SANT KABIR, l’essenza della fede

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Una delle personalità più accattivanti della storia del misticismo indiano è stato Sant Kabir. Nato vicino a Benares (Varanasi) da genitori musulmani nel 1440, in tenera età divenne discepolo del celebre indù guru Ramananda, un grande riformatore religioso e fondatore di una organizzazione alla quale appartengono ancora milioni di indù. I suoi versi si trovano anche nella scritture nel sacro libro del Sikhismo Guru Granth Sahib (https://passoinindia.wordpress.com/2012/09/30/che-cos-e-il-sikhismo/)

La storia di Kabir è circondata da leggende contraddittorie che provengono da fonti sia indù che islamiche, che lo rivendicano rispettivamente come un santo sufi e come un santo indù. Indubbiamente, il suo nome è di origine islamica e si dice che sia il figlio reale o adottato di un tessitore musulmano di Varanasi, la città in cui si sono svolti i principali eventi della sua vita.

Gli indù lo chiamavano Kabir Das, ma è impossibile dire se Kabir fosse bramino o sufi. Una volta egli disse a se stesso di essere sia il figlio di Allah che quello di Ram. Kabir odiava l’esclusivismo religioso e cercava soprattutto di avviare gli esseri umani nella libertà come figli di Dio. Kabir rimase discepolo di Ramananda per anni, unendosi agli argomenti teologici e filosofici che il suo maestro sostenne con tutti i grandi mullah e brahmani dei suoi tempi. Così, conobbe la filosofia sia indù che sufi.

Le opere di Kabir confermano la storia tradizionale della sua vita. Ancora e ancora, esalta la vita domestica e il valore e la realtà dell’esistenza quotidiana con le sue opportunità di amore e di rinuncia. La “semplice unione” con la Realtà Divina era indipendente sia dal rituale che dalle austerità corporee; il Dio che proclamò non era “né a Kaaba (La Mecca) né a Kailash (il monte sacro agli indu)”. Coloro che lo cercavano, quel Dio, non dovevano andare lontano poiché era dappertutto, più accessibile alla “lavandaia e al falegname” che all’uomo santo e giusto. Egli pertanto criticò gli interi apparati indù e musulmano, il tempio e la moschea, l’idolo e l’acqua santa, le scritture e i sacerdoti denunciandoli come semplici sostituti della realtà. Egli disse, “Il Purana (testi sacri indu) e il Corano sono semplici parole”.

testo tradotto PassoinIndia

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HANUMAN il Dio Scimmia

LA NASCITA DEL VENERATISSIMO HANUMAN, IL DIO CON LA FACCIA DI SCIMMIA. Sono tante le storie di Hanuman il veneratissimo dio con la testa di scimmia. Una riguarda la sua nascita, e anche di questa vi sono più versioni. Nei Purana, il gruppo di testi sacri indu in lingua sanscrita si racconta che quando, nelle foreste d’Himalaya, gli dei amanti Shiva e Parvati decisero per gioco di trasformarsi in scimmie e di farsi effusioni d’amore, Parvati rimase incinta; aspettandosi di avere un figlio scimmia, Shiva ordinò al dio del vento Vayu di trasportare il suo seme dal grembo di Parvati e di depositarlo in quello di Anjana – una scimmia femmina, che in quel preciso momento pregava per un figlio maschio. Anjana era una apsara, uno spirito femmina, di nome Punjikastala (o Managarva ) che nacque sulla terra come una scimmia femmina a causa di una maledizione. Quando diede alla luce il figlio, Anjana riacquistò il suo aspetto originale.

Un’altra versione è nello Shiva Purana: quando Vishnu si travestì da Mohini, una bellezza celeste, il suo fascino incantò così tanto Shiva che egli non riuscì a trattenere il suo seme. Vayu portò quindi il seme e lo depositò nel grembo di Anjana. Questo figlio era Hanuman, una delle amatissime divinità del pantheon indu. Hanuman è quindi figlio sia di Shiva che di Vayu.

Un altro mito racconta che Hanuman nacque da Anjani, la scimmia di corte, su cui cadde il prasad (offerta sacra) inviato da Agni, il dio del Fuoco, a Dasaratha, il re di Ayodhya, che a lui si era rivolto con il rito dell’ homa (un rituale fatto con il fuoco) perché lo aiutasse ad avere dei figli dalle sue tre mogli Kausalya, Sumitra e Kaikeyi. Le donne avrebbero dovuto mangiare il prasad per poter rimanere incinta ma a Kaikeyi ne cadde un poco che Vayu, il Dio del vento, portò nelle mani di Anjani che se lo mangiò e diede alla luce Hanuman. Kausalya e Sumitra diedero metà del loro prashad a Kaikeyi che era rimasta senza, così le tre regine diedero alla luce Rama, Lakshmana, Bharat e Satrghna. Hanuman però fu più potente perché generato da una intera porzione di prashad. Hanuman è simbolo della salute, della forza e della velocità.

Il mito racconta anche che Hanuman nacque con un perizoma, indicatore di quello che sarebbe stato il suo essere umile e ascetico. Portava anche degli orecchini. Infatti, quando il potente leader del mondo delle scimmie, Vali, venne a sapere che Anjana aspettava un figlio che sarebbe diventato suo potente rivale, creò un missile composto da cinque metalli: oro, argento, rame, ferro e stagno e lo diresse verso il grembo di Anjana. Il missile però si sciolse appena ne toccò il grembo e si trasformò in un paio di orecchini.

HANUMAN NELLE SCRITTURE INDU. Le scritture indu sono piene di racconti su Hanuman e le sue prodezze. Una volta, ad esempio, si scagliò verso il cielo avendo scambiato il sole per un frutto maturo. Sulla sua strada, tuttavia, vide il drago Rahu farsi strada per divorare il sole e provocare così un’eclissi. Scambiandolo per un verme, l’irrequieto Hanuman si precipitò verso Rahu e tentò di afferrarlo. Rahu cercò rifugio in Indra, il signore dei cieli che raccolse il suo fulmine mortale, montò il suo elefante bianco di nome Airavata e andò alla ricerca di Hanuman, cercando di fermarlo. Le nuvole si fecero minacciose e un lampo tuonò nel cielo per l’ ira di Indra. Ma Hanuman non si spaventò, anzi, fu ancora più eccitato e monto in groppa a Airavata. Indra si aggrappò a Hanuman con il suo fulmine e lo ferì facendolo precipitare rapidamente sulla terra. Suo padre Vayu, il dio del vento, scattò immediatamente in suo soccorso, lo prese a mezz’aria e si infuriò. Il Cosmo era in panico perché Vayu minacciava di lasciare tutti senza aria. Gli dei allora chiesero il perdono a Vayu, mandando benedizioni al bambino Hanuman e Vayu ripristinò l’aria nel cosmo. Fu tuttavia decretato che Hanuman sarebbe rimasto all’oscuro della propria abilità, a meno che, nel corso di un atto meritorio, la sua memoria non gli ricordasse la sua abilità sovrumana. Si vedrà in seguito come questa materia apparentemente insignificante metta in luce il significato simbolico di Hanuman.

Crescendo, Hanuman cercò di educare se stesso e scelse Surya, il dio del sole, come suo maestro. Così Hanuman volò davanti al carro del dio del sole, resistendo al bagliore impressionante, finché non cominciò la sua erudizione sui quattro libri della conoscenza (i Veda), sui sei sistemi di filosofie (darshanas), sulle sessantaquattro arti o sui kala e sui centotto misteri occulti dei Tantra.

Quando Hanuman completò la sua educazione (guru-dakshina), volle dimostrare a Surya la sua totale gratitudine; il dio del sole gli chiese allora di prendersi cura di suo figlio Sugriva, che era il fratellastro di Vali, re delle scimmie. Prima che Vali diventasse il signore delle scimmie, il loro re era Riksha. Una volta Riksha cadde in una piscina incantata e si trasformò in una donna. Sia il dio del cielo Indra che il dio del sole Surya si innamorarono di lei che quindi dette alla luce per ognuno di loro un figlio. Il figlio di Indra era il suo primogenito, Vali, mentre quello di Surya era Sugriva, il suo secondo figlio. Quando Riksha morì, il forte Vali divenne il loro sovrano indiscusso. Vali condivideva tutto con suo fratello minore Sugriva. Fu in queste circostanze che Hanuman entrò nella compagnia di Sugriva che in seguito divenne lui stesso il re delle scimmie. Fu sotto Sugriva che l’enorme esercito di scimmie aiutò Lord Rama a reclamare sua moglie che era stata rapita dal demone Ravana, come racconteremo in seguito.

HANUMAN NEL RAMAYANA. Il Ramayana, nato dal sapiente saggio Valmiki, dedito alla poesia, è una delle più grandi storie epiche che racconta la storie di Rama. Un giorno Valmiki venne a sapere che anche il grande Hanuman aveva scritto di Rama, e così egli andò a trovarlo in Himalaya per ascoltare la sua versione. Valmiki fu colpito dalla bellezza poetica del suo racconto ma ciò non lo rese completamente felice perché essa oscurava il suo lavoro. Allora Hanuman distrusse la sua creazione per sempre e questo dimostra ancora una volta il suo altruismo.

Il cattivo del poema Ramayana era il potente demone Ravana. Quando egli rapì Sita, Rama, il marito di lei, accompagnato da Hanuman e un esercito di scimmie assediarono Lanka, la capitale dell’impero di Ravana.

Chi sono Rama e Sita? https://passoinindia.wordpress.com/2019/09/29/le-coppie-nellinduismo-rama-e-sita-nel-ramayana/

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Mentre la battaglia procedeva, il demone perse tutti i suoi fratelli e figli. Alla fine mandò a chiamare il suo unico figlio sopravvissuto Mahiravana, un potente stregone che governava gli inferi (patala loka). Inizialmente Mahiravana non desiderava unirsi alla lotta contro Rama poiché riteneva che la causa di quest’ultimo fosse giusta. Ma, conoscendo la sua devozione per la dea Kali, gli si rivolse così: “Pensa ai poteri che la dea Kali ti concederà quando le offrirai la testa di due giovani belli e virili come Rama e suo fratello Lakshmana“. Il grande stregone Mahiravana riuscì a rapirli mentre dormivano, lasciandosi alle spalle una scura scia che si allungava in profondità nelle viscere della terra. Hanuman si tuffò immediatamente nel tunnel e si diresse verso Patala, il regno sotterraneo di Mahiravana. Lì, trovò i due fratelli legati a un palo, i loro corpi unti con olio di senape e decorati con fiori di calendula, pronti per essere sacrificati. Accanto a loro, Mahiravana stava affilando la lama sacrificale e cantando inni per invocare la dea Kali. Hanuman prese la forma di un’ape e sussurrò all’orecchio di Rama, “Quando Mahiravana ti chiede di posare il tuo collo sul blocco sacrificale, digli che, essendo di lignaggio reale, non hai mai imparato a chinare la testa. Digli di mostrarti come fare.” Mentre Mahiravana mostrava a Rama come chinare la testa, Hanuman riprese la sua forma, afferrò la lama e decapitò lo stregone, offrendolo alla dea Kali che, affascinata, fece di Hanuman il suo portiere e in effetti molti templi della dea hanno una scimmia come guardia delle loro porte. Questo è anche il motivo per cui Hanuman viene invocato in qualsiasi lotta contro la stregoneria, e quindi gli amuleti e gli incantesimi che lo raffigurano sono estremamente popolari tra i devoti. La morte di Mahiravana riempì il cuore di Ravana di paura. Consultò gli astrologi di corte che studiarono il suo oroscopo e decretò che l’allineamento dei corpi celesti non era a suo favore. Ora, l’astrologia indiana è governata da nove pianeti, noti come i navagraha. Ravana pensò che cambiando l’allineamento di questi corpi celesti sarebbe stato in grado di alterare il suo destino. Salì sul carro volante fin nei cieli e catturò i nove pianeti. Iniziò quindi una serie di rituali che, in caso di successo, avrebbero costretto i pianeti a riallinearsi a suo favore. Quando Hanuman venne a conoscenza, condusse una banda di scimmie nella sala sacrificale di Ravana, con l’intenzione di interrompere il rituale. Trovarono Ravana seduto accanto a un altare di fuoco con gli occhi chiusi in una profonda meditazione, recitando mantra. Le scimmie gridarono e spensero il fuoco, gettarono via gli utensili cerimoniali e cancellarono i diagrammi occulti (yantra) dipinti sul pavimento. Ravana però non si svegliò dalla sua profonda trance e continuò a cantare le sante formule. Hanuman si rese conto che Ravana avrebbe dovuto essere fermato ad ogni costo, altrimenti il cattivo sarebbe riuscito a cambiare il corso del destino. Escogitò quindi un piano e ordinò ai suoi luogotenenti di entrare nelle camere femminili e spaventare le molte mogli di Ravana. Le scimmie obbedirono attaccando le regine e le concubine di Ravana. Ma tutto fu inutile perché Ravana non si mosse. Ma quando le scimmie affrontarono Mandodari, la moglie principale di Ravana, scoprendo i denti, battendosi il petto e grugnendo minacciosamente, Mandodari, terrorizzata, disse “Guai a me. Mio marito medita mentre le scimmie minacciano la mia castità.” E Ravana aprì gli occhi e corse in sua difesa. Finalmente Hanuman poté correre di nuovo nella sala sacrificale e liberare i nove pianeti tenuti prigionieri, vincendo l’eterna gratitudine dei grahas. Per questo Hanuman è adorato dai suoi devoti ogni volta che essi percepiscono i loro problemi come il risultato della configurazione sfavorevole dei corpi celesti. Hanuman viene spesso mostrato a calpestare sotto i suoi piedi una donna che si dice rappresenti Panvati (o Panoti), una personificazione di influenze astrologiche dannose.

Un’altra leggenda interessante riguarda il pianeta Saturno (Shani). Percepito come un’influenza sfavorevole, si ritiene che Saturno visiti ogni individuo almeno una volta nella vita per un periodo di sette anni e mezzo. Secondo il destino, Saturno scese su Hanuman quando questi era impegnato a costruire un ponte sull’oceano per aiutare Rama e il suo esercito a raggiungere Lanka. Hanuman chiese al pianeta di rimandare la sua visita fino a quando non fosse riuscito ad aiutare Rama a riconquistare Sita. Ma Saturno fu irremovibile e Hanuman dovette inchinarsi contro la volontà della natura. Hanuman invitò Saturno di sedersi sulla sua testa (le sue gambe erano troppo umili per Saturno) mentre le sue mani erano impegnate a servire Rama. Saturno si sistemò felicemente sulla testa di Hanuman che continuava il suo lavoro, accumulando pesanti massi e pietre sulla sua testa in un modo apparentemente casuale. Dopo un po’, Saturno non riuscì più a sopportare più il carico dei massi ammucchiati e desiderò scendere. Hanuman insistette per completare i suoi obbligatori sette anni e mezzo, ma Saturno chiese la sua liberazione dicendo che i sette minuti e mezzo che ha trascorso in testa a Hanuman gli erano sembrati comunque sette anni e mezzo. Così parlando Saturno si congedò da Hanuman e da allora gli adoratori di questo dio scimmia sono certi che gli inevitabili effetti negativi della sade-sati di Saturno (sette anni e mezzo di permanenza) possano essere ridotti da una vera devozione ad Hanuman.

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HANUMAN E LA MADRE. Dopo l’annientamento di Ravana, Rama chiese ad Hanuman come avrebbe voluto essere ringraziato per i suoi servizi. Egli rispose: “Mio signore, lasciami passare il resto dei miei giorni al tuo servizio.” Rama accettò volentieri la richiesta e così anche Hanuman salì a bordo del carro verso la loro nativa Ayodhya. Sulla strada, tuttavia, Hanuman pensò di visitare sua madre Anjana, che viveva su una montagna vicina. Anche Rama e gli altri del gruppo volevano incontrarla. Arrivati, Hanuman si avvicinò a sua madre felicissima e la abbracciò. Tutti si inchinarono in riverenza alla donna. Hanuman le raccontò di tutti gli eventi che avevano portato alla morte di Ravana sul campo di battaglia. Sorprendentemente, Anjana si rivolse così a Hanuman: “Il mio darti alla luce è stato vano, e nutrirti con il mio latte non è servito a nulla”. Tutti rimasero senza parole. E continuò: “Vergogna per la tua forza. Non avevi abbastanza potere per sradicare la città di Lanka da solo? Non avresti potuto annientare il mostro a dieci teste e il suo esercito da solo? Se non sei abbastanza forte da farlo, sarebbe stato meglio che ti fossi almeno ucciso combattendo contro di lui. Mi dispiace che tu sia vivo. Lord Rama ha dovuto costruire un pericoloso ponte di pietre sull’oceano turbolento per raggiungere Lanka e ha dovuto combattere l’enorme esercito di demoni per recuperare la sua amata Sita. Il nutrimento del mio seno è stato quindi infruttuoso. Vattene e non mostrarmi mai più la tua faccia”. La donna si stava riferendo a quando Hanuman fu deputato ad andare a cercare Sita nella città di Lanka prigioniera di Ravana, affinché potesse poi iniziare la battaglia per salvarla. Hanuman la trovò e bruciò l’intera città. Il dispiacere di Anjana derivava dal fatto che, sebbene Hanuman fosse capace di riportare Sita da solo in quella occasione, non lo fece. Hanuman le ria mani giunte: “O Grande Madre, non ho mai compromesso il valore sacro del tuo latte. Non sono che un semplice servitore. Durante quella visita mi era stato ordinato solo di cercare Sita e non di uccidere Ravana. Ho quindi agito scrupolosamente e mantenuto la mia parola”. In effetti, Hanuman aveva chiesto a Sita, quando l’aveva incontrata prigioniera di Ravana, se preferiva essere salvata da lui in quel preciso momento. Ella rispose negativamente sottolineando che era suo dovere liberarla e Rama stesso avrebbe dovuto venire a riprenderla. La madre allora disse: “Caro figlio, non ho mai saputo tutto questo, ma ora è confortante che il mio latte abbia davvero dato frutti abbondanti”. La ripetuta glorificazione del suo latte da parte di Anjana non fu apprezzata da Lakshmana, che la considerò un’esagerazione. Percependolo, lei gli si rivolse dicendo: “Lakshmana, ti stai chiedendo perché questa scimmia-donna apparentemente debole sta esaltando l’efficacia e la potenza del suo stesso latte? Il mio latte è davvero straordinario.” Dicendo ciò Anjana si strinse il seno e la pioggia di latte che trasudava schizzò contro una montagna vicina dividendola in due. Rivolgendosi nuovamente a Lakshmana, spiegò: “Hanuman è stato allevato con lo stesso latte, come potrebbe mai essere sprecato?” Dopo aver raggiunto in sicurezza Ayodhya, Rama fu felice nel suo matrimonio. Hanuman continuò ad essergli devoto. Molti episodi definiscono Hanuman come l’ultimo bhakta (devoto) e fanno molta luce sulla sua personalità unica piena di brahmacharya, la capacità di controllo dei propri sensi.

IL ROSSO VERMIGLIO DI HANUMAN. Ogni mattina Hanuman osservava che Sita si metteva un segno rosso sulla fronte e si spalmava la ciocca dei capelli con polvere di vermiglio, secondo un rituale che è prerogativa esclusiva delle donne sposate in India. Essendo curioso, le chiese il motivo. “Per il benessere di mio marito”, rispose lei. L’umile Hanuman si chiese: “Se una donna virtuosa come Sita deve applicare il vermiglio in questo modo per il bene di Lord Rama, io, una semplice scimmia, devo fare di più”. Prese il colore e ne imbrattò tutto il corpo. Rama e Sita furono commossi dalla purezza del cuore di Hanuman. Da allora, le raffigurazioni di Hanuman sono spesso colorate di un ricco rosso vermiglio.

LA DEVOZIONE DI HANUMAN. Una volta Sita diede a Hanuman una collana di perle. Dopo un po’, gli abitanti della città lo osservarono rompere la collana e ispezionare minuziosamente ogni perla. Incuriositi gliene chiesero il motivo. “Sto cercando Rama e Sita”, rispose Hanuman. Ridendo della sua apparente ingenuità, gli spettatori gli fecero notare che la coppia reale era al momento seduta sul trono imperiale. “Ma Rama e Sita sono dappertutto, incluso il mio cuore” si chiese ad alta voce il vero bhakta. Non capendo la profondità della sua devozione, lo stuzzicarono ulteriormente: “Quindi Rama e Sita vivono nel tuo cuore, puoi mostrarcelo?” Senza esitazione, Hanuman si alzò in piedi e con i suoi artigli affilati si strappò il petto. Lì, nel suo cuore pulsante, il pubblico attonito fu colto di sorpresa vedendo un’immagine di Rama e Sita. Nessuno derise più Hanuman per la sua devozione.

HANUMAN CHE RIUNISCE INDIVIDUO E SPIRITO. L’obiettivo di tutto il desiderio mistico è l’unione dell’anima individuale con l’anima universale. Nell’Adhyatma Ramayana, il testo sanscrito risalente al XIV o XV secolo, Sita rappresenta l’individuo (jiva-atma), che è separato dall’universale (param-atma) simboleggiato da Rama. In una bellissima interpretazione, si dice che Hanuman personifichi la bhakti, che annienta l’ “ahankara” o ego (Ravana) e riunisce i due.

IL POTERE DELLA MENTE. Nel simbolismo indù, la scimmia indica la mente umana, che è sempre irrequieta e sembra essere l’unica cosa su cui l’uomo possa avere il controllo assoluto. Non possiamo controllare il mondo che ci circonda, ma possiamo controllare e domare la nostra mente con ardente disciplina. Non possiamo scegliere la nostra vita ma possiamo scegliere il modo in cui rispondiamo ad essa. Hanuman, quando era bambino, fu tentato dal sole e si precipitò verso di esso pensando che fosse un frutto delizioso. Sulla sua strada, tuttavia, fu distratto dal pianeta Rahu e cambiò il suo percorso. Quindi Hanuman rappresenta l’intelletto umano inquieto. È solo deviandolo sul sentiero della pura bhakti (devozione), che può essere reso consapevole della sua essenza profonda e silenziosa. Secondo il punto di vista indù, non esiste un mondo oggettivo. L’intero mondo manifestato è un fenomeno soggettivo creato da noi stessi. Noi umani abbiamo la capacità unica di condizionare le nostre menti. In altre parole, abbiamo il potere di cambiare il modo in cui percepiamo la vita. E cambiando le nostre percezioni della vita, abbiamo il potere di cambiare il nostro mondo. Quando Hanuman entra nella vita di Rama, cambia il mondo di Rama. Trasforma una crisi (la perdita di Sita) in un’opportunità (libera il mondo da Ravana). Trasforma una vittima in un eroe.

Pertanto, Hanuman non è una scimmia normale. Durante la ricerca di Sita, le scimmie si sono confrontate con il vasto oceano che si trova tra loro e Lanka. Si chiedevano come si sarebbero fatti strada attraverso quel potente ostacolo. Qualcuno suggerì ad Hanuman di saltare e attraversare il mare. Ma Hanuman era dubbioso, “Non posso farlo”, disse. In quel momento, uno dei suoi compagni ricordò ad Hanuman i fantastici poteri dormienti dentro di lui. Immediatamente Hanuman si ricordò della sua forza divina e balzò attraverso l’oceano. Quindi anche la nostra mente deve ricordare il suo potenziale divino e credere nella sua propria capacità. Per questo Hanuman è il simbolo della mente perfetta e incarna il massimo potenziale che essa può raggiungere.

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HANUMAN E LO YOGA. Se lo yoga è la capacità di controllare la propria mente, Hanuman è lo yogi per antonomasia perché ha una perfetta padronanza dei suoi sensi, raggiunto attraverso uno stile di vita disciplinato, temperato dai flussi gemelli di celibato e devozione altruista (bhakti). È anche un perfetto karma yogi poiché compie le sue azioni con distacco, agendo come uno strumento del destino anziché essere spinto da qualsiasi motivo egoistico. Il Pranayama è la capacità di controllare il respiro in modo che l’inspirazione e l’espirazione dell’aria siano ritmiche. Ebbene, Vayu, il dio dell’aria e del vento, insegnò per la prima volta il pranayama a suo figlio Hanuman, che a sua volta lo insegnò all’umanità. Anche il Surya Namaskar (saluto al sole), è stato ideato da Hanuman come saluto per il suo insegnante Surya.

HANUMAN JAYANTILa festa per eccellenza di Hanuman è l’ Hanuman Jayanti. Questa festa non è necessariamente celebrata allo stesso tempo in diverse parti dell’India. Nella maggior parte dei casi, “Hanuman Jayanti” viene celebrata durante la luna piena del mese Chaitra (corrispondente a metà marzo del calendario gregoriano e di solito il giorno di Chaitra Pournimaa) nell’India del Nord o anche durante del mese di  Baishakh (corrispondente al mese di aprile-maggio nel calendario gregoriano) mentre nel sud dell’India – Kerala e Tamil Nadu – viene celebrata durante il mese indù “Dhanu” (o Margazhi  in Tamil) corrispondente da dicembre a metà gennaio. 

Non dimentichiamoci poi della festa di Dussehra (Vijaya Dashami, Dasara, o Dashain) è una festa indù. E’ considerata festività nazionale indiana che ricorre 20 giorni prima del Diwali  (la festa delle luci), altra importante festività religiosa indiana. Con Dussehra gli induisti celebrano la vittoria del dio indù Rama sul re demone Ravana (re di Sri Lanka). Per saperne di più vai qui 

https://passoinindia.wordpress.com/2012/10/12/dussehra-una-festa-indiana-indian-festival/

HANUMAN è anche chiamato Mahavira (il grande eroe) o Pavansuta (il figlio del vento) o Bajarangbali (che ha la forza del fulmine) o Anjaneya (figlio di Anjana). Il suo nome deriva dal sanscrito  uomo con mascelle forti ( hanu )”. Nell’induismo è una vanara che in sanscrito significa “con pelo o coda di scimmia. Si crede che i languri (le scimmie) dalla faccia nera ( Semnopithecus entellus ) molto presenti in India, sarebbero i discendenti di Hanuman; in hindi sono chiamati “Hanuman Langur” ed è per questo che sono molto venerati.

Nella foto di copertina Hanuman con Lakshmana e Rama.

Con l’ausilio di https://www.exoticindiaart.com/article/hanuman/

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Arrivare a Shimla con il treno storico

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Appena ho sentito parlare dello storico trenino Kalka – Shimla, la “Regina delle colline” l’ho preso in considerazione per questo mio viaggio salendo verso l’Himachal Pradesh. E’ un toy-train, come vengono chiamati i trenini che viaggiano su antichi binari a scartamento ridotto, come altri in India ed altrettanto noti e deliziosi (vedi ad esempio https://passoinindia.wordpress.com/2014/12/29/il-trenino-del-darjeeling-e-pronto-alla-partenza-2/ e https://www.passoinindia.com/sikkim-ai-piedi-dellhimalaya ).

Questa linea, iniziata nel 1898 ed inaugurata nel 1903 dal viceré Lord Curzon, percorre ben 96 chilometri in cinque ore e raggiunge 2.205 metri di altezza con le sue poche e piccole carrozze colorate di prima, seconda e terza classe. Mi imbarco a Kalka, nello Stato di Haryana, una piccola stanzioncina abbastanza pulita. Viene bene raggiungerla se, come me, arrivate da Haridwar, passando per la moderna città di Chandigarh, da cui ho preso il treno per Kalka e, dunque, per Shimla.

Si viaggia con passeggeri del luogo e turisti e si può scegliere se scendere in una delle località intermedie dove si ferma questo delizioso giocattolino contrassegnato con la targa di Patrimonio dell’Umanità UNESCO, titolo conferitogli nell’anno 2008. E’ un salto indietro nel tempo l’ascoltare il suo sferragliare a suoni costanti su questi binari prodigio di ingegneria che è ancor più netto accanto al portellone sempre aperto da cui, con azzardo, mi affaccio per fotografare il trenino in corsa. Lo spettacolare paesaggio tra foreste, cascatelle, prima collinare e poi montuoso, che, lungo i dirupi, scorre dai finestrini, interrotto, a tratti, da gallerie, ben 103, è reso ancora più stupefacente dai ben 806 ponti antichi e 919 curve mozzafiato che collegano vari tratti. Il tunnel più lungo è presso la stazione di Barog, (tunnel 33, lunghezza 1.143,61 metri) ed il ponte architettonicamente più bello è il numero 226, nei pressi della stazione di Sonwara, che domina una profonda valle ma purtroppo quest’ultimo non è vedibile dalle carrozze. Il tunnel Barog ha anche una storia da raccontare perché il Signor Barog, progettista e costruttore della galleria si suicidò proprio lì vicino a seguito di un errore da lui commesso nella progettazione che indispose il committente governo inglese. Egli provò infatti a scavare il tunnel da entrambe le parti ma qualcosa andò storto e i due tratti non si incontrarono.

Dopo Kalka, a 656 metri s.l.m., il trenino comincia la sua salita, rallentando ed arrancando ad una velocità media di 25 Km. orari su una pendenza del 3%. Lo sviluppo dell’itinerario è scandito dai grandi numeri dipinti sui lati dei tunnel.

Finalmente arrivo a Shimla, dopo aver superato ben 18 stazioni sul percorso, tutte fornite di bancarelle da cui comprare del cibo (vedi, sotto, l’elenco).

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Non fatico a pensare che Shimla, costruita su diverse colline ad una altitudine di 2.075 metri, tra verdi pascoli e cime innevate, sia davvero una piccola perla dell’Himalaya, fondata dagli inglesi con il nome di Simla e divenuta, nel 1864, capitale estiva dell’Impero britannico oltre che quartier generale della forza militare inglese. Di fatto gli inglesi fecero di Shimla un luogo a loro uso e consumo, soprattutto durante la ricostruzione dopo l’ incendio del 1876. Persino i nativi indiani furono praticamente costretti ad allontanarsene, tranne quelli che erano al servizio degli inglesi. Ma all’epoca, prima della costruzione della linea ferroviaria, raggiungerla non era semplice, considerata la sua collocazione, se non con carri trainati da buoi ed impiegando moltissimo tempo ed uomini lungo la faticosa salita. Del resto, il punto di forza di Shimla era proprio la sua posizione che la rendeva fresca anche durante l’estate. Sono ovunque le tracce del suo passato coloniale, come i cottages, la Loggia vicereale, i lampioni in ferro, gli edifici in stile tudor e neo gotico e, ovviamente, i nomi inglesi. Dopo l’indipendenza del 1947, Shimla divenne la capitale dello Stato del Punjab e, in seguito alla costituzione dell’Himachal Pradesh, nel 1966, fu designata capitale di quest’ultimo.

Dopo il check-in hotel faccio due passi per la cittadina. Mi trovo nei pressi della via pedonale principale The Ridge, un grande spazio aperto con vista sulle pendici innevate dell’Himalaya, che somiglia ad una piazza; è lunga quanto lo spazio che passa tra le due colline di Shimla, Jakhoo, ad est e Observatory ad ovest e che è pari all’estensione della cittadina. Qui le persone si ritrovano e qui si fanno i festival.

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Mi dirigo poi verso ovest e visito la seconda Chiesa cattolica più antica costruita in India, la quasi bianca Christ Church in quello stile neogotico che piaceva agli inglesi durante l’era vittoriana. La progettò l’architetto colonnello J. T Boileau, i lavori iniziarono nel 1844 e la consacrazione avvenne nel 1857. All’interno 5 vetrate rappresentano le 5 virtù del cristianesimo (carità, fortezza, pazienza, umiltà e speranza) e, nella parte anteriore della chiesa, il contrassegno su un banco indica che quello era riservato al viceré. All’uscita la luce è forte e tiro un forte respiro di aria pura; nel mentre, realizzo che, dietro la chiesa, è visibile la grande statua di Hanuman costruita sulla collna di Jakhoo dove intendo recarmi.

Continuo la strada in discesa ed arrivo a Scandal Point dove The Ridge si incontra con Mall Road. E’ un nome davvero strano. Mi spiegano che deriva da una storia forse vera, forse no o forse solo in parte. Si racconta della fuga d’amore, nel 1892, della figlia del viceré e del Maharaja di Patiala Bhupinder Singh che erano incontrati proprio qui a Scandal Point. Pare che a questo Maharaja piacessero molto le donne che quindi cadevano preda del suo fascino.

Percorro quindi Mall Road, l’altra strada principale di Shimla che corre lungo una terrazza inferiore e dove, al Bazaar, si vende di tutto. Qui si trova anche l’edificio postale in stile coloniale.

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Nel pomeriggio cammino per 30 minuti (2,5 Km.) lungo un percorso intercalato da tratti a gradini e dalla visita di scimmiette un po’ invadenti che in India non mancano mai; con stupore scopro che affittano bastoni per tenerle lontane durante il cammino! Arrivo a Jakhoo Hill, ad un’altezza di 2.455 metri, il luogo più alto di Shimla, immerso nella natura, dove si trova un tempio indu e una recente statua arancione di Hanuman, il dio dell’induismo con il volto di scimmia, alta ben 33 metri. Da quassù si vede la catena montuosa Shivalik che appartiene a quella Himalayana. La mitologia hindu racconta che la cima piatta di Jakhoo Hill Shimla è l’impronta del piede di Hanuman che vi atterrò dal cielo a cercare un’erba per medicare il sacerdote Lakshmana durante la battaglia del Ramayana. Proprio in quel punto venne quindi costruito il colorato tempio di Jakhoo che riporta esternamente le immagini di questa divinità e, all’interno, una sua statua. Prima di entrare nel tempio seguo la ritualità e suono la campana affinché quel suono porti fortuna per i 3 giorni che verranno.

La mattina del giorno seguente mi dirigo a 2 chilometri dal centro, al Viceregal Lodge, l’ex residenza estiva dell’allora Viceré, colui che, in nome del monarca, esercitava il potere in India. La sua costruzione è del 1888 ed il primo ad abitarla fu Lord Dufferin cui, nel 1884, venne conferito quel titolo. Il palazzo ospitò anche la conferenza di Shimla che Lord Wavell, nel 1945, organizzò per presentare il suo piano per l’autogoverno indiano. Erano le premesse per l’indipendenza indiana che sarebbe avvenuta nel 1947 e di cui Wavell intendeva dibattere ma senza alcun appoggio dal primo Ministro Churchill, che non condivideva la svolta, né tanto meno dal suo successore Attlee che, nel 1947, lo rimpiazzò con Louis Mountbatten che traghettò l’India fuori dalla supremazia inglese (vi consiglio di vedere il film “Il palazzo del Viceré” del 2017). Qui si tennero le discussioni nel 1947 sulla divisione territoriale tra India e il nuovo Pakistan. (https://passoinindia.wordpress.com/2015/08/14/lindipendenza-indiana-e-la-partizione-del-1947/ )

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Il Viceregal Lodge è anche chiamata “Casa del presidente” (Rashtrapati Niwas) perché, dopo l’indipendenza e fino alla metà degli anni ’60, vi si recavano in estate i presidenti indiani, dopodiché, perduta questa consuetudine, il Lodge venne consegnato all’ Institute of Advance Studies, praticamente una Università. Passeggio nei giardini del palazzo voluti dal marchese Lansdowne e mi soffermo ad esplorare il panorama che si gode dalla cima della collina dell’ Observatory Hill su cui si trova l’edificio; questo luogo è il secondo punto più alto di Shimla, dopo la collina Jakhoo. Mi chiedo quanto movimento ha visto in passato questo luogo e quanto denaro e sforzo fisico deve essere costato. Portare fin quassù il materiale da costruzione come l’ arenaria grigia locale e la pietra calcarea azzurra, utilizzati per costruire il palazzo, non deve essere stato così facile, seppure con l’utilizzo di muli e certamente di molti servitori. E tutto l’andirivieni si ripeteva ad ogni cambio della stagione quando gli inglesi lasciavano la calura delle pianure effettuando un vero e proprio trasloco, una lunga fila di uomini, merci, mobilio (pensate ai pianoforti!), carri, carretti, rickshaw, bauli, dame con ombrellini e gentiluomini… Per l’epoca, il Viceregal Lodge era una residenza moderna con tubazioni per l’acqua sia calda che fredda, un efficiente sistema di immagazzinaggio dell’acqua piovana ed un grande generatore di vapore per l’illuminazione elettrica. Durante il movimento per l’indipendenza anche Mahatma Gandhi giunse sin qui a visitare il viceré nella sua residenza nel 1922 e successivamente Lord Willingdon nel 1931.

Lascio Shimla con un sorriso e anche un po’ di quella malinconia che ti invita a ritornare.

(testo by PassoinIndia)

Ricorda che in inverno la zona è coperta di neve e durante i monsoni piove molto. 

leggi anche

https://passoinindia.wordpress.com/2016/05/01/in-india-ad-un-passo-dallhimalaya/

visita il nostro sito per itinerari di viaggio in India http://www.passoinindia.com

Le stazioni che tocca il treno per Shimla: Kalka (0 km, 656 m.s.l.m.) il cui nome è mutuato dal tempio di Kali Mata situato a Shimla. 2) Taksal (5,69 km. 806 m.s.l.m.), la prima stazione dopo l’ingresso nello Stato di Himachal, dove anticamente si fabbricavano monete. 3) Gumman (10,41 km, 940 m.s.l.m.), sulle colline di Kasauli. 4) Koti (16.23 km, 1.098 m.s.l.m.), spesso visitata da animali selvatici; vicino si trova il secondo tunnel più lungo (n. 10) con una lunghezza di 693,72 metri. 5) Sonwara (26 km, 1.334 m.s.l.m.); vicino si trova il ponte (n. 226) più lungo di 97,40 metri. 6) Dharampur (32.14 km, 1.469 m.s.l.m. 7) Kumarhati Dagshai (39 km, 1.579 m.s.l.m.). 8) Barog (42.14 km, 1.531 m.s.l.m.); vicino si trova il tunnel più lungo (n.33) con una lunghezza di 1.143,61. 9) Solan (46.10 km, 1.429 m.s.l.m.).a 10) Salogra (52,70 km, 1.509 m.s.l.m.); pochi chilometri si trova la famosa fabbrica di birra Solan. 11) Kandaghat (58.24 km, 1.433 m.s.l.m.). Vi si trova il ponte ad arco n. 493 con una lunghezza di 32 metri. 12) Kanoh (69.42 km, 1.647 m.s.l.m.); vi si trova il ponte più alto della galleria ad arco (n. 541) con un’altezza di 23 metri e una lunghezza di 54,8 metri. 13) Kathleeghat (72.23 km, 1.701 m.s.l.m.). 14) Shoghi (77,81 km, 1,832 m.s.l.m.), la prima stazione del distretto di Shimla. 15) Taradevi (84,64 km, 1.936 m.s.l.m.), il cui nome deriva da Mata Tara Devi situato vicino; in prossimità si trova anche il terzo tunnel più lungo (nr.91) a 992 metri. 16) Jutogh (89.41 km, 1.958 m.s.l.m.). 17) Summer Hill (92.93 km, 2.042 m.s.l.m.) che inizialmente serviva la Loggia vicereale; vicino si trova l’Università Himachal Pradesh. 18) Shimla (95.60 km, 2.075 m.s.l.m.).

JAIPUR è diventato sito del Patrimonio del UNESCO

Jaipur city palaceLa città rosa di Jaipur, è diventata un sito del patrimonio dell’Unesco. È la prima città pianificata dell’India fondata da Sawai Jai Singh II nel 1727, ed è solo la seconda città indiana a comparire nella prestigiosa lista.

Jaipur è stato certificato come sito del patrimonio mondiale dal direttore dell’UNESCO, il generale Audrey Azoulay, durante l’evento speciale il 05 di febbraio, mercoledì nella storica Albert Hall nella Città Rosa.

La pianificazione urbanistica di Jaipur mostra uno “scambio di antiche idee indù, Mughal e occidentali contemporanee” che ha plasmato la città, una nota dell’Unesco aveva precedentemente notato. La città ospita vari stili architettonici, un esempio della fusione di culture.

La dichiarazione sottolineava che Jaipur era “anche un esempio eccezionale di città commerciale tardo medievale nell’Asia meridionale e che definiva nuovi concetti per un fiorente centro commerciale e commerciale. Inoltre, la città è associata alle tradizioni viventi sotto forma di artigianato che hanno un riconoscimento nazionale e internazionale “. 

per saperne di più su Jaipur leggi dal nostro sito https://www.passoinindia.com/single-post/2016/05/22/Jaipur-la-citt%C3%A0-rosa-del-Rajasthan

Patrika Gate, la porta più colorata dell’India

C’è un luogo a sud di Jaipur, lungo Malviya Nagar, a circa 1,5 km, dall’aeroporto internazionale Sanganer, che non trasuda autentica storicità e non supera in bellezza i monumenti di Jaipur ma che vale la pena visitare. E’ il Patrika Gate, con la facciata rigorosamente di colore rosa, come il resto della città, fiancheggiato da figure di elefanti, cavalli e soldati, a ricordare il valore degli Stati principeschi del Rajasthan in quelle battaglie e guerre che fanno parte della storia dei Rajput. Il design della facciata del Patrika Gate richiama l’architettura tradizionale rajastana con i suoi armoniosi jharokhas, un tipo di balcone sporgente, tipico dello stile moghul, i pols, e gli chhatris, i bei padiglioni che si elevano a forma di cupola, tipici di alcuni meravigliosi edifici di Jaipur come il famoso Hawa Mahal, ed il grandioso City Palace, residenza della famiglia reale.

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L’interno del Patrika Gate appare come un caleidoscopio: consta di 9 archi o padiglioni ognuno dei quali misura 9 piedi ed è finemente scolpito e dipinto con temi che testimoniano la ricca cultura del Rajasthan, la terra dei re, e della storia di Jaipur, i suoi antichi templi, le fortezze, i palazzi come l’Hawa Mahal e il City Palace, i ritratti di sovrani di Jaipur, le ceramiche blu, i gioielli ed anche la vita e le tradizioni quotidiane. Altre pitture riguardano strutture architettoniche più moderne di Jaipur come ad esempio il World Trade Park (un grande centro commerciale) e l’Amar Jawan Jyoti.

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Il Patrika Gate diventa la nona porta, aggiungendosi infatti alle altre otto porte di accesso alla città (Soorajpole Gate, Chaanpole Gate, Ajmeri Gate, Sanganeri Gate, Ghaat Gate, Samrat Gate, Zorawar Singh Gate e New Gate) attraverso le mura che il Maharaja Sawai Jai Singh II, quando fondò Jaipur nel 1727 d.C. , volle erigere per separare il cuore della città dalla periferia, probabilmente per ragioni di sicurezza. Notate come il numero 9 sia ricorrente?

Il Patrika Gate è il luogo di accesso al Jawahar Circle, con i suoi alberi e giardini che ne fanno probabilmente il più grande parco circolare dell’Asia. Di fronte al Gate c’è l’enorme giardino circolare con la sua fontana che ogni domenica, dalle ore 19:00 e per circa 30 minuti, offre uno spettacolo di getti di acqua danzanti al ritmo di musica indiana con ben 290 effetti coreografici e 316 diversi colori. Il parco ospita bancarelle che vendono gustoso cibo indiano street food.

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Ricordate che non sarete soli a meno che non andiate molto presto la mattina. Questo luogo è molto ambito da fotografi e turisti.

testo by PassoinIndia

Tempio indu: devoti e devozione

Quando si visita un tempio indu è impossibile non rimanere affascinati da tutto quanto “gira” attorno alla sua figura, compreso l’interno che ospita la divinità principale. Come in altre religioni, la pulizia fisica è parte integrante del culto religioso e per questo i devoti entrano nel tempio dopo un bagno rituale al serbatoio della struttura o presso un fiume. Portano offerte e eseguono la pradakshina, una circoambulazione in senso orario (la parola infatti significa a destra) dell’edificio principale. Questo rito, conosciuto similarmente anche nel Buddismo, conduce simbolicamente i devoti attorno ad una miniatura del cosmo e viene praticato anche in luoghi dove non esiste un tempio se lì, secondo credenza, è presente la divinità, ad esempio su una collina, attorno a Agni, il fuoco sacro (come anche si fa durante una cerimonia nuziale indu), alla pianta sacra Tulsi e all’albero sacro Pipal. Gli induisti si muovono lentamente attorno al santuario, mostrando rispetto verso gli idoli installati lungo il percorso e alle figure nelle nicchie del tempio, tutte manifestazioni dell’immagine del dio che si trova all’interno. Le figure sul muro del tempio ricordano ai fedeli di essere state create per aiutarli nella preghiera, per offrire l’ immagine di un superiore, onnipotente, informe e non manifesto potere.

Come i bambini in una casa, gli dei del tempio vengono svegliati ogni mattina, vestiti, alimentati con le offerte dai sacerdoti bramini. Ci sono sacerdoti ereditari designati secoli fa a mantenere il tempio, ai quali re e signori assegnarono terre e regali per la loro sussistenza. A seconda delle stagioni gli dei sono vestiti in abiti di differenti colori che simboleggiano la celebrazione festiva. In alcuni templi ricchi come a Tirupati (Andra Pradesh) i gioielli che adornano le principali divinità costano milioni di rupie, mentre nei poveri templi dei villaggi la divinità è adornata con semplici fili di perline. Una volta che la divinità è vestita vengono aperte le porte del tempio ed i devoti arrivano ad offrire frutta e fiori. Anche l’accensione delle luci nel tempio ha un grande significato simbolico perché rappresenta l’eliminazione dell’ignoranza e dell’oscurità e quindi del potere del maligno. La saggezza è evocata con l’accensione e lo sventolio delle lampade, spesso bellissime, e delle fiammelle delle candele affinché i fedeli ricevano il darshanIl gioco delle luci sulla divinità nella scura stanza della grabha griha esalta il concetto della divinità all’interno dell’individuo. Agli dei vengono fatte offerte simboliche dei cinque elementi della natura (simboleggianti anche i cinque sensi): l’acqua, da cui deriva la vita, i fiori, simbolo di crescita e prosperità, la frutta, l’emblema del compimento e ricompensa per il lavoro, l’incenso, che, con dolci fragranze, riempie l’aria che dà la vita, e lo scampanellio delle campane che sveglia gli dei e risuona in quello spazio comune in cui tutti coesistiamo. Ogni divinità ha le sue offerte preferite. Alcune divinità femminili amano l’odore del sangue e così in alcuni templi del Nepal e dell’ India vengono compiuti sacrifici. Ma, per fortuna, nella maggioranza dei casi il sangue di vittime sacrificali (animali) è stato sostituito da polvere rossa che viene spalmata sulla fronte delle divinità a significare il suo potere a riprodurre e sostenere la vita. Shiva ama le offerte di latte ed essere bagnato con l’acqua.

Nel tempio si medita, si recitano le scritture e i mantra, si cantano gli inni sacri ma soprattutto, anche più volte al giorno, nella scura garbha griha si fa la puja, un rituale di adorazione della divinità che viene lavata mentre le si offrono doni. Alla fine della celebrazione, ha luogo l’arati e il fuoco dei lumini illumina l’immagine della divinità. Il momento conclusivo, alto e personale, è il darshana, quando il fedele raggiunge la “visione” di Dio. Dopo la preghiera i bramini distribuiscono il prasad che simboleggia le benedizioni degli dei in forma di polvere rossa (se divinità femminili) o cenere (nel caso di Shiva) insieme ad altre cose come dolci o frutta che quindi ritornano ai devoti come simbolo di abbondante grazia della divinità. Quando i devoti ricevono le benedizioni essi possono fare offerte di gioielli o abiti per le divinità o offrire i loro servizi come cantare o suonare strumenti musicali durante le festività. Ma il tempio è soprattutto il principale luogo di aggregazione e scambio culturale per le comunità indu. Le donazioni contribuiscono a creare nuovi padiglioni o mandaps, ovvero delle strutture, parti integranti del tempio, realizzati solitamente su colonne, aperti o chiusi da pareti; essi conducono all’ingresso del tempio, anche se nei templi più grandi possono essere posti ai lati o staccati all’interno del complesso templare. Gli antichi templi dell’Orissa e del sud India hanno un nat o un mandap per le danze, un bhoga mandap per la distrubuzione di cibo, un kalyana mandap per condurre la cerimonia di matrimonio degli dei e altri festival per i quali il tempio è famoso. Dentro il perimetro templare possono trovarsi altri piccoli templi dedicati a divinità correlate a quella principale (ad esempio in un tempo shivaista, le principali divinità correlate sono Parvati, sua moglie, Ganesh e Kartikkeya, i suoi figli.) 

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A volte, posto su una colonna di fronte al santuario, come nei templi della valle di Kathmandu, si trova la figura del vahana, altre volte ospitato in un tempio separato, come è stata pratica comune in zone del sud India. Il vahana (letteralmente “ciò che trasporta, ciò che tira”) è l’animale che viene associato ad una divinità come suo veicolo che essa cavalca oppure lo affianca oppure ne possiede un simbolo.

Nel sud India dal XIII° secolo il tempio diventò il cuore della città, dove anche si commerciavano i prodotti portati dai villaggi vicini; ovviamente, tutto intorno vennero installate le sistemazioni per i brahmini, i sacerdoti. Nelle città tempio come Kanchipuram e Thanjavur in Tamil Nadu, ogni cosa è disponibile lungo i confini del tempio: abiti, utensili, fiori, cibo, sete, ceramiche, articoli artigianali e tanto altro. I templi relativamente più piccoli sono comunque un fulcro attorno al quale gira la vita quotidiana, quella stessa che l’induismo ha fatto innanzitutto una filosofia di vita.

by PassoinIndia

leggi anche https://passoinindia.wordpress.com/2019/10/07/il-tempio-indu-la-struttura/

Il tempio indu (la struttura)

Sia il tempio indu che quello buddista derivano la maggior parte della loro forma e decorazione dalla rispettiva mitologia e filosofia. Ma, a differenza dello stupa buddista, il tempio indu non è un monumento funerario e commemorativo ma è concepito come devalaya, la dimora di dio, un luogo che gli dei amano visitare e deve quindi essere perfetto per questo scopo in ogni suo dettaglio. Nonostante la sua vastità, il subcontinente indiano è accomunato da un filo conduttore mitologico che lega luoghi distanti. I luoghi in cui, secondo il mito, gli dei profusero le loro gesta, divennero sacri centri di pellegrinaggio, perché benedetti dalla visita divina. Le origini del tempio sono da rinvenirsi anticamente in un modesto riparo sotto un albero o sulle rive di un fiume riconosciuti come sacri, visto che, nella configurazione di un tempio, l’acqua è importantissima perché simbolizza il punto di passaggio verso l’altra riva della saggezza. Questi punti sacri diventarono edifici a tutti gli effetti quando raggiunsero importanza tra i devoti e le risorse finanziarie ne supportarono la realizzazione. Quando i sovrani ed i cortigiani finanziarono e commissionarono un tempio o una scultura, fu sempre per una ragione particolare: ricordare una vittoria politica, la conquista di un territorio, una persona amata, una glorificazione perpetua della loro dinastia. Il tempio, come dimora degli dei, fu costruito come un riflesso in miniatura del cosmo, con la struttura allineata in direzione dei punti cardinali: verso est, simbolo della perseveranza, dove sorge il sole; verso ovest, dove tramonta il sole, zona di Varun, il dio dell’oceano eterno; verso nord, la regione della permanenza; verso sud, quella di cambiamento e decadenza, il regno di Yama, il Signore della morte. A seconda della divinità e la stagione in cui il tempio veniva costruito, esso si rivolgeva ad una particolare direzione cardinale ma la maggior parte erano rivolti verso est. Anche la configurazione delle stelle e dei pianeti fu determinante nella pianificazione strutturale del tempio affinché gli dei vi potessero riconoscere la ricostruzione dell’universo ed elargire la loro benedizione ai devoti. Tali regole furono rispettate sia che il tempio fosse costruito in India o in Nepal, nel deserto o sulle colline.

Un tempio consisteva in un singolo quadrato, il garbha griha o camera del grembo o dimora dell’embrione, il suo sancta sanctorum, dove avviene il contatto tra la dimensione terrena e quella divina; si trattava di una stanza disadorna, intenzionalmente buia per favorire la concentrazione della mente del devoto sull’immagine del divino all’interno di essa, la statua del dio principale da cui il tempio prendeva il nome. Ad esempio, il tempio più famoso a Varanasi è chiamato Vishvanatha, il Dio dell’intero Universo. Solo i sacerdoti potevano e possono accedere al garbha griha.. Anche se il termine è associato ai templi indù, spesso ne erano dotati anche i templi giainisti e buddisti. La sacra garbha griha con le sue facce uguali e dirette verso i punti cardinali di permanenza e cambiamento (con quattro porte aperte, come nei templi della valle di Kathmandu) negli ultimi secoli fu realizzata in modo da formare disegni e proporzioni diverse, assumendo talvolta una pianta a forma di stella, come nei templi di Belur e Halebid in Karnataka o tondeggiante, come in quelli del Kerala o con movimenti ondulatori come in quelli di Kajuraho (Madhya Pradesh). Durante lo stadio elementare di sviluppo il tempio era spesso composto dalla sola camera santa costituita da un singolo monolocale, coperta da un semplice tetto piano, come nei primi esempi del V secolo. La pietra per il tetto, infatti, era difficile da modellare, mentre nelle costruzioni in legno era possibile ottenere anche un tetto a forma di botte. Ci sono ancora molti templi in India dove il sanctum è costruito in legno e mattoni, come nel sud. Molti di quei templi antichi non sono arrivati fino a noi a causa della deperibilità del materiale con cui erano fatti. Quando crebbe il mecenatismo per la costruzione dei templi indu, si cominciò a costruirli in pietra, materiale più duraturo ma più costoso. Il garbha griha cominciò ad essere sormontato da una copertura, un “tetto” non piano chiamato shikhara, che nei secoli assunse proporzioni monumentali che lo rese dominante sul circondario e visibile da molto lontano. Shikhara é un termine sanscrito che significa “picco montuoso” ed è anche interpretato come un asse verticale, “l’axis mundi”, che attraversa i cieli, la terra e il sottoterra. L’elevazione verso l’alto del Shikhara rappresenta l’elevazione spirituale personale (ātman) e lo slancio verso Brahma, l’essere supremo.

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L’architettura dei templi è stata classificata in base alla forma del shikhara e alle sue decorazioni. Quelli del sud India, in stile drāvida, sono solitamente fatti di strutture orizzontali sovrapposte che verso l’alto si riducono in larghezza costituendo una sorta di piramide. Ogni livello è decorato con diverse rappresentazioni. I templi del nord e centro India, in stile nāgara, hanno al contrario dei shikhara somiglianti ad un cono decorato e costituito da altri piccoli shikhara in miniatura.A questi due stili si affianca quello vesara, (dalla copertura cilindrica), una sintesi degli altri due. I templi di Bhubaneshwar in Orissa hanno una forma evoluta che si erige con livelli orizzontali in pietra decorati che si alzano come una colonna sopra il garbha griha e accentuano la loro curvatura mentre si avvicina la cima della torre. Solo dopo la costruzione del garbha gtiha il tempio hindu, si ingrandiva con ambienti che si aggiungevano al disegno originale, soprattutto quando, dal VI°-VII° secolo d.C., il tempio divenne un fulcro sociale, gravitato com’era da sacerdoti, assistenti dei brahmini, giardinieri, addetti alle pulizie, musicisti e danzatrici, il luogo religioso e di ospitalità ai pellegrini di passaggio o ai poveri così come ancora oggi avviene in molti templi. I tetti delle sale sussidiarie del tempio dell’India centrale e dell’ Orissa svilupparono una distinta forma piramidale composta da diversi strati decrescenti, costituendo la forma di una montagna, incrementando il simbolismo dei templi come dimora degli dei in mezzo all’ Himalaya. Nella valle di Kathmandu, per le condizioni climatiche, l’architettura dei templi assunse la forma di una pagoda costituita di vari livelli. I templi in legno del Kerala e di Goa also ebbero grandi coperture spioventi ricoperti da piastrelle.

Sulla cima di ogni shikhara c’era il kalash, l’emblema a forma di contenitore per l’acqua. In tutto il continente il kalash è il vaso simbolico dell’ambrosia, il fine ultimo della preghiera, la promessa della vita eterna libera dal cambiamento e dalla morte. Anche la decorazione scultorea sulla parete esterna della garbha griha e della sala fu una questione di gusto regionale. Sebbene il Vastu-Shastra, il testo quasi sacro sull’architettura del tempio descrisse l’arte e il simbolismo della costruzione, ogni regione ne interpretò le regole secondo le proprie esigenze. Il garbha griha che ospitava l’immagine centrale del tempio era racchiuso su tre lati. La porta d’ingresso al santuario, dai primi esemplari di Gupta, fu scolpita, su entrambi i lati, con immagini delle dee dei fiumi, assicurando la purezza a tutti coloro che passavano attraverso i portali, e con altre figure di buon auspicio lungo il bordo della porta. La zona centrale sull’architrave dall’altra parte della porta era scolpito con una figura della divinità alla quale il tempio era dedicato. Sulle pareti esterne del garbha griha erano installate nicchie con immagini che rappresentavano la manifestazione della divinità. I muri del tempio potevano narrare temi della mitologia o rappresentare figure di altri dei e dee del pantheon indu. A questo vasto schema decorativo potevano essere aggiunte figure di semi-dei o creature mitologiche che proteggevano il tempio dalle forze maligne. La quantità e la proporzione dei motivi di questi templi variava da regione a regione, dagli scarni templi di Hampi a quelli pluridecorati di Belur e Halebid, peraltro tutti facenti parte della stessa regione del Karnatka.

Molti di questi templi o di ciò che ne rimane sono di epoca Gupta, una dinastia che regnò nell’India settentrionale a partire dal 320 d.C. fino al VII secolo d.C., sono frequentati dai devoti che operano puje e seguono riti codificati, compiono la pradakshina ovvero la circuambulazione del santuario entrando nell’area sacra da oriente (simbolo dell’inizio di ogni cammino) e, camminando, ripercorrono simbolicamente il ciclo solare. Molti altri sono di recente costruzione eppur mantengono le stesse regole strutturali di quelli antichi, senza tuttavia, a parer mio, emanare lo stesso fascino. (by PassoinIndia)

da sinistra:  templi in Madhya Pradesh, Kesava temple (Karnataka), Orissa, Tamil Nadu

Le coppie nell’induismo: Rama e Sita (nel Ramayana)

Il RAMAYANA, capolavoro della letteratura indiana antica, il cui nome significa, “il viaggio di Rama” è uno dei più popolari poemi epici e testo sacro per l’induismo. La sua complessa ed elegante redazione fatta di paragoni, allegorie, metafore, rime, giochi di parole è attribuita al saggio poeta Rishi Valmiki tra il I° e il II° secolo d.C., che si dedicò all’ascesi proprio per scrivere le storie tramandate dai cantori itineranti. L’opera è suddivisa in tre kanda (libri), composti di 675 sarga (canti), per un totale di ventiquattromila strofe. La storia è questa. Rama, figlio primogenito del Re Dasaratha di Ayodhya, vinse una gara di tiro con l’arco, ottenendo così di sposare la principessa Sita, figlia del re di Videha. Rama è destinato a succedere al trono del padre ma, a causa degli intrighi della matrigna Kaikeyi che al trono vuole invece suo figlio Bharata, è costretto ad allontanarsi dal regno fino alla foresta di Dandaka con sua moglie Sita e il fratello Lakshmana, dove rimarrà per ben 14 anni. Qui incontrano Surpanaka, una demonessa che si invaghisce di Rama e vuole uccidere Sita, ma Rama la affronta e la ferisce mutilandola. Allora Surpanaka chiede aiuto a suo fratello Ravana, il quale accorre dall’isola di Lanka con un’orda di demoni. Veduta Sita se ne invaghisce perdutamente. Qui egli dovrà combattere contro i demoni Rakasa, il cui re, Ravana re di Lanka, demone dalle dieci teste e venti braccia, cercherà di rapire Sita e portarla con sé in Sri Lanka. Marica, il ministro di Rawana, nel tentativo di allontanare Rama da Sita, si trasforma in un cervo d’oro per attirare l’attenzione della sposa che quindi vuole catturarlo, senza successo. Ella chiede quindi a Rama di aiutarla che parte perciò all’inseguimento del cervo, lasciando il fratello a vegliare sulla moglie. Sita, sentendo una richiesta di aiuto del marito, prega Lakshmana di correre in suo soccorso. Sita rimane sola e Ravana, avvicinandola sotto la finta figura di un prete assetato, la porta via con sé. Rama nel frattempo riesce a colpire il cervo con una freccia, che tuttavia scappa. Rama, nel suo ritorno, viene a sapere del rapimento della moglie. Rama quindi, figura quasi divina, comincia la sua crudissima battaglia contro i demoni che tuttavia vincerà grazie all’aiuto del popolo delle scimmie divine, i vānara, e ai guerrieri scimmia, tra i quali c’è il valoroso e fedele Hanuman, che formano un ponte tra India e Sri Lanka consentendogli di raggiungere Ravana, ucciderlo in duello e salvare Sita. Rama verrà finalmente incoronato re al trono che Bharata, consapevole dell’ingiustizia, volentieri gli lascerà.

Rāma, per rispettare il dharma, la regola sociale, deve ripudiare Sītā, sospettata di aver dovuto cedere alle attenzioni di Ravana. Ma Sita accetta di sottoporsi alla prova del fuoco uscendo indenne dalle fiamme, dando così prova della sua purezza. Ma i sudditi diffidano della virtù di Sita e costringono Rama a bandirla nella foresta dove Sita muore dopo aver partorito due gemelli avuti da Rama. Quando Rama apprende la notizia, sopraffatto dal dolore, muore, e lo spirito divino che albergava in lui risale al cielo per riprendere l’aspetto originario del dio Vishnu di cui Rama, in questa storia è stato avatar (incarnazione).

Sono molti gli insegnamenti morali, politici, religiosi e sociali contenuti e prescritti in questo poema popolarissimo. L’obbedienza di Rama agli ordini del padre, il senso di giustizia del fratellastro di Rama, la devozione a Rama di Hanuman, capo delle scimmie, il coraggio di Rama di combattere contro Ravana (che ottenne dal dio Brama il dono di poter essere ucciso da un solo uomo: Rama) per salvare l’umanità, la fedeltà di Sita rappresentano tutte azioni di adesione al dharma, il dovere, la legge comportamentale, l’obbligo morale, la verità e la giustezza, base quotidiana della fede e dell’etica induista.

by PassoinIndia Tours

Happy birthday Lord Krishna !

Si sono concluse ieri le celebrazioni per il compleanno di Lord Krishna, una delle divinità più importanti del pantheon Hindu.

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Ricordo quando durante il periodo trascorso a Benares, ogni anno, qualche giorno prima che stesse per arrivare questa festività i più piccoli entravano in agitazione e iniziavano a collezionare tutti i pezzi che sarebbero poi serviti a rievocare la nascita di Lord Krishna. Il giorno prima del compleanno della divinità, in ogni casa si preparano i dolci a lei graditi e aspettando la mezzanotte si mette in scena un piccolo presepe molto simile a quello che facciamo noi per natale che rievoca i momenti salienti della nascita e i simboli che ricordano aspetti chiave della sua vita. Il luogo di nascita di Lord Krishna è Mathura, in Uttar Pradesh, dove, come in molte altre parti dell’india, in questo giorno, si svolgono pellegrinaggi, rievocazioni, canti e preghiere insieme alla narrazione dei racconti che rievocano la storia della divinità. Racconta la leggenda che Krishna nacque da Devaki e Vasudeva, membri della famiglia reale di Mathura. Ultimo di otto fratelli, venne scambiato in culla, appena in tempo, con un altro neonato e affidato di nascosto al pastore Nanda e alla moglie Yashoda, affinché lo crescessero al riparo dalla furia dello zio Kamsa. La profezia diceva infatti che Kamsa, il sovrano in carica al tempo, avrebbe ricevuto la morte per mano di uno dei figli della cugina Devaki che il sovrano fece infatti uccidere uno ad uno, man mano che nascevano. Krishna era un bambino dispettoso e ghiotto di burro di cui ne rubava tutte le scorte del villaggio. Spese la sua infanzia nella campagna di Vrindavan tra le mungitrici del villaggio, le gopi che diventeranno sue amanti attirate dalla sua bellezza e dalla musica ammaliante del suo flauto. La sua morte segna l’inizio del Kali Yuga, la quarta era cosmica della corruzione, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale che si crede terminerà solo con la fine di questo mondo. 

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Negli ultimi anni, in onore del compleanno di Krishna è nato uno sport chiamato Dahi Handi. La leggenda narra che le donne del villaggio per evitare che il piccolo rubasse ogni scorta di burro, iniziarono ad appendere i vasi al soffitto tanto in alto da renderne difficile la presa. Ma la divinità, più furba delle donne del villaggio, chiese l’aiuto dei suoi amici per creare delle piramidi umane e riuscire così a raggiungere i vasi contenenti il burro. Questo è oggi diventato uno sport molto seguito soprattutto in Maharashtra con premi in denaro molto importanti. Il dahi ovvero il burro, viene raccolto in contenitori di terracotta chiamati Handi e sollevati ad una certa altezza da terra. Le donne gettano acqua o altri tipi di liquidi per impedire agli uomini, chiamati Govinda in onore del nome del dio in veste di guardiano di mucche, di alzarsi in piramidi e raggiungere i vasi di terracotta contenti burro che dovranno poi essere rotti. La preparazione fisica viene fatta con settimane di anticipo anche se non mancano frequenti cadute. 

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Non perdetevi il prossimo anno questa colorata e gioiosa festa celebrata in nome di una delle divinità più amate dagli hindu.