica, era e, per ciò che ancora rimane, è una connotazione dello stato sociale del membro della comunità ed indica anche il clan a cui appartiene. Con lui vi è un altro tribale, un suo parente, dice. La sua testa è circondata da piume di bucero, l’hornbill, da cui prende il nome un famoso festival che si svolge in Nagaland. Entriamo nella loro casa. Dentro, poche cose e poca luce. Un focolare fatto di pietra, oggetti ed attrezzi per la loro semplice vita quotidiana.

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Il “bagno” è fuori, protetto da due lamiere, accanto alla pompa per l’acqua. All’esterno grossi crani di bufali e nessun cranio umano. La loro pratica di tagliatori di teste terminò infatti nel 1969 ma già nel 1935 gli inglesi la resero illegale. Qualcosa delle loro abitudini cominciò infatti a cambiare quando il British Raj iniziò ad interessarsi a quelle terre. Nel 1870, i missionari cristiani battisti arrivarono mettendo in atto un “passaparola” di conversione ed iniziarono a creare scuole nella regione. Nei decenni successivi, molti Naga, che erano animisti e veneravano gli elementi della natura, si convertirono così al cristianesimo. I Konyak furono i più reticenti ma alla fine anche loro cedettero ai privilegi dell’istruzione e a qualche soldo in più. Oggi, ogni villaggio ha la sua Chiesa ed in questo periodo natalizio non mancano simboli a ricordarlo, tanto che, sui bordi delle piccole strade che stiamo percorrendo, qualcuno ha piantato rami di alberi intonacati di bianco e decorati con cotone. Ogni tanto spunta un “Merry Christimas” o qualche grande stella colorata tra le case. Per i religiosi, i tribali erano null’altro che pagani selvaggi da educare e, così, molti dei loro antichi costumi e tradizioni sono andati perduti, compresa l’usanza del tatuaggio, ed i crani umani del passato furono bruciati. Sebbene amante della guerriglia, la comunità konyak era ed è fondata su regole di rigida disciplina che prevede precisi doveri e responsabilità per ogni membro. Ogni villaggio ha, appunto, un capo; la sua casa è solitamente quella che espone più crani (oggi solo animali) e/o quelli più grandi.

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A lui rispondono da 3 a 6 sotto-capi a seconda della grandezza del villaggio. Dopo la riorganizzazione sociale, avvenuta a seguito della conversione, la donna ha guadagnato un posto di una certa rilevanza sociale se paragonato a quello delle donne appartenenti ad altre caste indiane; il suo preciso compito è la cura della casa, dei figli, del cibo, la tessitura e il lavoro nei campi. In quella che potrebbe essere la piazza del villaggio, visitiamo un’altra grande casa in legno dotata di un magnifico portale di legno inciso. All’ingresso, qualche teschio umano in legno ed un enorme tronco di albero scavato, posto in orizzontale, con, all’estremità, la testa di una tigre.

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E’, questo, un esempio degli strumenti a percussione che, nel passato, i re konyak usavano per richiamare alla guerra gli uomini dei villaggi oppure per depositarvi i teschi umani cacciati mentre tutto il villaggio danzava e festeggiava l’eroe di turno.

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All’interno, tra vari utensili e ceste, dei grandi tronchi in legno inciso, posti a pilastro, fanno da cornice a un paio di donne tribali che vendono il loro artigianato, prevalentemente graziose statuette e monili.

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Il giorno seguente, siamo pronti per altre visite. Lungo il percorso, a tutte curve, siamo bloccati da un camion accostato ad una strada troppo stretta per consentirci di passare. Grandi e piccini stanno aspettando qualcosa e, a questo punto, anche noi. Un grande toro incordato viene trascinato da uomini verso il camion dove verrà fatto salire probabilmente per essere venduto. Si riparte per il villaggio di Logwa. In cima alla collina, due squadre femminili si stanno affrontando in una partita di pallavolo davanti ad un pubblico di giovani e anziani piuttosto consistente. Probabilmente tutto il villaggio si trova al momento su quel campo. Ci guardano, ma sembrano piuttosto interessati alla partita. Il capo di questo villaggio non è disponibile per riceverci; lo scorgo, infatti, dietro una porta, intento a rilasciare un’intervista televisiva. Visitiamo la sua enorme casa famosa per una particolarità: metà di essa si trova in Nagaland, quindi in India, e l’altra metà in Myanmar! Insomma, con pochi passi nella cucina ampia e luminosa, comunque in stile semplice e piena di utensili, puoi attraversare un confine, senza passaporto! In effetti la Birmania è proprio lì accanto e, geograficamente, è la prosecuzione naturale del Nagaland. Mi affaccio alla finestra, per immaginare… Vedo, là fuori, sopra un albero, un altro grande teschio bianco di bufalo… che sa tanto di un ritratto western. Abbiamo la fortuna di incontrare un altro uomo konyak, tatuato, con un cappello in testa, che, seduti nel luogo dove consumiamo il pranzo, ci rende un’ intervista interessante. Lo ascoltiamo attentamente mentre spiega il significato della tatuazione e afferma che l’avvento del cristianesimo è stata per i Konyak una benedizione che ha fatto loro comprendere la malvagità delle loro azioni di tagliatori di teste e ha costruito per loro scuole che hanno contribuito a migliorare i tassi di alfabetizzazione nella regione.

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Mi domando perché le campagne di conversione cristiana del passato (e forse anche del presente) non abbiano avuto la cura di usare metodi meno incisivi e diretti a filtrare e conservare almeno le tradizioni e i costumi millenari “innocui”, che avrebbero potuto così continuare a vivere e ad essere tramandate di generazione in generazione. Un patrimonio che oggi resta solo nella memoria degli anziani e che potrà essere tramandato solo oralmente, sempre se qualcuno se ne vorrà prendere l’impegno per non dimenticare le proprie origini. Oggi i Konyak sono grandi fumatori d’oppio; lo sono gli anziani, i loro figli e i loro nipoti. Fu portato dagli inglesi in Nagaland per controllare i tribali e distrarli dalla loro attività barbara. Di fatto, anche l’introduzione del cristianesimo è servito proprio a questo.

(Testo e foto by Passoinindia) 

Phejin Konyak, la pronipote di un cacciatore di teste konyak, ha voluto documentare nel suo nuovo libro, The Konyaks Last of the Tattooed Headhunters, pubblicato da Roli Books, le storie, canzoni, poesie e racconti popolari konyak che ha raccolto in tre anni di incontri nei villaggi di Mon.

“Ma vorrei solo che alcuni dei missionari battisti avessero riflettuto un po ‘più a fondo sugli effetti delle loro azioni. Hanno insegnato che la nuova religione era una rinascita, e nulla dei vecchi modi avrebbe dovuto restare con la persona che rinasce. In questo modo hanno scartato, con noncuranza, così tanta parte della nostra cultura…”, ha detto Phejin Konyak in una intervista.

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Incontro con la tribu Mishing all’isola di Majuli (Assam, India)

Una parte del nostro viaggio in visita alle zone tribali dell’India ci porta in Assam.

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L’Assam, nel nord est indiano è uno degli Stati chiamati “le sette sorelle”(https://passoinindia.wordpress.com/2016/12/10/viaggio-nel-nord-est-india-le-sette-sorelle-e-le-loro-tribu/) nonché terra di tribù e comunità che, sebbene accomunate da alcune somiglianze, hanno tra loro enormi differenze culturali e linguistiche.

Una delle maggiori etnie è quella Mishing (o Miris, nome originario ed utilizzato per identificarli nella Costituzione indiana), termine che deriva dalle parole “mi” e “anshing” e che significano rispettivamente uomo e dignità. Quindi, questi aborigeni sono conosciuti come uomini di valore. Abitano principalmente i distretti assamesi di Dhemaji, North Lakhimpur, Tinsukhia, Dibrugarh, Majuli, Sibsagar, Jorhat e Golaghat oltre che varie zone dell’Arunachal Pradesh dalle cui colline si dice provengano sebbene la loro esatta origine non sia stata del tutto accertata. Sono infatti evidenti le molte somiglianze culturali e linguistiche con la tribù Adi che vive in Arunachal Pradesh. Appare anche probabile che i Mishing siano discesi dal sud-est asiatico ed abbiano radici risalenti agli Abo Tani (che si ritiene siano stati i primi uomini sulla terra) e che provengano dalle comunità cinese e mongola. I Mishing arrivarono in Assam, a costruire le loro colonie, già nel sedicesimo secolo, alla ricerca di una terra fertile, che trovarono sulle rive del fiume Bramhaputra. Da sempre questa gente combatte con le gravi inondazioni annuali che distruggono le coltivazioni, la loro principale fonte di sussistenza.   

 

Incontriamo i Mishing sull’isola di Majuli, la più grande isola fluviale del mondo, che raggiungiamo in barca navigando il grande Brahmaputra. È un corso d’acqua transfrontaliero che attraversa Cina, India e Bangladesh ed il cui nome, dal sanscrito, significa “figlio di Brahma”, probabilmente il solo tra i fiumi dell’India che porta un nome maschile. Il lungo tratto di 2900 chilometri che percorre dal Tibet, dove nasce, fino al Golfo del Bengala, dove sfocia, lo rende importante per l’irrigazione e il trasporto. Ma quando la neve dei picchi himalayani si scioglie la sua potenza si fa sentire. È questo il motivo per cui l’ isola di Majuli in pochi anni scomparirà a causa dell’erosione sempre più forte e certamente conseguente agli ultimi critici cambiamenti climatici.

 

Dalla barca, su cui sono state stipate con precisione le nostre auto, e comunque comoda per noi, è visibile, in prossimità dell’attracco all’isola, la fragilità del terreno con cui è fatta, tanta sabbia bianca, come quella del mare. Quando le auto vengono fatte scendere con l’ ausilio di due tavole di legno, appena il tempo per giocare un poco sui banchi di sabbia, ci dirigiamo verso il cuore dell’ isola.

 

Majuli all’interno si presenta in tutto il suo fascino paradisiaco, con il giallo dei campi di senape, le pozze d’ acqua che specchiano il cielo, i grandi bambu ed altri alberi che lasciano alla terra i loro fiori di ibisco e che mi piace raccogliere per donarli ai miei compagni di viaggio. Lungo la strada, le abitazioni palafitta costruite su pilastri in cemento che i Mishing utilizzano per difendersi dalla piene.

 

Di fronte ad esse vi è spesso un telaio. Le donne Mishing riflettono infatti le loro doti in un’arte tramandata da generazioni ed imparata in età giovanile, nei disegni dei loro vestiti filati con seta muga (una seta preziosa dell’Assam) e cotone.

 

La maggior parte dei loro abiti è adornata con le figure simboliche di “Do-ni” e “Polo”, il sole e la luna”, rispettivamente il dio (e madre) e la dea (e padre) delle tribù Mishing; queste due divinità, il cui figlio è Abotani, sono le più importanti tra altre divinità e sono invocate per buon auspicio. Il Mibu, il capo religioso venerato per le sue capacità di relazionarsi con gli dei, canta gli Abang Mantras e altre canzoni sul mondo, compresi uomini e animali. Di tradizione animista, questa tribù crede nell’esistenza di poteri, divinità malevole e benevole ed esseri sovrannaturali che abitano boschi, acque, alberi, cieli ecc. o che sono gli spiriti sospesi dei morti. I missionari cristiani, ad differenza di quanto è accaduto per altre tribù dell’India, non sono riusciti a convertirli al cristianesimo. Sebbene non particolarmente religiosi, i Mishing della valle del Brahmaputra seguono un induismo monoteistico trasmesso loro da una delle sette del Vaishnavismo di Sankardeva (1449-1568 d.C.), il santo-poeta di Assam. Queste fedi opposte, l’animismo e il vaisnavismo, coesistono perfettamente nella società Mishing non avendo il vaisnavismo interferito con i loro costumi tradizionali (come ad esempio bere birra di riso e mangiare carne di maiale, o usarli in occasioni socio-religiose).

Sull’isola di Majuli dove ci troviamo, i Mishing rappresentano il 60% della popolazione e, nel complesso, sono la seconda più grande comunità tribale degli stati nord orientali dell’India. Sono accoglienti quando ci avviciniamo alle loro case in bambu e ci invitano ad entrare. Una tipica casa Mishing ha un tetto in paglia ed è suddivisa in poche stanze illuminate dalla luce che filtra dalle canne e che semplicemente ospitano una zona cottura e una o più zone notte. Il granaio e la stalla sono costruite non lontano dalla casa.

 

Superato l’uscio, a cui giungo passando su una obliqua tavola di legno che compensa il dislivello tra la strada e l’ingresso della palafitta, incontro i volti sorridenti delle madri e dei loro bambini ancora sonnecchianti. Ci mostrano abiti di vari colori, finemente ricamati e pronti all’uso, gonna lunga da avvolgere attorno ai fianchi e scialle da indossare trasversalmente al tronco, proprio quelli tipici della loro tradizione e che usano quotidianamente. Ahimé, la tentata contrattazione in lingua inglese non ha avuto per me alcun esito riduttivo sul prezzo. La lingua Mishing, che prevede anche un dizionario scritto e una grammatica sviluppata, appartiene al gruppo di lingue indo-tibetane. Col tempo, i Mishing assamesi hanno subito un processo di acculturazione ed il loro tasso di alfabetizzazione è di circa il 68%. Anche in questo caso, con l’inglese me la cavo. Mi accomiato con un namasté (son pur sempre indiani!) ed esco dalla casa, lusingata più dall’emozionante contatto umano che dall’acquisto comunque straordinario. Mi guardo intorno. Un agnello bianco è in grembo ad un donna, qua e là razzolano animali da cortile e, sullo sfondo, lavorano contadini nei campi coltivati a riso, verdure, senape, tabacco, bambu. Nel complesso, una vita che scorre lenta. Un tempo cacciatori, oggi i Mishing mangiano riso, pesce che allevano (come il ‘namsing’, essiccato e macinato), carne, frutta, verdure e altre erbe della foresta. Le donne contribuiscono al reddito familiare allevando maiali, capre, anatre, e altri bovini fuori dalle loro case.

Se vi offrono entusiasti qualcosa da bere, sappiate che si tratta dell’”Apong”, una bevanda a base di riso molto utilizzata anche durante i matrimoni e le feste. La maggior parte dei matrimoni è condotta in modo semplice e formale, dopo che la famiglia dello sposo ha pagato un valore simbolico alla famiglia della sposa. Ma quando il matrimonio avviene perché i due giovani si sono voluti, lo sposo deve ottenere l’accettazione sociale. Le vedove e i vedovi possono risposarsi e la poligamia ed il divorzio sono ammessi ma non molto praticati.

 

Incontriamo prevalentemente donne che mi sembrano gaie. Si dice che ai Mishing piaccia molto il divertimento che sicuramente trovano in tutte le loro feste popolari ricche di danze e canti. Un gruppo di donne nei loro fini abiti chiede sorridente una foto con noi. Solo a casa, rivedendola, colgo un volto femminile che, senza tocco, è diretto verso la mia guancia, come a darmi un bacio.

(testo e photos by PassoinIndia /diritti riservati).

Il nostro viaggio continua così:

https://passoinindia.wordpress.com/2018/02/26/in-nagaland-india-tra-le-tribu-konyak/

Partenza di gruppo per Pasqua: Heritage Rajasthan dal 01 al 09 Aprile 2018

Un viaggio in Rajasthan, India del Nord, per ammirare quella che fu la terra di re e guerrieri, terra di grandi ricchezze, contesa dai popoli di un passato che è ancora oggi testimoniato da magnifiche dimore, palazzi, fortezze e tesori leggendari. Qui le antiche tradizioni sono fortemente mantenute da gente ospitale e sorridente in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.

Per programma dettagliato scrivici su

info@passoinindia.com

o visita

http://www.passoinindia.com/heritage-rajasthan

 

 

 

 

 

 

Perché il 26 gennaio è celebrato come Festa della Repubblica?

NUOVA DELHI: la Festa della Repubblica, celebrata ogni anno con grandiose parate al Rajpath di Nuova Delhi (ndr. il lungo viale in cui si svolge la solenne sflilata), così come le celebrazioni in tutta l’India, segna il giorno in cui entrò in vigore la Costituzione indiana. Dopo aver ottenuto l’indipendenza dagli inglesi il 15 agosto 1947, l’India diventò un dominio indipendente nel Commonwealth britannico delle Nazioni. Il monarca britannico Re Giorgio VI era ancora ufficialmente il capo dello stato dell’India, anche se era ormai il Paese era uno stato sovrano completamente indipendente. Fu dopo la costituzione dell’India, entrata in vigore il 26 gennaio 1950, che l’India divenne una Repubblica federale e democratica all’interno del Commonwealth, abolendo la monarchia. Dopo l’indipendenza, l’Assemblea costituente nominò il comitato di redazione, con il dott. BR Ambedkar come presidente, per redigere la costituzione. Il comitato di redazione fu incaricato di elaborare la costituzione che sarebbe stata approvata e accettata dall’assemblea.

L’Assemblea Costituente adottò la Costituzione dell’India il 26 novembre 1949, ma la attuò il 26 gennaio 1950. Il motivo per cui il 26 gennaio è stato scelto come momento per l’entrata in vigore della Costituzione è perché nel 1929, durante la Sessione a Lahore del Congresso Nazionale Indiano, dove Jawaharlal Nehru fu eletto presidente, fu approvata una risoluzione che per la prima volta richiedeva la completa indipendenza del Paese. Il 26 gennaio 1930 fu dichiarato “Purna Swaraj Diwas” o Giorno dell’Indipendenza che tuttavia si fece attendere fino al 1947. Per onorare l’importanza del primo Giorno dell’Indipendenza, i membri dell’assemblea costituente decisero di celebrare la costituzione il 26 gennaio, contrassegnandola come Festa della Repubblica.

Tradotto da

https://www.ndtv.com/india-news/indian-republic-day-2018-why-january-26-is-celebrated-as-republic-day-1803430

immagini:

http://www.republicdaywishes.in

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