Incontro con la tribu Mishing all’isola di Majuli (Assam, India)

Una parte del nostro viaggio in visita alle zone tribali dell’India ci porta in Assam.

map-of-india-with-assam

L’Assam, nel nord est indiano è uno degli Stati chiamati “le sette sorelle”(https://passoinindia.wordpress.com/2016/12/10/viaggio-nel-nord-est-india-le-sette-sorelle-e-le-loro-tribu/) nonché terra di tribù e comunità che, sebbene accomunate da alcune somiglianze, hanno tra loro enormi differenze culturali e linguistiche.

Una delle maggiori etnie è quella Mishing (o Miris, nome originario ed utilizzato per identificarli nella Costituzione indiana), termine che deriva dalle parole “mi” e “anshing” e che significano rispettivamente uomo e dignità. Quindi, questi aborigeni sono conosciuti come uomini di valore. Abitano principalmente i distretti assamesi di Dhemaji, North Lakhimpur, Tinsukhia, Dibrugarh, Majuli, Sibsagar, Jorhat e Golaghat oltre che varie zone dell’Arunachal Pradesh dalle cui colline si dice provengano sebbene la loro esatta origine non sia stata del tutto accertata. Sono infatti evidenti le molte somiglianze culturali e linguistiche con la tribù Adi che vive in Arunachal Pradesh. Appare anche probabile che i Mishing siano discesi dal sud-est asiatico ed abbiano radici risalenti agli Abo Tani (che si ritiene siano stati i primi uomini sulla terra) e che provengano dalle comunità cinese e mongola. I Mishing arrivarono in Assam, a costruire le loro colonie, già nel sedicesimo secolo, alla ricerca di una terra fertile, che trovarono sulle rive del fiume Bramhaputra. Da sempre questa gente combatte con le gravi inondazioni annuali che distruggono le coltivazioni, la loro principale fonte di sussistenza.   

Incontriamo i Mishing sull’isola di Majuli, la più grande isola fluviale del mondo, che raggiungiamo in barca navigando il grande Brahmaputra. È un corso d’acqua transfrontaliero che attraversa Cina, India e Bangladesh ed il cui nome, dal sanscrito, significa “figlio di Brahma”, probabilmente il solo tra i fiumi dell’India che porta un nome maschile. Il lungo tratto di 2900 chilometri che percorre dal Tibet, dove nasce, fino al Golfo del Bengala, dove sfocia, lo rende importante per l’irrigazione e il trasporto. Ma quando la neve dei picchi himalayani si scioglie la sua potenza si fa sentire. È questo il motivo per cui l’ isola di Majuli in pochi anni scomparirà a causa dell’erosione sempre più forte e certamente conseguente agli ultimi critici cambiamenti climatici.

Dalla barca, su cui sono state stipate con precisione le nostre auto, e comunque comoda per noi, è visibile, in prossimità dell’attracco all’isola, la fragilità del terreno con cui è fatta, tanta sabbia bianca, come quella del mare. Quando le auto vengono fatte scendere con l’ ausilio di due tavole di legno, appena il tempo per giocare un poco sui banchi di sabbia, ci dirigiamo verso il cuore dell’ isola.

Majuli all’interno si presenta in tutto il suo fascino paradisiaco, con il giallo dei campi di senape, le pozze d’ acqua che specchiano il cielo, i grandi bambu ed altri alberi che lasciano alla terra i loro fiori di ibisco e che mi piace raccogliere per donarli ai miei compagni di viaggio. Lungo la strada, le abitazioni palafitta costruite su pilastri in cemento che i Mishing utilizzano per difendersi dalla piene.

Di fronte ad esse vi è spesso un telaio. Le donne Mishing riflettono infatti le loro doti in un’arte tramandata da generazioni ed imparata in età giovanile, nei disegni dei loro vestiti filati con seta muga (una seta preziosa dell’Assam) e cotone.

La maggior parte dei loro abiti è adornata con le figure simboliche di “Do-ni” e “Polo”, il sole e la luna”, rispettivamente il dio (e madre) e la dea (e padre) delle tribù Mishing; queste due divinità, il cui figlio è Abotani, sono le più importanti tra altre divinità e sono invocate per buon auspicio. Il Mibu, il capo religioso venerato per le sue capacità di relazionarsi con gli dei, canta gli Abang Mantras e altre canzoni sul mondo, compresi uomini e animali. Di tradizione animista, questa tribù crede nell’esistenza di poteri, divinità malevole e benevole ed esseri sovrannaturali che abitano boschi, acque, alberi, cieli ecc. o che sono gli spiriti sospesi dei morti. I missionari cristiani, ad differenza di quanto è accaduto per altre tribù dell’India, non sono riusciti a convertirli al cristianesimo. Sebbene non particolarmente religiosi, i Mishing della valle del Brahmaputra seguono un induismo monoteistico trasmesso loro da una delle sette del Vaishnavismo di Sankardeva (1449-1568 d.C.), il santo-poeta di Assam. Queste fedi opposte, l’animismo e il vaisnavismo, coesistono perfettamente nella società Mishing non avendo il vaisnavismo interferito con i loro costumi tradizionali (come ad esempio bere birra di riso e mangiare carne di maiale, o usarli in occasioni socio-religiose).

Sull’isola di Majuli dove ci troviamo, i Mishing rappresentano il 60% della popolazione e, nel complesso, sono la seconda più grande comunità tribale degli stati nord orientali dell’India. Sono accoglienti quando ci avviciniamo alle loro case in bambu e ci invitano ad entrare. Una tipica casa Mishing ha un tetto in paglia ed è suddivisa in poche stanze illuminate dalla luce che filtra dalle canne e che semplicemente ospitano una zona cottura e una o più zone notte. Il granaio e la stalla sono costruite non lontano dalla casa.

Superato l’uscio, a cui giungo passando su una obliqua tavola di legno che compensa il dislivello tra la strada e l’ingresso della palafitta, incontro i volti sorridenti delle madri e dei loro bambini ancora sonnecchianti. Ci mostrano abiti di vari colori, finemente ricamati e pronti all’uso, gonna lunga da avvolgere attorno ai fianchi e scialle da indossare trasversalmente al tronco, proprio quelli tipici della loro tradizione e che usano quotidianamente. Ahimé, la tentata contrattazione in lingua inglese non ha avuto per me alcun esito riduttivo sul prezzo. La lingua Mishing, che prevede anche un dizionario scritto e una grammatica sviluppata, appartiene al gruppo di lingue indo-tibetane. Col tempo, i Mishing assamesi hanno subito un processo di acculturazione ed il loro tasso di alfabetizzazione è di circa il 68%. Anche in questo caso, con l’inglese me la cavo. Mi accomiato con un namasté (son pur sempre indiani!) ed esco dalla casa, lusingata più dall’emozionante contatto umano che dall’acquisto comunque straordinario. Mi guardo intorno. Un agnello bianco è in grembo ad un donna, qua e là razzolano animali da cortile e, sullo sfondo, lavorano contadini nei campi coltivati a riso, verdure, senape, tabacco, bambu. Nel complesso, una vita che scorre lenta. Un tempo cacciatori, oggi i Mishing mangiano riso, pesce che allevano (come il ‘namsing’, essiccato e macinato), carne, frutta, verdure e altre erbe della foresta. Le donne contribuiscono al reddito familiare allevando maiali, capre, anatre, e altri bovini fuori dalle loro case.

Se vi offrono entusiasti qualcosa da bere, sappiate che si tratta dell’”Apong”, una bevanda a base di riso molto utilizzata anche durante i matrimoni e le feste. La maggior parte dei matrimoni è condotta in modo semplice e formale, dopo che la famiglia dello sposo ha pagato un valore simbolico alla famiglia della sposa. Ma quando il matrimonio avviene perché i due giovani si sono voluti, lo sposo deve ottenere l’accettazione sociale. Le vedove e i vedovi possono risposarsi e la poligamia ed il divorzio sono ammessi ma non molto praticati.

Incontriamo prevalentemente donne che mi sembrano gaie. Si dice che ai Mishing piaccia molto il divertimento che sicuramente trovano in tutte le loro feste popolari ricche di danze e canti. Un gruppo di donne nei loro fini abiti chiede sorridente una foto con noi. Solo a casa, rivedendola, colgo un volto femminile che, senza tocco, è diretto verso la mia guancia, come a darmi un bacio.

testo e photos by PassoinIndia (diritti riservati).

Annunci

Partenza di gruppo per Pasqua: Heritage Rajasthan dal 01 al 09 Aprile 2018

Un viaggio in Rajasthan, India del Nord, per ammirare quella che fu la terra di re e guerrieri, terra di grandi ricchezze, contesa dai popoli di un passato che è ancora oggi testimoniato da magnifiche dimore, palazzi, fortezze e tesori leggendari. Qui le antiche tradizioni sono fortemente mantenute da gente ospitale e sorridente in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato.

Per programma dettagliato scrivici su

info@passoinindia.com

o visita

http://www.passoinindia.com/heritage-rajasthan

 

 

 

 

 

 

Perché il 26 gennaio è celebrato come Festa della Repubblica?

NUOVA DELHI: la Festa della Repubblica, celebrata ogni anno con grandiose parate al Rajpath di Nuova Delhi (ndr. il lungo viale in cui si svolge la solenne sflilata), così come le celebrazioni in tutta l’India, segna il giorno in cui entrò in vigore la Costituzione indiana. Dopo aver ottenuto l’indipendenza dagli inglesi il 15 agosto 1947, l’India diventò un dominio indipendente nel Commonwealth britannico delle Nazioni. Il monarca britannico Re Giorgio VI era ancora ufficialmente il capo dello stato dell’India, anche se era ormai il Paese era uno stato sovrano completamente indipendente. Fu dopo la costituzione dell’India, entrata in vigore il 26 gennaio 1950, che l’India divenne una Repubblica federale e democratica all’interno del Commonwealth, abolendo la monarchia. Dopo l’indipendenza, l’Assemblea costituente nominò il comitato di redazione, con il dott. BR Ambedkar come presidente, per redigere la costituzione. Il comitato di redazione fu incaricato di elaborare la costituzione che sarebbe stata approvata e accettata dall’assemblea.

L’Assemblea Costituente adottò la Costituzione dell’India il 26 novembre 1949, ma la attuò il 26 gennaio 1950. Il motivo per cui il 26 gennaio è stato scelto come momento per l’entrata in vigore della Costituzione è perché nel 1929, durante la Sessione a Lahore del Congresso Nazionale Indiano, dove Jawaharlal Nehru fu eletto presidente, fu approvata una risoluzione che per la prima volta richiedeva la completa indipendenza del Paese. Il 26 gennaio 1930 fu dichiarato “Purna Swaraj Diwas” o Giorno dell’Indipendenza che tuttavia si fece attendere fino al 1947. Per onorare l’importanza del primo Giorno dell’Indipendenza, i membri dell’assemblea costituente decisero di celebrare la costituzione il 26 gennaio, contrassegnandola come Festa della Repubblica.

Tradotto da

https://www.ndtv.com/india-news/indian-republic-day-2018-why-january-26-is-celebrated-as-republic-day-1803430

immagini:

http://www.republicdaywishes.in

http://www.newsmobile.in

http://www.festivalsofindia.in

Nello Stato indiano dell’ Odisha (Orissa) un uomo scava le montagne per mandare i suoi figli a scuola.

the-mountain-man

Otto ore di lavoro estenuante ogni giorno per due anni, Jalandhar Nayak ha spostato da solo le montagne per costruire una strada di 15 km., collegando il suo villaggio Gumsahi alla strada principale nella città di Phulbani nel distretto di Kandhamal, nello Stato indiano dell’Orissa (Odisha). L’amministrazione distrettuale ha ora deciso di onorare e sostenere gli sforzi di Nayak pagandolo secondo un preciso contratto. “Lo sforzo e la determinazione di Nayak per tagliare le montagne al fine di costruire una strada mi hanno lasciato incantato … Sarà pagato secondo il contratto MGNREGS per tutti i giorni in cui ha lavorato”, ha detto ai giornalisti Brundha D., esattore. Proprio come l’uomo di montagna di Bihar Dasrath Manjhi, che ha trascorso 22 anni della sua vita a costruire una strada a 360 piedi, Nayak, con la sua risolutezza, ha scavato, in due anni, una distesa di 8 km. attraverso collinette ed ha in programma di estenderla di altri 7 km. nei prossimi tre anni. L’uomo tribale di 45 anni, che non ha mai avuto accesso all’istruzione, ha detto che i problemi affrontati dai suoi tre figli nell’attraversare le collinette per raggiungere la scuola nella città lo hanno spinto a prendere il martello e lo scalpello. Gli sforzi di Nayak sono passati in gran parte inosservati fino al 9 gennaio, quando l’esattore lo ha invitato nel suo ufficio, dopo aver letto le notizie su di lui su un giornale locale. Questi gli ha offerto un sostegno finanziario e ha ordinato al Block Development Officer (BDO) di Phulbani di coinvolgere i lavoratori e completare i lavori di costruzione delle strade. È interessante notare che Nayak e la sua famiglia sono gli unici residenti del villaggio. Altri hanno lasciato Gumsahi molto tempo fa proprio a causa della mancanza di strade adeguate e di servizi essenziali. Armato di martello, barra per scavare e scalpello, Nayak, che si guadagna da vivere vendendo verdura, vuole rendere la vita più facile ai suoi figli. Ha ringraziato l’amministrazione distrettuale per aver riconosciuto i suoi sforzi. “L’esattore del distretto mi ha assicurato di completare la costruzione della strada per il mio villaggio”, ha detto Nayak. L’esattore ha detto “Stiamo pensando di celebrare Jalandhar Nayak durante il Kandhamal Utsav (ndr. una festa religiosa del luogo) per la sua forte determinazione a costruire una strada in questa remota parte dello stato”, ha detto.

Fonti:

http://www.hindustantimes.com/india-news/another-dasrath-manjhi-odisha-man-carves-mountains-to-send-kids-to-school/story-Y1gd13LKVTOhEn0kNF4lgI.html

https://timesofindia.indiatimes.com/india/odisha-man-carves-mountains-to-send-kids-to-school/articleshow/62494378.cms

immagine Actor Nawazuddin Siddiqui played Dashrath Manjhi in the film Manjhi The Mountain Man. (Representative Photo)

Il mio Natale a Delhi. (e Buone Feste a tutti!)

Partire è sempre quasi una fretta. Tremendo il pensiero di aver omesso qualcosa di utile, pur se non essenziale. Retaggio occidentale. Poi, lo zaino sale sulle spalle, come un bimbo da accudire. Comincia il delirio aeroportuale ed il compiacimento del mio vedermi in uno specchio occasionale; la mia faccia è già cambiata. Il viaggio è una intermittenza di momenti veloci, negli spostamenti tra i terminal, e di attimi lenti, in attesa sulla fila di sedie del gate, prima di accoccolarmi sulle poltrone datate degli aerei servita da hostess consumate e sorridenti. Già in volo entro in un altro mondo, di paesaggi cartonati e nuvole incotonate. Arrivare a Delhi, che è ancora notte, non rassicura; questa città ti punta addosso occhi di pece vibranti in un bianco latteo troppo spesso appartenente a corpi avvolti in misere stole lanose. Ma la stanchezza viene vinta dall’andare, dall’essere inevitabilmente assorbita dal traffico di Delhi che si sta senza preavviso risvegliando. E’ una polvere fina quella che si insinua tra i miei vestiti e si posa sulla pelle. Delhi non cambia mai. Ogni volta vorrei non conoscerla per emozionarmi come la prima volta. Delhi, la grande metropoli, ogni volta si mostra duramente. Non c’è concessione, nessuna occasione di riscatto per i corpi dormienti sui rickshaw, se non in un’altra vita. Tutto qui corre veloce, ognuno ha più fretta dell’altro. I tuc tuc, come giocattoli, le moto, come ferri vecchi, dribblano auto frenetiche, camion colorati, pedoni soccombenti e vacche sacre e pacifiche. Imbocco a piedi una delle piccole deviazioni dalla strada principale dove il tassista si è fermato all’indirizzo ordinato ed ha atteso il suo prezzo. Qualche cane randagio si sposta da me come un moribondo ed i miei passi cercano con cura stabilità tra pozze di acqua lasciate dalla pioggia e scarti di rifiuti. Ogni via è incoronata da lunghi fili elettrici intrecciati, dove più, dove meno, affiancati da cartelli pubblicitari che paiono obsoleti. Carretti di ogni buona mercanzia stanno guadagnando il loro posto ai lati del percorso, sotto case provate da una costruzione selvaggia ed intensa necessaria all’alto numero di abitanti. Attirata da portoni in ferro elegantemente decorati, ricorro alla memoria di qualche anno fa e cerco quell’uscio, antispazio di una ripida rampa di scale. Ho trovato la mia destinazione e gli occhi dei bambini fattisi più grandi. Sono tornata. Grandi stelle scintillanti su qualche balcone mi ricordano che è quasi Natale.

 

testo by PASSOININDIA.

 

 

Vi racconto Calcutta (Kolkata)…


Lasciato quello che è il solo aeroporto internazionale dell’India orientale, percorro i 17 chilometri e in poco tempo mi trovo a Calcutta, nome ufficiale della città fino al 2001, capitale dello Stato indiano del Bengala Occidentale e terza città più popolosa dell’India tutta (18 milioni di abitanti) cosa che, sinceramente, non si fa fatica a percepire! Sarà che questa città è il primo centro commerciale, finanziario e culturale dell’India orientale, o che il suo porto nato nel 1870, sul fiume Hooghly (emissario del Gange) ed unico porto fluviale in India, è altamente operativo, rendendo Kolkata il terzo polo produttivo dopo Mumbai e Delhi, ma certo il traffico è davvero intenso. Tra la gente, indaffarata e veloce, scorrono via auto, bus, tuc tuc e non solo. Kolkata è la sola città dove è ancora possibile vedere rickshaw trainati da uomini a piedi ed è l’unica dotata di una serie di tram, seppur disponibili solo per alcune zone. Ecco anche la auto gialle, le storiche ed originali Ambassador, ormai fuori produzione, che servono da taxi pubblici. Pur non avendo fretta, intendo utilizzare anche la metropolitana, la più antica dell’India…

Per favore continua a leggere qui https://www.passoinindia.com/single-post/2017/11/27/LA-EFFERVESCENTE-KOLKATA

 

Per altri racconti di viaggio ed itinerari http://www.passoinindia.com

 

Il Teej Festival, la festa dei monsoni e delle donne.

In qualunque periodo dell’anno si vada in India non è affatto raro avere l’occasione di assistere a festività e celebrazioni locali che risultano sempre essere una gradevole sorpresa. Tra Luglio, Agosto e Settembre, a seconda dello Stato che si visita, si può essere assaliti dal bellissimo fervore della festa di Teej. Una festa tutta al femminile, dedicata e praticata dalle donne coniugate e dalle ragazze nubili. Il Teej è una festività antichissima e, nella mitologia indu, sta a ricordare il momento in cui la dea Parvati, per farsi accettare da Shiva, secondo alcune credenze, dopo un lungo digiuno durato 108 anni e, secondo altre, dopo una lunga penitenza costituita da ben 107 rinascite, riuscì finalmente a sposare il dio Shiva. Abbiamo descritto qui la loro storia https://passoinindia.wordpress.com/2017/10/15/le-coppie-dellinduismo-shiva-e-parvati/

Ecco perché il Teej rappresenta la devozione della moglie verso il marito e la preghiera femminile per la salute di quest’ultimo.

Le donne si avvolgono in scintillanti sarees e lehangas (abito con gonna lunga a pieghe) di colore verde, simbolo del sawan, quinto mese del calendario indu, ma anche rossi, colore dell’amore, e gialli, secondo la tradizione locale; alcune donne indossano persino il loro abito da sposa. Tutte le donne hanno mani e piedi ornati dagli splendidi disegni fatti con l’ henné (mehendi) e indossano i loro gioielli più belli, quelli della loro dote o regalati dal marito. Così i negozi e le bancarelle espongono la loro merce più preziosa o più colorata che le donne sceglieranno accuratamente per abbinarla al loro vestito. Tutto deve essere perfetto. Le donne cantano (anche i dispiaceri di separazione degli amanti), danzano (bella la danza del pavone) e pregano per la Dea Parvati (chiamata anche Teej Mata) e per la sua avvenuta unione con il Dio Shiva. La festa rappresenta quindi l’unione tra la moglie e il marito e l’auspicio per il benessere familiare. In questo giorno le donne si astengono dai lavori domestici e si dedicano alla puja che parte dal mattino al cospetto di un chowk, cioè un piccolo spazio in cui sono accomodate l’immagine di Parvati, illuminata da una lampada ad olio anche la notte, e le offerte in cibo alla dea (baya), tra cui il ghewar, un dolce speciale rajasthano fatto di farina e zucchero utilizzato anche come prasad (offerta religiosa). Durante la puja le donne leggono ad alta voce il Teej Katha e la sera tutte insieme ascoltano le leggende indu del Kajli Teej Vrat Katha. Entrambi questi rituali rappresentano momenti cruciali durante la festa di Teej.

teejfestival

Oltre un momento di profonda preghiera, il Teej è da sempre una buona occasione per divertirsi tutti insieme, magari facendosi dondolare su altalene adornate con fiori e, in questi giorni, se ne vedono moltissime.

Proprio come avviene durante la festa del Karva Chauth

(https://passoinindia.wordpress.com/2012/11/02/karwa-chauth-una-festa-indiana-davanti-alla-luna-le-donne-celebrano-i-loro-mariti/),

le suocere inviano alla nuora regali, dolci, braccialetti, un nuovo vestito eccetera.

In alcune zone le donne si astengono dal sonno, o si bagnano di fango intorno alla pianta di Datiwan per purificare il loro Karma o praticano il digiuno da acqua e cibo per assicurare lunga vita al marito, parte importante della festa di Teej che è quindi chiamata anche “festa del digiuno delle donne”.

teej

Il termine Teej deriva dal nomignolo dell’acaro rosso che fa la sua apparizione nel periodo dei monsoni. Ed infatti questa festa, che prende anche il nome di “Sawan Festival” è anche celebrata in favore dell’arrivo delle pioggie intense che arrestano la siccità e risvegliano la natura, soprattutto nell’India settentrionale, come in Rajasthan ed in Nepal. Al famoso tempio di Pashupatinath di Kathmandu, le donne fanno la puja (preghiera) intorno al Lingam (simbolo fallico) di Shiva.

Le date del festival, dipendendo dall’arrivo dei monsoni, si svolgono ogni anno in date diverse con nomi diversi a seconda dei luoghi. Ogni festa è accomunata dallo stesso simbolismo e tuttavia può assumere ulteriori connotazioni particolari secondo le usanze del luogo.

L’Haryali Teej,in Rajasthan, Madhya Pradesh, Maharashtra,Haryana, Punjab e Bihar, deve il nome alla vegetazione ed il colore verde predomina negli ornamenti. Le donne si riuniscono per adorare la luna e il prasad è costituito da latte, cagliata e fiori. In Gujarat le donne fanno una speciale danza (Garba) ballando con vasi sul capo in lode alla Dea Parvati. In Maharashtra, le donne offrono noci di cocco magnificamente dipinte ai loro parenti e amici e alla dea frutta fresca e verdure. A Vrindawan, in Uttar Pradesh le statue di Krishna e Radhaaltra coppia della mitologia indu, sono particolarmente decorate con oro e vengono fatte oscillare su altalene (il nome della cerimonia è ‘Jhullan Leela‘).Nel famoso tempio ‘Banke Bihari‘ sono narrate le storie di Radha e Krishna e l’acqua santa viene spruzzata sui devoti per commemorare l’avvento del monsone. Nella bella città di Jaipur ha luogo, il Teej Sawari, una processione in onore della Dea Parvati (Teej Mata), con elefanti decorati, antichi palanchini, carri, cavalli, cammelli, bande e danzatori. In Rajasthan La fiera Teej è conosciuta anche come ‘Saawan Mela‘.

Il Kajari Teej noto anche come Badi Teej, prende il nome dalla tonalità nera delle nuvole che segnano l’inizio dei monsoni ed è celebrato in Madhya Pradesh e in Uttar Pradesh, in particolare a Mirzapur e Varanasi. Le donne si riuniscono attorno al santo albero di neem per i loro sacri rituali e canti in onore di Krishna. Sono famose le celebrazioni del Kajari Teej che hanno luogo a Bundi, in Rajasthan dove ha luogo una processione di cammelli, elefanti, musicisti e ballerini.

L’Hartalika Teej prende il nome da ‘Hartalika‘, altro nome della dea Parvati, e si tiene nelle regioni settentrionali e occidentali dell’India ed è celebrato in Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Bihar, Jharkhand, Rajasthan e in alcune parti del Maharashtra.

Una festa dove religione e gioco si uniscono e le donne sono protagoniste. E in India questo non è poco.

(testo bY Passoinindia)

per i tuoi viaggi in India visita il sito http://www.passoinindia.com

https://www.facebook.com/passoinindia/

https://www.instagram.com/passoinindia/

immagini del post: la prima by Passoinindia, la seconda da India Today, la terza Utsavpedia.