Happy Diwali!

Cosa è il Diwali? Ve lo spieghiamo qui!

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Le coppie dell’induismo. Shiva e Parvati.

 Shiva è una tra le più importanti divinità nell’Induismo, considerato creatore, distruttore del male e trasformatore. Nello Shivaismo, una corrente dell’Induismo, è ritenuto l’Essere Supremo, mentre nell’induismo classico l’Essere Supremo è costituito dalla Trimurti, la Trinità cui Shiva appartiene insieme a Brahma e Vishnu. La sua raffigurazione può essere quella benevola di uno yogi (asceta) che vive isolato su monte Kailash, in Himalaya, in compagnia della moglie Parvati e dei suoi due figli Ganesha e Kartikeya, oppure quella temibile che uccide i demoni. Shiva è anche conosciuto come Adiyogi Shiva, patrono dello yoga, della meditazione e delle arti. Nell’iconografia indu viene rappresentato con un serpente attorno al collo, la luna crescente, il terzo occhio sacro sulla fronte, il tridente (trishula), il tamburo (damaru) e il Gange, il fiume sacro, che scorre tra i suoi capelli. Shiva è anche adorato nella sua forma di lingam, simbolo fallico.

(sono varie le rappresentazioni del lingam di Shiva e dello yoni di Parvati)

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lingamdishiva

Parvati, il cui nome significa “figlia della montagna” è la dea benevola dell’induismo, simbolo di fertilità, amore e devozione, nonché espressione dell’energia e del potere creativo (Shakti) di Shiva, con il quale è quasi sempre raffigurata. Nella letteratura indu, Parvati assume diversi nomi, come descrive la Lalita Sahasranama, un testo del Brahmanda Purana (testo sacro) che ne contiene ben 1.000.

Nelle sue forme terrificanti Parvati è conosciuta come Durga e Kali. Insieme a Lakshmi, la dea della ricchezza e della prosperità, e Saraswati, la dea della conoscenza e dell’apprendimento, forma la Tridevi, la trinità delle dee indù.

Nell’iconografia indu, Parvati è raffigurata con due o più braccia che tengono talvolta una conchiglia, oppure una corona, uno specchio, un rosario, una campana, un piatto, un attrezzo agricolo, una canna da zucchero o fiori, come il loto. Così come Shiva è spesso rappresentato da un lingam, Parvati è rappresentata da uno yoni, simbolo dell’utero e della gestazione. E’ particolarmente adorata dalle donne.

Sia il sacro testo Ramayana (databile tra il VI° e il III° secolo a.C.) che il poema epico Mahabharata (databile tra il 400 a.C.-400 d.C.), i due maggiori poemi epici indu, raccontano della coppia Parvati-Sati (Parvati è la reincarnazione della prima moglie di Parvati, come leggerete nella loro storia) ma sono e i Purana (IV°- XIII° secolo) e le opere di Kalidasa, grande poeta della letteratura indiana classica, come il romanzo epico Kumārasāmbhavam, (V° e VI° secolo), che ci descrivono dettagli sulla loro unione.

E questa è dunque la loro storia.

Tarakasura, un demonio potente, portava il terrore tra uomini e dei ma nessuno era in grado di sconfiggerlo. Venne quindi chiesto aiuto al grande Signore Brahma che rispose che solo il figlio di Shiva avrebbe potuto distruggere quel malvagio. Ma Shiva, dopo la morte della moglie, la Dea Sati, si era ormai ritirato a meditare sull’ Himalaya e si poteva disturbarlo. Brahma disse quindi che era necessario porsi in adorazione di Mahadevi, la grande dea di cui Sati era un’incarnazione. Mahadevi, invocata, disse loro che si sarebbe reincarnata per sposare Shiva così il loro figlio avrebbe sconfitto Tarakasura. Himavat, re del Regno dell’Himalaya e la sua regina Menaka avevano una figlia, Parvati, nome che significa “delle colline”, una bellissima bambina, educata, che, invece di giocare con gli amici, preferiva dedicarsi alla devozione del Dio Shiva. Tutti la chiedevano in sposa, ma Parvati voleva come marito solo il Dio Shiva. Himavat ne sarebbe stato felice ma sapeva che Shiva era in meditazione. Apparve allora il saggio Narada, l’indisciplinato figlio di Brahma, mai espulso dagli dei perchè ogni sua azione, alla fine, si concludeva positivamente. Egli disse che Parvati era la Dea Mahadevi reincarnatasi per sposare Shiva ed avvisò Parvati che il suo percorso sarebbe stato tutt’altro che semplice. Narada invitò dunque il re Himavat a condurre sua figlia da Shiva che avrebbe servirlo nelle sue puja (preghiere) giornaliere. Dunque Shiva vide Parvati ma non riusciva a riconoscerla come reincarnazione della sua amata Sati. Ma Shiva acconsentì che Parvati si fermasse per aiutarlo. Il tempo passava e gli dei, sempre più terrorizzati dal demone Tarakasura, temevano che a nulla valesse su Shiva il fascino di Parvati e quindi si recarono da Kamadeva, Dio dell’amore, che promise loro di aiutarli. Prese allora il suo arco fiorito con le frecce di canna da zucchero e andò dove Shiva stava meditando, sparandogli cinque frecce d’amore. Così Shiva si accorse della bellezza di Parvati. Questo gli fece perdere la concentrazione della meditazione, e così aprì il suo terzo occhio e bruciò Kamadeva che divenne cenere. Poi si rivolse a Parvati e le disse, arrabbiato, di andarsene. Parvati era afflitta perché innamorata di Shiva. Apparve allora di nuovo il saggio Narada che le consigliò di agire non con il suo fascino ma con la sua devozione. Parvati capì che per conquistare Shiva avrebbe dovuto fare una lunga penitenza e si ritirò quindi in un bosco sull’Himalaya per meditare. Rati, la consorte di Kamadeva, era disperata per la morte del marito e spaventata da Shiva. Fu Parvati a prometterle che un giorno, quando avesse conquistato Shiva, gli avrebbe chiesto di riportare in vita il suo amato. Parvati sapeva di essere la reincarnazione di Sati che aveva rinunciato alla sua vita perché suo padre Daksha aveva offeso Shiva (come è descritto nei Purana, un gruppo di testi sacri hindū, redatti in lingua sanscrita). Per anni Parvati invocò Shiva che però non appariva mai. Attraverso la sua lunga meditazione Parvati divenne potente, digiunò, lasciando cibo, acqua e aria. Molti asceti vennero da lei ma lei non li notò. Ma gli Dei erano inquieti ed andarono a reclamare dal dio Brahma. Questi, insieme a Vishnu, si recò da Shiva dicendogli di porre fine alla penitenza di Parvati oppure l’intero regno sarebbe bruciato. Shiva comprese la forza di Parvati e cominciò a credere…

Parvati venne un giorno raggiunta da un asceta che le chiese il perché di tanta penitenza. Lei rispose che lo faceva per amore. Quel giovane era Shiva, che scoppiò a ridere. Poi le chiese come avrebbe potuto sposare un asceta che non ha casa e si circonda di cenere e teschi. Parvati si arrabbiò molto a quella considerazione e rispose con orgoglio che Shiva è il padrone dei tre mondi! A queste parole il giovane si rivelò essere Shiva, il suo amato Shiva che la guardò teneramente e si rese conto che Parvati era davvero la reincarnazione della sua defunta moglie Sati. Si guardarono e si sentirono che in realtà si appartenevano da tempo. Quindi Shiva si recò dal re Himavat, il padre di Parvati, a chiedere la mano di sua figlia, il quale acconsentì al matrimonio che presto avvenne in pompa magna. Dalla loro unione nacque il dio Kartikeyan che sconfisse il malvagio Tarakasura.

Shiva riportò in vita Kamadeva, come Parvati aveva promesso a Rati.

Parvati è celebrata con il Teej festival, di cui parleremo prossimamente.

(testo by Passoinindia)

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Il 30 settembre 2012 nasceva il blog di Passoinindia, così, per divertirsi a soddisfare la curiosità, prima di tutto nostra, verso un mondo lontano, l’India e non solo. Tenere un blog richiede un grande impegno e voi tutti lo sapete bene ma non c’è misura a quanto il cammino redazionale ci riempie da sempre di soddisfazioni e di nuovi stimoli.

 

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Nel cuore del Nepal. La valle di Kathmandu.

Accoccolata tra le montagne himalayane, le più alte al mondo, la Valle di Kathmandu, in Nepal, dal 1979 riconosciuta dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità, è il vero cuore pulsante della nazione. Ben 2000 kmq. di bellezza puntellata di secolari templi, pittoreschi edifici, che a volte appaiono sproporzionati rispetto alla maestosità delle vette circostanti. Secondo la mitologia, la Valle di Kathmandu fu un tempo un grande lago sacro circondato da alti picchi montuosi ed abitato da serpenti giganti e nagas (uomini serpente). Un giorno arrivò il primo Buddha che gettò nel lago un seme di loto. Il seme mise radici e crebbe diventando un lotus con mille petali. L’acqua, che era scura, brillava allora di una pura luce, quella della innata saggezza.

Allora Buddha Manjushri, il bodhisattva della conoscenza, qui onorato sia da buddisti che da induisti, venne a vedere questo lotus divino e, brandendo la spada, colpì le montagne per drenare il lago, affinché il loto potesse per sempre essere protetto da esse. Più tardi nel tempo, sopra il loto, un monaco buddista costruì uno stupa con un’ alta guglia dorata e da quel giorno il suo pinnacolo irradia luce santa a tutta la valle. E’ lo Swayambhu Stupa (che significa “sorto da sè” ma anche chiamato tempio delle scimmie), uno dei luoghi più sacri del Nepal. Con la sua cupola, dipinta con gli occhi di Buddha che guardano verso i quattro punti cardinali, il tempio si trova su una collina ad ovest di Kathmandu a ricordare il luogo dove nacque il loto della saggezza. Prima dell’alba di ogni giorno centinaia di devoti salgono 365 gradini, raggiungono lo stupa e gli girano attono in senso orario.

La valle prende il nome dalla odierna capitale, Kathmandu, che si dice essere stata modellata dalla spada di Manjushri, ed ospita la limitrofa città di Patan, la più antica, e Bhaktapur, la città dei devoti. Tutte e tre questi gioielli patrimonio UNESCO conservano significativi esempi  di arte nepalese, quella dei newa (chiamati anche newari, nevari, nevar), l’etnia autoctona della valle. Sono stati infatti proprio i Newa, in maggioranza buddisti ma anche induisti, a creare queste tre città che, tra il XII e il XVIII secolo si presentavano come città-Stato a volte tra loro collaboranti ed a volte in conflitto. Lo stile che ci hanno lasciato è una architettura singolare cui appartengono anche i templi a pagoda, poi diffusisi in tutta l’Asia, che abbelliscono le piazze antiche (durbar square). Il loro dominio terminò nel 1768 quando Kathmandu venne conquistata dai soldati della dinasti Shah di Ghorka che unificò il Nepal ma che consentì ai Newar una certa autonomia. Nelle città newa si celebrano ancora oggi importanti festival religiosi sia induisti che buddisti tra cui il Gunhu Punhi, che dura nove giorni e termina nel giorno del compleanno del dio Krishna.

La peculiare cultura della Valle di Kathmandu è  dovuta al suo isolamento, essendo situata, tra i 1.200 e i 1.500 m.s.l.m., in una conca circondata, a nord, dalla catena himalayana e, a sud, dal Mahabharata. La attraversa il fiume Bagmati, che, di origine himalayana, diventa una delle arterie della valle dove, considerato sacro, accoglie le ceneri dei morti cremati, particolarmente nel tempio di Pashupatinath a Kathmandu. La cultura della valle non è mai stata intaccata o distrutta da invasori o colonizzatori e così si è conservata ed è cresciuta nel tempo. I suoi templi, santi luoghi di pellegrinaggio, attirano sia buddisti che induisti.

La Valle di Kathmandu si trova su una importante strada commerciale situata proprio tra India e Tibet che spiega tutta la particolare connotazione storica, politica ed economica del Nepal.

testo by PASSOININDIA

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Independence day in India.

Oggi in India si festeggia il giorno dell’Indipendenza dalla colonizzazione inglese che rese libera l’India non senza spargimento di sangue.

Raccontai in questo post ciò che avvenne. https://passoinindia.wordpress.com/2014/08/14/lindipendenza-indiana-e-la-partizione-del-15-agosto-1947/

e ancora oggi mi appare incredibile.

In questo video un riassunto della storia della dominazione inglese in India fino alla dipartita.

 

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Holy Cities: Tirumala, South India — The City Pilgrim Project

Un articolo molto interessante su una delle città sacre dell’India.

Tirumala è un luogo di pellegrinaggio in cima a un monte dove è sorta una vera e propria cittadina. Qui i pellegrini fanno a gara per donare al tempio i propri capelli. E il tempio si arricchisce…. Avevamo scoperto l’esistenza di questo luogo qualche anno prima guardando un documentario che raccontava questa celebre (ma per […]

via Holy Cities: Tirumala, South India — The City Pilgrim Project