Perchè in India la mucca è sacra?

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Perchè in India la mucca è sacra? Molto spesso, in India, vediamo girovagare mucche in libertà in mezzo al traffico cittadino, una delle rare situazioni in cui le auto rallentano. Tutti sanno che la mucca è considerata sacra. Le ragioni sono religiose e sociali.

 Un indu risponderebbe alla domanda precisando di adorare non le mucche ma la divinità onnipresente che è dentro di esse e preciserebbe anche che per indu e giainisti tutti gli esseri viventi hanno un’anima e quindi sono sacri, particolarmente la mucca che li rappresenta tutti. Animale da cui tutto si può prendere, tranne la vita, la vacca richiede poco per vivere e fornisce il latte da cui si ottengono alimenti essenziali per l’uomo come il formaggio, lo yoghurt, il burro chiarificato (ghee), diventando simbolo, sin dai tempi antichi, dell’abbondanza e della Terra che nutre la vita.

 I cinque prodotti (pancagavya) della mucca – latte, cagliata, burro (ghee), urina e escrementi – sono tutti utilizzati nella puja (come avviene nella Yagna, l’adorazione del fuoco) e nei riti di estrema penitenza. Nelle scritture indù il latte è considerato tra le più alte forme di cibo (satvik) oltre che avere poteri calmanti e di ausilio alla meditazione.

Nel Rig Veda (4.28.1; 6), l’antichissimo testo sacro, si legge. “Le mucche sono venute e ci hanno portato fortuna. Nelle nostre stalle, contente, possano rimanere! Possano crescere per noi i vitelli, dando latte per Indra ogni giorno. (…). Rallegrate la nostra fattoria con piacevoli muggiti.” Versi del Rig Veda si riferiscono alla mucca come Devi (dea), identificata con la dea vedica Aditi, madre di tutte le forme esistenti, degli dei e degli esseri viventi.

 Della mucca non si butta niente. La sua urina e il suo sterco sono disinfettanti; i pavimenti di terra delle modeste abitazioni dei villaggi, un tempo non rivestiti, come oggi, di piastrelle o cemento, venivano coperti con strato di sterco di mucca a scopo  antisettico. Lo sterco essicato di mucca è inoltre da sempre utilizzato come combustibile (gobar) e l’urina viene impiegata nell’antica medicina ayurvedica.

Nella mitologia induista Kamadhenu (significato: da cui tutto ciò che è desiderato viene disegnato), chiamata anche Surabhi (in sancrito vuol dire gradevole, affascinante, fragrante – dal buon odore della mucca), è la dea madre di tutte le mucche, simbolo di prosperità ed è raffigurata in vari modi, talvolta con la testa femminile, il seno, le ali dell’aquila e la coda del pavone; altre volte con un corpo contenente le altre divinità dell’induismo: le gambe simboleggiano le sacre scritture Veda, le corna rappresentano la trinità Brahma, Vishnu e Shiva, gli occhi sono gli dei sole e luna, le spalle sono il simbolo di Agni, il dio del fuoco, e di Vayu, il dio del vento mentre e gli stinchi rappresentano l’Himalaya.

 La mucca è quindi considerata l’incarnazione terrena (avatar) di Kamadhenu diventando così un tempio vivente e mobile che non ha creato negli indu l’esigenza di avere templi specificamente dedicati a lei che, infatti, non è adorata in modo indipendente come una dea anche se in molti luoghi di culto vi si possono trovare sue raffigurazioni. Gli indiani indu onorano quindi la mucca, e addobbandola con ghrlande e colori, la festeggiano in certe occasioni, come ad esempio durante la festa annuale di Gopashtama.

 La mucca diventa cosi un componente della famiglia, da rispettare e onorare persino in vecchiaia; pensate che in Inda ci sono più di 3.000 Gaushalas, isitituti sorretti da beneficenza, che si prendono cura delle mucche vecchie e malate.

Nell’antica India, buoi e tori venivano sacrificati agli dei e la loro carne veniva mangiata. Eppure le antiche scritture vediche già incoraggiavano il vegetarianismo. Nei Veda infatti è scritto: “Non vi è alcun peccato nel mangiare carne … ma l’astensione porta grandi ricompense.” (Le leggi dell’uomo, V / 56).

 Più tardi gli indù smisero di mangiare carne di manzo per ragioni pratiche e non spirituali considerato come fosse oneroso macellare un animale per riti religiosi o per un ospite, privandosi così di un animale, come la mucca, che così tanto offre ll’uomo.  Inoltre l’industria del cuoio e quella della macellazione erano estremamente inquinanti.

 Alcuni studiosi ritengono che la tradizione di non mangiare carne sia stata trasmessa all’induismo dal giainismo.

Nei primi secoli d.C., la mucca veniva considerata il regalo più adatto per i brahmani (sacerdoti di alta casta) e quindi si credeva che uccidere una mucca equivalesse ad uccidere un sacerdote.

L’importanza dell’elemento pastorale nelle storie del Dio Krishna, in particolare dal X° secolo in poi, ha ulteriormente rafforzato la santità della mucca.

Questo docile bovino incarna la virtù induista della non-violenza, nota come ahimsa e ed esprime dignità, forza, resistenza, maternità e servizio incondizionato.

 Un giorno Gandhi disse: “Si può misurare la grandezza di una nazione e il suo progresso morale dal modo in cui tratta i suoi animali. Proteggere la mucca vuol dire proteggere tutto ciò che vive ed è impotente e debole nel mondo. La mucca rappresenta  l’intero mondo subumano.

http://www.passoinindia.com/single-post/2016/04/04/Perch%C3%A8-in-India-la-mucca-%C3%A8-sacra

Makar Sankranti. La festa del Sole.

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Oggi in India si è celebrata una festa molto importante per gli induisti (ma anche i Sikh, la festeggiano), ritenuta la più propizia di tutto l’anno. Infatti, il 14 gennaio è il giorno di Sankranti, considerato particolarmente sacro perché in questo giorno il Sole, secondo le scritture vediche, lascia il Sagittario (Dhanu Rashi)  ed entra nel Capricorno (Makar Rashi), iniziando così il suo viaggio dall’emisfero Sud (Dakshinayana) all’emisfero Nord (Uttarayana). Nell’astrologia indiana Shankranti significa trasmigrazione del Sole da uno zodiaco verso un altro zodiaco. Questa festa cade circa 21 giorni dopo il solstizio d’inverno (il giorno più breve e la notte più lunga dell’anno) che, nell’emisfero settentrionale, ha luogo tra il 20 e il 23 dicembre. Sono gli Ariani ad avere iniziato a celebrare come propizio per i festeggiamenti questo giorno che anche apre la stagione del raccolto.

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Anche nel poema Mahabharata, si racconta di questo giorno di buon auspicio. Bhishma Pitamah, uno dei protagonisti del grande capolavoro epico, pur ferito in guerra resistette 58 notti alla morte fino allo momento dello Uttarayan così da raggiungere la dimora celeste in un momento di buon auspicio. Ancora oggi si crede che morire in questo giorno porti la Moksha (liberazione dal ciclo delle reincarnazioni) o la salvezza per il defunto.

Da oggi, in cui il giorno e la notte hanno la stessa durata, le giornate diverrano più lunghe e calde.

La festa, quindi, è dedicata a Surya Deva (il Dio Sole), il Signore dell’energia e della Luce, che nutre tutta la vita sulla Terra. Anche se ci sono dodici Sankranti nel calendario indù, il Makar Sankranti è quello religiosamente più significativo ed è diventato lo Sankranti per eccellenza. La festa, una delle poche che si celebra unanimemente in tutta l’India ed in una data fissa ogni anno, viene celebrata per due o quattro giorni, a seconda della regione, dove assume via via nomi diversi e dove variano anche i rituali celebrativi e le leggende locali che li animano. Gli induisti operano sacre abluzioni, fanno opere di carità, accendono falò un giorno prima di Makar Sankranti, celebrano il Dio Sole, offrono agli dei il Prasad (il cui nome significa “grazioso regalo”ed è rappresentato da cibo), preparano dolci e fanno, soprattutto in Sud India, un bagno d’olio; insomma, si compiono tutte le cerimonie rituali considerate di buon augurio. Gli stati di Bihar, Bengala, Punjab, Maharashtra, Gujarat, Rajasthan e Tamil Nadu celebrano la festa con grande fervore. In Tamil Nadu il festival è conosciuto come Pongal, in Assam come Bhogali Bihu, nel Punjab, come Lohiri, nel Gujarat e Rajasthan, come Uttararayan. Al di fuori dell’India, questo giorno è festeggiato in Nepal, dove conosciuto come Maghe Sakrati o Maghi, in Thailandia dove è chiamato Songkran e in Myanmar celebrato come Thingyan.

Buon Sankranti a tutti!

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(foto da Hindutan Times. Celebrazioni e raccolta dei fiori di loto)

Happy Gurpurab per Guru Govind Singh.

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Oggi è il compleanno del decimo Guru del Sikkismo Gobind Singh e quindi questo giorno è di particolare importanza per i seguaci del Sikkismo.

Vi proponiamo questo post, interessante per comprendere la filosofia religiosa del Sikkismo e anche una parte della storia dell’India.

Gobind Rāi si ritrovò alla guida dei fedeli all’età di soli nove anni . Dopo aver eseguito i riti funebri in onore del padre Teg Bahādur (1621- Guru 1664 -1675), nono Gurū e secondo martire dei Sikh brutalmente ucciso dal rigido imperatore Mughal Aurangzeb (1658-1707), si ritirò in una cittadina nascosta fra i monti dove covò per anni propositi di vendetta e di riscatto per i suoi Sikh (discepoli).

Durante questo periodo si dedicò alle attività fisiche e studiò nel medesimo tempo la storia, il sanscrito, il persiano, la hindī, la pañjābī e le rispettive letterature, traendone ispirazione e costruendosi solide basi su cui elaborare le importanti innovazioni che introdusse di lì a poco.

Promosse e praticò egli stesso, seguendo l’esempio di molti suoi predecessori, la caccia e altre attività fisiche e marziali.

Dopo alcuni anni di intensi conflitti con i Rajput , che alternativamente lo appoggiarono e lo osteggiarono, arrivando da un lato ad allearsi con lui contro i Mughal e dall’altro a dichiarargli apertamente guerra proprio grazie all’alleanza con l’imperatore, il Gurū tornò ad Anandpur (un piccolo villaggio fondato dal padre), dove approfittando di un lungo periodo di quiete di 12 anni , poté dedicarsi alla riorganizzazione delle proprie forze, munendo in primo luogo Anandpur di ulteriori difese e facendo costruire una catena di fortezze ininterrotta in territorio Rajput.

Riconoscendo nell’ignoranza la causa principale dell’abbattimento morale della sua gente si dedicò anche alla promozione della cultura. Egli stesso conosceva come si è visto le lingue più importanti del tempo ed ora si adoperò per farle conoscere e studiare al maggior numero di persone possibile, inviando a tale scopo cinque discepoli a Benares a studiare il sanscrito e i testi della mitologia indù .

I suoi studi gli avevano fornito le basi per comprendere appieno il proprio tempo e gli strumenti per portare a termine con successo la missione che si era prefissato. Si trattava ora di applicare le proprie conoscenze ed infondere coraggio e fiducia al buon esito della missione nella massa dei fedeli, abituati da secoli a sottostare ad ogni discriminazione senza levare alcuna protesta e da ciò minati nella fiducia in se stessi e nella possibilità di un cambiamento.

Gurū Gobind quindi tradusse e fece tradurre dal sanscrito in pañjābī molti miti e storie edificanti in cui si esaltava il coraggio e l’eroismo. Dotato di talento per la poesia, scrisse egli stesso molti inni in cui esponeva il proprio pensiero in accordo con quello di Nānak .

In particolare riconobbe il pericolo che derivava dall’idolatria, ancora molto diffusa fra gli indù, e sottolineò l’unicità di Dio, di cui egli era l’inviato, umile servitore. A tale proposito condannò con fermezza ogni forma di idolatria per la propria persona.

Cosciente dell’impossibilità di successo di un movimento puramente politico anti-mughal e dei segni di decadenza che mostrava la “monarchia religiosa”, prese misure volte alla riorganizzazione della comunità.

In primo luogo identificò le principali cause di decadenza: l’ereditarietà della carica, con le conseguenti lotte di successione, aveva ormai reso il Gurū del tutto simile ad un contemporaneo monarca (anche dal punto di vista di una pronunciata rilassatezza morale e dei costumi); l’istituzione dei masand (spesso veri e propri signorotti locali che si arricchivano presentandosi come interpreti del volere del Gurū) e la riscossione delle imposte a loro demandata erano un’altra grave causa di malcontento nella popolazione vessata.

Gobind non perse tempo in mezze misure e le eliminò risolutamente entrambe. Abolì in blocco i masand, pur cosciente del rischio di impoverimento cui andava incontro la comunità intera, privata dell’unico mezzo di sostentamento, e presentò ai fedeli il compito di fare offerte volontarie e prendersi cura della comunità come un proprio bene e non perché costretti da qualcuno.

L’altra causa di decadenza – la monarchia religiosa ereditaria – era certamente più complessa da riformare o eliminare e necessitava di qualcosa che potesse assumerne le funzioni e le responsabilità.

All’inizio del 1699, Gurū Gobind Rāi invitò tutti i fedeli a recarsi in pellegrinaggio ad Amritsar per la grande festa annuale, richiedendo loro esplicitamente di partecipare all’evento con la barba ed i capelli non tagliati.

Il primo giorno del mese di Baisakh, durante il grande raduno, si presentò all’auditorio con una spada in pugno, chiedendo che chi era pronto ad immolarsi per lui gli offrisse la testa in sacrificio. Il silenzio scese sugli astanti. Alla terza ripetizione della richiesta un uomo si fece avanti. Gobind lo condusse dietro una tenda, da cui uscì poco dopo con la spada insanguinata in pugno. Per altre quattro volte ripeté la medesima richiesta e ogni volta un fedele si offrì in sacrificio. Al termine il Gurū uscì dalla tenda con i cinque (aveva sacrificato delle capre al loro posto) e proclamò che coloro che si erano mostrati pronti ad immolarsi per lui erano i suoi Pañc Pyāre (i cinque beneamati), ed avrebbero costituito il nucleo da cui sarebbe sorto il khālsā, la comunità di Santi-Soldati pronti a battersi fino alla morte per far trionfare il dharma sull’adharma.

Istituì un nuovo rito, mescolando dello zucchero a dell’acqua con una spada a doppio taglio, ed aspergendo i cinque con l’amṛtā così ottenuto. Subito dopo chiese di essere battezzato con lo stesso rito.

All’entrata nel khālsā tutti dovevano rinunciare alle proprie precedenti occupazioni per quella di soldato, alla propria famiglia per abbracciare quella del Gurū, a tutti i riti salvo quelli previsti dal Gurū, alla propria fede per quella del Sat Gurū.

Tutti gli uomini, entrando nel khālsā, aggiungevano inoltre al proprio nome quello di Singh (Leone) e tutte le donne quello di Kaur (Principessa, Leonessa), nomi dei nobili Rajput in forte contrasto con gli umili nomi castali che portava allora gran parte dei fedeli.

In assenza del Gurū le decisioni dei Pañc Pyāre sarebbero state considerate equivalenti al volere del maestro, spiritualmente presente nell’assemblea.

Chi faceva parte del khālsā era poi tenuto a portare cinque simboli (le cosiddette cinque “K”), ognuno volto a sottolineare un aspetto particolare dell’essere santi-soldati.

Il simbolo più importante erano i capelli e la barba intonsi (keś), mentre gli altri ne completavano l’estensione semantica.

L’uso di non tagliare barba e capelli è in voga da tempo immemorabile presso gli asceti indiani, come simbolo di rinuncia alle illusioni mondane, e pare assai probabile che tutti i Gurū Sikh da Nānak in poi portassero questo simbolo di santità. Quindi la decisione di renderlo obbligatorio per tutti gli appartenenti al khālsā non sorprese in modo particolare i Sikh, che evidentemente vi erano già adusi.

L’innovazione di Gobind risiede nell’aver voluto sottolineare come tutti gli appartenenti al khālsā fossero dei santi al servizio di Dio, pronti a prendere le armi in difesa del dharma, contro i mali del mondo: dei Santi-Soldati (sant-sipāhī).

Il valore di un soldato si misura proprio nel suo essere costantemente vigile e pronto a sguainare la spada ed offrire in sacrificio la propria vita, ma solo nel momento del bisogno, quando ogni altra strada sia stata preclusa e l’ adharma rischi di trionfare.

Gli altri simboli sono facilmente spiegabili partendo da questi presupposti, e sono tutti relativi alla occupazione di Santo-Soldato che i Sikh abbracciavano entrando nel khālsā: così il kanghā (pettinino di legno) serve a mantenere puliti ed in ordine i lunghi capelli nascosti sotto il turbante e a ricordare la necessità di essere puri, nella vita come in battaglia.

Il kach, i comodi e semplici pantaloni usati dai guerrieri del tempo, andavano a sostituire la graziosa, ma assolutamente poco pratica in battaglia, dhotī.

L’uso di portare una spada (kirpāṇ) è ovviamente legato a filo doppio con l’essere un sant-sipāhī e non sembra necessitare di particolari spiegazioni.

Il simbolo che presenta qualche maggiore difficoltà di interpretazione è il kaṛā, il braccialetto di ferro. Apparentemente non connesso con l’arte della guerra, aveva la sua utilità pratica in battaglia nel difendere il braccio dai colpi e pare possibile che derivi dall’uso indù di cingere i polsi dei guerrieri con nastri benaugurali prima di andare in battaglia. Il ferro sembra anche riportare alla mente la semplicità che doveva ispirare la vita di ogni Sikh, in contrasto con l’uso contemporaneo di adornarsi con splendenti e costosi gioielli in metalli preziosi.

Ogni appartenente al khālsā era poi tenuto a rispettare quattro regole (rahat): il divieto di tagliare barba e capelli (evidentemente una ripetizione del keś), il divieto di assumere tabacco ed altre sostanze intossicanti, il divieto di mangiare animali uccisi per dissanguamento (come era l’uso musulmano) ma solo uccisi da un colpo netto, il divieto di intrattenersi con donne musulmane.

Infine, a sancire e definire inequivocabilmente la nuova identità Sikh, Gurū Gobind Singh prescrisse un nuovo saluto: Vāh guru jī kā khālsā, Vāh guru jī kī fateh.

Con l’istituzione del khālsā, Gurū Gobind Singh aveva creato la struttura adatta a sostituire la monarchia ereditaria al momento della sua morte.

Su basi democratiche aveva brillantemente sostituito tutte le funzioni temporali del Gurū, demandandole a una assemblea di cinque uomini pii (molto simile al pañcāyat indù di cui evidentemente era una rielaborazione), e al gurumatā, il consiglio cui tutti partecipavano di diritto con l’entrata nel khālsā, convocato per tutti i casi di vitale importanza.

Si preoccupò di sottolineare l’eguaglianza di tutti gli uomini e di dar loro coraggio e fiducia nelle possibilità di un movimento compatto e riuscì in questo intento grazie alla forza dei simboli che scelse e all’intelligenza con cui li presentò ai fedeli: Singhil Leone, fino ad allora un nome castale, diveniva l’unico cognome per tutti gli appartenenti al khālsā, tutti leoni pronti a battersi fino alla morte. Gli umili cognomi fino ad allora usati dalla maggioranza dei fedeli erano rimpiazzati da un unico nobile cognome, che portava con sé altissime responsabilità .

Sempre per l’elevazione spirituale dei discepoli si adoperò affinché nessuno si sentisse più in basso degli altri a causa della propria occupazione (ciò che avrebbe reso l’uguaglianza conferita dal cognome e dall’appartenenza al khālsā puramente formale).

Riconoscendo l’importanza del guadagno e del modo di procurarselo proibì la carità e tutti i lavori umilianti e decretò che occupazioni degne erano l’agricoltura, il commercio, le professioni di penna e, ovviamente, le professioni di spada.

A tutti questi cambiamenti corrispose un’inversione di tendenza nella composizione sociale del Panth (letteralmente: sentiero, via; quello che in occidente è conosciuto come Sikhismo è in india il Sikh-panth).

I khatrī, alta casta urbana dalle cui fila provenivano i masand, che fino ad allora avevano costituito la spina dorsale del Panth e ne avevano certamente determinato alcuni aspetti relativi alle occupazioni e al modo di vita, vennero gradualmente rimpiazzati da una maggioranza di jaṭ, bassa casta rurale di agguerriti combattenti, che formerà il nerbo dell’esercito Sikh.

I Rajput delle montagne assistevano con crescente preoccupazione alle operazioni del Gurū e decisero quindi, consci che se non avessero fatto nulla la furia dei Mughal si sarebbe abbattuta su di loro, di cercare di arginare il crescente potere del Gurū.

Dapprima tentarono di provocarlo ma alla sua determinazione risposero assediando Anandpur. In un primo tempo i Sikh ruppero ripetutamente il cordone che cingeva la città, alla lunga divenne però complicato reperire regolarmente le provviste ed essi si spostarono in un piccolo villaggio, Nirmoh, dove si scontrarono con il Raja di Bilaspur (sempre alla testa delle operazioni contro il Gurū) sconfiggendolo.

I capi delle montagne realizzarono allora che la forza dei Sikh era al di là delle proprie possibilità e chiesero dunque l’aiuto dell’Imperatore. Le loro forze congiunte attaccarono i Sikh a Nirmoh, tentando invano di assediarli, e quando il Gurū si ritirò con i suoi a Basali, Bilaspur tentò un’ultima volta di annientarlo.

Duramente sconfitto fu costretto a scendere a patti con Gobind, che tornò poi ad Anandpur dedicandosi al pressante compito di fortificarla in modo da poter resistere agli attacchi che l’attendevano.

Di lì a poco le preoccupazioni dei Raja causarono un nuovo invio di truppe imperiali contro Anandpur, che venne accerchiata. Questa volta l’assedio fu lungo e infine si rivelò stremante da entrambe le parti; molti abbandonarono il Gurū, che rimase con un manipolo di uomini. Ci fu un tentativo di accordo, immediatamente infranto dagli imperiali; Gurū Govind Singh consegnò ad un brahmano la madre con i due figli minori e si ritirò – protetto da una retroguardia che fu sterminata fino all’ultimo uomo – verso Sud a Chamkaur, dove decise di resistere fino alla fine con i quaranta che erano rimasti con lui.

Quando ormai tutto sembrava perso un fedele che assomigliava al Gurū indossò i suoi vestiti ed uscì sul campo di battaglia, dando a Gobind il tempo di fuggire e di raggiungere Jatpura. Qui egli apprese della morte dei due figli minori e della propria madre – a quanto riferiscono le cronache sikh traditi dal brahmano cui erano stati affidati – per mano del governatore di Sirhind, Wazir Khan.

Migliaia di Sikh si strinsero intorno al Gurū e gli offrirono il proprio aiuto per vendicare l’orrendo crimine. Saputo che Wazir Khan stava marciando contro di lui ed ormai forte dell’aiuto dei suoi, Gobind si lanciò sugli inseguitori sconfiggendoli a Khidrana, che da allora fu rinominata Muktsar (lo Stagno della Salvezza).

Gurū Gobind Singh si ritirò dunque a Talwandi Sabo, dove con l’aiuto del discepolo Mani Singh si dedicò alla redazione definitiva del Dasven Pādśāh kā Granth (Il Libro del Decimo Imperatore), o Dasam Granth, in cui vennero raccolti i suoi inni.

Il 2 marzo 1707 morì l’Imperatore Aurangzeb.

Immediatamente si aprì la lotta per la successione ed il Gurū si schierò dalla parte di Bahadur Shah (ricordando l’aiuto da questi offertogli precedentemente) inviando un distaccamento di cavalieri che parteciparono alla battaglia di Jajau del giugno 1707. Gobind accompagnò dunque il nuovo Imperatore nella sua marcia nel Deccan per sopprimere la ribellione del fratello Kam Baksh, pur non prendendo parte ad alcuna battaglia.

Arrivarono così sulle rive della Godavari e piantarono il campo nel villaggio di Nanded nel settembre 1707.

Una notte due Pathan si intrufolarono nella tenda del Gurū e lo accoltellarono . La grave ferita fu suturata e parve che il Gurū potesse sopravvivere, ma i punti esplosero dopo poco.

Gurū Gobind Singh raccolse allora i fedeli attorno a sé e diede disposizioni: la successione dei Gurū terminava con lui.

Da allora in poi la guida spirituale di tutti i Sikh sarebbe stato lo Sri Gurū Granth Sahib, il libro che raccoglieva gli inni di lode dei primi nove Maestri e quelli di alcuni mistici indù e musulmani che, come Gurū Nānak, riconoscevano di adorare, sempre e comunque e al di là di ogni divisione operata dall’uomo, lo stesso Dio.

Morì il 7 ottobre 1708.

Il post è stato integralmente tratto dal sito http://www.gatka.eu/storia-e-filosofia/guru-gobind-singh/

Altri articoli su questo argomento:

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http://www.passoinindia.com/single-post/2017/01/05/Una-visita-al-Tempio-doro-di-Amritsar

http://gurdwarananakparkash.altervista.org/10-guru.html

http://www.sikhisewasociety.org/10-guru-gobind-singh-ji.html

 

Auguri per un Anno migliore.

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Non mi sono sentito di dire Buon Natale. Di fronte ad un mondo che alza muri più o meno alti, non può essere un Buon Natale. Se davvero il Buon Natale recuperasse il senso vero e proprio, quello più intimo di ogni cristiano, avulso dalla frenesia consumistica, allora avrei creduto in questo Natale, un Natale cristiano che implica l’amore per il prossimo, anche non conosciuto e non sempre lontano, che ha bisogno di noi. Gli Auguri per un Nuovo Anno guardano invece ad un momento in divenire che conduce ad un tempo che vorrei fosse migliore. Penso al prossimo anno, questo tempo delimitato dall’uomo che invece non ha soluzione di continuità, con la speranza di un mondo diverso dove un semplice grazie o un banale saluto recuperino il loro significato, un nuovo mondo dove l’incrocio di uno sguardo comporti un sorriso reciproco, dove la lentezza non sia una menomazione ma un’occasione per non perdere di vista noi stessi. Vorrei che gli uomini si parlassero e che la tecnologia diventasse funzionale all’uomo e non viceversa. Credo nell’uomo che si autocelebra per i buoni gesti, per dare il buon esempio, e non si immortala, senza sapere che eterno non è, in un anonimo scatto digitale che impedisce la percezione di un attimo che fugge via. Mi piacerebbe che gli uomini riprendessero a parlarsi guardandosi negli occhi, stringendosi le mani e scambiandosi parole vere, eludendo la freddezza di questi nuovi sistemi di comunicazione dove le frasi troppo spesso procedono dai tasti e non dal cuore, senza emozione, senza tono, senza attesa di risposta. Vorrei che fosse aperto a chi bussa alla porta, senza limiti e senza risvolti di convenienza anche morale; vorrei che fosse davvero sentito, come un impulso universale, il bisogno di aprire le braccia, di sentire come nostra la tragedia altrui, il bisogno di piangere. Voglio aspettarmi che il tempo che verrà porti con sé buone intenzioni, la voglia di imparare, di sapere, di istruirsi e di informarsi, resa più accessibile dalla lodabile rete affinché gli uomini imparino dal passato la lezione per il presente. Vorrei infine che la bellezza fosse cercata negli occhi, da sempre lo specchio dell’anima, sia di noi stessi che dell’altro, e non in un capo firmato o un qualunque altra ostentata manifestazione di superficiale benessere. Mi piacerebbe che fosse riscoperto il valore della semplicità, la percezione di cosa davvero serve all’uomo e del peso di ciò che è inutile. Vorrei che dell’acqua, del sole, del sale e del pane si rinnovasse quotidianamente il senso del loro prezioso apporto, e del passo verso casa si godesse appieno al crepuscolo, allegramente, dopo una giornata serena e costruttiva di lavoro.

Vorrei, vorrei vorrei…. Quante cose ancora vorrei. Il mondo naturale, così come qualche Dio lo ha creato, sarebbe perfetto. L’uomo lo ha alterato, rendendo più vulnerabile anche se stesso.

Aspetto, forse invano, un anno fatto di mari e di cieli blu di lapislazzuli, di alberi smeraldo e di montagne color dell’ocra. Mille colori, insomma, anche di uomini.

Tanti Auguri, allora, di Buon Anno a tutti.

(testo PassoinIndia)

Viaggio nel nord-est India. Le sette sorelle e le loro tribù.

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C’è un’India nascosta e sconosciuta ai più, collegata al grande subcontinente dallo stretto corridoio di Siliguri nel Bengala occidentale, e ritenuta una delle zone al mondo con diversità culturali così varie e molteplici da richiamare, da sempre, l’interesse degli antropologi. Ci troviamo nel Nord Est indiano, al confine con Cina, Bhutan, Myanmar e Bangladesh, dove sette Stati, le “seven sisters”, Mizoram, Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Nagaland, Meghalaya e Tripura, in una bellezza naturale pre-himalayana di prim’ordine, custodiscono un patrimonio culturale pressochè intatto, quello delle comunità tribali (Adivasi, Adi=indigeno) che li abitano. La popolazione, complessivamente intesa, si concentra per il 70% nel solo Assam, tipicamente tropicale con palmeti da cocco, che, con le sue verdi valli, è anche il secondo Stato più esteso delle sette sorelle, il più accessibile al turismo e quello che, da solo, realizza il 65% della produzione totale di té in India. Qui si trovano due importanti parchi visitabili famosi per gli ultimi esemplari di rinoceronti unicorni indiani, Manas e Kaziranga, Patrimonio dell’Umanità. La fertilità di questi suoli, in parte attraversati dal fiume Brahamputra, che danno riso, la ricchezza delle foreste, che danno legname, e le risorse minerarie, che danno un po’ di petrolio, sono alla base dell’economia di questi luoghi.

Tutta l’India del nord-est è abitata da tantissime comunità tribali di ceppo mongolo, un vero tesoro di umanità, dalle variegate lingue, costumi, religioni e tradizioni secolari, che vivono di agricoltura e allevamento, producono tessuti in lana ed altro artigianato locale. Come un caleidoscopio di culture, le peculiarità di queste comunità tribali si riflettono nelle loro danze, canti, cibo, feste, arte ed altre occasioni sociali in cui esse manifestano la loro vivacità ed orgoglio. Sono tradizioni sopravvissute al tempo e alla modernità, finalmente riconosciute e presevate dal governo indiano che ha classificato questi Stati come “tribali”. La loro posizione strategica ed isolata, limitrofa a confini “caldi” come quelli cinesi e del Bangladesh e la loro interdizione al turismo sin dai tempi del governo post-coloniale di Nehru, ha contribuito a preservarne l’autenticità e la sopravvivenza. E’ a Khohima, la capitale del Nagaland che fu bloccata l’invasione giapponese durante la Seconda guerra mondiale. Attraversato dalla catena himalayana, il Nagaland è anche lo Stato più esteso del Nord India, il meno popoloso e tuttavia quello che ospita la più ricca varietà etnica, ben 80 tribù e sottotribù di origine mongola. L’Arunachal Pradesh, circondato da Cina e Birmania, è l’ultimo Paese indiano verso est ed il suo nome significa “terre di montagne baciate dal sole nascente” perché il sole di ogni giorno lo illumina per primo insieme alle sue splendide orchidee.

Molti dei popoli tribali sono stati convertiti al Cristianesimo dai missionari britannici, altri seguono Induismo e Buddismo ed altri ancora hanno le loro credenze indigene e praticano l’animismo ossia il culto primordiale per cui in ogni realtà materiale, che sia un fiume, una pianta, la terra, l’acqua, un fulmine, il cambio delle stagioni ecc., vive un’anima.

Un incredibile concentrato di biodiversità sotto  tutti i punti di vista. Un viaggio bellissimo, quello negli Stati tribali del Nord est indiano, particolarmente adatto a chi vuole andare “fuori rotta”, dove uomini e natura si uniscono da sempre.

(testo PASSOININDIA TOURS)

vuoi visitare questi luoghi? Richiedi info al tour operator PassoinIndia Tours al sito http://www.passoinindia.com

Come arrivare:

In aereo: Assam (aeroporto di Lokpriya  Gopinath Bordoloi, aeroporto di Guwahati), Manipur (aeroporto di Imphal), Nagaland (aeroporto di Dimapur) e Tripura (aeroporto di Agartala) hanno voli diretti da altre città dell’India come Delhi e Calcutta.

In treno: Venendo dall’India il  principale punto di accesso per qualsiasi stato nord-orientale è l’Assam. Buoni collegamenti ferroviari dalla maggior parte delle principali città indiane con l’ Assam, l’unico stato della regione con con linee ferroviarie (salvo Nagaland con una stazione, Dimapur). Le stazioni più importanti in Assam sono Guwahati, Bongaigaon, Lumding, Tinsukia e Dibrugarh. La linea non è elettrica e la corsia è unica perciò i ritardi sono normali.

Su strada: tutti gli stati hanno una buona rete di strade nelle aree urbane. Si consiglia di non guidare da soli.

Ormai il visto speciale di ingresso a questi Paesi, rilasciato dal Ministero degli Affari Esteri, è richiesto solo per entrare in Arunachal Pradesh ma, per gli altri Stati, è possibile che si debba comunque registrare l’arrivo e la partenza. Ad ogni modo conviene sempre verificare gli aggiornamenti sul sito del ministero degli affari esteri o su quello ufficiale dei singoli Stati.

Un gruppo che visita questi Paesi deve essere sponsorizzato da un’agenzia di viaggi e turismo approvata dal governo.

Il giardino dei cinque sensi (Delhi).

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Se ti trovi a Delhi e hai un po’ di tempo libero da spendere al di fuori delle visite ai bei monumenti della città, allora recati al Giardino dei cinque sensi. Si tratta di uno spledido parco realizzato nella parte nuova della città,  per rispondere alla necessità di creare uno spazio verde all’interno del tessuto urbano della grande metropoli. Il giardino, costruito in tre anni, è il risultato di un progetto dell’architetto indiano Pradeep Sachdeva, finanziato dal Tourism Delhi e dal Trasport Development Corporation, ad un costo di Rs 10,5 crore (1.400.000,00 euro circa). Il sito, di venti acri, che si trova nel villaggio Said-Ul-Azaib, vicino alla zona del patrimonio Mehrauli a Nuova Delhi (per capirci, dove si trova il famoso Qutub Minar), è stato inaugurato nel 2003.

Si è deciso di farlo qui, in un luogo che già la sola natura ha reso, con maestose rocce, così particolare. Il giardino, progettato per stimolare risposte sensoriali, è una fusione di colori, profumi, suoni. La maggior parte delle opere d’arte sono dinamiche, il che lo rende interattivo per i visitatori. All’ingresso, vi accolgono uccelli in acciaio montati su pilastri rivestiti di ardesia. All’interno, un percorso punteggiato da bellissimi fiori e oltre duecento varietà di piante, circa 25 sculture, statue, passerelle, campi di bambù, orti, campanelli eolici e parchi di energia solare.

Il giardino è suddiviso in varie aree distinte. Su un lato della passerella a spirale c’è il Khas Bagh, un giardino modellato sulle linee di quelli Moghul con cascate d’acqua, stagni e canali esattamente come quelli del Paradiso descritti nel Corano. L’asse centrale porta ad una serie di fontane, alcune illuminate con sistemi a fibre ottiche. Appartato, lontano dal cuore del giardino, sull’altro lato della passerella, c’è la zona del ristoro e dello shopping.  Potete percorrere il Trail of Fragrance, il sentiero che vi conduce lungo un costone roccioso dove una scultura in acciaio ruota e balla in gioioso abbandono, e passeggiare lungo i sentieri tortuosi per Neel Bagh, una piscina di ninfee circondate da pergolati ricoperti di piante rampicanti di diversi colori. Poi, per riposarvi, recatevi all’anfiteatro in blocchi di arenaria, prima di visitare il laboratorio artistico e lo spazio espositivo per l’arte. Il giardino è anche il rifugio di coppie indiane che, appartate, si scambiano le effusioni non concesse dalla tradizionale comunità indiana.

Può dunque valere la pena, in qualunque giorno dell’anno, visitare il Five Senses Garden, che è una tra le più grandi collezioni di arte pubblica nel Paese.

(testo PASSOININDIA)

Nel luogo più sacro del Tibet, il tempio di Jokhang.

Mi trovo in Tibet, nel cuore della vecchia Lhasa, la ”terra di Buddha”. C’è un luogo, a pochi passi dal Potala, che ancor più dell’atmosfera che lo circonda, già intrisa di spiritualità, trasuda forte misticismo. Qui i pellegrini si prostrano a intervalli regolari per recarsi nel luogo più sacro del Tibet, il monastero di Jokhang, la “Casa di Buddha”.

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Prima di entrare girano attorno al tempio lungo il Barkhor, un percorso sacro punteggiato da bancarelle che vendono, tra mille altri oggetti, rosari, burro di yak, gioielli e sciarpe bianche, le usuali offerte per le divinità. Girano le ruote delle preghiere, sempre in senso orario, avvolgendo le loro dita con i rosari sacri sussurrando mantra come “Om Mani Padme Hum”. L’altra fila è quella riservata ai turisti che entrano da una porta diversa e possono visitare il tempio solo il pomeriggio. L’esterno del tempio è decorato con cervi e ruote, i primi simboli del Buddismo che rammentano il primo sermone del Buddha quand’egli trasformò la “ruota del Dharma” in un parco dei cervi vicino a Varanasi, in India.

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Dal chiostro principale, che ospita le grandi ruote di preghiera, accedo al sacro luogo lasciandomi abbracciare dalla suggestiva atmosfera, carica di incenso e di fumo delle candele, che avvolge le tante cappelle, statue, drappeggi, dipinti ed immagini dedicate a divinità buddiste tra cui Songtsen Gampo, Guru Rinpoche, Tsongkhapa, Tara e Maitreya. Il tutto è protetto da un soffitto costituito da travi di legno che sovrasta pinnacoli, colonne e porte Newari, splendidamente incorniciate, del VII° ed VIII° secolo.

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Il “tesoro” spirituale del Tempio che fa muovere queste masse di pellegrini è il Jowo Rinpoche (o Jowo Shakyamuni), l’oggetto più sacro del Tibet, una statua ingioiellata dai devoti alta un metro e mezzo situata nella stanza principale, raffigurante Shakyamuni all’età di 12 anni, probabilmente costruita in India e poi regalata alla Cina.

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Quando la principessa cinese Wenchen, figlia dell’imperatore Tang Taizong, nel 641, divenne la seconda moglie del re Songtsen Gambo (617-649), ella portò il Jowo Rinpoche come sua dote. Questo re, che fu il primo sovrano del Tibet unificato e che pare avesse almeno cinque mogli, prese come prima moglie, nel 630, la principessa Bhrikuti, sorella del re del Nepal, che portò anch’ella in dote una statua del Buddha, l’ Akshobhya Vajra. Songtsen Gambo fu un forte sostenitore del Buddismo, costruì molti templi e contribuì alla creazione della lingua tibetana scritta. Secondo una delle varie leggende, l’anello che il re gettò in aria affinché gli spiriti potessero suggerirgli dove costruire questo tempio, cadde in un lago da cui emerse uno stupa. Così il lago fu riempito con sabbia e terra portata da migliaia di montoni bianchi, per costruire il Tempio di Jokhang, il cui santuario centrale fu realizzato proprio sopra lo stupa emerso.

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Pare che questo monastero sia stato inizialmente costruito per ospitare la statua di Buddha portata in Tibet dalla moglie nepalese del re e che in seguito ospitò anche lo Jowa Sakyamuni, portato dalla principessa Wencheng che, alla morte del marito, temendo un’invasione cinese, lo scelse per proteggere la statua, sulla base dei principi della geomanzia (feng shui), trasferendola qui dal tempio di Ramoche. Quest’ultimo è il gemello del Jokhang, costruito più o meno nello stesso periodo ed oggi il secondo tempio più importante in Lhasa.

Quel che è certo è che, insieme al loro sposo, anche le due regine furono determinanti nella diffusione del buddismo in Tibet e questo è il motivo per cui la statua sacra è fiancheggiata dagli altari del re e delle sue due mogli. Bellissimo, tra il resto, il murales che raffigura l’arrivo in Tibet della principessa cinese.

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Il tempio, costituito di quattro piani, con tetti coperti da tegole di bronzo dorato, interessa una superficie di circa 25.000 metri quadrati e combina elementi tibetani, nepalesi, cinesi e indiani. Durante le attività anti-buddiste della fine del VII° secolo e della metà del IX° secolo, il tempio venne chiuso e la Jowo Rinpoche venne sepolta in terra affinché rimanesse indenne. Nel corso dei secoli il tempio ha subito varie ricostruzioni ma il nucleo è ancora quello originale dal VII° secolo. Il monastero di Jokhang, durante l’occupazione cinese nel 1951, divenne il centro della resistenza tibetana. Durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976), fu utilizzato dai cinesi per ospitare animali oltre che i soldati cinesi che bruciarono le antiche scritture tibetane che vi erano conservate. Ancora oggi questo luogo è attentamente sorvegliato dalla milizia del governo cinese.

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Il monastero di Jokhang è così importante che ospita l’annuale Festival della Preghiera oltre alle cerimonie di iniziazione del Dalai Lama e del Panchen Lamas.

Pranzo con un semplice pasto tipicamente tibetano ed attendo il primo pomeriggio per assistere all’incontro dei monaci novizi che, sul balcone del secondo piano, discutono di dottrina buddista.

Di notte, l’atmosfera si fa ancora più struggente, quando i Lama che abitano il monastero, cantano i sutra.

Questo mondo magico, carico di religiosità e di storia mi regala un grande senso di appartenenza che affina la mia sensibilità, mi svuota, lentamente, di tutte le pene che sembrano uscire insieme alle lacrime.

testo by PASSOININDIA

(PER VIAGGI IN ORIENTE http://www.passoinindia.com)

immagine con il monaco dal sito https://thescifibuddhist.wordpress.com/2014/11/23/buddhist-imagery-in-stargate/