Tempo per dimenticare il tempo

In oriente si fa tutto con calma, con quell’equilibrio di cui si è perduto in occidente persino il ricordo; noi corriamo e ci manca il fiato, essi hanno il tempo per dimenticare il tempo, è il segreto per vivere ancora con se stessi, la meravigliosa facoltà che permette di restare in bilico tra noi e gli altri, tra il concreto e l’astratto.”

(Giuseppe Tucci 1894 – 1984) orientalista, esploratore, storico delle religioni e buddhologo italiano. Autore di circa 360 pubblicazioni, tra articoli scientifici, libri ed opere divulgative, condusse diverse spedizioni archeologiche in Tibet, India, Afghanistan ed Iran. Durante la sua vita, era unanimemente considerato il più grande tibetologo del mondo. Nel 1933 fondò assieme a Giovanni Gentile l’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente di Roma.

Raghubir_Singh

Foto di Raghubir Singh famoso fotografo indiano (1942-1999)

L’uomo che ha costruito un piccolo Taj Mahal

Faizul Hasan Qadri, pensionato di 83 anni, di Kaser Kalan, nello Stato di Uttar Pradesh, ha ceduto alle ferite dopo un investimento stradale, qualche giorno fa. Quest’uomo è diventato famoso per aver costruito una replica del Taj Mahal adiacente alla sua casa nel villaggio, in memoria della defunta moglie,  e per aver donato la sua terra per la costruzione di una scuola statale per ragazze che ora è completamente terminata.

La moglie di Qadri Tajamulli Begum era morta a causa di un cancro alla gola nel dicembre del 2011. I due si sposarono nel 1953. La coppia non aveva figli. Qadri aveva iniziato  la costruzione di una replica del Taj Mahal dopo la morte della moglie che ha seppellito all’interno della struttura lasciando uno spazio accanto alla sua tomba per lui stesso quando sarebbe morto. Il suo sogno, tuttavia, si era fermato a febbraio 2014 quando Qadri aveva esauríto  le finanze, promettendo però che avrebbe completato la struttura con ciò che sarebbe riuscito a risparmiare. 
Nell’agosto 2015 Qadri, chiamato dall’ex primo ministro UP Akhilesh Yadav a Lucknow, aveva gentilmente rifiutato l’assistenza finanziaria che Yadav gli aveva offerto per il completamento della costruzione. Aveva richiesto invece la realizzazione di un college per ragazze gestito dal governo per il quale in seguito aveva donato la sua terra. La scuola è ora completata. “Aveva risparmiato quasi due lakh di Rs. e stava per venire con me a Jaipur per l’acquisto del marmo per il suo mini Taj Mahal affinché assomigliasse ancor più a quello originale di Agra “, ha detto Aslam, il nipote.
Per la costruzione, Qadri aveva venduto un pezzo della sua terra agricola oltre ai gioielli in oro e argento della moglie e aveva iniziato a lavorare con l’aiuto di un muratore locale. “La struttura è costruita sulla mia terra e ho cercato di piantare alcuni alberi intorno ad essa e di avere un piccolo corpo idrico nella sua parte posteriore. Tuttavia, il lavoro è stato in gran parte bloccato a causa delle finanze essendo i costi del marmo alti. Un certo numero di persone mi ha offerto denaro, ma mi sono rifiutato di accettarlo fino ad ora. Questo è il mio impegno personale per la mia defunta moglie e incarna il mio amore per lei. Quindi dovrei farlo da solo “, aveva detto Qadri ad Hindustan Times durante un visita nell’ agosto 2015.
Ora, il nipote di Qadri è desideroso di esaudire i desideri di suo zio e ha dichiarato che lo seppellirà accanto a sua moglie e terminerà, con il marmo, il piccolo Taj Mahal. “

Immagine Hindustan Times

Storia tratta da https://m.hindustantimes.com/delhi-news/man-who-built-mini-taj-mahal-for-wife-dies-in-road-accident/story-Zgnl0nFHKemsCRx94pD2sI.html

 

HAPPY DIWALI A TUTTI!

Significato del Diwali.

Dall’oscurità alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza, dall’infelicità alla beatitudine, questo è davvero il messaggio vero e profondo che il festival di Diwali porta ogni anno con le sue gioiose celebrazioni. Il festival di Diwali è il festival più celebrato e tanto atteso che ispira le persone a credere nel potere del bene. Diwali è annunciato come uno dei festival più significativi degli indù ed è celebrato in tutta l’India e in tutto il mondo. Gli indù del nord celebrano principalmente questo festival per commemorare la leggenda del ritorno di Lord Rama nel Regno di Ayodhya dopo un esilio di 14 anni mentre nel Sud, è celebrato per ricordare la sconfitta di un demone chiamato Narakasura per mano del Signore Krishna . Tuttavia, il festival delle luci ha un grande significato anche in altre religioni, che includono il Sikhismo e il Giainismo, anche se per ragioni diverse. Questo articolo esplora il profondo significato di Diwali nel contesto di varie fedi e sistemi di credenze.


Significato spirituale nell’Induismo.
Il festival delle luci, Diwali è la speranza e ispira tutti ad accendere una candela piuttosto che maledire l’oscurità. Diwali non riguarda solo l’illuminazione esterna, ma promuove la consapevolezza della luce interiore che è il nucleo di ogni essere umano. La spiritualità è la vera essenza dell’Induismo e profetizza che una persona non è solo un corpo o una mente ma qualcosa al di là di essa – una fonte di energia pura, potente ed eterna, chiamata Atman. Diwali è la celebrazione della realizzazione di questa luce interiore, che ha il potere di mostrare la via della rettitudine anche nei momenti più bui dei tempi. Il risveglio del vero sé, Atman, introduce ciascuno alla pace immensa, alla compassione universale, all’amore e alla consapevolezza dell’unità di tutte le cose (conoscenza superiore). Questo è uno stato di vera felicità che Diwali commemora. Le storie e le leggende su questo festival possono cambiare da regione a regione, ma questa essenza sottostante rimane la stessa.

Importanza nel Giainismo.
Diwali è un’occasione molto speciale per il popolo della comunità Jain, come il Natale è per i cristiani o il Buddha Purnima è per i buddisti. Secondo la storia e le scritture jainiste, Lord Mahavira, l’ultimo dei Jain Tirthankaras, fondatore del Giainismo, raggiunse il Nirvana o Moksha nel giorno di Diwali a Pavapuri il 15 ottobre 527 aC. Si ritiene che, oltre al divino Signore stesso, il suo discepolo più devoto, Ganadhara Gautam Swami abbia raggiunto l’illuminazione (Kevalgyana) in questo giorno. Questo rende Diwali uno dei festival più significativi per i Jain. Le celebrazioni Jain di Diwali sono lontane dalla stravaganza ed infatti la comunità ascetica Jain celebra Diwali per tre giorni durante il mese di Kartik. Gli Shvetambara, discepoli di una delle maggiori correnti del giainismo, meditano e leggono ad alta voce gli insegnamenti di Lord Mahavira, nel Sutra Uttaradhyayan, l’ultimo insegnamento che diede prima della sua liberazione. Nel jainismo, la liberazione o moksha o nirvana è il più alto e il più nobile obiettivo è l’unico che una persona dovrebbe avere; altri obiettivi sono contrari alla vera natura dell’anima. Con la giusta visione, conoscenza e sforzi, tutte le anime possono raggiungere questo stato. Si dice che un’anima liberata (siddha) raggiunga la sua vera natura incontaminata di beatitudine, conoscenza e percezione infinite, liberandosi dal ciclo di nascita e morte dopo la distruzione di tutti i legami karmici. Questo è il motivo per cui il Giainismo è anche conosciuto come mokṣamārga o “via della liberazione. Durante il Diwali, molti jainisti fanno un pellegrinaggio a Pavapuri, nel Bihar, dove Mahavira raggiunge il Nirvana.

Importanza nel Sikhismo.
Nel Sikhismo, Diwali è considerato un giorno molto importante, in quanto molti eventi significativi della storia dei Sikh sono associati ad esso. I sikh celebrano Diwali in grande stile e il giorno viene anche chiamato “Bandi Chhorh Diwas”, che rappresenta il “giorno della liberazione dei detenuti”. In questo giorno del 1619, il sesto guru, Guru Hargobind Ji, insieme a 52 altri principi, fu rilasciato dal forte di Gwalior, dove tutti furono imprigionati per ordine dell’imperatore Mughal Jahangir. La comunità sikh si rallegrò per l’occasione illuminando il Tempio d’oro.
Un altro evento significativo che sottolinea l’importanza di Diwali per i sikh è il martirio di Bhai Mani Singh ji. In questo giorno, sacrificò la sua vita per proteggere la comunità sikh dal genocidio per mano dei Moghul nel 1737, cancellando le celebrazioni di Diwali al Tempio d’oro. Infatti nel 1737 ca., Bhai Mani Singh chiese al governatore di Lahore, viceré dell’impero moghul, il permesso di tenere il festival Diwali per celebrare il Divas Bandi Chhor presso l’Harmandir Sahib o tempio d’oro. Gli fu concesso per Rs. 5.000, quale tassa religiosa di jizya, imposta dai moghul ai non musulmani, che Bhai Mani Singh avrebbe raccolto come offerte dai Sikh che sarebbero venuti al tempio. Il Governatore ordinò invece ai militari di attaccare a sorpresa i Sikh durante il festival. Bhai Mani Singh ne venne a conoscenza e comunicò ai sikh di non andare al tempio d’oro. Non gli fu così possibile pagare il denaro ai Mughal che gli ordinarono di convertirsi all’Islam. Rifiutando di rinunciare alle sue convinzioni, venne giustiziato  per smembramento. La sua morte spinse i sikh a lottare per la libertà dall’oppressione moghul.

Quindi HAPPY DIWALI!

By PI

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Oggi in India la festa di Dussehra

Dussehra (Vijaya Dashami, Dasara, o Dashain) è una festa indù. E’ considerata festività nazionale indiana che ricorre 20 giorni prima del Diwali  (la festa delle luci), altra importante festività religiosa indiana. Con Dussehra gli induisti celebrano la vittoria del dio indù Rama sul re demone Ravana (re di Sri Lanka). Questa storia mitica è raccontata nel grande racconto epico Ramayana. Ravana aveva una sorella, nota come Shoorpanakha che si è innamorata dei fratelli Lakshamana ( fratello di Rama) e Rama e voleva sposare uno di loro. Ma Lakshamana rifiutò di sposarla e Rama non poté farlo perché era già sposato con Sita. Shoorpanakha minacciò quindi di uccidere Sita, in modo da poter sposare Rama. Questo fece arrabbiare Lakshamana che quindi le tagliò il naso e le orecchie. Quando il re di Sri Lanka, Ravana, seppe ciò, rapì Sita per vendicare le ferite di sua sorella. Rama e Lakshamana combatterono quindi una battaglia per salvare Sita, aiutati dal dio di scimmia Hanuman e da un enorme esercito di scimmie. Qui Rama rappresenta il trionfo del bene sul male ed è questo che si celebra con il Dussehra. In questo giorno i fedeli si incontrano nelle case e nei templi per pregare (puja) gli dei e offrire loro cibo. Ci sono fiere all’aperto (melas) e le effigi di Ravana vengono allestite durante il giorno per essere bruciate alla sera sui falò ( i fuochi di artificio vengono posti dentro queste statue di carta e legno). Dussehra è il culmine del festival Navaratri (Navratri è un festival di nove notti – da cui il nome – dedicato al culto di una divinità indù Shakt, dea della forza. La Dussehra cade il decimo giorno di questo periodo). Nei giorni antecedenti il Dussehra vengono rappresentate, all’aperto, nel Nord India, i miti del Ramlila, una versione breve del poema epico Ramayana. Gli attori interpretano, in costumi tradizionai e antichi, le storie di Rama, Sita, Ravana, Hanuman, Lakashman, Sugriv, Meghnath e così via. Si ritiene che questa festa sia l’occasione migliore per iniziare qualcosa di nuovo, ad esempio un viaggio, o un progetto e per comprare gioielli d’oro e d’argento, utensili o oggetti per la casa. In questo periodo infatti in molti negozi vengono praticati sconti sui prezzi; di fatto, questa festa coincide con la fine del raccolto per cui rappresenta il momento in cui le persone dispongono di più denaro. Nel giorno di Dussehra gli uffici governativi e i negozi sono chiusi.

All’interno di questa festa, ogni zona dell’India svolge riti tradizionali diversi. Ad esempio nel Karnataka si fa una grande processione in onore della dea Chamundeshwari che viene trasportata su un trono a dorso di elefante nella città di Mysore. Ancora, sempre nel Karnataka, si usa far benedire strumenti di uso domestico o lavorativo come libri, computer, pentole, auto ecc. Nel Bengala invece si preparano speciali cibi tra cui il pane fritto e snacks di patate speziate.

Durante questa festa vengono ricordate anche le mitiche storie indu del Mahabharata, dove si racconta dei cinque fratelli Pandava che combatterono le forze del male e, prima di andare in esilio per un anno, abbandonarono le loro speciali armi in un albero Shami dove, al loro ritorno, ancora le trovarono.Per questo, prima di combattere una battaglia, che poi avrebbero vinto, si prostravano in adorazione di quello stesso albero.

By Passoinindia

Akbar, il più grande dei moghul

Akbar fu il terzo imperatore moghul dopo Babur, suo nonno e Humayun, suo padre. Lo divenne a soli 13 anni, nel 1556. Nacque mentre il padre, dopo essere stato sconfitto da Sher Shah Suri nella battaglia di Kanauj, nel 1540, era in esilio. Nella casa degli zii paterni, Akbar fu preparato all’arte della caccia e della guerra, mentre il suo governo era sorretto dal fidato Bairam Khan, almeno finché divenne maggiorenne. Come da sempre, quell’Impero faceva gola a molti. Alla morte di Humayun, nel 1556, il sultano afghano Mohammad Adil Shah inviò il suo generale Hemu ad assaltare Agra e Delhi che furono conquistate ed i moghul dovettero fuggire.Quello stesso anno Hemu salì al trono a dominare l’India del nord interrompendo, dopo 350 anni, l’egemonia musulmana. Ma Akbar, per riprendersi il regno di Delhi, affrontò, sempre nel 1556, nella battaglia di Panipat, il grande esercito di Hemu fatto di trentamila uomini e 1500 elefanti. La tattica militare di Bhairam Khan, alla guida delle truppe moghul, ebbe la meglio su Hemu, ferito da una freccia e portato al cospetto di Akbar che, non volendo decapitarlo personalmente, lasciò il compito al suo generale.I moghul si ripresero quindi i loro domini da Delhi al Punjab, Agra, Ajmer, Malwa, Gwalior, Nagor, Gondwana eccetera. Nella conquista di Gondwana, nel 1564, allora sotto i Rajput, gli antichi sovrani indu dell’India, Akbar si  scontrò con Rani Durgavati, la madre guerriera del giovane re Vir Narayan che, durante l’assedio, si suicidò, dopo che il figlio perse la vita. Molti rajput si sottomisero spontaneamente alla sua supremazia; il sovrano Udai Singh, Sisodia del Mewar, invece, non volle cedere e, nel 1567, il suo forte a Chittogarh, dopo 4 mesi di duro assedio, dovette arrendersi in favore di Akbar. Lo stesso avvenne anche a Ranthambore, nel 1576, dove il figlio di Udai Singh oppose una memorabile resistenza. Lo scontro di Haldighat, nel 1576, decretò la fine dell’ultimo dei difensori della dinastia rajput. Nel decennio successivo, i possedimenti di Akbar includevano anche il Deccan. Una volta consolidato il suo impero, Akbar si dedicò alla amministrazione che voleva stabile e garantista per il benessere economico e sociale dei suoi sudditi. Il potere legislativo e giudiziario erano nelle mani di Akbar che li gestiva supportato dai suoi ministri e da governanti locali (subadar). Infliggere la pena capitale dipendeva solo da lui.

Le entrate dell’impero arrivavano dalla terra; i contadini infatti dovevano versare tributi alle casse dell’impero ma potevano chiedere prestiti ed ottenere l’esenzione dai tributi in caso di calamità naturali. Akbar ordinò agli esattori di usare buone maniere con il suo popolo. Tutto questo gli permise di allargare il consenso popolare, migliorare i raccolti e quindi le entrate. Vi era cibo per tutti. La politica di Akbar era anche diretta alla tolleranza religiosa. Consentì la realizzazione di templi senza distinzione di fede. Perciò ritenne ingiusta la tassa sui pellegrinaggi che gravava sugli indù e quindi nel 1563 la abolì. Così musulmani e indù dovettero convivere. Lo stesso Akbar era profondamente religioso e lungi dal voler imporre la sua fede personale.Era seguace del sufi Sheikh Moinuddin Chishti che lo riceveva ad Ajmer e fondò la setta di Din-i-llahi (fede del divino) che dettava regole etiche del buon vivere, lontano da lussuria,orgoglio e calunnia. La benedizione del sufi gli aveva donato il figlio tanto desiderato (tutti gli altri suoi figli infatti erano morti) e dunque Akbar, nelle vicinanze della grotta in cui il sufi viveva, fece costruire la cittadella di Fatehpur Sikri, che designò nuova capitale del suo impero, dopo Agra. Ancora è visibile, nel cortile della moschea della “città della vittoria”, il mausoleo in marmo bianco di Salim Chrishti del 1570, dove si recano tutt’oggi le donne musulmane per chiedere al santo la fertilità, lasciando piccoli nastri in segno di voto.  

Anche i Rajput diventarono alleati militari e politici di Akbar, perché egli sposò, strategicamente, alcune delle loro donne, tra cui le principesse di Amber, Jaisalmer e Bikaner ed integrò alla sua corte uomini rajput assegnando loro incarichi amministrativi. Ebbe in totale 36 mogli ed otto figli.

Akbar ebbe una visione moderna, per l’epoca, anche dei rapporti sociali: incoraggiò le seconde nozze e denigrò i matrimoni infantili.

Amava l’arte, la letteratura e la cultura. Eppure, Akbar era analfabeta. Grazie al suo mecenatismo, giunsero a corte grandi artisti e letterati. Riversò il suo amore per l’architettura in quell’arte moghul bellissima e visibile ancora oggi: la cittadella di Fatehpur Sikri, il forte di Agra, la tomba di Humayun, il forte di Ajmer, il forte di Lahore e quello di Allahabad.

Akbar, soprannominato “il grande”, morì nel 1605 per una brutta dissenteria, all’età di 63 anni, nella sua Fatehpur Sikri. È sepolto a Sikandra, nei pressi di Agra. Si preparava il tempo per suo figlio Jahangir.

testo by PassoinIndia

LA MEZZANOTTE DELLA LIBERTÀ CHE CANCELLO’ L’ERA COLONIALE

LA MEZZANOTTE DELLA LIBERTÀ CHE CANCELLO’ L’ERA COLONIALE.


New Delhi. «Molti anni fa fissammo un appuntamento col destino e ora giunge il momento di tenere l’ impegno. Allo scoccare della mezzanotte mentre il mondo dorme l’ India si sveglierà alla vita e alla libertà. È uno di quei momenti che accadono raramente nella storia, quando usciamo dal vecchio ed entriamo nel nuovo, quando finisce un’ epoca, quando l’ anima di una nazione a lungo oppressa trova la voce».

Mancano pochi istanti alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto 1947, quando il primo ministro Jawaharlal Nehru pronuncia il fiero discorso che resterà scolpito nella memoria dei popoli del Terzo mondo. Nehru parla a New Delhi sotto la grande cupola del Legislative Council, il palazzo che fino a quell’istante è la sede del potere imperiale inglese. Ha davanti a sé Lord Mountbatten, bisnipote della regina Vittoria e ultimo viceré dell’ India. Mentre la bandiera dell’Union Jack viene ammainata, un quinto della popolazione del pianeta cessa di essere colonia. Anche se gli olandesi si aggrappano ancora all’Indonesia e i francesi rifiutano di lasciare l’ Indocina e l’ Algeria, è in quella notte di sessant’ anni fa che si chiude l’ età degli imperialismi: quasi mezzo millennio in cui l’uomo bianco ha conquistato il pianeta con le armi imponendo le sue leggi, la sua economia, la sua religione. Dignitosa e onorevole, la fine del Raj britannico segna tuttavia il tramonto dell’ idea di una «civiltà superiore». Le menti più brillanti dell’ impero britannico avevano condiviso quella superba ambizione. Nel 1891 lo scrittore Rudyard Kipling a chi lo interrogava sulla possibilità futura di un autogoverno indiano rispose con sarcasmo: «Oh no! Questa gente ha quattromila anni di storia, sono troppo vecchi per imparare a governarsi. Hanno bisogno di legge e ordine, tocca a noi darglieli». E nel 1931 il grande statista Winston Churchill aveva detto: «Abbandonare l’ India al governo dei suoi bramini sarebbe un atto di crudele e malvagia negligenza. Ricadrebbe rapidamente indietro nei secoli, in una barbarie medievale». Ma in quella mezzanotte del Ferragosto 1947 Churchill è ormai soltanto un ex capo di governo. Il leader che ha guidato gli inglesi nell’eroica resistenza contro il nazismo ha perso le elezioni due anni prima. La Gran Bretagna è uscita vittoriosa dalla guerra ma è una nazione stremata dai debiti. A Londra in quei giorni si razionano la carne, il pane, le patate. «Siamo diventati un paese povero – dice ai suoi connazionali l’economista John Maynard Keynes – e dobbiamo imparare a vivere poveramente». L’ immagine più potente che rimane di quel Ferragosto è una foto in bianco e nero scattata dalle mura del Red Fort. Si vede il premier Nehru nel tradizionale vestito immacolato, dritto in piedi su un palco dove sventola la bandiera indiana. Davanti a lui si stende una folla infinita, una marea umana a perdita d’ occhio. È l’istantanea di un trionfo, però si avverte anche un vuoto. Nell’ ora della rivincita sul dominatore coloniale manca qualcuno all’appuntamento con la storia. Nella mezzanotte della libertà il grande assente è Gandhi, il Mahatma, «la grande anima». «Nehru e il presidente dell’ assemblea costituente – racconta lo storico Ramachandra Guha – invocarono a più riprese nei loro discorsi il Padre della Nazione. Ogni volta che pronunciavano il suo nome dalla folla si alzava un boato. Ma Gandhi era ostentatamente assente dalla capitale. Quella sera si trovava a Calcutta e neppure lì volle partecipare a cerimonie. Lo andò a cercare la massima autorità locale, il primo ministro del Bengala, e lui rispose: il popolo muore di fame attorno a noi, perché mai organizzate una festa in mezzo a questo disastro? I reporter della Bbc assediavano la sua abitazione per strappare una citazione all’indiano più celebre del mondo, all’ uomo simbolo della lotta per l’ indipendenza. Lui non li ricevette. Gandhi era di umore terreo e il suo 15 agosto lo celebrò con un digiuno di ventiquatt’ore». Eppure tutto era cominciato proprio da lui, il «fachiro seminudo» (secondo la definizione sprezzante di Churchill) che ha cambiato la storia del Ventesimo secolo. Asceta, vegetariano rigoroso, appassionato studioso delle religioni in cui cerca una fede universale per tutta l’ umanità, per vent’ anni si è addestrato alla lotta per i diritti civili difendendo gli immigrati indiani in Sudafrica. Fa politica in modo diverso, cambia le regole del gioco. Il suo principio, la satyagraha, affascinerà il mondo intero ispirando Martin Luther King, Nelson Mandela, il Dalai Lama. Noi occidentali abbiamo tradotto satyagraha come non violenza o resistenza passiva. Gandhi non si riconosce in quei termini che implicano una negazione. Satyagraha vuol dire «la forza della verità»: l’idea che i conflitti si devono risolvere facendo leva sui valori comuni con l’ avversario, rispettandolo e perfino amandolo. Rientrato in India nel 1915 applica i metodi che ha collaudato in Sudafrica: scioperi fiscali, disobbedienza civile, marce pacifiche, boicottaggio delle importazioni made in England, digiuni a oltranza. Gli inglesi sono spiazzati. Ogni volta che rispondono con la repressione i dominatori coloniali si mettono dalla parte del torto, perdono prestigio morale nell’opinione pubblica mondiale e anche pezzi della società inglese sono indignati. Un trionfo della non violenza è la «protesta del sale» del 1930: Gandhi guida una marcia di popolo per 350 chilometri, dal suo ashram fino alla costa, dove fa bollire l’ acqua di mare per contestare l’ iniquo monopolio fiscale su un genere di prima necessità indispensabile ai contadini. Durante la Seconda guerra mondiale sarà il movimento Quit India – «Abbandonate l’India» – a dare il colpo di grazia al Raj britannico. C’ è un’ ombra fatale nel successo di Gandhi. La costruzione del Partito del Congresso – la più importante forza politica democratica del mondo – non riesce a far breccia tra gli indiani di religione islamica. Le cause della diffidenza sono antiche. Si sono aggravate alla fine dell’ Ottocento: i primi aneliti d’indipendenza hanno coinciso con la campagna per la difesa delle vacche sacre, che ha scavato un fossato tra indù e musulmani. Nel 1946 le elezioni generali sanciscono la separazione. Il Congresso ottiene la maggioranza ma gli islamici votano in massa per la Muslim League. I loro leader sognano un’ India governata per comunità confessionali, ciascuna con le sue leggi. è il contrario dello Stato laico e pluralista che vuole Nehru. Gli inglesi accettano la Partizione, cioè la secessione delle regioni a maggioranza musulmana e la nascita del futuro Pakistan. A quel punto scoppia la tragedia. I confini tra le due religioni attraversano ogni zona dell’ India, la Partizione non può essere un taglio chirurgico e asettico, da secoli le comunità sono mescolate nei quartieri, nei villaggi. La mezzanotte della libertà è preceduta da un anno di rivolte, pogrom, massacri: una “pulizia etnica” a fuoco incrociato, su scala gigantesca. Il bilancio della carneficina: un milione di morti. Undici milioni di rifugiati sono scappati per raggiungere zone sicure abitate da correligionari. è la più grande migrazione della storia umana concentrata in un arco di tempo così breve. In mezzo a questa ferocia Gandhi per la prima volta da decenni appare quasi irrilevante. Non appena scoppiano i primi disordini nel Bengala nell’estate del ’46 lui parte subito verso l’epicentro delle violenze. «Quest’ uomo di settantasette anni – ricorda Ramachandra Guha – cammina su terreni impraticabili, affondando nel fango, per arrivare a consolare gli indù che hanno avuto le perdite più gravi nei disordini. In un tour de force di sette settimane percorre 116 miglia a piedi nudi e parla a un centinaio di assemblee di villaggio. Poi visita il Bihar, dove sono i musulmani ad avere sofferto di più. Da lì va a Delhi dove si rovesciano i rifugiati dal Punjab, indù e sikh che hanno perso tutto nei massacri. Hanno sete di vendetta e Gandhi cerca di placarli. Infine raggiunge Calcutta, si stabilisce nella zona musulmana, in una misera capanna senza porte, annuncia che vuole far tornare la ragione nella città più grande dell’ India». La voce di Gandhi si perde tra gli scontri. La Partizione è una sua sconfitta. «La morte – aveva detto Gandhi – per me sarebbe una liberazione gioiosa, piuttosto che assistere da testimone impotente alla distruzione dell’ India, dell’ induismo, dell’islam e della religione sikh». Il destino lo esaudisce presto. Il 30 gennaio 1948 viene ucciso durante la sua preghiera del mattino. L’ assassino è un fanatico nazionalista indù che accusa Gandhi di collusione con i musulmani. Quel giorno Nehru dice: «La luce se n’ è andata dalle nostre vite, il buio ha prevalso ovunque». Il premier però ha ripreso il controllo della situazione. Prima ancora dell’ assassinio di Gandhi, alla fine del 1947 la situazione dell’ ordine pubblico è tornata quasi alla normalità. Il merito è delle strutture dello Stato lasciate dagli inglesi – dall’esercito alla pubblica amministrazione – che consentono ai nuovi governanti di affermare rapidamente la propria autorità. Nehru fa una scelta decisiva: mantiene ai loro posti tutti i dipendenti pubblici, compresi gli alti dirigenti che hanno servito il Raj britannico. A differenza di quello che accadrà in molti paesi del Terzo mondo dopo la decolonizzazione in India non avvengono epurazioni, nessun processo ai “collaborazionisti”, niente vendette di Stato contro chi aveva aiutato gli inglesi. L’ uccisione di Gandhi al culmine di un ciclo di violenze è una macchia durevole. Sembra il tradimento perpetrato dall’ intera nazione indiana nei confronti di un leader politico e spirituale a cui doveva moltissimo. Ma la stessa statura morale del Mahatma faceva di lui un esempio irraggiungibile. Il grande diplomatico e romanziere Shashi Tharoor ha detto: «La vita di Gandhi era la sua lezione. Era unico tra gli statisti del secolo per la determinazione con cui viveva secondo i suoi valori. In lui la personalità pubblica si fondeva completamente con il comportamento privato. Era un grande leader e al tempo stesso un filosofo che conduceva esperimenti su se stesso, per applicare a sé i propri ideali». Il gandhismo è un’ eredità quasi impossibile da onorare. Nel santificare il Mahatma post-mortem sono state spesso dimenticate le sue contraddizioni. La sua visione dell’ India era ancorata al passato. Non rinnegò mai completamente il sistema delle caste, anche se si prodigava per educare la gente ad amare gli intoccabili. Disapprovava l’industrializzazione, sognava un ritorno alla tradizione del villaggio, un’ arcaica autosufficienza basata sull’ agricoltura. Predicava uno stile di vita più adatto a comunità di monaci che a una società moderna. A posteriori è stato trasformato in un leader “di sinistra” ma non appoggiò mai l’egualitarismo, prese le distanze dalle battaglie dei contadini poveri per la redistribuzione delle terre, diffidò dei sindacati operai e della sinistra marxista. Nehru era un uomo più in sintonia con i suoi tempi, convinto sostenitore della modernizzazione del Paese. L’ India di oggi, la superpotenza ammirata nel mondo, è figlia di Nehru e della promessa che fece quando la Repubblica stava nascendo: «Il futuro ci chiama. Dove andremo e quali saranno le nostre conquiste? Portare le libertà e le opportunità alla gente del popolo; combattere la povertà, l’ignoranza e le malattie; costruire una nazione prospera, democratica e progressista; creare istituzioni politiche, sociali ed economiche che assicurino giustizia e soddisfazione a ogni uomo e a ogni donna». Oggi quelle sfide non sono certo state vinte tutte, o non completamente. Ma nessuno poteva immaginare, il 15 agosto 1947, quanto l’India si sarebbe avvicinata al sogno di quella notte.

FEDERICO RAMPINI
05 agosto 2007 sez.

Da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/08/05/la-mezzanotte-della-liberta-che-cancello.html

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Quel treno per il Pakistan – Kushwant Singh – ed. Marsilio

Stanotte la libertà – Dominique Lapierre e Larry Collinsb – ed. IBS

I figli della mezzanotte – Salman Rushdie – ed. Mondadori

FILM

I figli della mezzanotte

Il palazzo del viceré

Piplantri, gli alberi delle bambine

Ogni cultura ha le sue tradizioni che circondano la nascita di un bambino.

Nel villaggio indiano di Piplantri, nello Stato del Rajasthan, è usanza piantare ben 111 alberi ogni volta che nasce una bambina! Non è cosa da poco considerato come, in gran parte dell’India, la nascita di una figlia è da sempre considerata un peso per una famiglia. Essa infatti dovrà provvedere alla sua dote, propedeutica al suo matrimonio, che in India è quasi sempre combinato e costoso. La sposa andrà vivere nella famiglia dello sposo mentre il maschio, dopo l’unione, resterà con la famiglia di origine continuando a contribuire al suo sostentamento. Nei villaggi rurali era usanza fino a poco tempo fa sposare le figlie anche prima della maggiore età senza quindi dare loro una educazione completa. Insomma, in India le donne non hanno e non danno vita facile. A Piplantri si va controcorrente e si continua a seguire un’ usanza che Shyam Sundar Paliwal, ex leader del villaggio, cominciò in onore della figlia morta prematuramente. A Piplantri, quando nasce una bambina, i membri del villaggio si riuniscono per onorarla e offrono denaro. I genitori contribuiscono per un terzo della somma di 31.000 rupie, equivalenti a $ 500, e il denaro viene accantonato in un fondo ventennale per la ragazza. Ciò garantisce che la neonata, anche quando sarà adulta, non sarà mai considerata un onere finanziario per i suoi genitori. Essi, in cambio, sottoscrivono un accordo legale impegnandosi a maritare la figlia solo dopo la maggiore età e dopo un’istruzione adeguata e a prendersi cura dei 111 alberi piantati in suo onore.

Nel corso degli ultimi sei anni, a Piplantri sono stati piantati un quarto di milione di alberi. Gli abitanti del villaggio vivono nell’armonia che questa tradizione ha portato alla loro comunità. La criminalità è diminuita, la comunità si garantisce il sostentamento e le bambine sono amate.

Passoinindia.

Il calcio in India

Un interessante articolo  (e immagine) tratto da http://romanzosportivo.altervista.org/calcio-incastrato-calcio-india/

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Chi ha incastrato il calcio in India?
Tra le molte nazionali che non si sono qualificate ai Mondiali, tra cui la nostra povera Italia, c’è una squadra che non è stata e non sarà nemmeno considerata: l’India. E ciò è un peccato perché l’involuzione calcistica (ma anche sociale, politica ed economica come vedremo tra poco) merita un’attenta analisi che seguirà due direttrici principali: da una parte bisogna prestare attenzione al campionato Nazionale indiano, dall’altra occorre ripercorrere la storia della Nazionale con i suoi molti fallimenti ed i suoi rarissimi successi. Ma ci vuole un’introduzione socio-politica per provare a comprendere meglio un paese misterioso. Pronti?


Un Paese incomprensibile.
Il subcontinente indiano può contare su più di un miliardo di abitanti e su un sistema democratico consolidato che fa diventare la “perla della corona” (come veniva chiamata quando c’era ancora l’impero Britannico) la più grande erede del modello politico fondato ad Atene. Nei primi anni 2000 tutti gli economisti si aspettavano un’esplosione positiva dei due giganti asiatici, la Cina e l’India. La prima ha tenuta fede alle pretese e si è elevata a rango di superpotenza, la seconda ha tradito le attese per un difetto-pregio che l’India possiede: è visceralmente attaccata alle proprie tradizioni. In un Paese che è abituato ad andare ad un ritmo tutto suo e che, per fare un esempio, crede ciecamente nel sistema delle caste, una crescita economica poderosa come quella della vicina Cina è praticamente impossibile. In questo contesto generale è inserito il sistema calcistico, una novità che l’India, paese tra i più contraddittori ed anche tra i più tradizionalisti, non era disponibile ad accettare.

Il monopolio del cricket ed un campionato che non decolla.
Per analizzare il calcio indiano bisogna cominciare da una verità incontrovertibile: il cricket è, di gran lunga, lo sport più seguito ed anche quello che caratterizza questa Nazione. Centinaia di milioni di persone seguono le partite dello sport nazionale ed i migliori giocatori sono venerati come semi-dei. In questo contesto di monopolio assoluto, hanno cercato di introdurre il calcio. “Hanno” perché la nuova lega indiana, nata nel 2014, è inserita nel progetto di espansione iniziato da Blatter e portato avanti da Infantino (si veda la riforma per l’ampliamento del Mondiale a 48 squadre). L’Italia ha avuto un ruolo tanto importante quanto breve in questa avventura. Del Piero e Materazzi hanno militato ed allenato in questo campionato, e la Fiorentina ha acquistato una squadra per esplorare un mercato potenzialmente ricchissimo. Nell’estate del 2014 i titoloni sui giornali in Italia erano entusiasti e sembravano aver scoperto il nuovo mondo calcistico che aveva trovato nel Subcontinente una frontiera inesplorata.  L’euforia è durata troppo poco, investimenti sempre più radi ed interesse internazionale precipitato. Poi c’è l’eterna rivalità con la Cina. Il campionato cinese di calcio ha superato quello indiano ma la sconfitta dell’India si è estesa su tutti i fronti. L’esplosione economica non è avvenuta ed i vecchi problemi (stupri e divisioni in caste su tutti) non sono stati risolti e ciò si ricollega allo spirito tradizionalista di un Paese unico nel suo genere. Così si arriva al 2017, adesso qualcuno sente parlare dell’Indian Super League?

Una nazionale insoddisfacente.
Il periodo d’oro della nazionale indiana è quello che va dal 1962 al 1970 ma la storia più incredibile è quella del Mondiale 1950. Siamo in Brasile, è il campionato del Maracanazo, e l’India è riuscita a qualificarsi. Ma rinuncia al Mondiale. Il perché di questo “gran rifiuto” è un mistero ma, a noi posteri, sono state tramandate due versioni. Una  “nazionalista” ed una più assurda ma più probabile. La prima versione afferma che l’India, dopo aver visto il girone in cui era presente anche e soprattutto l’Italia del blocco “Gran Torino”, abbia rinunciato temendo una debacle clamorosa. La seconda versione narra che i giocatori dell’India abbiano rinunciato perché la FIFA aveva intimato di giocare con le scarpe ai piedi, cosa insostenibile per i fieri indiani che erano orgogliosi del giocare scalzi. Quindi l’India si ritira dall’unico mondiale a cui si era qualificata. Ma, come già detto, il periodo d’oro sono quei otto anni tra il ’62 ed il ’70. L’apice è il quarto posto ai Giochi Olimpici del 1956, poi ci sono una medaglia d’oro ai Giochi Asiatici, un quarto ed un terzo posto (sempre in questa competizione)  tutto compreso tra 1962 ed il 1970. Dopo ciò un vuoto che ha fatto allontanare i tifosi indiani dalla passione per il calcio in concomitanza con un Medioevo calcistico che attende ancora un Rinascimento che tarda ad arrivare. I colpevoli sono parecchi: in primis un’organizzazione dei vivai inesistente, poi la presenza di allenatori “autoctoni” completamente impreparati ed il conseguente afflusso di allenatori stranieri che cercano solo di ottenere l’ingaggio più alto possibile. La stessa cosa vale per i giocatori “forestieri”, interessati solo all’ingaggio e subito pronti a fare le valigie. Parlando sempre di chi sta in campo, il livello medio degli indiani è bassissimo e non ci sono talenti in grado di prendere per mano una squadra depressa. Siamo ad un bivio, cosa vuole fare da grande l’India calcistica?

Può sembrare un’analisi  pessimista che sembra non lasciare spazio nemmeno ad un bagliore di luce. Ma la situazione è veramente così critica. L’argomento di questo articolo potrebbe sembrare fine a sé stesso ma l’involuzione dell’India trascende il calcio e si immerge in una riflessione più globale su cos’è l’India. Come già detto, l’India non si è elevata al rango delle superpotenze perché non ha superato le sue tradizioni. La Cina, ad esempio, ha sacrificato la sua tradizione contadina sull’altare della globalizzazione. L’India non ha voluto farlo e questa non è una sua colpa ma, al contrario, è un atto di coraggio che testimonia la fierezza di quel Paese che una volta era definito il gioiello della corona.

Interamente tratto da
http://romanzosportivo.altervista.org/calcio-incastrato-calcio-india/

 

Le buonissime SAMOSA (street food)

Questo popolare street food pare sia nato in Medio Oriente, ma grazie ad antichi scambi commerciali è diventato uno degli snack più apprezzati della cucina asiatica. I samosa di verdure sono una variante vegetariana fra le più comuni e diffuse: consistono essenzialmente in un fragrante guscio di pasta che viene fritto e farcito con un mix di patate e verdure estremamente personalizzabile, a cui possono essere aggiunti anche carne o legumi, a seconda della provenienza o della religione della famiglia che li prepara. Poiché non esiste una ricetta ufficiale, noi abbiamo deciso di proporvi una versione vegana del ripieno composta da patate, piselli, cipolle e anacardi, ma voi potete adattarla ai vostri gusti aggiungendo o togliendo gli ingredienti che più preferite!

PER 8 SAMOSA

PER LA PASTA farina 00 250 g / acqua 100 ml / olio di semi 50 ml / sale 1 pizzico,

PER IL RIPIENO patate 370 g / pisellini 107 g / anacardi 35 g / zenzero fresco 27 g / cipolla ½ / aglio 2 spicchi /  peperoncino fresco ½ /cumino ¼ cucchiaino /curcuma in polvere ¼ cucchiaino /peperoncino in polvere 1 pizzico / olio extravergine oliva 10 g /sale q.b.

Friggere in abbondante olio di semi (1 lt)

Per preparare i samosa, per prima cosa lavate e sbucciate le patate, poi mettetele a lessare in una pentola di acqua bollente per 35 minuti. Mentre le patate cuociono, potete occuparvi dell’impasto dei samosa: in una ciotola capiente, unite la farina, il sale e l’olio di semi e cominciate ad amalgamare gli ingredienti con la punta delle dita. Poi aggiungete l’acqua poco per volta, continuando a impastare con le mani, fino a che non otterrete una pallina di impasto piuttosto liscio ed elastico. Coprite la ciotola con un canovaccio e passate alla preparazione degli ingredienti per il ripieno: tagliate il peperoncino fresco a metà per il lungo, rimuovete i semi con la lama di un coltello e tagliatelo a pezzettini; sbucciate la cipolla e tagliatela a falde sottili, poi tritate grossolanamente gli anacardi con un coltello. Trascorsi i 35 minuti di cottura, scolate le patate e passate alla preparazione del ripieno. Scaldate l’olio d’oliva in una casseruola, aggiungete l’aglio schiacciato, lo zenzero grattugiato e il peperoncino fresco e fateli rosolare a fuoco medio per un paio di minuti, mescolando spesso. Ora unite la cipolla al soffritto, insieme al peperoncino in polvere e alla curcuma  e lasciateli rosolare per qualche minuto, mescolando spesso. A questo punto aggiungete le patate lessate intere e schiacciatele grossolanamente con il mestolo. Dopo 6-7 minuti unite i piselli e lasciateli cuocere per circa 3 minuti, poi spegnete il fuoco e aggiungete gli anacardi tritati e il cumino, mescolate bene e aggiustate di sale. Quando il ripieno è pronto, riprendete la pallina di impasto e dividetela in 4 parti uguali: stendete ognuna di esse con il mattarello fino a formare un cerchio del diametro di circa 20 cm. Tagliate il cerchio a metà, prendete uno dei 2 semicerchi ottenuti e posizionatelo davanti a voi con il lato diritto verso l’alto. Spennellate il lato superiore sinistro con dell’acqua, poi piegatelo e portatelo verso il centro del semicerchio.

Spennellate con l’acqua il bordo dell’impasto che ora si trova sulla metà del semicerchio, poi portate verso il centro anche l’estremità destra, facendo combaciare i due lati e premendo delicatamente per incollarli. In questo modo avrete formato un cono: sollevatelo con delicatezza e sistematelo nell’incavo della vostra mano, poi riempitelo con il ripieno fino a un paio di cm dal bordo. Premete i bordi con le dita per sigillare l’apertura, poi ripiegate il bordo su se stesso e premete ancora una volta per sigillarlo ulteriormente.

Quando tutti i samosa saranno assemblati, riscaldate l’olio di semi in un pentolino fino a raggiungere la temperatura di 170°, poi friggete un pezzo per volta (o al massimo 2, per evitare che la temperatura dell’olio si abbassi) per circa 3 minuti girandolo su entrambi i lati. Quando il samosa avrà assunto una bella colorazione dorata, scolatelo con una schiumarola e trasferitelo su della carta assorbente per assorbire l’olio in eccesso. Una volta fritti, i vostri samosa sono pronti per essere serviti e gustati ben caldi!

Non esiste una ricetta ufficiale dei samosa! Lo spuntino indiano più amato può essere personalizzato nei modi più vari, sia per quanto riguarda la composizione dell’impasto che del ripieno, a partire dal mix di spezie, che può includere comunemente anche il coriandolo, la cannella o il garam masala, per finire con l’ingrediente principale: se preferite rimanere su una versione vegana, potete arricchire la nostra proposta di ripieno con dei legumi già cotti, come i ceci o le lenticchie, funghi o altra frutta secca; per una versione non vegetariana, invece, potete utilizzare la carne d’agnello, piuttosto comune nella cucina indiana, oppure della carne di manzo o della salsiccia! Se avete bisogno di velocizzare i tempi di preparazione, potete sostituire l’impasto con della pasta fillo già pronta oppure della pasta sfoglia.

Buon appetito! E se andate in India, non dimenticate di assaggiarle!

vuoi viaggiare con noi? http://www.passoinindia.com

 

La ricetta è stata tratta da “Giallo zafferano”

https://ricette.giallozafferano.it/Samosa.html

 

 

Humayun, secondo imperatore moghul

E, dopo Babur, discendente di Tamerlano, quel condottiero turco mongolo che arrivò in India nel 1398, salì al trono suo figlio Humayun che regnò dal 1540 al 1556. Questo re moghul era tuttavia più interessato all’oppio e all’astrologia che al suo grande regno nelle mire dei suoi fratelli minori e dei generali afghani che avevano appoggiato il padre in battaglia. Tra questi ultimi, il più potente era Sher Khan Suri che conquistò il Bihar, il Bengala e poi Delhi. Nel 1540 Humayun fu infatti sconfitto a Kanauj, in quella terra che oggi è l’Uttar Pradesh e fu costretto a chiedere rifugio al fratello che governava in Afghanistan, su quel territorio che proprio lui gli aveva assegnato. La tradizione turco mongola prevedeva infatti che, alla morte del padre, il primogenito assegnasse possedimenti ai fratelli minori. Fu una vana richiesta, quella di Humayun, che dovette ripiegare in Persia, ad Herat, presso lo Shah Tahmap, di una dinastia safanide che impose lo sciismo come religione di Stato cui aderì anche Humayun stesso.
Delhi restò per ben 5 anni nelle mani di Sher Shah Suri che vi apportò diverse riforme
amministrative e tributarie che lo fanno ricordare come il più efficiente dei sultani afghani. Quando Humayun tornò in India nel 1555, a capo di un esercito di persiani, riconquistò il Punjab, Agra e il trono di Delhi che era in mano ai poco accorti eredi di Sher Shah Suri morto un anno prima in battaglia. Un anno dopo Humayun, forse in preda agli effetti dell’oppio, morì cadendo sulle scale di pietra del suo osservatorio astronomico. Arrivò quindi il tempo di Akbar, nipote di Babur, che, di tutt’altra pasta, salì al trono a 13 anni. Il suo nome, ben meritato, significa “grande”.
La salma di Humayun si trova ancora oggi nel mausoleo fatto costruire per lui a Delhi da sua moglie Hamida Banu Begum nel 1562, capolavoro intatto dell’arte islamica.

continua…

Testo by PassoinIndia