Tempio indu: devoti e devozione

Quando si visita un tempio indu è impossibile non rimanere affascinati da tutto quanto “gira” attorno alla sua figura, compreso l’interno che ospita la divinità principale. Come in altre religioni, la pulizia fisica è parte integrante del culto religioso e per questo i devoti entrano nel tempio dopo un bagno rituale al serbatoio della struttura o presso un fiume. Portano offerte e eseguono la pradakshina, una circoambulazione in senso orario (la parola infatti significa a destra) dell’edificio principale. Questo rito, conosciuto similarmente anche nel Buddismo, conduce simbolicamente i devoti attorno ad una miniatura del cosmo e viene praticato anche in luoghi dove non esiste un tempio se lì, secondo credenza, è presente la divinità, ad esempio su una collina, attorno a Agni, il fuoco sacro (come anche si fa durante una cerimonia nuziale indu), alla pianta sacra Tulsi e all’albero sacro Pipal. Gli induisti si muovono lentamente attorno al santuario, mostrando rispetto verso gli idoli installati lungo il percorso e alle figure nelle nicchie del tempio, tutte manifestazioni dell’immagine del dio che si trova all’interno. Le figure sul muro del tempio ricordano ai fedeli di essere state create per aiutarli nella preghiera, per offrire l’ immagine di un superiore, onnipotente, informe e non manifesto potere.

Come i bambini in una casa, gli dei del tempio vengono svegliati ogni mattina, vestiti, alimentati con le offerte dai sacerdoti bramini. Ci sono sacerdoti ereditari designati secoli fa a mantenere il tempio, ai quali re e signori assegnarono terre e regali per la loro sussistenza. A seconda delle stagioni gli dei sono vestiti in abiti di differenti colori che simboleggiano la celebrazione festiva. In alcuni templi ricchi come a Tirupati (Andra Pradesh) i gioielli che adornano le principali divinità costano milioni di rupie, mentre nei poveri templi dei villaggi la divinità è adornata con semplici fili di perline. Una volta che la divinità è vestita vengono aperte le porte del tempio ed i devoti arrivano ad offrire frutta e fiori. Anche l’accensione delle luci nel tempio ha un grande significato simbolico perché rappresenta l’eliminazione dell’ignoranza e dell’oscurità e quindi del potere del maligno. La saggezza è evocata con l’accensione e lo sventolio delle lampade, spesso bellissime, e delle fiammelle delle candele affinché i fedeli ricevano il darshanIl gioco delle luci sulla divinità nella scura stanza della grabha griha esalta il concetto della divinità all’interno dell’individuo. Agli dei vengono fatte offerte simboliche dei cinque elementi della natura (simboleggianti anche i cinque sensi): l’acqua, da cui deriva la vita, i fiori, simbolo di crescita e prosperità, la frutta, l’emblema del compimento e ricompensa per il lavoro, l’incenso, che, con dolci fragranze, riempie l’aria che dà la vita, e lo scampanellio delle campane che sveglia gli dei e risuona in quello spazio comune in cui tutti coesistiamo. Ogni divinità ha le sue offerte preferite. Alcune divinità femminili amano l’odore del sangue e così in alcuni templi del Nepal e dell’ India vengono compiuti sacrifici. Ma, per fortuna, nella maggioranza dei casi il sangue di vittime sacrificali (animali) è stato sostituito da polvere rossa che viene spalmata sulla fronte delle divinità a significare il suo potere a riprodurre e sostenere la vita. Shiva ama le offerte di latte ed essere bagnato con l’acqua.

Nel tempio si medita, si recitano le scritture e i mantra, si cantano gli inni sacri ma soprattutto, anche più volte al giorno, nella scura garbha griha si fa la puja, un rituale di adorazione della divinità che viene lavata mentre le si offrono doni. Alla fine della celebrazione, ha luogo l’arati e il fuoco dei lumini illumina l’immagine della divinità. Il momento conclusivo, alto e personale, è il darshana, quando il fedele raggiunge la “visione” di Dio. Dopo la preghiera i bramini distribuiscono il prasad che simboleggia le benedizioni degli dei in forma di polvere rossa (se divinità femminili) o cenere (nel caso di Shiva) insieme ad altre cose come dolci o frutta che quindi ritornano ai devoti come simbolo di abbondante grazia della divinità. Quando i devoti ricevono le benedizioni essi possono fare offerte di gioielli o abiti per le divinità o offrire i loro servizi come cantare o suonare strumenti musicali durante le festività. Ma il tempio è soprattutto il principale luogo di aggregazione e scambio culturale per le comunità indu. Le donazioni contribuiscono a creare nuovi padiglioni o mandaps, ovvero delle strutture, parti integranti del tempio, realizzati solitamente su colonne, aperti o chiusi da pareti; essi conducono all’ingresso del tempio, anche se nei templi più grandi possono essere posti ai lati o staccati all’interno del complesso templare. Gli antichi templi dell’Orissa e del sud India hanno un nat o un mandap per le danze, un bhoga mandap per la distrubuzione di cibo, un kalyana mandap per condurre la cerimonia di matrimonio degli dei e altri festival per i quali il tempio è famoso. Dentro il perimetro templare possono trovarsi altri piccoli templi dedicati a divinità correlate a quella principale (ad esempio in un tempo shivaista, le principali divinità correlate sono Parvati, sua moglie, Ganesh e Kartikkeya, i suoi figli.) 

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A volte, posto su una colonna di fronte al santuario, come nei templi della valle di Kathmandu, si trova la figura del vahana, altre volte ospitato in un tempio separato, come è stata pratica comune in zone del sud India. Il vahana (letteralmente “ciò che trasporta, ciò che tira”) è l’animale che viene associato ad una divinità come suo veicolo che essa cavalca oppure lo affianca oppure ne possiede un simbolo.

Nel sud India dal XIII° secolo il tempio diventò il cuore della città, dove anche si commerciavano i prodotti portati dai villaggi vicini; ovviamente, tutto intorno vennero installate le sistemazioni per i brahmini, i sacerdoti. Nelle città tempio come Kanchipuram e Thanjavur in Tamil Nadu, ogni cosa è disponibile lungo i confini del tempio: abiti, utensili, fiori, cibo, sete, ceramiche, articoli artigianali e tanto altro. I templi relativamente più piccoli sono comunque un fulcro attorno al quale gira la vita quotidiana, quella stessa che l’induismo ha fatto innanzitutto una filosofia di vita.

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Il tempio indu (la struttura)

Sia il tempio indu che quello buddista derivano la maggior parte della loro forma e decorazione dalla rispettiva mitologia e filosofia. Ma, a differenza dello stupa buddista, il tempio indu non è un monumento funerario e commemorativo ma è concepito come devalaya, la dimora di dio, un luogo che gli dei amano visitare e deve quindi essere perfetto per questo scopo in ogni suo dettaglio. Nonostante la sua vastità, il subcontinente indiano è accomunato da un filo conduttore mitologico che lega luoghi distanti. I luoghi in cui, secondo il mito, gli dei profusero le loro gesta, divennero sacri centri di pellegrinaggio, perché benedetti dalla visita divina. Le origini del tempio sono da rinvenirsi anticamente in un modesto riparo sotto un albero o sulle rive di un fiume riconosciuti come sacri, visto che, nella configurazione di un tempio, l’acqua è importantissima perché simbolizza il punto di passaggio verso l’altra riva della saggezza. Questi punti sacri diventarono edifici a tutti gli effetti quando raggiunsero importanza tra i devoti e le risorse finanziarie ne supportarono la realizzazione. Quando i sovrani ed i cortigiani finanziarono e commissionarono un tempio o una scultura, fu sempre per una ragione particolare: ricordare una vittoria politica, la conquista di un territorio, una persona amata, una glorificazione perpetua della loro dinastia. Il tempio, come dimora degli dei, fu costruito come un riflesso in miniatura del cosmo, con la struttura allineata in direzione dei punti cardinali: verso est, simbolo della perseveranza, dove sorge il sole; verso ovest, dove tramonta il sole, zona di Varun, il dio dell’oceano eterno; verso nord, la regione della permanenza; verso sud, quella di cambiamento e decadenza, il regno di Yama, il Signore della morte. A seconda della divinità e la stagione in cui il tempio veniva costruito, esso si rivolgeva ad una particolare direzione cardinale ma la maggior parte erano rivolti verso est. Anche la configurazione delle stelle e dei pianeti fu determinante nella pianificazione strutturale del tempio affinché gli dei vi potessero riconoscere la ricostruzione dell’universo ed elargire la loro benedizione ai devoti. Tali regole furono rispettate sia che il tempio fosse costruito in India o in Nepal, nel deserto o sulle colline.

Un tempio consisteva in un singolo quadrato, il garbha griha o camera del grembo o dimora dell’embrione, il suo sancta sanctorum, dove avviene il contatto tra la dimensione terrena e quella divina; si trattava di una stanza disadorna, intenzionalmente buia per favorire la concentrazione della mente del devoto sull’immagine del divino all’interno di essa, la statua del dio principale da cui il tempio prendeva il nome. Ad esempio, il tempio più famoso a Varanasi è chiamato Vishvanatha, il Dio dell’intero Universo. Solo i sacerdoti potevano e possono accedere al garbha griha.. Anche se il termine è associato ai templi indù, spesso ne erano dotati anche i templi giainisti e buddisti. La sacra garbha griha con le sue facce uguali e dirette verso i punti cardinali di permanenza e cambiamento (con quattro porte aperte, come nei templi della valle di Kathmandu) negli ultimi secoli fu realizzata in modo da formare disegni e proporzioni diverse, assumendo talvolta una pianta a forma di stella, come nei templi di Belur e Halebid in Karnataka o tondeggiante, come in quelli del Kerala o con movimenti ondulatori come in quelli di Kajuraho (Madhya Pradesh). Durante lo stadio elementare di sviluppo il tempio era spesso composto dalla sola camera santa costituita da un singolo monolocale, coperta da un semplice tetto piano, come nei primi esempi del V secolo. La pietra per il tetto, infatti, era difficile da modellare, mentre nelle costruzioni in legno era possibile ottenere anche un tetto a forma di botte. Ci sono ancora molti templi in India dove il sanctum è costruito in legno e mattoni, come nel sud. Molti di quei templi antichi non sono arrivati fino a noi a causa della deperibilità del materiale con cui erano fatti. Quando crebbe il mecenatismo per la costruzione dei templi indu, si cominciò a costruirli in pietra, materiale più duraturo ma più costoso. Il garbha griha cominciò ad essere sormontato da una copertura, un “tetto” non piano chiamato shikhara, che nei secoli assunse proporzioni monumentali che lo rese dominante sul circondario e visibile da molto lontano. Shikhara é un termine sanscrito che significa “picco montuoso” ed è anche interpretato come un asse verticale, “l’axis mundi”, che attraversa i cieli, la terra e il sottoterra. L’elevazione verso l’alto del Shikhara rappresenta l’elevazione spirituale personale (ātman) e lo slancio verso Brahma, l’essere supremo.

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L’architettura dei templi è stata classificata in base alla forma del shikhara e alle sue decorazioni. Quelli del sud India, in stile drāvida, sono solitamente fatti di strutture orizzontali sovrapposte che verso l’alto si riducono in larghezza costituendo una sorta di piramide. Ogni livello è decorato con diverse rappresentazioni. I templi del nord e centro India, in stile nāgara, hanno al contrario dei shikhara somiglianti ad un cono decorato e costituito da altri piccoli shikhara in miniatura.A questi due stili si affianca quello vesara, (dalla copertura cilindrica), una sintesi degli altri due. I templi di Bhubaneshwar in Orissa hanno una forma evoluta che si erige con livelli orizzontali in pietra decorati che si alzano come una colonna sopra il garbha griha e accentuano la loro curvatura mentre si avvicina la cima della torre. Solo dopo la costruzione del garbha gtiha il tempio hindu, si ingrandiva con ambienti che si aggiungevano al disegno originale, soprattutto quando, dal VI°-VII° secolo d.C., il tempio divenne un fulcro sociale, gravitato com’era da sacerdoti, assistenti dei brahmini, giardinieri, addetti alle pulizie, musicisti e danzatrici, il luogo religioso e di ospitalità ai pellegrini di passaggio o ai poveri così come ancora oggi avviene in molti templi. I tetti delle sale sussidiarie del tempio dell’India centrale e dell’ Orissa svilupparono una distinta forma piramidale composta da diversi strati decrescenti, costituendo la forma di una montagna, incrementando il simbolismo dei templi come dimora degli dei in mezzo all’ Himalaya. Nella valle di Kathmandu, per le condizioni climatiche, l’architettura dei templi assunse la forma di una pagoda costituita di vari livelli. I templi in legno del Kerala e di Goa also ebbero grandi coperture spioventi ricoperti da piastrelle.

Sulla cima di ogni shikhara c’era il kalash, l’emblema a forma di contenitore per l’acqua. In tutto il continente il kalash è il vaso simbolico dell’ambrosia, il fine ultimo della preghiera, la promessa della vita eterna libera dal cambiamento e dalla morte. Anche la decorazione scultorea sulla parete esterna della garbha griha e della sala fu una questione di gusto regionale. Sebbene il Vastu-Shastra, il testo quasi sacro sull’architettura del tempio descrisse l’arte e il simbolismo della costruzione, ogni regione ne interpretò le regole secondo le proprie esigenze. Il garbha griha che ospitava l’immagine centrale del tempio era racchiuso su tre lati. La porta d’ingresso al santuario, dai primi esemplari di Gupta, fu scolpita, su entrambi i lati, con immagini delle dee dei fiumi, assicurando la purezza a tutti coloro che passavano attraverso i portali, e con altre figure di buon auspicio lungo il bordo della porta. La zona centrale sull’architrave dall’altra parte della porta era scolpito con una figura della divinità alla quale il tempio era dedicato. Sulle pareti esterne del garbha griha erano installate nicchie con immagini che rappresentavano la manifestazione della divinità. I muri del tempio potevano narrare temi della mitologia o rappresentare figure di altri dei e dee del pantheon indu. A questo vasto schema decorativo potevano essere aggiunte figure di semi-dei o creature mitologiche che proteggevano il tempio dalle forze maligne. La quantità e la proporzione dei motivi di questi templi variava da regione a regione, dagli scarni templi di Hampi a quelli pluridecorati di Belur e Halebid, peraltro tutti facenti parte della stessa regione del Karnatka.

Molti di questi templi o di ciò che ne rimane sono di epoca Gupta, una dinastia che regnò nell’India settentrionale a partire dal 320 d.C. fino al VII secolo d.C., sono frequentati dai devoti che operano puje e seguono riti codificati, compiono la pradakshina ovvero la circuambulazione del santuario entrando nell’area sacra da oriente (simbolo dell’inizio di ogni cammino) e, camminando, ripercorrono simbolicamente il ciclo solare. Molti altri sono di recente costruzione eppur mantengono le stesse regole strutturali di quelli antichi, senza tuttavia, a parer mio, emanare lo stesso fascino. (by PassoinIndia)

da sinistra:  templi in Madhya Pradesh, Kesava temple (Karnataka), Orissa, Tamil Nadu

Le coppie nell’induismo: Rama e Sita (nel Ramayana)

Il RAMAYANA, capolavoro della letteratura indiana antica, il cui nome significa, “il viaggio di Rama” è uno dei più popolari poemi epici e testo sacro per l’induismo. La sua complessa ed elegante redazione fatta di paragoni, allegorie, metafore, rime, giochi di parole è attribuita al saggio poeta Rishi Valmiki tra il I° e il II° secolo d.C., che si dedicò all’ascesi proprio per scrivere le storie tramandate dai cantori itineranti. L’opera è suddivisa in tre kanda (libri), composti di 675 sarga (canti), per un totale di ventiquattromila strofe. La storia è questa. Rama, figlio primogenito del Re Dasaratha di Ayodhya, vinse una gara di tiro con l’arco, ottenendo così di sposare la principessa Sita, figlia del re di Videha. Rama è destinato a succedere al trono del padre ma, a causa degli intrighi della matrigna Kaikeyi che al trono vuole invece suo figlio Bharata, è costretto ad allontanarsi dal regno fino alla foresta di Dandaka con sua moglie Sita e il fratello Lakshmana, dove rimarrà per ben 14 anni. Qui incontrano Surpanaka, una demonessa che si invaghisce di Rama e vuole uccidere Sita, ma Rama la affronta e la ferisce mutilandola. Allora Surpanaka chiede aiuto a suo fratello Ravana, il quale accorre dall’isola di Lanka con un’orda di demoni. Veduta Sita se ne invaghisce perdutamente. Qui egli dovrà combattere contro i demoni Rakasa, il cui re, Ravana re di Lanka, demone dalle dieci teste e venti braccia, cercherà di rapire Sita e portarla con sé in Sri Lanka. Marica, il ministro di Rawana, nel tentativo di allontanare Rama da Sita, si trasforma in un cervo d’oro per attirare l’attenzione della sposa che quindi vuole catturarlo, senza successo. Ella chiede quindi a Rama di aiutarla che parte perciò all’inseguimento del cervo, lasciando il fratello a vegliare sulla moglie. Sita, sentendo una richiesta di aiuto del marito, prega Lakshmana di correre in suo soccorso. Sita rimane sola e Ravana, avvicinandola sotto la finta figura di un prete assetato, la porta via con sé. Rama nel frattempo riesce a colpire il cervo con una freccia, che tuttavia scappa. Rama, nel suo ritorno, viene a sapere del rapimento della moglie. Rama quindi, figura quasi divina, comincia la sua crudissima battaglia contro i demoni che tuttavia vincerà grazie all’aiuto del popolo delle scimmie divine, i vānara, e ai guerrieri scimmia, tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman, che formano un ponte tra India e Sri Lanka consentendogli di raggiungere Ravana, ucciderlo in duello e salvare Sita. Rama verrà finalmente incoronato re al trono che Bharata, consapevole dell’ingiustizia, volentieri gli lascerà.

Rāma, per rispettare il dharma, la regola sociale, deve ripudiare Sītā, sospettata di aver dovuto cedere alle attenzioni di Ravana. Ma Sita accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme, dando così prova della sua purezza. Ma i sudditi diffidano della virtù di Sita e costringono Rama a bandirla nella foresta dove Sita muore dopo aver partorito due gemelli avuti da Rama. Quando Rama apprende la notizia, sopraffatto dal dolore, muore, e lo spirito divino che albergava in lui risale al cielo per riprendere l’aspetto originario del dio Vishnu di cui Rama, in questa storia è stato avatar (incarnazione).

Sono molti gli insegnamenti morali, politici, religiosi e sociali contenuti e prescritti in questo poema popolarissimo. L’obbedienza di Rama agli ordini del padre, il senso di giustizia del fratellastro di Rama, la devozione a Rama di Hanuman, capo delle scimmie, il coraggio di Rama di combattere contro Ravana (che ottenne dal dio Brama il dono di poter essere ucciso da un solo uomo: Rama) per salvare l’umanità, la fedeltà di Sita rappresentano tutte azioni di adesione al dharma, il dovere, la legge comportamentale, l’obbligo morale, la verità e la giustezza, base quotidiana della fede e dell’etica induista.

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Happy birthday Lord Krishna !

Si sono concluse ieri le celebrazioni per il compleanno di Lord Krishna, una delle divinità più importanti del pantheon Hindu.

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Ricordo quando durante il periodo trascorso a Benares, ogni anno, qualche giorno prima che stesse per arrivare questa festività i più piccoli entravano in agitazione e iniziavano a collezionare tutti i pezzi che sarebbero poi serviti a rievocare la nascita di Lord Krishna. Il giorno prima del compleanno della divinità, in ogni casa si preparano i dolci a lei graditi e aspettando la mezzanotte si mette in scena un piccolo presepe molto simile a quello che facciamo noi per natale che rievoca i momenti salienti della nascita e i simboli che ricordano aspetti chiave della sua vita. Il luogo di nascita di Lord Krishna è Mathura, in Uttar Pradesh, dove, come in molte altre parti dell’india, in questo giorno, si svolgono pellegrinaggi, rievocazioni, canti e preghiere insieme alla narrazione dei racconti che rievocano la storia della divinità. Racconta la leggenda che Krishna nacque da Devaki e Vasudeva, membri della famiglia reale di Mathura. Ultimo di otto fratelli, venne scambiato in culla, appena in tempo, con un altro neonato e affidato di nascosto al pastore Nanda e alla moglie Yashoda, affinché lo crescessero al riparo dalla furia dello zio Kamsa. La profezia diceva infatti che Kamsa, il sovrano in carica al tempo, avrebbe ricevuto la morte per mano di uno dei figli della cugina Devaki che il sovrano fece infatti uccidere uno ad uno, man mano che nascevano. Krishna era un bambino dispettoso e ghiotto di burro di cui ne rubava tutte le scorte del villaggio. Spese la sua infanzia nella campagna di Vrindavan tra le mungitrici del villaggio, le gopi che diventeranno sue amanti attirate dalla sua bellezza e dalla musica ammaliante del suo flauto. La sua morte segna l’inizio del Kali Yuga, la quarta era cosmica della corruzione, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale che si crede terminerà solo con la fine di questo mondo. 

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Negli ultimi anni, in onore del compleanno di Krishna è nato uno sport chiamato Dahi Handi. La leggenda narra che le donne del villaggio per evitare che il piccolo rubasse ogni scorta di burro, iniziarono ad appendere i vasi al soffitto tanto in alto da renderne difficile la presa. Ma la divinità, più furba delle donne del villaggio, chiese l’aiuto dei suoi amici per creare delle piramidi umane e riuscire così a raggiungere i vasi contenenti il burro. Questo è oggi diventato uno sport molto seguito soprattutto in Maharashtra con premi in denaro molto importanti. Il dahi ovvero il burro, viene raccolto in contenitori di terracotta chiamati Handi e sollevati ad una certa altezza da terra. Le donne gettano acqua o altri tipi di liquidi per impedire agli uomini, chiamati Govinda in onore del nome del dio in veste di guardiano di mucche, di alzarsi in piramidi e raggiungere i vasi di terracotta contenti burro che dovranno poi essere rotti. La preparazione fisica viene fatta con settimane di anticipo anche se non mancano frequenti cadute. 

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Non perdetevi il prossimo anno questa colorata e gioiosa festa celebrata in nome di una delle divinità più amate dagli hindu. 

Cucina indiana. Il Kheer.

Il Kheer è una specie di budino  di riso che viene cucinato in tutta l’India e si può preparare facilmente e velocemente con una cottura di soli 25 minuti. Dovete solo cuocere insieme  un quarto di una tazza di riso (rigorosamente BASMATI) e cinque tazze di latte (intero) in una pentola, a fiamma bassa. Dopo aver mescolato, spegnete quando il latte diventa denso ed il riso é cotto. Aggiungete quindi cardamomo, uvetta e zucchero (circa metà tazza)e mescolate delicatamente. Poi riponete le porzioni in coppette guarnendo,se vi piacciono, con mandorle. Potete anche aaggiungeteal composto zafferano (che gli da anche  colore) o acqua di rose.

UN PO’ DI STORIA
“Per l’inventiva pura con il latte come ingrediente principale, nessun paese sulla terra può eguagliare l’India.” – Harold McGee

In India il latte non è solo il bicchiere del mattino da bere prima di uscire di casa. I suoi usi trascendono gli aspetti dietetici e nutrizionali della vita umana. Il latte, in India, ci porta in un regno che non è mera devozione ma profonda spiritualità. La speciale importanza del latte in India risale alla mitologia indù, come dice la leggenda”Samudra Manthan”, nota anche come “zangolatura dell’oceano di latte”, per far emergere la bevanda dell’ immortalità, l’Amrit (nettare) (ne abbiamo parlato qui 
https://passoinindia.wordpress.com/2018/03/22/il-mito-indu-la-zangolatura-delloceano-di-latte/

In India, il latte e i suoi derivati hanno un uso olistico per scopi religiosi perché si ritiene che abbiano qualità rigeneranti, rappresentano il primo cibo del bambino, coprono ruoli importanti nei rituali, sino alla fine della vita umana.

L’ndia è un dimora di molte culture e individuare l’essenza del latte in un piatto che fosse simile per preparazione un po’ ovunque non è stao così difficile. Alla fine, è stato proprio il famosissimo piatto dolce “Kheer” a poter essere classificato come piatto ricorrente in tutte le parti del Paese.

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Il Kheer può essere considerato un budino di riso fatto di latte, che combina aspetti religiosi, dietetici e nutrizionali nella vita della gente dell’India. Si ottiene  bollendo riso e latte aggiungendo, oltre allo zucchero, altri ingredienti secondo il gusto, tapioca, cardamomo, zafferano, uvetta, pistacchi, anacardi, mandorle e tutta una serie di altri  ingredienti che creano aromi stuzzicanti.
Viene tipicamente servito durante un pasto o alla fine come dessert. Ha nomi diversi nelle varie zone del Paese, ma il metodo di preparazione è più o meno lo stesso.

La menzione del Kheer nell’ ambito dell’Ayurveda dimostra che già anticamente faceva parte dell’antica dieta indiana. Ma ben poco si sa su quando fu preparato il primo kheer o sulle sue origini. La prima citazione del Kheer, che gli storici dicono derivare dalla parola sanscrita kshirika (che significa piatto preparato con latte), si trova nel Padmavat, poema epico del XIV’ del Gujarat, non come un budino di riso ma un dolce di latte e jowar (il sorgo, una graminacea usata per produrre foraggio o il per pollame ed oggi tra l’altro riscoperto come ottimo alimento per celiaci). Allora, anche usare il miglio nel Kheer era abbastanza comune. I romani usavano questo piatto come refrigerante per lo stomaco o per una dieta purificante. A differenza dell’Occidente, dove la noce moscata è diventata un’aggiunta successiva per insaporire il kheer, la versione indiana ha da sempre usato  la cannella o il cardamomo, forse per bilanciare il gusto dolce amaro del jaggery, lo zucchero di canna, dato che lo zucchero, come oggi lo conosciamo, era ancora un ingrediente sconosciuto in India.

Ciò non ha impedito all’India di avere le varianti di questo semplice piatto dolce proveniente dai diversi stati del paese. In Kerala, il Kheer è il Payasam ed il più popolare si trova nei templi di Guruvayoor e Ambalappuzha. Nel tempio di Ambalappuzha, il payasam è servito come parte di una tradizione, basata su un’antica leggenda. Essa racconta che il Signore Krishna prese la forma di un vecchio saggio e sfidò a una partita a scacchi il grande re di quella regione. Essendo un vero giocatore di scacchi, il re accettò volentieri l’invito del saggio. Chiedendo al saggio cosa volesse in caso di vittoria, il re si stupì: il saggio chiese una quantità di chicchi di riso per ogni quadrato della scacchiera ed ogni pila avrebbe dovuto avere il doppio del numero di grani della pila precedente. Il re perse e da allora iniziò la tradizione della distribuzione gratuita del payasam nei templi.
Altre versioni si trovano negli Stati del Tamil Nadu, anche qui chiamato Payasam, del Karnataka e dell’Andhra Pradesh dove è conosciuto come Payasa.

Nella città di Hyderbad (Andhra Pradesh) c’è un’altra versione del Kheer chiamata “Gil-e-Firdaus”, piuttosto popolare. È un kheer denso fatto con latte e zucca e  risente dell’influenza Nawabi, i sovrani islamici che governavano lo stato di Hyderbad.

Nel Sud, oltre alla preparazione comune del kheer a base di latte e zucchero, hanno anche preparati a base di jaggery e latte di cocco.

Nel nord, questo dolce è conosciuto proprio come Kheer, termine che potrebbe essere  derivato dalla parola sanscrita Ksheer che significa latte. Ci sono versioni più popolari del kheer del Nord dell’India, come quello preparato durante le feste e l’havan (un rituale per bruciare le offerte) a Varanasi ottenuto con latte, riso, burro chiarificato, zucchero, cardamomo, frutta secca e kesar (latte allo zafferano) . È un piatto essenziale in molte feste e celebrazioni indù. Il kheer, spesso prodotto con riso, può anche essere fatto con altri ingredienti, come i vermicelli. L’altra versione famosa nel nord dell’India è chiamata Firni, introdotta dai Persiani che pare gli fossero piuttosto affezionati e furono i primi a introdurre l’uso di acqua di rose e frutta secca nel piatto, che fino ad allora veniva preparato facendo bollire solo il riso con il latte.

Nell’India orientale, la versione Odia del kheer di riso (Payas nell’Odisha settentrionale) probabilmente ebbe origine nella città di Puri, nello Stato di Orissa, circa 2000 anni fa. È cucinato ancora oggi all’interno del recinto del tempio. Un’altra famosa variante del kheer in Orissa ha giocato un ruolo importante nella costruzione del famoso il Tempio di Konark. Ne abbiamo parlato qui https://passoinindia.wordpress.com/2013/10/05/qui-il-linguaggio-della-pietra-sorpassa-la-lingua-delluomo-rabindranath-tagore-il-tempio-del-sole-di-konark-orissa-india/

La leggenda narra che le fondamenta del tempio di Konark, davanti alla zona di ancoraggio nel mare, non poterono essere posate che dopo molti tentativi. Ogni volta che veniva gettata una pietra nell’acqua, essa affogava senza lasciare traccia. Quando il progetto stava per essere accantonato, il figlio dell’architetto capo finalmente trovò con la soluzione. Usò una ciotola di kheer caldo con palline di riso per mostrare il punto dove realizzare un ponte che permettesse la fondazione del tempio. Quel giorno, quel ragazzino scoprì anche una nuova forma di kheer chiamata kheer “Gointa Godi”, che oggi è uno dei piatti dolci tipici dello stato. Tale era il sapore di questo piatto che, dopo la guerra di Kalinga, era uno dei piatti principali del palazzo di Ashoka (https://passoinindia.wordpress.com/2013/02/17/il-governo-buddista-di-ashoka/)

Anche il Payas è considerato un alimento di buon auspicio e generalmente associato all’ annaprashana (rituale di svezzamento di un neonato), così come ad altri festival e feste di compleanno nelle famiglie dell’Orissa.

Nel Bengala, si chiama Payas o Payesh e molti dicono che nel VI^secolo, durante la visita a Puri (Orissa) di Chaitanya Mahaprabhu, ritenuto una incarnazione del dio Krishna, molti bengalesi hanno portato dal Bengala il Gurer Payesh, uno dei piatti dolci più importanti. Anche il Payas è considerato un alimento di buon auspicio e anche tra i bengalesi è  utilizzato nell’ annaprashana (rituale di svezzamento di un neonato) e nelle feste di compleanno.

Nella parte più orientale dell’India, il Kheer è conosciuto come Payoxh ed è di colore rosa chiaro, con l’aggiunta di ciliegie e di frutta secca. Per prepararlo viene usato anche il sago (amido commestibile estratto da una palma) invece del riso.
In Bihar, il Kheer, chiamato “Chawal ki Kheer”, è fatto con riso, panna intera, latte, zucchero, polvere di cardamomo, un assortimento di frutta secca e zafferano. Un’altra versione di questo Kheer, chiamato Rasiya, è fatta con sagù (sago) e jaggery.

Il Kheer può quindi essere chiamato il Queen Dish tra gli altri piatti dolci in India. Un pasto sontuoso non è mai completo senza questo grande ma umile piatto. Chiunque può più o meno permetterselo, ricco o povero. Ma ciò che lo rende il piatto per eccellenza è la sua versatilità. Si può fare il Kheer con la maggior parte dei frutti e delle verdure conosciuti nel mondo culinario – dal famoso Kheer di mele, a quello alla zucca, al jackfruit e persino alla mandorla che di solito viene usata come guarnizione. Ma la vera popolarità del Kheer è stata attribuita alla sua associazione religiosa e ai suoi templi. Il suo colore shwet (bianco), lo ha aiutato a diventare simbolo di purezza e divinità.
Anche se si è evoluto nel corso degli anni, passando dalla semplice preparazione di latte, riso e zucchero a una preparazione complessa con l’aggiunta di vari ingredienti, il Kheer mantiene il suo fascino e il gusto dello stile del vecchio mondo, senza mai lasciare le sue radici.

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Fonte https://www.gounesco.com/kheer-the-quintessential-affair-indian-milk/

Dove sono andate le piogge

In India, le piogge sono state tradizionalmente parte integrante della vita. La nostra economia, storia e cultura sono state regolarmente influenzate da episodi periodici di piogge e inondazioni, come anche dalla siccità. I monsoni hanno determinato in larga misura i nostri programmi quotidiani, gli eventi per il tempo libero e le celebrazioni.

Seduto sul balcone continuo a chiedermi come oggi le piogge siano  diventate imprevedibili. Prima, verso la fine di giugno, eravamo in attesa dello “scoppio” del monsone che, come avevamo imparato nelle lezioni di geografia,  nella parte del mio Paese in cui vivo, arrivano da sempre all’inizio di quel mese.

La stagione delle piogge era così prevedibile anche solo da 10 a 15 anni fa. I nostri genitori e nonni  potevano persino prevedere i diversi episodi di pioggia, ognuno con un nome diverso. Al giorno d’oggi, anche con tanto progresso tecnologico e lo studio di fenomeni diffusi in tutto il mondo, come El Nino e La Nina, le previsioni spesso vanno male.

I mesi di giugno e luglio erano mesi di pioggia intensa in diverse regioni. Il monsone diffondeva la sua forza intorno a noi che dovevamo limitare le nostre attività agli spazi di casa. I nostri dormitori all’ostello diventavano  intrisi di acqua. I nostri vestiti non si asciugavano mai e gli ingressi delle case si inondavano. Non c’era modo di evitare di bagnarci ogni volta che ci avventuravamo fuori anche solo per poco tempo.

Di solito, la pioggia faceva sì che non ci fosse tempo di giocare nelle ore serali. A volte, il calcio era l’unico gioco in cui la pioggia era benvenuta. Il brivido di giocare a calcio sotto l’acquazzone era qualcosa da ricordare e amare.

Andavamo nella sala da pranzo dell’ostello, in due o tre schiacciati sotto un solo ombrello, bagnati e tremanti. Lumache e millepiedi erano i nostri visitatori abituali. L’unica consolazione era una breve vacanza forzata per il nostro insegnante di educazione fisica; non sarebbe venuto a svegliarci alle 5:30 per fare jogging e sessioni di allenamento.

L’intera atmosfera cambiava, e la città diventava quasi deserta quando pioveva, in attesa della “calma dopo la tempesta”. Le gocce che scendevano dagli alberi, il gorgoglio nelle fogne e i numerosi mini-laghi nel terreno rendevano difficile il ritorno alla normalità per un bel po’ di tempo.

Tuttavia, divento nostalgico quando ricordo quei giorni di pioggia. Quel sonno intimo sotto la coperta, la gioia di giocare, di camminare sotto l’ombrello, di sorseggiare un caffè caldo e gustare le patatine fatte in casa di jackfruit, erano tutti momenti avvincenti.

È spaventoso che in un arco di dieci anni stiamo invece assistendo a una grande quantità di cambiamenti climatici. L’intensità della pioggia che abbiamo visto una volta non c’è più. O c’è un deficit, o c’è un’alluvione che colpisce milioni di vite.

I nostri sogni per una vita migliore si sono trasformati in una avidità per avere sempre di più che ha finito per distruggere il vero sostentamento della nostra stessa gente.

Nessun canto, nessuna preghiera, nessun matrimonio di rane (https://passoinindia.wordpress.com/2017/07/02/in-india-anche-le-rane-si-sposano/) può riportare l’abbondanza dei giorni passati.

Liberamente tradotto da https://www.thehindu.com/opinion/open-page/where-have-the-rains-gone/article28306837.ece?homepage=true

 

ALTRO ANNO NERO PER LE TIGRI INDIANE

L’India ha perso 51 tigri nei primi cinque mesi dal gennaio 2019. Le tigri indiane sono state nel mirino per secoli e ogni volta che sentiamo la notizia della morte di una tigre, crediamo che sia l’ultimo incidente e desideriamo che non accada di nuovo. La ragione di tale aspettativa è il continuo impegno per la conservazione della tigre come quello di Save Tiger, Project Tiger e WWF che lavorano 24 ore su 24 per preservare le specie in via di estinzione. Tuttavia, una recente risposta alla National Tiger Conservation Authority (NTCA) afferma che l’India ha perso 51 tigri in combattimenti territoriali, bracconaggio o elettrocuzione nei primi cinque mesi, fino al 29 maggio 2019. In media, il paese ha perso 10 tigri ogni mese che è la metà di un totale di 102 tigri che sono state uccise nell’anno 2018.

La popolazione delle tigri in India è stata stimata in circa 40.000, ma poi è crollata con un conteggio che ha raggiunto il minimo di 1411 esemplari alla fine degli anni 2000. Nonostante gli sforzi costanti del Project Tiger, iniziato nel 1973 in India, c’è stato un declino della popolazione delle tigri con una crescente minaccia di bracconaggio, cannibalismo e altri motivi.

L’India sta lentamente perdendo la guerra per salvare le tigri. Secondo un recente dato di Tigernet, un database (NTCA), il Madhya Pradesh è rimasto in cima alla lista con circa 18 tigri morte, seguito dal Maharashtra con la perdita di 8 tigri nei primi cinque mesi dell’anno 2019. Nell’ 80% dei casi la causa delle morti non può essere identificata e, tuttavia, i funzionari della NTCA stanno ancora indagando. 

Il bracconaggio della tigre in India ha seriamente compromesso la sua probabilità di sopravvivenza. Secondo la legge sulla protezione della fauna selvatica del 1972, emendata nel 2002, la caccia o il bracconaggio comporterebbero la reclusione da un minimo di 3 a un massimo di 7 anni con una multa obbligatoria di 10.000 INR, che potrebbe arrivare fino a 25.000 INR. Tuttavia, raramente giungono notizie di bracconieri imprigionati.

Da una parte, vediamo come il governo ha lanciato campagne come Save Tiger e Project Tigers per la conservazione di questi grandi felini, dall’altra stiamo silenziosamente perdendo la guerra per salvare le tigri. Con oltre 51 morti nei primi cinque mesi del 2019 e circa 384 in un decennio, la situazione è davvero tragica. Non tutte le morti delle tigri sono arrivate sotto i riflettori, ma la morte di 10 tigri al mese è qualcosa che dovrebbe creare allarme. Speriamo davvero che le autorità incaricate esaminino questa seria preoccupazione e trovino la migliore soluzione possibile per proteggere le tigri e altri animali.

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https://www.ranthamborenationalpark.com/blog/tiger-deaths-india

 

 

Srinagar, il paradiso sulla terra

Jahangir, il quarto imperatore Mughal, scrisse del Kashmir come di un giardino di primavera eterna, una fortezza di ferro per un palazzo dei re, un delizioso letto di fiori e un eremo in espansione per il mendicante. In qualche modo Srinagar era la parte più bella dell’impero Moghul. È apprezzata per la sua posizione tra le montagne dell’Himalaya dove crescono bellissimi fiori selvatici, dove i torrenti gorgogliano sempre con acqua cristallina e la brezza leggera è profumata con l’aroma delle erbe di montagna. Akbar portò questa regione nel suo impero nel 1586 e lui, i suoi figli e nipoti spesero tempo e denaro nella costruzione di giardini e luoghi per valorizzare lo splendore naturale della valle.

Srinagar è oggi la capitale estiva dello stato del Jammu e Kashmir e si trova a 1730 metri sopra il livello del mare nel centro della valle del Kashmir. Il nome Srinagar implica una città contrassegnata da bellezza e dignità distintive, abbondanza e ricchezza. La città è situata in mezzo a un anello di montagne, con tre laghi, il Dal, il Sona e il Nagin e un fiume, il Jhelum, che si snoda dolcemente attraverso il suo corso verso le vaste pianure sotto la valle.

Sono la bellezza naturale della valle, i laghi con le case galleggianti e i giardini fioriti, quelli formali dei Moghul  squisitamente disposti, gli antichi edifici e la pittoresca architettura in legno del Kashmir a fare innamorare di Srinagar.
La città è cresciuta intorno ai tre laghi che si trovano nel bacino centrale della valle. A nord e a nord est dei laghi si trovano i giardini Mughal, Nazim, Shalimar e Nishat. A ovest dei laghi si trova la collina di Hariparbat sulla quale Akbar costruì uno splendido forte che domina l’intera città. Sul lato orientale del lago Dal si trova la collina Shankaracharya sulla cui cima vi è  uno dei templi più antichi di Srinagar. Ad est c’è un altro giardino popolare chiamato Chashma-i-Shahi e il Pari Mahal con la sua posizione dominante. A sud-est della città si trova Pandrethan, che ospita un delizioso tempio di Shiva. A sud – ovest dei laghi, in mezzo alla città vecchia, si trovano il magnifico vecchio Jami Majsid e il Pattar Masjid.

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BRAHMA, IL CREATORE COSMICO

In India sentirete meno parlare di Brahma, molto più di Vishnu, Ganesh, Shiva, Kali eccetera. Eppure questo Dio, a capo del Pantheon induista, appartiene, insieme a Shiva e Vishnu, alla Trimurti, la triade delle divinità supreme che comprende gli dei a cui si deve la creazione del mondo e delle sue creature, appunto Brahma, la preservazione del mondo, competenza di Vishnu, e la distruzione del mondo al fine di ricrearlo, ruolo di Shiva, il tutto in un ciclo eterno senza inizio né fine che si realizza attraverso un susseguirsi incessante di eventi cosmici.

Brahma sprigionò le acque primordiali e le fecondò; egli si rivelò dall’uovo cosmico d’oro ove egli risiedeva; dalla parte superiore dell’uovo originò il mondo celeste e da quella inferiore si materializzò il mondo terreno. Si manifestarono così tutti gli elementi del cosmo.

Una teoria religiosa sostiene che i quattro gruppi sociali (da cui ebbero luogo le caste), siano derivati dagli organi del corpo di Brahma: dalla sua testa i Brahmini (i sacerdoti, sacrificatori e conoscitori dei testi religiosi), dalle sue braccia gli Kshatria (i guerrieri e i prinicipi), dalle sue gambe i Vaisia (gli agricoltori, i commercianti e gli artigiani) e dai suoi piedi gli Shudra, i servitori.

Nell’iconografia indu, Brahma è raffigurato vestito di bianco o rosso o rosa, con la barba, simbolo di vecchiaia e sapienza e quattro teste rivolte ai quattro punti cardinali ognuna delle quali recita i Veda, gli antichi testi sacri dell’Induismo che egli ha cantato con i Rishi, i cantori ispirati degli inni sacri. Con le sue teste può anche ammirare la sua timida e schiva sposa, Sarasvati, dea della conoscenza e delle arti.

Le sue quattro braccia tengono in mano un rosario fatto con semi del frutto dell’albero di rudraksham (mala), un kamandalu (brocca che nell’iconografia indù accompagna spesso le divinità legate all’ascetismo o all’acqua), i Veda e un fiore di loro (a volte vi è seduto sopra).

Anche se la letteratura vedica ne parla ampiamente, Brahma non è oggi così venerato. La mitologia indu fornisce diverse motivazioni a proposito di questa scarsa venerazione. Secondo una di queste, Brahma si era infatuato della bella Shatarupa, la donna da lui creata, affinché lo aiutasse nella creazione. La seguiva ovunque con lo sguardo creando un certo disagio alla timida Shatarupa ma, qualunque direzione lei prendesse, Brahma continuava ad osservarla così insistentemente che sviluppò ben quattro teste. Shatarupa, che non ne poteva di più, cercò di allora di saltellare per evitare di essere guardata; Brahma sviluppò quindi una quinta testa. Lord Shiva criticò Brahma per il suo comportamento e gli tranciò la quinta testa rivolgendogli una maledizione: siccome Brahma aveva distratto la sua mente dall’anima lasciandosi tentare da desideri carnali, le persone non avrebbero adorato Brahma. Pentendosi, Brahma cominciò quindi a recitare i quattro Veda.

Un’altra ragione sul perché Brahma non è adorato è da trovare nel suo ruolo che, in quanto creatore dell’Universo, sarebbe terminato. Vishnu continua invece a preservarlo e Shiva a distruggerlo per continuare il percorso di reincarnazione cosmica. O forse, ancora, perché lo status così elevato di Brahma lo coinvolge meno nei miti in cui gli dei assumono forma e carattere umano.

Tra i pochissimi templi dedicati a Brahma sono popolari quello di Pushkar, vicino ad Ajmer, nel Rajasthan, la cui età si fa risalire a circa 2000 anni e quello a Khedbrahma, vicino a Idar, nello Stato di Gujarat, che si suppone del 12° secolo circa. A proposito del primo, il mito racconta che la nascita di Pushkar si deve ad una lotta tra Lord Brahma e il demone Vajra Nabh. Brahma uccise il demone con l’ausilio di un fiore di loto e tre dei suoi petali caddero sulla terra, dando vita ai tre laghi di Pushkar. Secondo un’altra storia pare che invece siano state le lacrime di Brahma a creare i laghi della città dove ancora oggi Brahma è celebrato con una cerimonia annuale.

PUSKAR- BRAHMA- TEMPLE

Premesso che, nell’induismo, ogni divinità è associata ad un proprio animale, anch’essa creatura divina, che ne rispecchia una qualità essenziale e che questi animali sono detti “vahana”, “veicoli”, “cavalcature” (perché nelle immagini le divinità sono spesso raffigurate sedute su essi), il veicolo di Brahma è il cigno; infatti Brahma è il dio dell’elemento acqua, che rappresenta la coscienza e la mente che purifica e illumina con la conoscenza sacra e la saggezza.

BRAHMA VEHICLE

Ecco perché il cigno che è agile in acqua e capace di separare le impurità dall’acqua rappresenta il suo veicolo ideale, talvolta rappresentato anche da un pavone o un’oca.

La vita di Brahma è lunghissima ma non eterna: la sua morte coincide con una “grande dissoluzione” dell’universo. Egli rinasce dal fiore di loto che fuoriesce dall’ombelico di Vishnu disteso in sonno yogico. E tutto ha di nuovo inizio.

TESTO BY PASSOININDIA

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DHARAMSALA, UNA VISITA AL DALAI LAMA

Racconto di viaggio in India. Dal sito ufficiale di PassoinIndia http://www.passoinindia.com

Sono arrivato a Dharamsala, Himachal Pradesh, Nord India. Il motivo? Niente poco di meno che incontrare il Dalai Lama. In fin dei conti, molti dei pellegrini che arrivano qui lo fanno con questo scopo (persino Goldie Hawn, Uma Thurman e Richard Gere sono arrivati sin quassù!). In realtà Dharamsala è la città bassa, o meglio, un villaggio inquadrato in quella quotidianità tipica delle zone rurali settentrionali che ha sempre il suo fascino. Per raggiungere la residenza di Sua Santità, occorre salire ancora un poco, lungo una strada carrozzabile che si insinua agevolmente tra una vegetazione pre-himalayana di alberi sempreverdi e conduce a McLeod Ganj, un tempo stazione di villeggiatura, costruita nel 1848, con il nome di un vicegovernatore del Punjab, per i coloni inglesi stanchi del calore delle pianure. Arrivare a McLeod Ganj, è stata un’emozione forte…. (continua qui please https://www.passoinindia.com/…/Dharamsala-una-visita-al-Dal…