La Jama Masjid a Delhi.

Vagando nella zona di Chandni Chowk, uno dei bazaar della vecchia Delhi, ebbra di profumi speziati e di quotidianità, la Jama Masijd mi appare all’improvviso, imponente in tutta la sua santità islamica. A volerla, tra il 1644 e il 1656 fu Shah Jahan (1628-1658), l’imperatore moghul che anche dobbiamo ringraziare per il magnifico Taj Mahal di Agra. Durante il suo regno, infatti, la capitale di quell’impero che già dominava l’India settentrionale da più di cento anni, fu trasferita da Agra a Delhi, nuovo centro del potere musulmano, che lo rimase dal 1649 al 1857. Qui Shah Jahan, a nord dell’antico insediamento, costruì, tra il 1638 e il 1649, una nuova città murata chiamata Shahjahanabad (la città di Shah Jahan), che divenne una delle 12 province dell’impero e che oggi è conosciuta come “Old Delhi”. Delhi, con tutti gli onori di nuova capitale, fu abbellita da palazzi reali e nobiliari, giardini, piazze ed altri edifici all’insegna del buon gusto moghul del sovrano, come la bella moschea e il Forte Rosso che, come il Taj Mahal di Agra, si stende sul fiume Yamuna e che da qui ben si ammira.

La splendida moschea accoglie il devoto con l’abbraccio della sua lunga scalinata in arenaria rossa che conduce ad uno dei tre grandi portali d’accesso. Prima di percorrerla e di lasciare fuori le mie scarpe impure, osservo con stupore le tre cupole a bulbo, le quattro torri agli angoli alte 40 metri e i due minareti in arenaria rossa e marmo sormontate da chaatris (baldacchini).

Entrando, dalla porta nord, nel grande cortile lastricato di 408 metri quadrati, abbagliata non solo dal sole che picchia, comprendo perché questa è la moschea più grande di tutta l’Asia, che ha richiesto il lavoro di 5000 persone ed un milione di rupie.

In questo piazzale, che ospita al centro una vasca per le purificazioni con l’acqua, si accende, ogni venerdì, il fervore religioso di ben 25000 devoti per la “Jumu’a”, la “preghiera del venerdì” (da cui il nome “jama” – moschea del venerdi), quella preghiera comunitaria che i musulmani fanno dopo mezzogiorno quando il richiamo cantalenante del muezzin sul minareto li invita ad ascoltare la liturgia ed il sermone dell’imam, la loro guida spirituale.

L’imam della Jama Masjid, a cui viene dato il titolo onorifico di Shahi Imam, è da sempre considerato figura islamica di enorme rilievo. Egli, come tutti i suoi predecessori, discende infatti dal primo imam che fu designato dall’imperatore Shah Jahan in virtù della sua divina autorità.

In una “Old Delhi” che pare ferma nel tempo, la Jama Masjid, oggi come allora, è ancora lì nella sua maestà religiosa, traccia intatta dei uno dei più grandi imperatori dell’immenso regno, quello moghul che iniziò nel 1526 il dominio dell’ India sostenendolo fino al 1857 quando dovette, suo malgrado, lasciarlo agli inglesi.

racconto di viaggio tratto dal sito

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LE DONNE INDIANE

In questo continente riarso 
le donne non mostrano visi accigliati
sui muri di fango

Pazientemente siedono 
come brocche vuote
 
ai bordi del pozzo del villaggio
 
la speranza in ogni treccia dei loro lunghi capelli
 
guardando in profondità lo specchio dell’acqua
 
con i loro occhi umidi.

Con scarabocchi zodiacali sulla sabbia 
custodiscono cosce tatuate

in attesa del ritorno dei loro uomini 
finché anche le ombre
 
rimboccano i loro contorni e se ne vanno  oltre le colline.

Poesia di Shiv K. Kuman, poeta indiano

La poesia è dedicata all’infinita pazienza della donna indiane che spesso ancora oggi si occupa di lavori pesanti che la relega in cronici stati di povertà (la casa fatta con il fango) Il continente è quello indiano, arido, con la sua società altamente patriarcale, in cui molte donne sono ancora oppresse. Abituata a non mostrare sofferenza, la donna è fin da piccola educata a gestire passivamente le emozioni, anche quelle che le derivano dal comportamento ingiusto degli altri. Tra le mura della sua casa è destinataria passiva delle attenzioni dell’uomo che troppo spesso la considera una sua proprietà privata (il tatuaggio con il nome del marito che le donne custodiscono tra le cosce). La donna non ha il potere di arrabbiarsi con qualcuno, neppure in ambito familiare (i muri di fango).  La pazienza è la virtù più cara di queste donne. Anche quando riempiono i vasi con l’acqua raccolta dal pozzo, la donna percorre lunghe distanze per portare alla famiglia quell’acqua, attinta così in profondità, e che riflette la sua immagine con gli occhi pieni di lacrime. Durante la lunga attesa del suo turno al pozzo la donna, quasi sempre analfabeta, con la punta dei piede disegna nella sabbia figure zodiacali abbassando il suo sguardo timido e pensando al suo uomo lontano oltre le colline. Lei lo aspetta finché anche le ombre se ne vanno, anch’esse oltre le colline.

LEI

La notte le dita giocano al telefono

E’ passato tempo da quando

mi addormentavo leggendo un libro

Volti sconosciuti stordiscono su facebook

quello che cerco non lo trovo da anni

Storie d’amore ascoltate

nessuna da raccontare

Auguri caldi di una nuova annata

ma i suoi non giungeranno

Incontro amici, a volte anche per caso

nessuna coincidenza mi porta lei.

In questa grande India,

in questo Paese di umanità e bestialità

tutte le facce sembrano uguali

Solo della sua potrò dire essere quella di una donna.

 

{Testo Passoinindia}

foto da http://differenttruths.com/gender/does-marriage-still-define-the-life-of-indian-women/

 

 

 

 

Le danze del festival di Paro (Bhutan).

Con la primavera, quando le nevi cominciano a scogliersi, a Paro, in Bhutan, lo Stato ormai noto per essere il più felice del mondo, ha luogo il Tshechu, uno dei festival religiosi buddisti più importanti dell’omonimo distretto. Questo evento attira moltissimi viaggiatori ma non è affatto costruito per essere un’attrazione turistica, trattandosi invece di una festa religiosa autenticamente celebrata dalle comunità locali bhutanesi. Tshechu significa “decimo giorno” essendo tenuta il decimo giorno del secondo mese del calendario lunare bhutanese, corrispondente al compleanno di Guru Rimpoche, il prezioso maestro.

Guru Rimpoche è il nome popolare di Guru Padmasambhava, parola che vuol dire “colui che è nato da un fiore di loto”; questo santo, intorno all’800 d.C., diffuse in Bhutan il Buddismo Vajrayana, (buddismo del veicolo del diamante) chiamato anche Buddismo Matrayana (veicolo dei mantra segreti) o anche Tantrayaba (veicolo del Tantra, da cui buddismo tantrico), che complessivamente è noto come buddismo tibetano di cui quindi Guru Rimpoche è considerato il fondatore. Si tratta di scuole, lignaggi e dottrine che promulgano nuovi insegnamenti mirati a raggiungere, intento comune a tutto il buddismo, la conoscenza e quindi l’illuminazione. Il buddismo butanese, pur originando da quello tibetano, ha poi assunto caratteristiche specifiche per rituali, liturgia e organizzazione monastica, secondo le regole del Buddismo Mahayana (il Grande Veicolo). Il Bhutan è il solo Paese al mondo che ha mantenuto il buddismo Mahayana, nella sua connotazione tantrica Vajrayana, come religione ufficiale di Stato.

Il festival di Paro si svolge ogni anno sin dal XVII° secolo, quando Zhabdrung Ngawang Namgyal (il fondatore dello stato del Bhutan) e Ponpo Rigzin Nyingpo lo iniziarono nel 1644 in occasione della consacrazione dello Dzong della città.

Lo Dzong, struttura tipica del Bhutan che ne conserva di straordinari e visitabili, è un edificio costruito come una fortezza in pietra (i tetti invece sono in legno e assemblati senza uso di chiodi con tecniche di incastro) il cui interno è tuttavia adibito a monastero e alla gestione degli affari amministrativi della comunità; si noti che, per ragioni di sicurezza, il primo piano non presenta mai alcuna finestra. Chi ha visto il film “Il piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci troverà familiare il Rinpung Dzong di Paro perché qui sono state ambientate alcune scene del film.

In realtà sono vari gli Tshechu che si tengono in varie zone, templi, monasteri e dzong del Bhutan in vari periodi dell’anno; praticamente ogni luogo importante del Bhutan ha il suo Tshechu, così come avviene a Thimphu (l’altro famoso insieme a quello di Paro), Punakha, Wangdue e Bumthang.

Durante questa festa che dura 5 giorni, al ritmo di tombe, cembali, flauti e canti popolari, si svolgono rituali e spettacolari danze e forme di teatro (cham) in coloratissimi ed elaborati costumi tradizionali dove i danzatori, monaci e laici, hanno il viso coperto da incredibili maschere dal profondo e particolare significato; danzando essi rappresentano delle storie o accadimenti dell’ VIII° secolo, il tempo di Guru Rimpoche di cui ricordano la vita e le gesta; durante le rappresentazioni vengono invocate le divinità e gli insegnamenti tantrici che con la loro benedizione hanno il potere di annientare il male e portare pace e felicità al Regno.

Per i bhutanesi, che per l’occasione indossano i loro gioielli e abiti migliori, bevono té al burro e bevande d’orzo, partecipare al Tshechu significa venire benedetti, purificarsi dai peccati e guadagnare meriti; per i turisti è sicuramente il modo migliore per avvicinarsi alla gente e alla cultura bhutanese. Il momento più importante del Tsechu di Paro (ma anche degli altri Tsechu) è quando nel cortile interno dello Dzong viene dispiegato il Thangka (o Tangka), un enorme arazzo, magnifico esempio di arte buddista, che viene esposto solo per poche ore all’alba dell’ultimo giorno della festa. Il termine deriva dalla parola “than” che significa “piano” e “ka” che vuol dire “dipinto”; quindi il Thangka è un tipo di dipinto realizzato su una superficie piana.

Questo dipinto di 30 × 45 metri raffigura Padmasambhava al centro affiancato dalle sue due consorti (Mandarava e Yeshe Tsogyal) e dalle sue otto incarnazioni. Di solito Padmasambhava viene raffigurato con baffi e barbetta mentre in mano tiene un “vajra” e una “khatvanga”. Quest’ultimo è lungo bastone, in origine un’arma, adottato poi come simbolo religionso nel buddismo Vajrayana. Il Vajra è quell’oggetto simbolico, costituito da una sfera centrale ai cui estremi si trovano due loti con otto petali (che rappresentano i due mondi opposti, quello fenomenico del Samsara e quello tangibile del Nirvana) che dal punto di vista del “vuoto” sono assolutamtne uguali; gli otto petali rappresentano i quattro Bodhisattva, gli illuminati, e le loro consorti. Questo simbolo è ricorrente anche nell’Induismo e nel Tantrismo il cui nome, dal sanscrito, significa “diamante” o “fulmine” e rappresenta l’infrangibilità, l’immutabilità e l’autenticità della Verità ultima ma anche la vacuità, vera essenza di tutti gli uomini e del reale; inoltre, la trasparenza del diamante indica anche che la mente illuminata è “chiara”, “limpida” e “vuota” ed il “vuoto” è rappresentato proprio dalla sfera, ha la stessa natura dell’illuminazione. La Verità è come il fulmine ed indistruttibile come il diamante che distrugge ignoranza e inconsapevolezza. Da Vajra deriva il nome Vajrayana cioè il “veicolo di diamante”, la terza grande trasformazione del buddismo dopo lo Hinayana e il Mahayana.

Chi guarda il grande arazzo riceve in dono la liberazione dal peccato e questo è proprio il significato letterale del termine bhutanese ‘thongdroel‘, così come è anche chiamato questo grande Thangka. Dopo l’estensione del Thangka hanno luogo la danza del Signore della Morte (Shingje Yab Yum) e della sua consorte, la Durdag (danza dei signori dei terreni di cremazione), la danza dei cappelli neri (Shanag), la danza del tamburo (Drametse Ngacham), la danza delle otto specie di spiriti (De Gye mang cham) e altri canti e danze tradizionali. Poi il thangka viene arrotolato e riposto all’interno del Dzong per essere nuovamente ammirato l’anno seguente.

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Quest’anno, nel 2017, il festival di Paro si terrà dal 7 al 11 aprile.

Per il festival di Thimpu queste sono le date:

Thimpu Drubchen: dal 25 al 29 settembre 2017

Thimpu Tsechu dal 30 settembre al 2 ottobre 2017

Paro (2.250 m.s.l.m.) si trova in una delle più ampie valli del regno, la Paro Valley, ricca di risaie fertili, attraversata da un fiume di acqua purissima. Anche al di fuori del festival Paro merita una visita essendovi più di 155 templi e monasteri nel distretto, alcuni del XIV° secolo. Spettacolare è il monastero di Taktsang, chiamato “il nido della tigre” che si aggrappa ad una scogliera rocciosa a strapiombo sulla valle, raggiungibile con una salita a piedi o a dorso di mulo attraverso boschi di querce e rododendri. Secondo la tradizione bhutanese Padmasambhava si fermò qui quando arrivò in Bhutan volando aggrappato alla sua moglie tibetana Yeshe Tsogyal, trasformata in una tigre volante, da cui il nome del monastero.

Paro dispone di aeroporto internazionale e già il sorvolo è uno spettacolo.

Mumbai racconta la sua lunga storia.

Mumbai, l’ex Bombay, che si stende su una lingua di terra che dalla costa acquitrinosa giunge fino al Mare Arabico è patria di circa 16 milioni di persone, ed è la più grande metropoli dell’India oltre che la più densamente popolata al mondo. La moderna Mumbai, caotica, multiculturale e cosmopolita, ha una lunga stroria da raccontare. La città nacque sopra sette isolette paludose, Colaba, Mazagaon, Mahim, Parel, Bombay Island, Worli e Old Woman Island, abitate dai nativi pescatori koli, e che erano sotto il dominio di Ashoka (268-232 a.C.), l’imperatore che si convertì al buddismo e  che governava quasi tutto il subcontinente indiano. Dopo la sua scomparsa, queste terre passarono sotto l’egida di vari governanti della dinastia Silahara finché, nel 1343 d.C., vennero annesse al Regno di Bahadur Shah, sultano del Gujarat che le dominò fino a quando, nel 1535, concesse Mumbai – insieme ad altre terre – ai portoghesi in cambio del loro aiuto per riconquistare il Paese occupato dai Moghul. I portoghesi chiamarono questa terra Bom Bahia, “buona baia”. Il suo nome originario era, invero, Mumbai, in onore della dea locale Mumba Devi.

I primi inglesi a visitare Mumbai, nel 1626, furono predoni che la incendiarono e distrussero navi minando ciò che nel frattempo Bombay era diventata, ovvero un punto cruciale per i commerci di sete preziose, cotone e tabacco.

Nel 1661, re Carlo II d’Inghilterra sposò Caterina di Braganza, l’infanta del re del Portogallo la cui famiglia offrì in dote l’sola più grande del territorio portoghese; quattro anni dopo Carlo ricevette anche le altre isole ed il porto. Ma Carlo non intendeva governare queste isole e, nel 1668, le affittò alla East India Company per soli 10 chili di oro all’anno. Il nome della città che i portoghesi le avevano dato,“Bon Bahia”, divenne Bombay, più consono alla fonetica inglese. Gli inglesi fortificarono la città e si insidiarono nella zona che ancora oggi è chiamata ”fort”. Nel giro di pochi anni la città si trasformò, superando anche malaria, colera e monsoni. Fu Gerald Aungier, quarto governatore di Bombay dal 1669 al 1677, a ripianificare massicciamente la città, dotandola di un porto, di una nuova banchina, di magazzini, di una dogana, di nuove strade che collegavano le isole, di un forte e di un castello, di una chiesa, di un ospedale e di una zecca. Egli disse: “Bombay  è la città che, con l’assistenza di Dio, è destinata ad essere costruita”. Aungier fece in modo che a Bombay arrivassero, per stabilirvisi, commercianti, artigiani e altri professionisti, come anche i prestatori di denaro. I coloni erano musulmani, indu, ed anche parsi, molto bravi negli affari, ed arrivarono anche dalla Gran Bretagna; così, in circa sette anni, la popolazione della città passò da 10.000 a 60.000 abitanti nel 1675. Chiunque infatti poteva acquistare un terreno e costruirvi le propria casa. Questa regione diventò così la prima vera colonia inglese, nel senso proprio del termine, dove persone si stanziavano allontanandosi dalla madrepatria; in altri luoghi dell’India infatti gli inglesi si erano avocati solo diritti commerciali come, ad esempio, insediare le loro imprese. La politica di Aungier fu di tolleranza religiosa, aperta alle autonomie locali e portò anche alla istituzione di tribunali e di una milizia locale che in seguito divenne la Polizia di Bombay.

Nel 1687, la compagnia delle Indie orientali, che operava a Surat, trasferì la sua sede a Bombay perché il suo porto, più profondo, poteva accogliere le grandi navi.

Nel 1688 gli inglesi catturarono, durante un confltto, 14 navi moghul e, nel febbraio 1689, i moghul invasero Bombay mettendo il castello sotto assedio finché, a fine anno, gli inglesi ottennero un patto di pace. Bombay, distrutta, entro la fine del 1700 risorse, ancora una volta. Venne costruita una nuova flotta, la Bombay Marine. I commercianti e gli artigiani cominciarono di nuovo ad arrivare e a mettere in pratica il loro talento: gli orafi realizzavano favolosi gioielli, i tessitori filavano stoffe preziose, i commercianti trattavano prodotti che arrivavano da tutta l’India. Nel 1730, i costruttori navali si spostarono a Bombay e venne  creata una nuova industria del cotone tanto che, nel 1854, fu aperto il primo mulino di cotone indiano. Agli inizi del 1800, a Bombay si fece molto lavoro di ingegneria e nel 1845 le sette piccole isole su cui si era formata la città divennero una grande isola. Nel 1853, fu aperta la linea ferroviaria indiana che in 21 miglia si estendeva da Bombay a Thana; nel 1860 furono avviati i lavori per la realizzazione della Great Indian Peninsular Railway che creò nuovo lavoro e incoraggiò altre persone a stabilirsi a Bombay. Nel 1864, Bombay contava 816.562 abitanti.

Dal gateway di Bombay passava il cotone grezzo del Gujarat che veniva spedito a Lancashire in Inghilterra per essere filato, tessuto e reinviato a Bombay dove sarebbe stato venduto sul mercato indiano. Lo scoppio della guerra civile americana nel 1861, che mise in crisi il mercato del cotone americano, e l’apertura del Canale di Suez nel 1869 fecero si che l’Occidente si voltasse verso Bombay, realizzando così la sua fortuna.

Nel 1858, dopo la Prima Guerra d’Indipendenza del 1857, la East India Company, accusata di cattiva gestione, fu chiamata a restituire le isole alla Corona britannica. Dal 1862 al 1867 Bombay ebbe come governatore Sir Baartle che, costruendo, tra l’altro, i caratteristici edifici gotico–coloniali, come il Victoria Terminus contribuì a realizzare quella che è l’odierna Mumbai.

Nel 19° secolo, oltre al Victoria Terminus, vennero costruiti alcuni degli edifici che ancora oggi possiamo ammirare: il General Post Office, Municipal Corporation, il Prince of Wales Museum, Torre di Rajabai e Bombay University, Elphinstone college e il Cawasji Jehangir Hall, il mercato Crawford, il Segretariato Vecchio (Old Customs House) e il Dipartimento lavori pubblici (PWD). Il Gateway of India (porta dell’India), che si affaccia sul mare Arabico, è il simbolo di Mumbai, e fu costruito in questo punto, all’Apollo Bunder (molo),  per commemorare la visita a Bombay del re Giorgio V e della regina Maria nel 1911. Da qui passarono anche i Viceré e i nuovi governatori inglesi di Bombay.

 A Mumbai fu lanciato, nel 1842, il movimento di liberazione “Quit India”, capeggiato dal Mahatma Gandhi e dagli altri leader del Congresso nazionale indiano. I leader indiani furono arrestati dagli inglesi ma il movimento percorse la sua ineluttabile storia che condusse, dopo molteplici vicissitudini politiche e sociali, all’Indipendenza dell’India, il 15 agosto 1947, quando gli inglesi lasciarono l’India, passando, gli ultimi, proprio attraverso il Gateway of India, esattamento dove erano arrivati 282 anni prima. 

Nel 1995 la città ha cambiato nuovamente il suo nome recuperando quello che anticamente le avevano dato i pescatori d’altura in onore della loro amata dea Mumba.

(Testo PassoinIndia)

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Perchè in India la mucca è sacra?

Perchè in India la mucca è sacra? Molto spesso, in India, vediamo girovagare mucche in libertà in mezzo al traffico cittadino, una delle rare situazioni in cui le auto rallentano. Tutti sanno che la mucca è considerata sacra. Le ragioni sono religiose e sociali.

 Un indu risponderebbe alla domanda precisando di adorare non le mucche ma la divinità onnipresente che è dentro di esse e preciserebbe anche che per indu e giainisti tutti gli esseri viventi hanno un’anima e quindi sono sacri, particolarmente la mucca che li rappresenta tutti. Animale da cui tutto si può prendere, tranne la vita, la vacca richiede poco per vivere e fornisce il latte da cui si ottengono alimenti essenziali per l’uomo come il formaggio, lo yoghurt, il burro chiarificato (ghee), diventando simbolo, sin dai tempi antichi, dell’abbondanza e della Terra che nutre la vita.

 I cinque prodotti (pancagavya) della mucca – latte, cagliata, burro (ghee), urina e escrementi – sono tutti utilizzati nella puja (come avviene nella Yagna, l’adorazione del fuoco) e nei riti di estrema penitenza. Nelle scritture indù il latte è considerato tra le più alte forme di cibo (satvik) oltre che avere poteri calmanti e di ausilio alla meditazione.

Nel Rig Veda (4.28.1; 6), l’antichissimo testo sacro, si legge. “Le mucche sono venute e ci hanno portato fortuna. Nelle nostre stalle, contente, possano rimanere! Possano crescere per noi i vitelli, dando latte per Indra ogni giorno. (…). Rallegrate la nostra fattoria con piacevoli muggiti.” Versi del Rig Veda si riferiscono alla mucca come Devi (dea), identificata con la dea vedica Aditi, madre di tutte le forme esistenti, degli dei e degli esseri viventi.

 Della mucca non si butta niente. La sua urina e il suo sterco sono disinfettanti; i pavimenti di terra delle modeste abitazioni dei villaggi, un tempo non rivestiti, come oggi, di piastrelle o cemento, venivano coperti con strato di sterco di mucca a scopo  antisettico. Lo sterco essicato di mucca è inoltre da sempre utilizzato come combustibile (gobar) e l’urina viene impiegata nell’antica medicina ayurvedica.

Nella mitologia induista Kamadhenu (significato: da cui tutto ciò che è desiderato viene disegnato), chiamata anche Surabhi (in sancrito vuol dire gradevole, affascinante, fragrante – dal buon odore della mucca), è la dea madre di tutte le mucche, simbolo di prosperità ed è raffigurata in vari modi, talvolta con la testa femminile, il seno, le ali dell’aquila e la coda del pavone; altre volte con un corpo contenente le altre divinità dell’induismo: le gambe simboleggiano le sacre scritture Veda, le corna rappresentano la trinità Brahma, Vishnu e Shiva, gli occhi sono gli dei sole e luna, le spalle sono il simbolo di Agni, il dio del fuoco, e di Vayu, il dio del vento mentre e gli stinchi rappresentano l’Himalaya.

 La mucca è quindi considerata l’incarnazione terrena (avatar) di Kamadhenu diventando così un tempio vivente e mobile che non ha creato negli indu l’esigenza di avere templi specificamente dedicati a lei che, infatti, non è adorata in modo indipendente come una dea anche se in molti luoghi di culto vi si possono trovare sue raffigurazioni. Gli indiani indu onorano quindi la mucca, e addobbandola con ghrlande e colori, la festeggiano in certe occasioni, come ad esempio durante la festa annuale di Gopashtama.

 La mucca diventa cosi un componente della famiglia, da rispettare e onorare persino in vecchiaia; pensate che in Inda ci sono più di 3.000 Gaushalas, isitituti sorretti da beneficenza, che si prendono cura delle mucche vecchie e malate.

Nell’antica India, buoi e tori venivano sacrificati agli dei e la loro carne veniva mangiata. Eppure le antiche scritture vediche già incoraggiavano il vegetarianismo. Nei Veda infatti è scritto: “Non vi è alcun peccato nel mangiare carne … ma l’astensione porta grandi ricompense.” (Le leggi dell’uomo, V / 56).

 Più tardi gli indù smisero di mangiare carne di manzo per ragioni pratiche e non spirituali considerato come fosse oneroso macellare un animale per riti religiosi o per un ospite, privandosi così di un animale, come la mucca, che così tanto offre ll’uomo.  Inoltre l’industria del cuoio e quella della macellazione erano estremamente inquinanti.

 Alcuni studiosi ritengono che la tradizione di non mangiare carne sia stata trasmessa all’induismo dal giainismo.

Nei primi secoli d.C., la mucca veniva considerata il regalo più adatto per i brahmani (sacerdoti di alta casta) e quindi si credeva che uccidere una mucca equivalesse ad uccidere un sacerdote.

L’importanza dell’elemento pastorale nelle storie del Dio Krishna, in particolare dal X° secolo in poi, ha ulteriormente rafforzato la santità della mucca.

Questo docile bovino incarna la virtù induista della non-violenza, nota come ahimsa e ed esprime dignità, forza, resistenza, maternità e servizio incondizionato.

 Un giorno Gandhi disse: “Si può misurare la grandezza di una nazione e il suo progresso morale dal modo in cui tratta i suoi animali. Proteggere la mucca vuol dire proteggere tutto ciò che vive ed è impotente e debole nel mondo. La mucca rappresenta  l’intero mondo subumano.

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